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Scritto da Administrator   
venerdì 11 aprile 2008

mask-clonazione.jpg "Il capitale umano ha a che fare con le competenze, l'istruzione, la salute e la formazione degli individui. Si tratta di capitale perché tale competenza o istruzione è parte integrante di noi ed è qualcosa che dura, al modo in cui dura un macchinario, un impianto o una fabbrica"[1]. L'affermazione è di Gary Becker, premio Nobel per l'economia. Appare opportuno partire da una riflessione sul concetto di competenza, per trarne conclusioni inerenti più ampi orizzonti.

In questi ultimi tempi si è certamente registrato un passaggio da una concezione "statica" del concetto di competenza ad una visione dinamica ed esistenziale dello stesso; il passaggio, cioè da un approccio descrittivo e numerico ad uno adattativo e complesso. Si potrebbe dire, mutuando un accostamento linguistico, che si è accentuato l'aspetto connotativo, rispetto a quello denotativo. Ciò però è avvenuto e sta ancora avvenendo per molti campi del sapere, compreso quello scientifico. Non è certo un abbandono del primo a favore del secondo, semplicemente ci si è resi conto che il primo approccio non era sufficiente in quanto l'esperienza e l'analisi delle situazioni dimostravano la presenza di altri elementi ritenuti essenziali e decisivi rispetto a quelli soltanto tecnico- descrittivi e metodologico-procedurali.

Le caratteristiche intrinseche del soggetto hanno fatto la loro comparsa non come appendici dell'elemento tecnico ma come condizioni fondamentali per la sua più efficace operatività. Sicché gli aspetti personali e più profondi dell'individuo diventano caratteri essenziali delle competenze così come resta essenziale l'aspetto tecnico e metodologico. Occorre mobilitare, accanto alle dimensioni operative e anche oltre quelle conoscitive, le dimensioni generali dell'uomo identificate come qualità personali o come competenze intrinseche. [2]

La competenza è così un "modo" o un "atto-dinamico" mediante il quale il soggetto unifica tutte le risorse a disposizione e le indirizza in un punto. L'impatto tra il problema e l'insieme unitario delle risorse è generatore di un elemento nuovo. L'atto dinamico è la persona stessa in azione la cui modalità operativa è la qualità stessa della sua competenza.[3] E' ciò che, comunemente, viene definita "generazione del valore". Che non è, se confrontato con quello del profitto, un pio desiderio da rivestire con "le stimmate di una 'bontà perdente'", ma la chiave del successo nella convulsa scena economica, e sociale, contemporanea.

Innovare, sviluppare una forte identità, conseguire risultati di eccellenza: tutto questo è possibile a qualsiasi organizzazione, come a tutte le società, e alle singole persone, nella misura in cui si sappia adottare prassi di rispetto delle "regole del gioco"; riconoscere le differenze; motivare le persone costruendo legami e significati, costruire e coltivare relazioni di fiducia, innescando i meccanismi benefici della convergenza degli interessi e degli scopi.[4] Tutto ciò è tanto più significativo nel momento in cui viviamo inquietudini, incertezze, ambivalenze.

Sappiamo che le regole del gioco sono sempre state e sempre saranno piene di segnali contrastanti. Sappiamo bene che ciò è vero, per molti aspetti anche logico, ragionevole e razionale. Ma sappiamo anche che questi modi di competere alternativi e diversi producono ricchezza per chi li sa usare ma non producono valore e patrimonio stabile e duraturo nel tempo, quale è quello che abbiamo descritto. E comunque è importante una riflessione: in questo scenario futuro in cui si compete con la competenza c'è qualcosa che sa di buono, l'evoluzione verso la "centralità della persona".[5]

Da qualche anno siamo entrati in un'epoca in cui i progressi della scienza e della tecnica sembrano travolgere i tradizionali confini dello stesso concetto di "natura umana" a tal punto che si sente il bisogno di nuove regole che siano a fondamento di un'etica pubblica. Ciò che appare sottoposto ad una profonda mutazione interessa un po' tutto: i concetti di "vita" e di "morte", di "naturale" e "artificiale", di "individuo" e "società", di "umano" e "non-umano", di "libertà" e "limite", di "diritto" e di "etica"... Da qualsiasi parte si voglia esaminare il problema, si giunge sempre a concludere che al cuore delle molteplici questioni sollevate dalla tecnica c'è comunque una "questione antropologica".

Nel nostro tempo dominato dalla scienza e dalla tecnica è l'uomo, la dignità umana, ad apparire "sotto assedio". Sta infatti imponendosi, ed appare destinata a diventare sempre più acuta e pervasiva, una questione antropologica che tende non tanto ad interpretare l'uomo, ma soprattutto a trasformarlo sia sul versante economico e sociale, sia sul versante biologico e psichico. L'essere umano è infatti la frontiera in cui si gioca la sfida del futuro. Il nuovo spartiacque passa tra umano e post-umano.[6]

Il paradosso della felicità [7]

Nei paesi occidentali il benessere soggettivo, misurato sia secondo una valutazione soggettiva, sia da indicatori oggettivi di salute mentale, stenta ad aumentare o addirittura diminuisce, nonostante che il reddito pro-capite, sia aumentato nel corso degli ultimi decenni. L'aspetto paradossale viene rinforzato dal fatto che l'inefficacia del reddito di procurare felicità non ha indotto un drastico disimpegno nella attività lavorativa.

Il "paradosso della felicità" è ormai stato messo in evidenza da una grande mole di dati. Molto preoccupanti appaiono gli indicatori oggettivi del benessere individuale mentale, come quelli che riguardano i suicidi e la depressione. Una rassegna condotta su diversi studi mostra che la correlazione fra reddito pro-capite e tasso di suicidi è significativamente positiva per gli USA e per l'insieme dei paesi europei occidentali a partire dal dopoguerra fino a metà degli ani '80.[8]

Conferme del "paradosso della felicità" provengono anche da un diverso tipo di studi condotto da psicologi e rivolto a capire il fenomeno del materialismo, vale a dire la tendenza delle persone ad assegnare grande importanza alla ricchezza rispetto agli altri valori o fini. Ebbene, da questi studi emerge che le persone maggiormente orientate al materialismo sono meno felici di coloro che invece sono meno orientate al materialismo. Ma il motivo per cui il "paradosso della felicità" mette in discussione il reddito pro-capite come indice di benessere è più profondo, è appunto paradossale. Il motivo è che le singole persone appaiono vittime delle loro stesse scelte.[9]

Possiamo provare, a questo punto, ad azzardare una ipotesi: la negazione della vita in tutte le sue forme (eutanasia, aborto), è la conseguenza di un mal interpretato senso del benessere? Possiamo definire "concedersi" un lusso, l'aumento della domanda sanitaria di prestazioni neganti la vita, come diretta conseguenza di una errata interpretazione degli elevati standard di vita?

Forse un esempio banale permette di meglio comprendere il senso delle affermazioni precedenti. Pensiamo ad una donna fumatrice in stato di gravidanza. Il fumo fa male a lei e al nascituro. In particolare il fumo potrà provocare, in quest'ultimo, malformazioni che andranno dal cattivo funzionamento di alcuni organi, fino a gravi ed irreversibili conseguenze ad esempio di tipo neurologico.

Quali le conseguenze in termini di vita ed in termini economici? La negazione (involontaria...) di una pienezza di vita dal punto di vista fisico e/o psichico; costi (individuali, sociali) e sofferenza morale (altra tipologia di costo mai quantificata) per compensare, curare, recuperare le eventuali disfunzioni. Il vero problema che si pone quando un paziente è gravemente malato o in evoluzione cronica della malattia, è in realtà, quello di eliminare le cause che possono portare alla richiesta dell'eutanasia. Di fronte all'alternativa o eutanasia o accanimento terapeutico vi è una terza via che è quella del prendersi cura del paziente. Accompagnare il malato con la cura, il sollievo, l'aiuto proporzionato, il conforto spirituale è espressione di solidarietà.

Certamente, può essere molto più facile anticipare la morte del paziente, credendo di rispettare così la sua dignità, e allo stesso tempo provocare degli apparenti risparmi in termini di assistenza sanitaria; mentre è più difficile stargli vicino, impegnare il proprio tempo e la propria responsabilità: un malato che chiede di morire forse vuole solamente chiudere con un mondo che lo ha abbandonato.

Potrebbe essere utile, infine, riprendere un intervento apparso sul quotidiano "Avvenire" nel 2001 a firma di Marina Corradi. In tale scritto, intitolato "Al capezzale della vita - I malati assistiti bene non chiedono di morire", la dottoressa Carla Ripamonti, all'epoca responsabile del Day Hospital per le cure palliative dell'Istituto dei Tumori di Milano, effettuava alcune considerazioni sul problema dei malati terminali basandosi sulla propria esperienza diretta.

Secondo la dottoressa Ripamonti, su quarantamila malati passati al Day Hospital nel giro di vent'anni, non più di quattro avevano chiesto l'eutanasia. La stragrande maggioranza desiderava solamente essere aiutata a vivere dignitosamente fino all'ultimo istante. La malattia, per contrasto, rende il paziente più attaccato alla vita.

Ripamonti definiva, inoltre, l'eutanasia come "una tentazione dei sani" e si chiedeva "se c'è maggiore carità cristiana nell'iniettare del potassio in vena, o nell'assistere ogni giorno un malato, fargli passare il dolore, starlo ad ascoltare e rispondergli, quando ti chiede quanto gli resta da vivere".

Il Bene Comune

Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché è indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro.

Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell'essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo. La persona non può trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere "con" e "per" gli altri.

Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali. Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo. Tutti hanno anche il diritto di fruire delle condizioni di vita sociali che risultano dalla ricerca del bene comune.

La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti si inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile della comunità nel suo insieme.[10]

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1 G.S.Becker "Human Capital"University of Chicago Press, 1993

2 T.Cozzi "Le competenze manageriali nella Pubblica Amministrazione, nelle imprese e nel non profit" Cacucci, 2008

3 L. Guasti. "Riorganizzazione e potenziamento dell'educazione degli adulti:competenze, teorie degli standards, modelli operativi" IRRE Emilia Romagna, 2001

4 U.Capucci "Il giusto e il conveniente" Hoepli Edit., 2008

5 U. Cappucci "Business, strategia, competenze" Guerrini Associati Edit., 2000

6L. Bobba "Dossier Città organismo vivente" , Retinopera, 2005

7 M.Pugno "Economia e benessere individuale" Appunti, marzo 2006

8 M. Pugno, op. cit.

9 M.Pugno, op.cit.

10 Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, nn.164-170

Fonte - Zenit.org -

 

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