Vorrei poter sapere di più su questo argomento: Si
sostiene che Pietro fosse il vescovo di Roma, ma non pare nemmeno certo che
a Roma egli si sia fermato per un certo tempo (i più accreditati studiosi
gli attribuiscono al massimo tre anni di permanenza nella città). E' invece
sicuro che nella lettera di Paolo del 58 d.C., indirizzata ai Romani, egli
menziona personalmente 29 individui, ma non saluta affatto Pietro. Omissione
sconcertante se Pietro fosse stato formalmente il vescovo di Roma.
D'altra parte non c'era alcuna ragione per la quale Pietro dovesse essere
vescovo a Roma. Non era nemmeno stato vescovo a Gerusalemme, dove, dopo la
morte di Gesù, capo della Chiesa era diventato Giacomo, il fratello del
Signore.
C'è poi anche il fatto stranissimo che il nome di Pietro non appare nei
primi successivi (all'epoca di Pietro) elenchi dei vescovi di Roma. Ireneo,
vescovo di Lione dal 178 al 200 d.C., che può citare con assoluta precisione
la propria personale sequenza di "tradizione" vescovile sino a risalire
direttamente all'apostolo Giovanni, elenca tutti i vescovi di Roma fino al
dodicesimo, Eleuterio, ma, come primo vescovo, parte da tale "Lino".
Altrettanto si ritrova nella "Costituzione Apostolica" dell'anno 270, nella
quale si precisa che Lino ottenne la sua nomina direttamente da Paolo.
Grazie
Pax
Carissimo, fino al 1400 nessuno aveva messo in dubbio la presenza di San
Pietro a Roma, e la cosa è talmente certa che anche protestanti e ortodossi
oggi la ammettono. Lascio la risposta a un magistrale scritto di Mons.
Arialdo Beni, premettendovi solo alcune brevi considerazioni.
Innanzi tutto dobbiamo considerare che alcune difficoltà circa la presenza a
Roma di San Pietro depongono a favore di questa. Siamo certi che la Chiesa
primitiva non vuole "montare" qualcosa di falso; una certa differenziazione
delle testimonianze - una volta assodato la storicità di un certo fatto -,
depone a favore della sua veridicità: un giudice guarda sempre con sospetto
le testimonianze perfettamente convergenti.
Detto questo, entriamo in media res:
I. Il nuovo Testamento senza dubbio proclama il primato di Pietro: Gesù
conferisce il primato a Pietro personalmente; Gesù non parla ancora di
primato della Chiesa di Roma: soltanto Luca, alla lista di 12 popoli
presenti a Gerusalemme il giorno di pentecoste (elenco classico) aggiunge,
quale tredicesimo, Roma.
Testimoni antichissimi attestano il primato della Chiesa Romana, compresi
Sant'Ireneo e CostituzioneApostolica.
Qual è il termine medio del passaggio del primato alla Chiesa di Roma se non
la presenza di chi il Primato l'aveva ricevuto personalmente?
II. Tra i reperti archeologici Romani, il maggior numero di dipinti
raffigura Gesù Buon Pastore; ma subito dopo abbiamo l'immagine di Pietro,
indipendentemente da San Paolo e da altri santi. E spesso San Pietro è
raffigurato sotto a Mosè, come nuovo Mosè: Pietro, vicario di Cristo, è il
nuovo legislatore.
III. E' difficile mettere in dubbio le testimonianze circa il martirio di
San Pietro a Roma. Anche qui la presenza di tradizioni diverse e di
particolari che alcuni definiscono leggendari è un elemento a favore: Di
solito una leggenda si forma sempre attorno a una verità storica ammessa e
conosciuta da tutti.
IV. La tomba di San Pietro è a Roma, in Vaticano.
V. S.Ireneo scrive: "avendo fondato e costruito la Chiesa (a Roma), i beati
apostoli affidarono la funzione dell'episcopato a Lino, ecc...." Adv. Haer:
3, 3, 2.: quindi San Pietro a Roma non è omesso da Sant'Ireneo, come Lei
afferma erroneamente.
VI elemento La "costituzione apostolica" è su tanti punti inattendibile.
Ma ora passo la parola a Mons. Arialdo Beni, che magistralmente espone tutta
la questione.
IL SOGGIORNO DI SAN PIETRO A ROMA (Testo tratto da: Arialdo Beni, La nostra Chiesa Firenze: LEF, 1976, pp.
477-491)
La venuta di S. Pietro a Roma non fu mai contestata sistematicamente fino al
secolo scorso.
Secondo il grande inquisitore Pietro Moneta [1] i Valdesi e, nel secolo XIV,
Marsilio da Padova, negavano che tale venuta potesse esser dimostrata dalla
Bibbia. Anche al tempo della Riforma soltanto voci isolate, fra le quali
ricordiamo particolarmente Ulrico Veleno [2] e Federico Spanheim [3],
osarono attaccare la tradizione, contro la quale, nell'epoca quasi-moderna,
troviamo schierata l'intera Scuola di Tubinga (Baur, Schwegler, Zeller,
Straub, Lipsius, ecc...).
Oggi soltanto qualche scrittore inacidito e spaesato si ostina a negare un
fatto che ha ormai la saldezza del granito [4]. La maggior parte degli
stessi acattolici sono ritornati all'antica tradizione [5].
Anche i Protestanti tedeschi, che pur avevano un tempo contestato
accanitamente la venuta di Pietro a Roma, hanno finito per far macchina
indietro. Così per esempio, Harnack [6], Lietzmann [7], Caspar [8], M.
Dibelius [9], H. von Campenhausen [10], ecc.
Harnack scrive testualmente: "Il martirio di S. Pietro a Roma è stato negato
dai tendenziosi pregiudizi protestanti ed in seguito dai preconcetti dei
critici partigiani... Non vi è studioso che attualmente esiti a riconoscere
che questo fu un errore " [11].
Il russo Basilio Bolotov dichiara che negare la venuta di Pietro a Roma
equivale a rigettare ogni verità storica [12].
Cullmann, riassumendo la sua indagine sulla vita e l'attività dell'apostolo
Pietro, cosi si esprime: "Se vogliamo riassumere, diremo che, durante la
vita di Gesù, Pietro ha occupato tra i discepoli una posizione di
preminenza; che dopo la morte di Cristo, egli ha per alcuni anni governato
la Chiesa di Gerusalemme, poi è diventato capo della missione
giudeo-cristiana; che in questa qualità... egli è venuto a Roma ad una data
che non si può determinare, ma che non ha dovuto precedere di molto la sua
fine: che egli è morto martire in questa città sotto il regno di Nerone,
dopo avervi esercitato la sua attività durante un tempo assai breve " [13].
1. Le testimonianze
1. La prima allusione abbastanza chiara al soggiorno romano di Pietro si ha
nella Scrittura. Lo stesso S. Pietro, scrivendo ai cristiani dell'Asia
Minore, t&rmina la sua lettera con queste parole: "Vi saluta [la Chiesa] che
è coadunata in Babilonia, e Marco il mio figliuolo " [14].
Ma che cos'è questa "Babilonia? " La parola, di per s&, potrebbe essere
presa in senso letterale, come anche in senso metaforico. Praticamente, non
possiamo prenderla che in quest'ultimo senso. Di città che portassero
infatti quel nome, allora, non ce n'erano che due: Babilonia di Mesopotamia
e Babilonia d'Egitto.
Se non che, la prima, un tempo celeberrima, era stata, allora, abbandonata
dai Giudei e, secondo la descrizione di Plinio e di Strabone, non era più
che un " grande deserto ". Comunque, non vi si trovavano ancora i cristiani.
Costoro, al dire del Talmud, vi faranno la loro comparsa solo al III sec.
Nel saluto della I Petri non si può dunque, trattare di questa Babilonia di
Mesopotamia.
La seconda città di tal nome, l'attuale Cairo, era, in quell'epoca, un
piccolo forte militare, quasi sconosciuto. A parte che da un "castrum "
militare non si usa datare le lettere, è sommamente improbabile che il
Principe degli Apostoli si trovasse a dirigere una minuscola comunità
cristiana, quale poteva esser quella di una località cosi ristretta.
Del resto, siccome la Chiesa siriaca formerà quasi una cosa sola con la
Chiesa mesopotamica; siccome, poi, anche l'Egitto ha avuto più di un santo
Padre che ha scritto di Pietro, perch&, nelle rispettive tradizioni di
queste chiese, non fare mai neanche un accenno al " salutat vos "
dell'Apostolo, al suo soggiorno babilonese, se ciò le avesse riguardate?
"Babilonia ", dunque, non può avere che un senso metaforico.
Come già nell'Apocalisse di S. Giovanni (c. 17-18) e nei Libri Sibillini, il
nome di "Babilonia " designa la Roma pagana. Così l'interpretarono,
oltretutto, gli scrittori antichi, quali Papia, Clemente Alessandrino,
Eusebio di Cesarea, S. Girolamo; in tal senso lo prendono tutti gli esegeti
cattolici moderni insieme anche a molti protestanti. Lo stesso Renan
asserisce: "In questo passo Babilonia designa evidentemente Roma; è in tal
modo che si chiama, nelle comunità primitive, la capitale dell'impero "
[15].
Se nella Scrittura "Babilonia " è il tipo della città depravata.
effettivamente Pietro - che era tanto amante, d'altronde, del linguaggio
metaforico (cfr. 2, 2; 2, 4 sgg.; 3, 18 sgg.; 5, 8 sgg.) - non poteva
scegliere nome più adatto per indicare quella capitale, nella quale - al
dire di Tacito - "confluiva da ogni parte e veniva celebrato tutto ciò che
sa d'atroce e di vergognoso " [16].
Non va dimenticato, infine, che l'Apostolo proprio in quel tempo era
probabilmente braccato dalla polizia imperiale di Nerone. Per cui, onde
evitare il pericolo di essere scoperto, nulla di strano che sia ricorso
all'uso di un nome simbolico. "Babilonia " è, dunque, sinonimo di Roma.
Pietro ha scritto da Roma: Pietro è stato a Roma.
Un'altra chiara allusione al soggiorno romano di Pietro si trova nella
celebre Lettera ai Corinti di Clemente. Dopo aver parlato (c. 5) delle
sofferenze e del martirio delle "più grandi e giuste colonne ", "i buoni
apostoli " Pietro e Paolo, soggiunge: "A questi uomini che vissero
santamente si unì una grande moltitudine di oltraggi e tormenti, divennero
esempio bellissimo in mezzo a noi, (gr. en &m&n) " [17]. La "grande
moltitudine " del testo è sicuramente quella stessa di cui parla Tacito, Ann.
15, 44, multitudo ingens, e cioè la moltitudine delle vittime sacrificate a
Roma durante la persecuzione neroniana. Ora proprio a questa moltitudine,
che è stata "di bellissimo esempio fra noi ", e cioè a Roma [18], vengon, da
Clemente, associate anche le due colonne Pietro e Paolo.
Dunque - qualora non si voglia arbitrariamente supporre una associazione
insensata di fatti senza nesso fra di loro - anche i due apostoli
apparterranno allo stesso martirologio romano. Pietro e Paolo - questa la
testimonianza di Clemente - hanno subito il martirio a Roma, sotto Nerone.
Verso il 107 Ignazio d'Antiochia, scrivendo ai cristiani di Roma, dopo
averli scongiurati a non voler impedire che sia "macinato dai denti delle
belve ", menziona espressamente Pietro e Paolo: "Io non vi comando come
Pietro e Paolo. Essi erano Apostoli, io sono un condannato; essi erano
liberi, io, finora, sono uno schiavo " [19]. Parole, queste, che non
avrebbero un fondamento, n& un significato, se non supponessero un governo
di Pietro nell'Urbe.
Nessuna tradizione, d'altronde, ci parla di un comando esercitato per
lettera. Se Pietro e Paolo hanno comandato ai Romani, devono averlo fatto di
persona: Pietro e Paolo sono stati a Roma.
Dionigi, Vescovo di Corinto, in una lettera al Papa Sotère, del 166-170
circa, attesta esplicitamente:
"Tutt'e due (Pietro e Paolo), venendo nella nostra città di Corinto, ci
ammaestrarono nella dottrina evangelica; indi se ne andarono in Italia ed,
avendo istruiti allo stesso modo voi (Romani), contemporaneamente subirono
il martirio " [20].
Secondo Eusebio di Cesarea, tanto Clemente Alessandrino come Papia (+ 150),
vescovo di Gerapoli, testimoniano espressamente che Pietro predicò a Roma la
catechesi apostolica che poi fu messa per iscritto da S. Marco "suo
interprete " dietro preghiera dei cristiani stessi di quella comunità (Stor.
Eccles. 3, 39, 15; 6, 14, 7. MG. 20, 299; 551).
Ireneo di Lione (+ 202) parla, a più riprese di Pietro e del suo apostolato
nell'Urbe. "Matteo - attesta nell'Adversus Haereses - ha scritto per gli
Ebrei e nella loro lingua, al tempo in cui Pietro e Paolo evangelizzavano
Roma e vi fondavano la Chiesa ".
E un po' più avanti, dopo aver affermato che "...la massima ed antichissima
Chiesa, da tutti conosciuta, [è stata] fondata a Roma dai due gloriosissimi
Apostoli Pietro e Paolo " [21], riporta un catalogo dei Papi, che scende
fino ad Eleuterio, con queste precise parole: "avendo fondato e costruito la
Chiesa (a Roma), i beati apostoli affidarono la funzione dell'episcopato a
Lino, ecc.... " [22].
Secondo Tertulliano, Pietro venne a Roma fatto simile al Signore nel
martirio " (De Praescriptione haeret. 36. ML. 2, c. 9) e battezzò nel Tevere
(De Baptism. 4. ML. 1, 1203).
Da Eusebio ci vien tramandato anche un frammento di un opuscolo composto dal
presbitero Gaio contro il montanista Proclo sotto Papa Zeffirino (200-217),
in cui si accenna ai "sepolcri " gloriosi di Pietro e di Paolo in questi
termini: " Io posso mostrarti i trofei ( = sepolcri) degli Apostoli. Se
vorrai recarti nel Vaticano o sulla via Ostiense, troverai i trofei di
questi due, che fondarono questa Chiesa " [23].
Origene (+ 250), nel suo Commentario alla Genesi, scrive: "Pietro sembra
aver predicato nel Ponto, nella Galazia, nella Bitinia, nella Cappadocia,
nell'Asia, ai Giudei della Dispersione. Finalmente, venuto a Roma, vi fu
crocifisso con la testa all'ingiù " [24].
Nel secolo IV la convinzione che S. Pietro fosse il fondatore della Chiesa
di Roma era universale e ormai la documentazione è ricchissima.
2. Una luminosa conferma alle testimonianze storiche ci viene fornita
dall'Archeologia
a) Un'iscrizione, detta della platonia (corruzione forse di "platoma " -
lastra di marmo), posta, da quell'appassionato cultore delle antiche memorie
cristiane che fu Papa Damaso (+ 384), nelle Catacombe di S. Sebastiano, al
terzo miglio della via Appia, suona così: "Tu che domandi sul nome di Pietro
e di Paolo, sappi: qui un tempo hanno abitato i due santi. L'Oriente mandò i
discepoli, lo ammettiamo; - ma a causa del loro martirio sanguinoso - poich&
essi sono saliti dietro a Cristo attraverso le stelle alla sede celeste e
sono arrivati al regno dei beati - Roma ha ottenuto con maggior diritto di
considerarli come suoi cittadini. Questo vuol cantare Damaso a vostra
gloria, o nuove stelle " [25].
La frase "qui un tempo hanno abitato i due santi " ci lascia perplessi: si
deve pensare ad una dimora vera e propria degli Apostoli, o ad una loro
sepoltura? Non c'è nessun argomento che favorisca la prima ipotesi. Quanto
alla seconda (sepoltura), il Presbitero Romano Gaio, come abbiamo sentito
sopra, ci fa sapere che verso il 200 le ossa degli Apostoli si trovavano al
Vaticano e sulla via Ostiense. Ora, questa testimonianza non sarebbe per
caso in contraddizione con la frase damasiana?
Non sembra. Secondo una teoria, assai condivisa dagli archeologi, le cose
sarebbero andate cosi: mentre Paolo era stato seppellito sulla via Ostiense,
Pietro inizialmente venne seppellito al Vaticano, dove si trovava ancora al
tempo del prete Gaio. Nel 258 (anno terribile della persecuzione di
Valeriano, nel quale, fra l'altro vennero sequestrati i cimiteri) i
cristiani - sia forse per salvarle dalla profanazione, sia per aver la
possibilità di venerarle più facilmente - trasportarono le reliquie del loro
primo Vescovo e di S. Paolo lontano dalla città, nelle Catacombe di S.
Sebastiano. Fintanto che, terminata la persecuzione, dopo il 260, non le
ricollocarono di nuovo nel loro sepolcro originario [26].
b) Che i corpi dei due apostoli abbiano, per un certo periodo, riposato
nelle catacombe di S. Sebastiano, lo provano evidentemente alcune
importantissime scoperte fatte tra il 1915-1916 sotto la parte anteriore di
quella Basilica. In una stanza, chiamata dagli archeologi "Triclia " ( =
sala da pranzo), è stata trovata infatti un'intera parete piena zeppa di
graffiti, anteriori al periodo costantiniano, nei quali ritornano
costantemente i nomi di Pietro e Paolo con più di cento invocazioni d'ogni
specie in greco e in latino, o anche in latino con caratteri greci. "Paolo e
Pietro, pregate per Vittore! "; "Paolo, Pietro, pregate per Erato! ";
"Pietro e Paolo, venite in aiuto a Primo peccatore! "; "Pietro e Paolo,
ricordatevi di Antonio Basso! "; " Pietro e Paolo, proteggete i vostri
servi! ".
Parecchie iscrizioni accennano anche al refrigerium, una specie di banchetto
funebre, d'origine pagana, che si celebrava in onore dei defunti. "Io, Tomio
Celio, ho tenuto il refrigerium per Pietro e per Paolo "; " Dalmazio ha
celebrato il refrigerium "; "Io ho fatto un refrigerium presso Pietro e
Paolo " [27].
c) Da antiche memorie, come per esempio il Liber Pontificalis [28], sapevamo
che Costantino verso il 315 aveva eretto una grandiosa Basilica sulla tomba
originaria e... definitiva di S. Pietro al Vaticano. La monumentale Chiesa,
a cinque navate, resistette fino agli inizi del 1500, quando Giulio II
decise di costruirne una più grande, più sontuosa, quella attuale,
sormontata dalla cupola di Michelangelo.
Essendo stati scoperti, in occasione della sistemazione della tomba di Pio
XI, ambienti prima sconosciuti, Pio XII, il 28 giugno 1939, dette ordine di
iniziare degli scavi sistematici sotto la Basilica di S. Pietro.
Le diligentissime ricerche hanno portato alla più luminosa conferma dei dati
offerti dall'antichissima tradizione [29].
E cioè: sotto il livello dell'attuale basilica, alla profondità di parecchi
metri, furono ritrovati i resti dell'antica basilica costantiniana, e al di
sotto di essa venne alla luce una vasta zona cimiteriale pagana con elementi
cristiani, anteriore all'imperatore Costantino (morto nel 337). La zona era
attraversata, nella direzione dell'asse centrale della basilica, da una via
romana, fiancheggiata da ricchi mausolei gentilizi del secondo e terzo
secolo dopo Cristo. La via andava a sfociare in una specie di piazzuola
circondata da varie tombe a inumazione della fine del primo secolo, scavate
nella nuda terra, proprio nel punto che, sul piano dell'attuale basilica,
corrisponde all'altare della "Confessione ".
La disposizione e l'antichità di quelle tombe erano tali che i quattro
archeologi preposti agli scavi, pensarono di essere ormai vicini alla tomba
del primo Papa. E infatti si presento loro, in corrispondenza diretta con
l'attuale altare papale, una costruzione quadrangolare, ornata di marmi rari
e di porfido, dell'età costantiniana. Aperta una breccia, gli archeologi vi
scoprirono l'antico trofeo di Gaio. Era una specie di edicola funeraria,
appoggiata a un contemporaneo muro (il muro rosso, chiamato cosi dal colore
dell'intonaco) e costituita da due piccole nicchie sovrapposte, divise da
una mensa di travertino sorretta da due colonnine di marmo. Pot& essere
fissata anche l'epoca della costruzione del muro e dell'edicola: circa
l'anno 150.
Un muro, aggiunto successivamente poco sopra l'edicola (il così detto muro
g), risultò coperto da una vera selva di graffiti, ossia di iscrizioni
incise sull'intonaco da pii visitatori. La professoressa Guarducci, dopo due
anni di studio, riuscì a decifrarli, ricavandone una serie di acclamazioni e
invocazioni cristiane di vittoria e di pace per i defunti. Varie volte il
nome di Pietro vi appariva unito al nome di Cristo e persino di Maria!
Spesso il nome di Pietro era scritto solo con le due iniziali maiuscole PE;
oppure la E era attaccata alla base della P e ne risultava un segno a forma
di chiave:
P
E.
Allusione evidente alle chiavi di San Pietro. I graffiti risalgono alla fine
del terzo secolo e agli inizi del quarto.
Sotto l'edicola furono trovati i resti di una tomba terragna, stranamente
vuota e quasi distrutta, mentre le tombe vicine contenevano ancora delle
ossa. Alcuni resti di ossa umane furono ritrovati addosso al muro rosso, e
altri nella zona circonvicina.
Non poteva più esserci alcun dubbio: quella fossa, difesa dall'edicola e
inglobata da Costantino entro la sua costruzione ornata di marmi preziosi e
di porfido, era la tomba umilissima del primo Papa!
Pio XII, nel messaggio natalizio del 1950, ne diede il festoso annunzio: "è
stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la
conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo sì.
La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata ". E il Papa
proseguiva: "Una seconda questione, subordinata alla prima, riguarda le
reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute? ". La risposta non pot&
essere altrettanto positiva: furono sì ritrovati resti di ossa umane al
margine del sepolcro, ma come si sarebbe potuto garantirne la sicura
appartenenza a San Pietro? Restava però intatta la realtà storica della
tomba, e il Papa poteva concludere: "La gigantesca cupola s'inarca
esattamente sul sepolcro del primo Vescovo, di Roma, del primo Papa:
sepolcro, in origine, umilissimo, ma sul quale la venerazione dei secoli
posteriori, con meravigliosa successione di opere, eresse il massimo tempio
della Cristianità ".
Rimaneva dunque aperta la seconda questione, riguardante le reliquie
dell'Apostolo. Erano state veramente ritrovate? Ed ecco la seconda pagina di
questa storia meravigliosa.
La professoressa Guarducci nel 1953 iniziò il delicato lavoro di
decifrazione dei graffiti del muro g.
Notò subito, incavato nello spessore del muro, un piccolo vano segreto,
foderato di lastrine di marmo, ma scardinato e inspiegabilmente vuoto. Venne
a sapere dal sampietrino che aveva eseguito i lavori che, durante gli scavi,
mons. Ludovico Kaas, segretario economo della Fabbrica di San Pietro, senza
dir nulla ai quattro archeologi, aveva fatto aprire il ripostiglio e ne
aveva asportato il contenuto. Aveva trovato ossa umane, pezzettini di stoffa
di porpora ricoperti di fili d'oro purissimo, frammenti di marmo e di
intonaco rosso, ossicini di animali... Fece rinchiudere tutto in una
cassettina di legno e vi aggiunse un suo biglietto con le indicazioni
essenziali, poi depose la cassetta in un ambiente della medesima zona di
esplorazioni. Quella cassetta, in seguito alla morte di mons. Kaas, era
stata dimenticata; nel 1953 il sampietrino andò a prelevarla e la consegnò
alla professoressa Guarducci, la quale impegnata a decifrare i suoi
graffiti, si limitò solo a osservarne il contenuto, senza annettervi
eccessiva importanza.
Nel 1956, per ordine di Pio XII, vennero affidati al prof. Venerando
Correnti, direttore dell'Istituto di Antropologia all'Università di Palermo,
i due gruppi di ossa che erano state ritrovate attorno alla tomba di San
Pietro, perch& ne facesse un accurato esame. Gli fu pure consegnata, a
parte, la famosa cassetta.
L'esame, minuziosissimo, si protrasse per vari anni. Alla prova dei fatti,
le ossa del primo gruppo risultarono resti di tre individui, di cui uno
quasi certamente di sesso femminile; mentre quelle del secondo gruppo
appartenevano addirittura a quattro individui diversi. Non si poteva quindi
individuarvi i resti di San Pietro.
Nella primavera del 1964 venne ultimato l'esame delle ossa contenute nella
cassetta. Il responso risultò sorprendente: esse costituivano circa la metà
di uno scheletro (rappresentato in quasi tutte le sue parti, compreso il
cranio), e appartenevano ad un unico individuo di sesso maschile, di
corporatura robusta, di età fra i sessanta e i settant'anni, di altezza tra
m. 1,64 e 1,65.
I dati offerti dall'esame scientifico delle ossa corrispondevano in pieno
alle caratteristiche di San Pietro: corporatura robusta, altezza più che
normale per un palestinese di quei tempi, età avanzata: una vera rarità per
un'epoca in cui, secondo i calcoli degli scienziati, la media della vita
umana non superava i 25-30 anni.
Quei resti erano stati rinvenuti gelosamente nascosti entro lo spessore del
muro g, ricoperto di graffiti inneggianti all'Apostolo, situato proprio
sulla sua primitiva fossa, che non per nulla era stata trovata semidistrutta
e vuota. Aderente alle ossa, fu notata della terra che, all'esame
scientifico, risultò la stessa della fossa sottostante. Dunque quelle ossa,
ritenute sicuramente di San Pietro, Costantino le aveva fatte estrarre dalla
fossa e le aveva nascoste - all'asciutto e al sicuro - nel vano rivestito di
marmo del muro g, che egli poi aveva inglobato - con il muro rosso e il
trofeo di Gaio - entro il suo mausoleo ricoperto di marmi rari e di porfido.
Una nuova conferma si può avere nei pezzettini di stoffa di pura porpora
imperiale rivestita di fili d'oro finissimo: dunque., l'e ossa erano di un
personaggio a cui l'imperatore non aveva trovato eccessivo rendere onori
regali! I frammenti di marmo e di intonaco rosso non fanno che confermare
che quelle ossa erano state asportate proprio dal misterioso ripostiglio
addossato al muro rosso e scheggiato nei suoi marmi al momento della
estrazione: il che del resto risultava pure dal logoro biglietto di mons.
Kaas, che ne indicava la provenienza.
E la presenza di ossicini di animali (bue, pecora, gallinaccio, ecc.),
trovati frammisti alle ossa umane? Essa in un primo momento sorprese e
sconcertò un poco, tanto più che analoga presenza riguardava pure gli altri
due gruppi di ossa. Alla fine però quegli ossicini si dimostrarono anch'essi
provvidenziali per una conferma definitiva: la loro presenza indicava,
infatti, che il corpo di San Pietro era stato inumato in un terreno che, al
tempo di Nerone, era ancora coltivato, e cioè prima di essere trasformato
definitivamente in vero e proprio cimitero. Dunque, la tomba di San Pietro
risale... all'epoca del suo martirio!
Ma un'altra prova era destinata a porre l'ultimo suggello. Osservando bene
entro il vuoto ripostiglio, la Guarducci vi aveva decifrato una brevissima
iscrizione, in lingua greca, con lettere tracciate stentatamente, che
tradotte in italiano suonano cosi: Pietro è qui dentro. Dunque, prima che il
muro dei graffiti, col suo ripostiglio segreto e il suo prezioso contenuto,
venisse incluso nel monumento costantiniano, una mano si introdusse furtiva
nel piccolo vano e incise con difficoltà, sull'intonaco del muro rosso che
faceva da parete, le fatidiche parole, quasi a suggellare e tramandare ai
posteri il ricordo di quella traslazione memorabile: "Pietro è qui dentro ",
parole che oggi costituiscono per noi come una specie di "autentica " per le
reliquie del Principe degli Apostoli, e ancor più per la sua venuta a Roma.
Davanti alle stesse pietre che parlano, la verità della venuta e della morte
di S. Pietro a Roma s'illumina di tanta luce, che, se al tempo di Harnack
era da ciechi il rinnegarla, oggi sarebbe addirittura da pazzi.
Un'obiezione, che spesso ci sentivamo ripetere dai negatori del soggiorno
romano di Pietro era la seguente: Se Pietro era già stato nella capitale e
vi si trovava ancora, perch& S. Paolo, scrivendo nel 58 ai Romani, non gli
manda neppure un saluto? perch& non lo ricorda nemmeno?
Veramente, il silenzio di uno, o di pochi, non può mai annullare un coro
così potente di voci tutte concordi ed unanimi. Tanto meno, quando ci siano
delle ragioni che lo giustifichino appieno. Prima di tutto, "se si ammette
che Pietro era presente a Roma - dice il Garofalo - quando Paolo scriveva, è
necessario fare un'osservazione ovvia. Quando Paolo ha inviato la sua
lettera alla comunità di Roma, a chi l'ha indirizzata? Alla comunità,
naturalmente; ma una lettera non si consegna ad una folla; si consegna ad
una persona, la quale, in questo caso, non poteva essere che il capo della
Chiesa. E allora che bisogno c'era, in una lettera mandata alla comunità,
tramite il capo, di nominare il capo stesso? " [30].
Non va dimenticato, d'altra parte, che siamo in tempi calamitosi, in cui è
necessario uno spirito di somma discrezione per non arrecar danno alla
Chiesa nascente. Ora, se l'Eucarestia era una cosa da nascondere, certamente
non era meno da nascondere il capo della Chiesa, S. Pietro.
Del resto, nell'elogio caloroso della fede dei Romani "celebrata in tutto il
mondo " (1, 8), nella confessione che Paolo fa di aver come regola di non
invadere il campo degli altri "per non edificare su fondamento altrui " (15,
29), nella protesta di voler venire a Roma non per insegnare, ma per
consolarsi (1, 11 e 12), per "saziarsi " (15, 24), ecc. ... non c'è, forse,
tutta una trasparente, allusione ad un fondatore, di quella Chiesa, più
importante dell'apostolato stesso dei pagani, una allusione a S. Pietro?
Comunque, una risposta più radicale all'obbiezione potrebbe essere anche
questa: Paolo non saluta Pietro, perch& costui si trovava momentaneamente
assente da Roma.
NOTE
1 Adversus Cath. et Wald., V, 2, p. 411 (Ed. Roma, 1743).
2 Nel 1520 pubblicò uno scritto intitolato: Tractatus quod Petrus Apostolus
numquam Romae fuerit.
3 De ficta profectione Petri Apostoli in Urbem Romam, Leydae, 1679.
4 Fra i moderni negatori ricordiamo: CH. GUIGNEBERT, La Primaut& de Pierre
et la venue de Pierre à Roma, Parigi 1909; N. KÉPHALAS, Mel&t& istorik& peri
ait&&n to& sk&smatos, Atene, 1911, pp. 12-40; F. DI SILVESTRI FALCONIERI,
L'Apostolo S. Pietro è mai stato in Roma?, 1925; J. TURMEL, Histoires des
dogmes, III, La Papaut&, Paris, 1933, p. 105 sg.; K. HEUSSI, War Petrus in
Rom, Gotha 1937; M. GOGUEL, Les premiers temps de l'Église, pp. 220-225,
è... fra color che son sospesi! Dopo aver tentato di negare il valore alle
testimonianze e ai fatti generalmente addotti per provare la venuta di S.
Pietro a Roma, così conclude: "Se l'argomento decisivo in favore della
Tradizione fa difetto, non si può avanzare alcun fatto o alcun testo che
stabilisca che Pietro non è venuto a Roma e non vi ha subito il martirio.
Una critica prudente deve confessare qui la sua impotenza. Una cosa
solamente sembra certa, e cioè, che se Pietro è venuto a Roma e vi è morto
martire, egli non c'è venuto che tardi ". Per una storia dettagliata della
questione, vedi O. CULLMANN, Saint Pierre, Neuch&tel 1962, pp. 62-67.
5 J. MARX, Manuale di Storia Ecclesiastica, I, Firenze, 1913, p. 38, cita -
fra i protestanti che ammettono il fatto storico - Neander, Guericke, Hase,
Leipnitz, Hilgenfeld, Hundhausen, Lightfoot, Gieseler. A costoro potremmo
aggiungere, fra i viventi: O. Cullman, E. Molland, A. Fridrichsen, G. Kr&ger,
C. T. Craig, C. King, I. Munck.
6 Chronologie der altkirchlichen Literatur, I, Berlino, 1897, p. 244.
7 Petrus und Paulus in Rom, II ed., Berlino 1927, specialmente c. 13 e 14;
Petrus r&mischer M&rtyrer, Berlin, 1936, p. 13.
8 Die <este r&mische B&schofsliste, Weimar, 1926.
9 Rom und die Christen im 1. Jahrundert, 1942.
10 Verk&ndigung und Forschung, 1946-47, p. 230.
11 O. c., p. 244.
12 Lezioni di Storia dell'antica Chiesa (in russo), t. III, Pietrogrado
1913, p. 279.
13 O. c. p. 171.
14 1 Petri, 5, 13: "Salutat vos Ecclesia, quae est in Babylone co&lecta, et
Marcus filius meus ".
15 L'Ant&christ, p. 122. O. CULLMANN, op. cit., p. 72, ritiene la nostra
spiegazione "di gran lunga la più verosimile ".
16 Annali, 15, 44.
17 1 Clementis, 6, KIRCH, 8-9.
18 en &m&n, ovverosia fra coloro in mezzo ai quali si trova appunto
Clemente. Siccome costui è romano e scrive la sua lettera da Roma, en &m&n è
evidente sinonimo della comunità romana.
19 Ad Rom. 4, 3.
20 In EUSEBIO, Stor. Eccl. 2, 25, 8. MG. 20, 210.
21 Ivi, 3, 3, 2. MG. 7, 848.
22 Ivi, 3, 3, 2. MG. 7, 849.
23 Stor. Eccles. 2, 25, 5-7. MG. 20, 207.
24 In EUSEBI0, Stor. Eccles. 3, 1. MG. 20, 215.
25 L'iscrizione, di cui è andato perso l'originale, ci è stata trasmessa dai
manoscritti e da una copia incompleta del III secolo. La puoi trovare, fra
gli altri, in ML. 13, 382.
26 Anche antichi itinerari ci fanno credere che le tombe degli Apostoli
furono per qualche tempo Ad Catacumbas.
27 La Depositio Martyrum nell'opera di Filocalo (a. 354) sembra esigere un
trasporto del corpo di S. Pietro in Catacumbas sotto il consolato di Tusco e
di Basso, e cioè verso il 258. Cfr. L. HERTLING - E. KIRSCHBAUM, Le
Catacombe romane e i loro martiri, Roma 1949, pp. 95-110.
28 Cfr. O. MARUCCHI, op. cit., pp. 87-97 e 175-198; L. HERTLING-E.
KIRSCHBAUM, op. cit., pp. 88-90. Furono proprio queste scoperte che decisero
l'acattolico Hans Lietzmann a sostenere a spada tratta la venuta
dell'Apostolo a Roma, nella seconda ediz. del suo ormai famoso vol.: Petrus
und Paulus in Rom, Berlino 1927, spec. pp. 226-238. Cfr. anche F. TOLOTTI,
Ricerche intorno alla Memoria Apostolorum, in " Riv. di arch. crist. ", 22
(1946), pp. 712; 23-24 (1947-1948), pp. 13-116; E. GRIFFE, La l&gende du
transfert des corps de S. Pierre et de S. Paul ad Catacumbas, in "Bullettin
de litt&rature eecl&siastique publi& par l'Institut Catholique de Toulouse
", 1951, pp. 183-200. Liber pontificalis, ed. Duchesne, p. 176.
29 Per più ampie informazioni cfr. A. FERRUA, Nelle Grotte di S. Pietro, in
"Civiltà Catt. ", 92 (1941), III, pp. 358-365; 423-433; ID., Nuove scoperte
sotto S. Pietro, in "Civiltà Catt. ", 93 (1942), IV, pp. 73-86; 228-241; La
storia del sepolcro di S. Pietro, in " Civiltà Catt. ", 103 (1952), 1, pp.
15-29; E. KIRSCHBAUM, Gli scavi nelle Grotte di S. Pietro, in "Gregorianum
", 29 (1948), pp. 544-557; L. HERTLING - E. KIRSCIIBAUM, op. cit., pp.
105-111; F. APOLLONI GHETTI - A. FERRUA - E. KIRSCHBAUM - E. JOSI,
Esplorazioni sotto la confessione di S. Pietro, I, pp. 107-144; O. CULLMANN,
Saint Pierre, pp. 123-136 (il quale, però, mentre ammette che sia stato
ritrovato il "tropaion " di cui parla il presbitero Gaio, contesta la verità
del ritrovamento della tomba). M. GUARDUCCI, La tomba di S. Pietro, Roma
1949; Le reliquie di Pietro sotto la confessione della Basilica Vaticana,
Roma 1965.
30 S. GAROFALO, La prima venuta di S. Pietro a Roma nel 42, p. 19.
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