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Asia news
| Torturato perché sono sacerdote |
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| Scritto da Administrator | |
| giovedì 10 gennaio 2008 | |
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Ora è a Damasco, parroco nella cittadina di Sednaya. È dovuto fuggire con la sua famiglia. «Qui in Siria - racconta lui stesso ad AsiaNews - non è vita, aspettiamo solo il via libera dalle diplomazie occidentali per poter partire e tentare l'impresa di ricostruirci un futuro, speranza alimentata solo dalla nostra fede». Padre Hani, aveva già ricevuto minacce personali prima del suo sequestro? Quando mi hanno rapito, ero rientrato in Iraq dal Libano da appena un anno. A Baghdad ero responsabile del seminario minore caldeo. Per un periodo hanno continuato a gettare cadaveri all’interno per spaventarci. Ho sporto denuncia, ma nessuno è intervenuto. A novembre 2006 erano rimasti solo tre studenti, così mi è stata assegnata la parrocchia della Divina Saggezza. Più volte gruppi di uomini in moto mi hanno circondato aggredendomi a parole. Cosa accadde quel 6 giugno? Avevo svolto del lavoro in parrocchia e stavo tornando a casa, camminavo con i 4 ragazzi rapiti insieme a me. All’improvviso alcuni miliziani a bordo di due moto hanno ordinato di fermarmi. Io ho spiegato loro che ero un sacerdote e subito è arrivata un’auto con dentro un uomo dal viso coperto il quale ha ordinato: «Il prete viene con noi». In un’altra macchina hanno fatto salire i ragazzi. Solo alla liberazione ho saputo che erano stati rilasciati il giorno successivo. Mi hanno bendato e portato in una casa, dove per quattro giorni mi hanno lasciato nudo in un bagno. Come è proseguita la sua prigionia? In quei 12 giorni mi hanno fatto di tutto, in modo barbaro. Ogni giorno mi chiedevano di convertirmi all’islam, mi obbligavano a recitare il Corano e mi spiegavano gli insegnamenti islamici. Mi ripetevano in continuo che noi cristiani siamo degli infedeli. Ho potuto conoscere la profondità dell’odio che quelle persone nutrono verso i cristiani. Ci accusavano di sostenere gli Stati Uniti e quando il Papa ha incontrato il presidente americano Bush (9 giugno, ndr) hanno cominciato a torturarmi ancora di più. Poi abbiamo cambiato casa e mi hanno trattato peggio di prima. In questa seconda fase hanno giocato sul terrore psicologico: ho visto uccidere un altro ostaggio, un ufficiale della polizia irachena. Poi mi hanno avvertito che sarei stato il prossimo. Volevano solo spaventarmi; uno di loro mi ha spiegato che non mi avrebbero ucciso, perché il mio sangue di cristiano avrebbe reso impura quella casa e non avrebbero più potuto pregare in quel luogo. Quando si rivolgevano a me mi chiamavano sempre «sporco». Che idea si è fatto dei suoi rapitori? Erano dei professionisti, ben addestrati. Non potevo vedere i loro volti, ma a sentire le loro voci e i loro accenti, alcuni erano di sicuro iracheni. Vi erano anche altri arabi, ma i più duri penso fossero afgani. L’idea che mi sono fatto è che il denaro non era il loro primo obiettivo. Mi hanno rapito e torturato per la mia religione. Prima di rilasciarmi mi hanno avvertito: «Voi e le vostre famiglie dovete lasciare l’Iraq, dovunque andrete vi troveremo ». Ero un simbolo dell’odiata cristianità. Dopo il rilascio cosa è successo? Sono andato dalle autorità, ma non è stata presa nessuna iniziativa. Sono stato costretto per sicurezza ad emigrare qui in Siria con la mia famiglia. Ma quella che viviamo ora non è vita; solo la nostra fede ci dà la speranza in un futuro migliore. Speriamo di ottenere presto il visto per gli Stati Uniti o per la Nuova Zelanda. L’unica cosa che ci rimane è Dio, la nostra fede. E questa non potranno togliercela nemmeno le più atroci violenze. ( E.A.) Profugo a Damasco, padre Hani a giugno è stato per 12 giorni in mano agli estremisti: «Mi chiedevano di passare all’islam e mi obbligavano a recitare il Corano» |







