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La tradizione multireligiosa della società in Siria PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
sabato 02 agosto 2008

  Una società plurireligiosa che sa convivere:  la Siria mantiene il suo profilo paradigmatico. E per diffonderlo sta contribuendo anche all'Anno paolino, che attira molti sguardi - dal di dentro e dal di fuori della Siria - verso Damasco. Sulle tracce di san Paolo, cresce nel Paese del Vicino Oriente il numero di visitatori e pellegrini ai quali si è aggiunto di recente - grazie all'Opera Romana Pellegrinaggi e all'appoggio della nunziatura apostolica - un gruppo internazionale di giornalisti invitati dal ministero del Turismo siriano. Quindi, un'opportunità di sperimentare una quotidianità che va al di là del semplice dialogo:  si tratta di convivenza, come la definisce il vescovo Armash Nalbandian, primate della Chiesa armeno-ortodossa della diocesi di Damasco. Paolo è anche "esempio del dialogo interreligioso e interculturale, passato e presente", commenta. E sicuramente anche del dialogo ecumenico, al quale punta il vescovo ortodosso invitato al Sinodo dei vescovi dell'ottobre prossimo. Dall'appuntamento di Roma si aspetta un punto di incontro su ciò che unisce i cristiani nella Bibbia.

Jamal Mustafa Arab, direttore della Grande Moschea degli Omayyadi a Damasco, difende il dialogo islamo-cristiano che è sempre esistito in Siria. "Nessuno appartenente ad alcuna religione deve rinchiudersi in se stesso", ribadisce. Ricorda la testimonianza dell'incontro interreligioso di Giovanni Paolo ii durante la sua indimenticabile visita alla moschea il 6 maggio del 2001. "Il dialogo interreligioso - disse allora Papa Karol Wojtyla - è più efficace quando nasce dall'esperienza del "vivere gli uni con gli altri", ogni giorno, in seno alla stessa comunità e cultura".
Un viaggio di Benedetto xvi a Damasco preceduto da un incontro con il Papa a Roma:  questo il desiderio espresso - di fronte al gruppo di giornalisti convocati presso il ministero del Culto siriano - da Ahmed Badr Al Deem Hassun, Gran Muftì della Siria. È una dimostrazione di cortesia che rientra nella normalità. Come confermano fonti ecclesiastiche, Papa Ratzinger ha ricevuto inviti ufficiali da tutti i Paesi "paolini", dove si recheranno inviati pontifici per la chiusura dell'Anno dedicato all'apostolo delle genti.
Siriani musulmani e cristiani condividono preoccupazione e prevenzione per il fondamentalismo islamico, coscienti che esso si sta diffondendo in altri Paesi. Il clima bellico che circonda la Siria e la situazione economica che spinge i giovani a fuggire all'estero si aggiungono alle sfide di una società che, per natura accogliente, si sforza in tutti i settori di far spazio al milione e mezzo di rifugiati iracheni arrivati negli ultimi tre anni. "Molti portano con sé odio, hanno perso tutto", spiega con preoccupazione padre Antonio Musleh, vicario giudiziale della Chiesa Melchita a Damasco.
Sono numerosi gli iracheni che non intendono integrarsi in modo normale; sono solo di passaggio in attesa del visto per l'occidente. Questo fenomeno migratorio provoca tensioni all'interno della società siriana - di venti milioni di abitanti -, che mantiene una convivenza equilibrata tra i gruppi di credenti:  il novanta per cento musulmani, soprattutto sunniti; il dieci per cento cristiani, per la maggior parte ortodossi.
"Grazie a Dio in Siria non ci sono problemi di carattere religioso; finora tutte le comunità religiose hanno sempre vissuto in pace, non solo i cristiani"; "è il governo e in particolare il presidente, Bashar Al Assad, a cercare di mantenere questa posizione", sottolinea il sacerdote melchita. Essere cristiano in Siria oggi "significa vivere nuovamente la missione di Paolo", che "partì da Damasco per portare la pace di Gesù a tutti", aggiunge padre Musleh. E se Paolo "ricevette la fede cristiana a Damasco", "la sua testimonianza definitiva la dette a Roma", sottolinea l'arcivescovo Youssef Massoud Massoud, della eparchia dei maroniti di Laodicea (Tartous).
Per il presule, il fatto di essere cattolico in Siria è indice dei forti legami delle Chiese orientali con il Papa. "È una gioia profonda - ammette - sentire che siamo davvero cattolici e che siamo uniti al Santo Padre". La comunità cristiana siriana conserva la fede e vive la religiosità "poiché è impossibile per gli orientali non credere in Dio" afferma il sacerdote melchita Faez Fregiat del monastero di San Sergio a Maalula, dove sopravvive la lingua aramaica di Gesù. "Sono soprattutto i cristiani d'oriente - aggiunge - a vedere con preoccupazione la decristianizzazione dei Paesi occidentali".

(©L'Osservatore Romano - 3 agosto 2008)


A Damasco si conosce il vero Paolo


Camminare sulle orme di san Paolo ci dà l'opportunità di vivere l'esperienza della fede cristiana, di scoprire nuovamente la Chiesa, di trovare le culture nel contesto della conversione di Saulo, di apprendere nuovi orizzonti di dialogo. Un itinerario di questa natura passa necessariamente per Damasco, come spiega il nunzio apostolico in Siria, l'arcivescovo Giovanni Battista Morandini in questa intervista concessa a "L'Osservatore Romano" e alla Radio Vaticana.

Qual è l'importanza dell'Anno paolino per la Siria?

Direi che è scontato che quando si parla di Paolo automaticamente si parla di Damasco, perché segna il luogo e il momento nel quale Saulo, per la grazia di Dio, diventa Paolo. Lo diventa a Damasco colpito da questo Cristo che dice:  "Perché mi perseguiti? Sono io chi tu cerchi". Direi che proprio Damasco è essenziale per la storia stessa della nostra Chiesa:  le due colonne della Chiesa sono Pietro e Paolo. Paolo riceve la conversione direttamente da Cristo, quando lui va in estasi; senza avere vissuto con Cristo, diventa uno fra i più importanti degli apostoli. E direi che l'importanza dell'Anno paolino per la Siria è anche sul piano proprio culturale. Mi piace molto questo segno dei tempi, cioè, vedere che quest'anno Damasco è la capitale della cultura araba. Bisogna trovare la ricchezza grandiosa di Paolo combinata con l'ecumenismo, perché lui è l'apostolo delle Genti. Damasco è la città dove si è realizzato quel mistero di risto che è diventato poi la Chiesa di Roma, una, santa, cattolica e apostolica.

Che impatto ha l'Anno paolino sul dialogo tra le religioni in Siria?

Non lo vedo ancora. Cioè, lo vedo in termini tecnici, se si vuol dire così. Poi in termini reali è diverso:  c'è una ricerca direi non di fondo, però c'è questa comunione tra le Chiese. Qui siamo cattolici - sei Chiese - e ci sono gli ortodossi:  greco-ortodossi, siro-ortodossi. Quindi è un dialogo non a distanza ma direi che forse si dovrebbe spingerlo un po' più in là. Adesso stiamo cominciando l'Anno di Paolo, quindi anche sul piano ecumenico c'è una ricerca comune, una volontà che speriamo diventi sempre più profonda.

In Siria osserviamo la tolleranza tra le diverse religioni; sembrerebbe che proprio il sigillo paolino si vede un po' dappertutto...

La cultura siriana è una cultura millenaria sulla quale si innesta un po' della cultura cristiana di Paolo. Come l'ha definita il Santo Padre, la Siria è la culla delle religioni e delle culture, e mi pare che qui s'incentra l'Anno paolino come ha voluto il Papa:  conoscere sempre di più il vero Paolo con accanto poi lo sforzo ecumenico. La cultura mussulmana e cristiana sono state il fondamento di quello che si vive oggi; qui veramente si può vivere - parlo di religioni, non di fede -, in armonia e in serenità.

Vorrebbe accennare ad altre spinte dall'Anno paolino?

Credo che l'Anno paolino sia stato una grande intuizione. Per me ci sono già frutti che erano impossibili da immaginare solo quattro o cinque mesi fa. Ci sono segni della Provvidenza che sta aprendo cammini che a noi spetta di proteggere.



(©L'Osservatore Romano - 3 agosto 2008)
 

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