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Asia news
| Quell’aborto invisibile più duro del chirurgico |
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| Scritto da Administrator | |
| giovedì 06 marzo 2008 | |
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Sarebbe uno degli esiti estremi del più generale fenomeno della 'privatizzazione della coscienza' per il quale ciascuno si può regolare come crede, senza dover rendere conto ad altri delle proprie scelte. Non è possibile però considerare l'aborto come fatto puramente privato: la vita umana non è un oggetto in balia della volontà di chiunque. Per lo stesso motivo l'interruzione di gravidanza va lasciata sotto la vigile attenzione della coscienza sociale e dentro i confini della legge. Se è vero che l'aborto è un dramma - come oggi tutti ormai riconoscono - occorre mantenere viva la coscienza del suo valore negativo. È soltanto su questa base condivisa che si può sviluppare un forte impegno di prevenzione e di sostegno alle donne in difficoltà, custodendo la sensibilità morale per attuare anche le parti dimenticate della 194. Diversamente è lecito credere che per alcuni parlare dell'aborto come tragedia da evitare sia solo un modo per coprire un preteso diritto che si sa di non poter onestamente rivendicare. La speranza che la Ru486 provochi un aborto 'invisibile' non è neppure realistica. L'assunzione delle due diverse pillole previste dalla procedura dell'aborto farmacologico (uccisiva del feto la prima, la Ru486 vera e propria; solo espulsiva la seconda) comporta che la donna sopporti un travaglio di almeno 3-4 giorni e che in molti casi veda personalmente il feto espulso. Non è quindi difficile immaginare che l'aborto chimico segni più profondamente la donna di quanto faccia l'aborto praticato chirurgicamente. Non si comprende dunque l'insistenza e la fretta con cui si vuole introdurre anche in Italia questa nuova modalità di interruzione precoce della gravidanza, a meno che non si operi per rendere disponibile un prodotto con un evidente significato di normalizzazione e persino di banalizzazione di un atto comunque drammatico. È proprio questo tentativo che va scoperto e denunciato. Alcune voci nel recente dibattito sull'aborto affermano che la legge di uno Stato laico debba comunque essere - come si dice - «pro choice», cioè a favore della libera scelta. Ma le stesse voci sostengono poi che la politica deve essere necessariamente «pro life», proprio per il valore fondamentale della vita e della sua funzione per la società. In sostanza costoro ritengono che sia necessario mantenere la legge 194 e che insieme occorra operare per l'attuazione di misure di prevenzione dell'aborto e in generale a favore della vita. È necessario ora che anche da questo fronte si lavori per porre un freno a tutti i tentativi di ridurre l'aborto a un fatto talmente ordinario e privato da far credere di poterlo gestire in una sorta di 'fai da te' tragicamente solitario. (M- Aramini - Avvenire -) |







