"Così dunque fratelli, noi siamo debitori,

ma non verso la carne per vivere secondo la carne;

poiché se vivete secondo la carne, voi morirete;

se invece con l'aiuto dello Spirito

voi fate morire le opere del corpo, vivrete."

(Lettera ai Romani di S. Paolo Apostolo 8, 12-13)

 

- il dovere cristiano -  

 

Il linguaggio comune

Nel linguaggio comune è abitudine, davanti un impegno che ci siamo presi o che sopraggiunge, il dire "devo farlo". Gli antichi dicevano "pacta sunt servanda", i patti vanno osservati/rispettati, infatti questo adempie alle condizioni della giustizia, del vivere civile e del bene. L'impegno di una parola data, di una promessa, di una appartenenza ci obbliga al legame e alla presenza. Se fai parte di un circolo culturale "devi" partecipare; se fai parte di team di tifosi di calcio "devi" andare alla partita; se sei cristiano "devi" osservare i comandamenti.

Ora però il dovere presuppone due cose almeno:

la prima, che io mi sia preso un impegno con  libertà (cosciente in tutte le mie facoltà)

la seconda, che io sia in grado di mantenerlo.

Sicuramente se scelgo di appartenere ad un club tifoso si presume che abbia fatto questa scelta liberamente e che sia in grado di mantenerla.

Per quanto riguarda l'essere cristiano la questione è invece sostanzialmente diversa.

 

Una pastorale attenta

Lo sforzo costante della Chiesa, sensibilizzato anche dall'ultima nota pastorale della CEI - qui -, è quello di capire, seguire, accompagnare il credente nella presa di coscienza libera di ciò che il cristianesimo è.

Nei primi tempi della cristianità questo avveniva in genere in età adulta con un catecumenato attento in cui la figura del padrino svolgeva un'azione di accompagnamento spirituale del candidato a ricevere i sacramenti dell'iniziazione (Battesimo - Cresima - Eucarestia).

Successivamente, poiché si è riconosciuto che dare e comunicare un bene è responsabilità normale dei genitori, i candidati sono stati battezzati sin da piccoli per poi far loro scoprire gradualmente e liberamente la loro appartenenza a Cristo. L'analisi di quanto questa metododologia sia efficace ora ci porterebbe assai lontano dalla meditazione di oggi per cui, per ora, tralasciamo questa seppur importante questione. Tuttavia la meditazione di oggi ci aiuta a comprendere, grazie alla stupenda lettera ai Romani di S. Paolo apostolo, la valenza ed il senso di un impegno preso cristianamente.

 

La situazione attuale

Di fatto nelle situazioni sia civili che religiose osserviamo diverse difficoltà. Se prendiamo ad esempio il matrimonio vediamo come la legittimazione civile del divorzio porti non ad una coscienza matura nell'affrontare i propri impegni ma piuttosto a viverli, in diversi casi, con una leggerezza che non solo non si addice ai figli di Dio ma che non si addice agli uomini e alle donne in quanto persone. Se io mi sposo sapendo che davanti ad alcune difficoltà posso divorziare significa che affronto un patto senza la coscienza reale di ciò che sto facendo ma solo coinvolgendo la mia sfera emotiva e non progettuale. Paradossalmente il divorzio civile pur garantendo formalmente la possibile "libertà" di una persona nello scegliere di rompere un patto non rende realmente libera la persona.

Dal punto di vista della fede una delle cose su cui concordano le diverse confessioni cristiane è proprio quella che il divorzio, anche per chi lo ammette in estrema ratio, pratica comunque una grave ferita inflitta non solo ai contraenti del patto matrimoniale ma anche alla società stessa.

Dal punto di vista sociale quel che appare è che le persone che affrontano un dovere non lo affrontano sino in fondo come un impegno di tutto se stessi ma come una possibilità esperienziale.. come un "proviamo".. se va, va.. se non va, non va.

 

La risposta cristiana della Parola di Dio

La risposta cristiana si muove in un'altra direzione. Se trattiamo sempre l'esempio del matrimonio, ma potremmo parlare anche di impegni spirituali meno probanti, l'accento non è messo sul dovere ma sul potere e sul volere da cui nasce un dovere. Cioè il rispetto di quelle due condizioni precedenti prima descritte cioè quella della coscienza libera e nello stesso tempo la possibilità di attuare/rispettare il patto scelto.

S. Paolo con la sua meravigliosa catechesi teologica ed antropologica della lettera ai Romani fa risaltare alcuni aspetti che aiutano la nostra riflessione:

 

"fratelli, noi siamo debitori,

ma non verso la carne per vivere secondo la carne;

poiché se vivete secondo la carne, voi morirete;

se invece con l'aiuto dello Spirito

voi fate morire le opere del corpo, vivrete"

 

Ovviamente qui la carne per S. Paolo non è la corporeità o le funzioni psico-fisiologiche ma l'uomo vecchio con le sue abitudini, il suo essere peccatore.

Osserviamo che il peccato non è una norma che viene infranta ma piuttosto ciò che ci allontana dalla comunione vitale con Dio, ci abbrutisce e ci allontana anche dalla comunione ecclesiale e sociale in cui siamo inseriti come "esseri nel mondo". La chiarificazione sul peccato va sempre fatta perché è nell'ottica non tanto di una norma infranta ma di "qualcosa che si rompe" che si capisce il senso della salvezza e del perdono.

Altro aspetto significativo riguardo al peccato e che quando viviamo in esso, cioè in questa situazione di rottura, abbiamo una sostanziale incapacità affettiva e razionale a comprendere il peccato stesso. Non è vero infatti automaticamente che conosce un "appetito"  chi vi cede ma anzi è proprio il contrario. Ed inoltre chi è "abituato" nel peccato rifiuta la luce spirituale come una persona "abituata" allo sporco rifiuta un buon bagno.

Ad ogni modo S. Paolo parla di "debito"; cosa intende?

La parola greca "ovfeiletai" indica non tanto un debito economico ma quanto un legame esistenziale totale; quasi un'attrazione, un impegno profondo, una connaturalità.

Quindi quando sostiene che non siamo debitori secondo la carne ma verso lo Spirito intende introdurre una novità importantissima dal punto di vista antropologico e della grazia.

Con l'accettazione libera della Signoria di Cristo nella nostra vita, con la grazia della Parola, della Vita Ecclesiale e dei Sacramenti, Dio, per così dire ci abilita e spinge dall'interno affinché l'uomo spirituale sia se stesso.

In sostanza qui tocchiamo l'aspetto del potere non del dovere per il dovere.

Se Dio mi chiede qualcosa dunque mi dona se stesso perché io possa compierla con Lui.

Se Cristo mi chiede di perdonare il mio nemico, il quale è sempre il più  vicino affettivamente, non me lo chiede come norma esterna ma come spinta interiore nello Spirito. Ovvio che questo non preclude una mia difficoltà ed una mia lotta; un conto è però cercare di camminare senza gambe ed un conto è farlo con delle gambe sane e perfettamente funzionanti.

Dunque devo sì ma perché posso e perché voglio assieme a Cristo.

Questa chiarezza la dice lunga sulle nostre catechesi in cui parliamo spesso di "dovere" senza annunciare la vera novità in Gesù che è Lui che compie con noi e per noi ogni bene, tutto il bene.

La lotta rimane perché una parte di noi è ferita e legata al mondo e al peccato. Per S. Paolo non c'è alternativa o appartieni a Dio o appartieni al peccato; questo il senso del suo essere debitori.

Questo schieramento non è mai assoluto perché chi di noi ha scelto liberamente di proclamare Gesù Signore della propria vita sa bene che tante zone del suo cuore, della sua persona, sono legate alla "carne" e che vanno orientate, evangelizzate, convertite a Cristo.

La conversione è infatti un cammino costante di tutta la vita.

Ma tornando all'esempio del matrimonio; un conto è dire agli sposi: Gesù è con voi nella scelta, nella fatica e nella capacità di amarvi e di perdonarvi... un conto è dire:

dovete essere fedeli. Punto.

Un conto è parlare di fedeltà un conto è l'essere immersi nell'esperienza della fedeltà di Dio e davanti alle prove della vita scegliere non per opportunismo ma per il bene, per il valore sapendo che il valore non è solo un punto di tensione ma appunto un "valore" cioè ciò che vale e aiuta il me ed il noi. Qui infatti il "valore" non è solo un termine di bene ideale scelto ma, piuttosto, ciò che soprattutto illumina e sostiene la scelta stessa.

Qui il valore è Cristo stesso nella tua carne perché tu non sia più uomo di carne ma uomo spirituale e che dunque la tua vera natura emerga come emerge una farfalla da un bozzolo.

 

 

Il dovere per il dovere

Purtroppo coloro che sottolineano il dovere per il dovere compiono alcuni errori sostanziali:

1 - Non evangelizzano il Dio di Gesù Cristo e deformano l'immagine di Dio

2 - Non sono liberi e non portano alla libertà

3 - Non hanno idea di che cosa sia l'esperienza trasformante di Gesù

4 - Non sanno cosa sia la misericordia

 

1 - Non evangelizzano il Padre perché ne deformano la visione trasformandolo in un censore e fautore di regole e non in un Salvatore profondo della tua umanità; rispettoso della tua libertà e bisognoso di collaborare con te per il regno di Dio. Costoro fanno un pessimo servizio all'umanità e alla Chiesa perché svolgono in certo qual modo quell'operazione satanica che il serpente fece ai nostri progenitori: deformando l'immagine del Padre nel tuo cuore. Fatta questa deformazione le ribellioni che nascono sono spesso non tanto verso il Dio di Gesù Cristo ma verso l'immagine distorta del Padre che è stata trasmessa. E' per questo che il cristiano spesso è chiamato a dire:

"Ma Dio non è così!", tu non lo conosci.

 

2 - Se uno non vive le sue scelte nella libertà trasmette l'incapacità di essere liberi.

La libertà psico-atttudinale nelle scelte è prerogativa sostanziale davanti alle grandi scelte e si costruisce sulla capacità di scegliere nelle piccole scelte. Tornando all'esempio del matrimonio. Come è possibile parlare di fedeltà con chi è strutturalmente infedele nelle piccole cose? Se la mia libertà nasce dalla presa di coscienza di una grazia e di una lotta nello stesso tempo, in sintesi di un'esperienza di Cristo confermata quotidianamente, allora si che posso parlare di libertà perché so cosa vuol dire; la pago con gioia e con fatica ogni giorno sulla mia pelle.

Se sono autentico con me stesso posso parlare di autenticità; se non baro, non mi prendo in giro, allora non prendo in giro neanche chi mi ascolta.

C'è infatti il rischio che io mi adeguo ad un valore non perché credo in esso ma piuttosto perché non sono in grado di sostenere il senso di colpa oppure la pressione sociale.

 

3 - L'esperienza di Gesù è veramente un'esperienza liberante e salvifica. In sostanza mi fa veramente essere più umano, più autentico. Mi rende un testimone.

Qui si fonda la vera missionarietà; la quale non è un "travaso" di contenuti ma la scoperta assieme al fratello e alla sorella della grazia di Gesù nei nostri cuori per una più compiuta e perfetta umanità.

 

4 - Si conosce la misericordia solo quando si fa esperienza di Verità nella propria vita.

Si conosce la Misericordia solo quando si ha radicalmente e profondamente maturato il senso del limite.

La cattiva interpretazione del brano evangelico "siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (Mt. 5,48) può portare ad una sorta di equivalenza:

perfetti=senza peccato=rafforzamento dell'autostima

per cui tutto ciò che infrange questa equazione pone un limite e pertanto va debellato da se stessi e dall'orizzonte circostante; l'equazione invece dovrebbe essere:

perfetti=ricchi di amore=autentici (umili/veri)

Il Padre infatti è perfetto perché ama con viscere di Misericordia e si dimentica per noi.

La Misericordia è legata radicalmente alla percezione umile della nostra indigenza; solo in questa percezione paradossalmente c'è trascendenza e crescita. Se non c'è questa percezione c'è l'inganno che ci siamo costruiti di impeccabilità e di inerranza che rafforza la nostra autostima così come i sintomi di una gravidanza isterica.

Pensiamo di essere vicini alla luce ma in realtà ce ne siamo allontanati non conoscendo il cuore di Cristo. Questo è il capolavoro di satana.. anche noi come Caifa dovremmo riconoscere Cristo ed invece lo mettiamo a morte fuori delle mura di Gerusalemme.

Il "perfetto" non può sostenere di poter sbagliare perché lega il suo cammino spirituale non al suo essere creatura e all'Amore del Padre ma a ciò che compie o ciò che pensa di compiere.

In sostanza si sente forte delle sue opere. (Lc.15,25ss)

L'incapacità di sostenere il senso di colpa significa che non ci adeguiamo ad una valore perché possiamo e perché Dio è con noi ma piuttosto perché non sopportiamo l'idea di un male identificando questo con il peccatore. Non evitiamo il peccato perché amiamo Dio, noi stessi e la sua chiesa, ma piuttosto perché non sopporteremmo il peso del nostro essere "falliti".

Se vuoi sapere quanto veramente sei maturo, e quindi devi perché vuoi e puoi, guarda come ti comporti davanti ad una situazione palese ed oggettiva di peccato. Osserva se guardi il fratello o la sorella con lo Sguardo di Dio o con il tuo. Osserva se punti il dito verso il peccato o verso il peccatore. Fai caso se davanti ad una situazione sconveniente la allontani da te assieme al fratello come se fosse un capro espiatorio da cacciare via.. lui e con esso le tue paure.

Il negativo ed il limite costituiscono infatti una minaccia per il nostro "equilibrio psichico".

Per questo i santi amano più e meglio. Perché conoscono se stessi e non dicono mai l'ultima parola su una persona.

Per questo l'apostolo dice che "la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio" (Gc. 2,13).

Infatti colui che giudica, sotto l'apparenza spirituale, non fa altro che appartenere ed essere

 un uomo di carne; quando facciamo così siamo veramente di scandalo più del peccatore.

La rigidità del cuore, la sclerocardia non è solo prerogativa dei credenti ma anche dei laici.

Psico-socialmente il "gruppo" si protegge dal peccato identificandolo con il peccatore.

Ecco perché gli uomini di Dio amano più ed amano meglio, perché fanno, con lo sguardo di Dio questa distinzione; perché essi stessi hanno vissuto nella propria persona questo sguardo e questo cammino di verità. Alcuni predicatori illuminati, come P. Raniero Cantalamessa, ce lo ricordano.. cosa avremmo fatto noi in quella situazione, con quella educazione, con quella formazione, con quella cultura, con quei genitori.

Questo ovviamente non vuol dire giustificare tutto e relativizzare le scelte morali ma anzi fare proprio una scelta morale, anzi la "Scelta morale".

Proprio la scelta che ha fatto il santo Padre Giovanni Paolo II parlando dei sacerdoti e della pedofilia. Scelta travisata per i motivi psico-sociali precedentemente detti proprio dalla stampa internazionale la quale, nel prurito giornalistico, risponde alle istanze manichee collettive.

Il Papa non ha mai condannato i sacerdoti ma piuttosto i loro atti vergognosi e delittuosi e anzi ha detto, come uomo di Dio, proviamo vergogna per loro. Cioè il Papa si è fatto peccatore tra i peccatori per "guadagnarne" il maggior numero possibile e per evangelizzare correttamente lo sguardo di Dio sui delitti che vengono commessi ai piccoli e all'umanità.

Questo vuol dire rispettare la Parola di Dio e richiamare se stessi ed i fratelli sempre alla possibilità di una conversione. Alla possibilità di una scelta libera e liberante.

 

Amare il prossimo come se stessi

Amare il prossimo come se stessi vuol dire proprio avere verso di lui la benevolenza che sempre abbiamo verso di noi. Qualcuno potrebbe obiettare: ma io certe cose non le farei mai!

Forse.

Ma forse in realtà dici così perché non ti conosci abbastanza e, soprattutto, non ami abbastanza né te stesso, né Dio, né il fratello.

Forse non sai cosa vuol dire la grazia di Dio che è in te e che ti rende veramente debitore verso lo Spirito di Dio e probabilmente stai ancora ragionando con la mentalità del mondo e dell'uomo di carne.

Forse pensavi di essere un giusto ed invece sei all'inizio del cammino.

Forse pensavi di essere libero ed invece sei schiavo delle tue paure e ancora non ti fidi della capacità trasformante dell'Amore di Cristo..

il quale..

anche se perde.. vince sempre!

Questa è la logica del mistero pasquale fondamento del nostro essere cristiani.

Sia che dici si o che dici no dillo per amore di Cristo e nell'Amore di Cristo ed allora libererai te stesso oltre che chi ti sta accanto.

Questo significa far morire le opere del corpo con l'aiuto dello Spirito e vivere!

Dietro la tua "rigidità" forse si nasconde il fatto che non sai cosa vuol dire essere Chiesa!

Far morire le opere del corpo ed essere debitori ed attratti dallo Spirito significa rispondere come la Beata Angela da Foligno alla domanda di Cristo: "Ma tu Angela cosa vuoi?";

risponde la beata Angela: "Voglio Dio!, Voglio Dio!"..

se veramente lo desideri e lo vuoi

sai che egli parla anche dalle oscure zone del tuo cuore

e che Egli, viscere di pietà e di Amore,

pone il Suo sguardo nel fratello la dove nessuno oserebbe nemmeno "sporcarsi le mani!"

  

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