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Quel re di Francia che fu rimpianto anche dai nemici PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
domenica 24 agosto 2008
Provengo da una regione francese in cui l'anticlericalismo è tanto virulento quanto antico. Le spiegazioni storiche sono ovviamente molteplici, ma un evento prevale sugli altri:  queste terre hanno conosciuto l'eresia catara, la dominazione albigese, le crociate e il loro strascico di orrori. A Béziers, la città della mia infanzia, non era consigliabile passeggiare con l'abito domenicano fino a poco tempo fa; la memoria collettiva conservava il ricordo di quel giorno del 1209 in cui, rinchiusi in una chiesa, gli abitanti furono bruciati vivi dai crociati venuti dal Nord. Nel corso del XIX secolo e soprattutto nel XX secolo, il romanticismo, il regionalismo e anche l'anarchismo favorirono dei "ritorni del catarismo"; l'ultimo in ordine temporale risale al 1968. I sostenitori della cosiddetta "Occitania" rimettono volentieri in discussione il ruolo di san Luigi re nell'oppressione dei loro avi, reali o immaginari, albigesi. Conservo tra le mie carte un articolo rabbioso di uno di essi che se la prendeva con questa "figura da vetrata" - espressione evidentemente molto dispregiativa nella sua concezione - colpevole di aver guidato le crociate. "Figura da vetrata":  l'espressione è davvero interessante. Qual è la proprietà di una vetrata, in effetti? È una finestra attraverso la quale penetra la luce. Ma per lo spettatore che si trova all'interno dell'edificio, essa non riflette la luce come le altre immagini. È lei stessa fonte di luce. Ora, è così che deve essere visto questo re e questo santo:  una fonte di chiarore che illumina tutto e tutti intorno a sé e i cui raggi giungono ancora fino a noi attraverso sette secoli di vicissitudini diverse.
Mi sono servito di questo esempio in una catechesi fatta ai giovani della mia diocesi ai tempi in cui ero vescovo in carica di Angers, sei anni fa. Dicevo loro, con una certa preoccupazione e anche con una certa tristezza, che in generale la loro generazione non si interessava per niente alla cosa politica. Anzi, era diffidente nei suoi confronti e dava l'impressione di cercare di proteggersi da essa. Un giorno, trovandomi in una piccola città, diverse persone mi chiesero il tema della catechesi che avrei dovuto tenere da loro qualche settimana dopo. Quando risposi che avrei desiderato parlare della politica, una di loro si lasciò sfuggire questa osservazione tagliente:  "La politica? Per niente interessante!".
Da dove proviene tale sfiducia? Permettetemi di citare qui tre convinzioni largamente diffuse, purtroppo, tra le giovani generazioni.
- La politica divide. Essa designerebbe il luogo in cui si esprimono, molto spesso per opporle, le differenze di interesse, di valori e di convinzioni. Ora, i cristiani in generale, e le giovani generazioni in particolare, si sentono più a loro agio in attività che legano e uniscono. L'unione, sì, la condivisione, la comunione ma non la divisione.
- La politica sporca. Tutte le settimane, i nostri giornali riportano notizie di corruzione e di abusi di potere. Sono effettivamente troppo numerosi i politici di ogni colore sottoposti a indagine, sospettati di malversazione o di menzogna. Si intentano processi, piovono condanne, e con esse crollano le nostre illusioni e quelle che altri chiamerebbero le nostre ingenuità. La politica sarebbe una palude in cui resisterebbero solo i coccodrilli più duri o più furbi.
I cristiani e soprattutto le giovani generazioni rifiuterebbero di sporcarcisi le mani.
- C'è di meglio da fare che la politica. Si desidera aiutare e condividere. La generosità oggi non è minore che nel passato. Sono numerosi coloro che, tra i giovani, si impegnano nei servizi sociali e nelle cause umanitarie. Ci sono così tanti modi di aiutare il prossimo oltre alla politica e il campo delle attività sociali è immenso! In fondo, il sociale non è più sicuro, più onesto, più efficace della lotta politica?
A questi giovani che mi ascoltavano, dicevo senza mezzi termini che c'era un serio rischio di diserzione da parte loro. In un certo senso, era comprensibile la loro esitazione e la loro sfiducia, ma a mio parere occorreva trasmettere loro il seguente messaggio:  "Non potete distogliere il cuore e la mente dalla causa politica". Occorreva ribadire l'importanza cruciale che essa riveste per colui che vuol seguire il Vangelo e vivere di esso. A metà del secolo scorso, tra le due guerre, quando il nazismo acquisiva importanza, Pio xi spiegava che la politica era la cosa più importante dopo la religione. Vi vedeva la forza suprema della carità. Esiste quindi una forma di santità politica, di santità attraverso la politica - e non malgrado la politica - dimostrata in modi diversi. I nomi di Edmond Michelet, membro della Resistenza e ministro, di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell'Europa, di Martin Luther King, il sostenitore dei diritti dei neri negli Stati Uniti, o di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, vengono spontaneamente alla mente, ma ce ne sarebbero molti altri, meno famosi, che sotto bandiere politiche diverse, si sono battuti affinché gli uomini vivessero meglio e affinché la società divenisse più giusta e fraterna. A dire il vero, in ogni secolo, ci sono stati cristiani che si sono consacrati alla causa politica, che si sono santificati attraverso di essa:  perché non le nostre giovani generazioni?
La domanda sulla quale ci soffermiamo stamattina (...) è semplice da formulare:  l'esercizio del potere è compatibile con la santità? È stata sicuramente questa la scommessa di Luigi ix:  provare con l'azione che la veracità, la rettitudine, la generosità, il rispetto della parola data - virtù considerate poco politiche dopo Machiavelli, Gracian e tutti i fautori della Realpolitik - alla fine "pagano" di più che il contrario. Lasciamo agli storici il compito di capire se il monarca francese ha vinto o perso la sua scommessa. L'aveva persa secondo lo spirito dei rivoluzionari francesi che volevano la morte di Luigi XVI, lontano successore di san Luigi. "Non si può regnare senza colpa" proclamava Saint-Just, uno di loro. Mi sono sempre chiesto se in fondo  san Luigi non la pensasse come lui, dato che fu ossessionato per tutta la vita dalla tentazione di mollare tutto per dedicarsi all'unica attività che gli si addiceva:  la preghiera. Non ha mai smesso di far preoccupare la sua corte affermando di abdicare e di ritirarsi in un convento; per due volte, in un certo senso ha messo in pratica la sua minaccia partendo per le crociate.
Cominciamo col chiarire un punto. "Non esiste politica cristiana, non esiste politica che possa svilupparsi a partire da un credo. Ogni politica presuppone una valutazione empirica della storia e delle decisioni che fanno parte di questa valutazione" (cfr. Paul Ricoeur). Se non esiste quindi una politica specificamente cristiana, una politica che possa essere tratta direttamente dal Vangelo, esiste invece un modo cristiano di entrare in politica e, direi, di appassionarsi - nel doppio significato del termine, ossia di devozione e di sofferenza - ad essa(...).
L'insieme delle virtù legate all'azione politica può essere ricondotto a un solo termine:  la fraternità. Quando san Luigi re è morto sotto le mura di Tunisi, i suoi avversari musulmani sono venuti a rendergli un ultimo omaggio. Secondo le cronache dell'epoca, uno di essi avrebbe persino esclamato:  "Abbiamo appena perso un fratello!". La fraternità appartiene ormai al vocabolario comune dei politici; possiamo solo esserne lieti (...) Tuttavia si pone una questione alla quale dovremmo dedicare maggiore attenzione. Ci riconosciamo fratelli in un comune rapporto col padre. Ora, una società secolarizzata che rifiuta il principio di un fondamento extra-secolare, di natura metafisica o religiosa, disconosce per questo ogni figura paterna. Si spiegherebbe così, a mio parere, l'impossibilità per le nostre società di vivere una reale fraternità, come se si trattasse di una parola utopica, sempre sognata ma mai realizzata. Relegando le convinzioni religiose solo alla sfera privata della coscienza individuale, la società secolarizzata "dimentica" la questione di Dio e, più in generale, quella della trascendenza. Il Dio della Bibbia è un Padre; Cristo è venuto a rivelarci questa paternità. Facendo di ciascuno di noi un figlio adottivo di uno stesso Padre, ha posto le basi di una fraternità davvero universale. Accantonando il cristianesimo, una società non permette a se stessa di vivere realmente la fraternità.
Possiamo giungere a un'autentica fraternità senza far riferimento a un Padre comune? Ecco una sfida inedita per il nostro tempo caratterizzato dalla secolarizzazione. Perciò, la nostra missione si illumina come sotto una nuova luce:  i cristiani non dovrebbero forse fare politica come testimoni di una fraternità universale?
La prima enciclica del nostro Papa Benedetto XVI contiene passaggi luminosi, come una vetrata, sul rapporto tra la fede e la cosa politica. Permettetemi di citarne uno solo:  "La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti:  la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all'interrogativo:  come realizzare la giustizia qui e ora? Ma questa domanda presuppone l'altra più radicale:  che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione politica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile. In questo punto politica e fede si toccano. (...) La fede è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l'aiuta a essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di (...) vedere meglio ciò che le è proprio" (Deus caritas est, n. 28). Vedere meglio:  è anche lo scopo della vetrata alla quale abbiamo accennato iniziando il nostro percorso. Il santo, come dicevamo, è una fonte di luce. Adesso capiamo perché. Egli dà all'azione politica la sua dimensione più naturale e autentica:  un apprendistato dell'eternità.
di Jean-Louis Bruguès
Arcivescovo-Vescovo emerito di Angers
Segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica

(©L'Osservatore Romano - 24 agosto 2008)
 

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