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Il «bio» iper-idolatrato Ma non nei metodi fecondativi PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
sabato 04 ottobre 2008
biologico.jpg In tempi di fissazioni bio­salutiste e di onnipresente ecologismo spicciolo, tutto ciò che appare ispirato al rispetto di tempi e ritmi dettati dalla natura si direbbe destinato al massimo successo e alla più alta considerazione culturale.
  Tanto più se si parla del corpo umano. La pubblicità e certa letteratura scientifica non fanno che ripeterci quanto siano doverosi l'ascolto e il rispetto del nostro corpo per essere finalmente felici. Una vera ossessione che trasforma l'organismo in una macchina perfetta, un intreccio d'ingranaggi da conoscere in ogni più recondito segreto per impararne l'arcano linguaggio. Ce n’è abbastanza per trovarci di fronte a una specie di 'biolatria', che alimenta anche il culto della tecnologia al servizio di ogni capriccio, ma che curiosamente ha vistose eccezioni. Perché, infatti, questa stessa mentalità nemmeno considera i cosiddetti «metodi naturali» di regolazione della fertilità, basati proprio sulla conoscenza di se stessi e sull’osservazione della biologia? Chiunque si faccia promotore della conoscenza di questo livello pressoché sconosciuto della sintassi umana finisce per sentirsi assediato e irriso dall’idea dominante di una sessualità tutta organica, incapace di vedere nei ritmi della fecondità un evidente messaggio rivolto alla responsabilità di un uomo e una donna, e non certo un invito alla negazione di se stessi. Fin qui, potremmo archiviarlo come uno degli infiniti controsensi dei nostri anni: chi 'ci crede' conosce e vive i metodi naturali, chi la pensa diversamente continua a snobbarli. Il fatto è che neppure tra i cattolici ci sono molti convinti della loro praticabilità. A dirlo non è una delle periodiche – e sospette – ricerche demoscopiche, ma il Papa stesso, consapevole che attorno ai credenti è scesa da lungo tempo una cappa di conformismo, che ha allungato le sue spire anche attorno alla loro vita coniugale e al quale sembra quasi impossibile sottrarsi. Come se un’alternativa non esistesse. Benedetto XVI non si nasconde i problemi, tanto da chiedersi nel messaggio al congresso per i 40 anni della Humanae vitae «come mai oggi il mondo, e anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale». Se esiste un ciclo della fecondità «sapientemente iscritto nella natura umana» occorre imparare a leggerlo senza presumere di poterlo cancellare con soluzioni artificiali. Dentro quello spartito biologico del corpo, del tutto personale e irripetibile come lo è ogni donna e l’amore che la lega al coniuge, c’è un disegno che il credente non può ignorare adagiandosi su una cultura che lo spinge a scorciatoie sbrigative. Anche se costa. Il Papa non ha paura a parlare di «crescita nella virtù», e a parlare di «dominio dell’impulso sessuale». Perché anche di questa padronanza di sé vive l’amore umano. Nella rimozione del ciclo naturale della fertilità dall’orizzonte affettivo delle coppie (e persino talora dai percorsi formativi all’interno delle stesse parrocchie in vista del matrimonio) c’è dunque molto più della scelta di cestinare 'una possibilità in più', quella 'fuori moda', 'non sicura', come si continua falsamente a dire. Si preferisce una «soluzione tecnica» che rimpiazza drammaticamente la «maturazione della libertà», secondo le limpide parole del Papa-educatore. E di questo non dovrebbe essere la sola Chiesa a mostrarsi preoccupata. Per comprendere la scelta dei metodi naturali occorre però ancora un passo in più. Perché «neppure la ragione basta: bisogna che sia il cuore a vedere», visto che solo il cuore è «capace di abbracciare la totalità dell’essere umano», reso libero di dire il «grande sì alla bellezza dell’amore». Amore, altroché tecnica: qui si decide della nostra umanità.

Francesco Ognibene - Avvenire
 
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