Tra le sentenze dei magistrati e gli interventi del mondo politico, la società civile non intende restare a guardare.
E si fa quindi carico di avanzare proposte in un dibattito delicatissimo, che il caso di Eluana Englaro ha riportato sotto la luce dei riflettori: le decisioni da prendere nel percorso di fine vita, particolarmente quando una persona non è in grado di manifestare la propria volontà. Ecco quindi che l'associazione «Scienza&Vita», dopo l'appello a non lasciare morire la donna lecchese, prende posizione - in un comunicato della presidenza (Maria Luisa Di Pietro e Bruno Dallapiccola) - sulla possibile legge che regolamenti i percorsi di fine vita in ambito medico. Una legge che - puntualizza «Scienza& Vita» - non potrà che prevedere il rifiuto dell'accanimento terapeutico e dell'eutanasia. E dovrà contrastare «quella cultura dell'autodeterminazione assoluta che di fatto mira a estromettere il medico e la famiglia dall'orizzonte del fine vita e a rendere la vita un bene disponibile».
Nell'ultima newsletter, la presidenza di «Scienza& Vita» prende atto che «una legge sul fine vita non si può più escludere». Dopo il successo dell'appello a non eseguire la «condanna a morte » di Eluana, che «ha fatto il giro del mondo registrando un ampio consenso fra credenti e non credenti», è ora di riflettere sull'irrompere della magistratura «creativa » e sul diverso sguardo con cui maggioranza e opposizioni ora affrontano i singoli casi che giungono all'attenzione dell'opinione pubblica attraverso i mass media. Siamo, osservano Maria Luisa Di Pietro e Bruno Dallapiccola, in un momento «delicatissimo che registra il combinato disposto di due sentenze, quella della Cassazione e della Corte di Appello di Milano, che configurano uno scenario tutto nuovo, con forti rischi di derive eutanasiche ». Una conferma viene dal fatto che «i sostenitori dell'eutanasia non vogliono più legiferare sul testamento biologico. Oggi essi affermano che è meglio evitare una legge che limiti i diritti riconosciuti attraverso le sentenze ». Ecco dunque, spiegano i presidenti di «Scienza&Vita», che si deve «prendere atto di una situazione gravemente deteriorata che, forse, richiederà un intervento legislativo». Nonostante le preoccupazioni - di cui l'associazione si è fatta interprete - di coloro che vedono nel testamento biologico il rischio di una deriva eutanasica, ora è preminente il rischio più grande di «lasciare nelle mani di pochi la decisione sulle vite di tante persone inermi e indifese».
In vista di una legge sulla materia del fine vita, «Scienza&Vita» conferma la propria presenza «in prima linea per sostenere il ruolo della società civile che vuole tutelare la vita, come bene umano indisponibile». Da qui derivano alcuni «paletti»: no all'accanimento terapeutico, no all'eutanasia. Ma occorrerà anche «riportare le questioni del fine vita (comprese le forme di espressione di volontà preventive) all'interno dell'alleanza terapeutica fra medico e paziente ». Sarà quindi contestata «quella cultura dell'autodeterminazione assoluta» che oltre a estromettere medico e famiglia dalle scelte, mira a «rendere la vita un bene disponibile».
L'associazione indica i paletti di una norma che le decisioni di una magistratura «creativa» stanno rendendo inevitabile. «I limiti invalicabili sono il no all'accanimento terapeutico e all'eutanasia. Ma anche il rifiuto della cultura dell'autodeterminazione assoluta che rende la vita un bene disponibile»
L'orizzonte politico si sta muovendo, quindi, e la società civile che «Scienza&Vita» rappresenta non sta a guardare. Sono già in corso da tempo incontri - l'ultimo qualche giorno fa - con un gruppo di parlamentari (assolutamente trasversale agli schieramenti) per organizzare azioni e proposte congiunte in vista delle deliberazioni sui temi eticamente sensibili. Si tratta di una tradizione che risale alla campagna per il referendum del 2005 sulla legge 40, ma che nella nuova legislatura ha trovato nuova linfa in molti nuovi parlamentari che sono andati ad affiancarsi ai colleghi già esperti. «Alla politica tocca legiferare nel rispetto della vita - conclude la newsletter di "Scienza&Vita" -. A tutti noi il compito di vigilare senza disattenzioni, ma anche di formulare proposte in grado di alimentare un dibattito pubblico che si annuncia infuocato».
I presidenti dell'associazione si rendono anche conto che l'apertura a una possibile legge sul fine vita rappresenta una novità per «tanti amici di Scienza&Vita». Forse anche per quei medici (ormai cento) che hanno risposto al sondaggio sul testamento biologico segnalando come maggiore preoccupazione quella di garantire l'adeguata assistenza ai pazienti nel fine vita, anche attraverso la diffusione degli hospice. Per confrontarsi sulla linea da seguire in questa difficile stagione che si sta aprendo, «Scienza&Vita» riunirà il consiglio esecutivo e chiede il sostegno ai soci fondatori e agli amici delle cento associazioni locali.
Newsletter
Argomenti morali, giuridici e teologici
Uno sguardo ai profili morali, giuridici e teologici della vicenda completano la newsletter di «Scienza&Vita» dedicata agli sviluppi del caso Englaro. I primi sono affrontati da Adriano Pessina, docente di Filosofia morale all'Università Cattolica: «Affermare la non disponibilità della vita umana rispetto alla volontà umana non significa affermare un principio vuoto e generale, ma rendere esplicita, sotto la forma del divieto, la coscienza dell'unicità della vita personale dell'uomo. Ciò che chiamiamo vita umana siamo noi, noi siamo la nostra vita e la libertà di scegliere stili di vita presuppone come minimo il riconoscimento del valore della vita umana. Non si tratta di difendere astrattamente la vita, ma di difendere concretamente gli uomini che vivono».
Marco Olivetti, docente di Diritto costituzionale all'Università di Foggia, contesta, attraverso l'analisi di alcuni passaggi della nota sentenza della Cassazione, che questa decisione sia un «atto formalmente giurisdizionale, ma materialmente legislativo: non applica diritto preesistente, ma crea nuovo diritto». Mentre gli aspetti teologici sono esaminati da padre Maurizio Faggioni, docente di Bioetica all'Accademia Alfonsiana di Roma: «Affermare il valore intangibile di ogni vita umana non è questione di fede o di ideologia. Nel pluralismo dei valori, il nucleo irrinunciabile del convivere civile è il rispetto della persona ed è contraddittorio che, in nome della libertà, la società permetta la distruzione dei soggetti liberi».
|