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| La memoria di Pietro e la tenace passione di una donna |
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| Scritto da Administrator | |
| mercoledì 19 novembre 2008 | |
di Carlo Carletti Il 18 novembre 1626, dopo una gestazione di 120 anni, Urbano VIII consacrava la nuova basilica di San Pietro, sovrapposta a quella originaria voluta da Costantino, a sua volta insediata al di sopra del sepolcreto che aveva accolto la memoria funeraria di Pietro. Una sequenza secolare che, senza soluzione di continuità, fissava e sigillava nel tempo e nello spazio una storia ultramillenaria, avviatasi nel corso del ii secolo - quando venne costruito il celebre trofeo di Gaio - e conclusasi materialmente e simbolicamente nel 1626 nel giorno della sua nuova consacrazione. Ma già quindici anni prima, nel 1611, Urbano VIII aveva comunque potuto impartire la prima benedizione solenne dalla loggia della nuova basilica.
La storia della centenaria "fabbrica" è contrassegnata dal succedersi di molteplici eventi, progetti e mutamenti in corso di opera, relativi sia alla morfologia stessa dell'edificio sia alle sue dimensioni sia ancora alle scelte delle possibili soluzioni architettoniche interne ed esterne. Intervennero interruzioni anche lunghe dovute a eventi drammatici come il "sacco di Roma" da parte dei lanzichenecchi luterani di Carlo v (1527), cui si accompagnò una terribile pestilenza. Una vicenda lunga, per molti aspetti sofferta, avviata da Giulio ii nel 1506 con la posa della prima pietra e che attraversò i pontificati di ben 18 Papi, coinvolgendo nel suo lunghissimo iter i massimi esponenti dell'intellighenzia artistica del tempo: Donato Bramante, Raffaello Sanzio, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, Michelangelo Buonarroti, Giacomo della Porta, Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini. Mai a Roma, nella costruzione di un edificio di culto, s'era visto un insieme di personalità artistiche così prestigiose, come quelle che nel corso di oltre un secolo si susseguirono nella progettazione e nella realizzazione della nuova basilica. Tre principi fondamentali furono rigidamente osservati nel corso dei lavori: come già al tempo di Costantino, il luogo della tomba apostolica non fu minimamente toccato; l'altare papale - quello di Callisto ii e quello in esso inglobato di Gregorio Magno - rimase al suo posto; la nuova costruzione a pianta centrale adattò la sua ubicazione e il suo orientamento su quella di età costantiniana a pianta longitudinale, le cui strutture furono demolite pressoché totalmente fino al livello delle fondazione. Per ampliare la nuova basilica, anche in direzione del colle Vaticano, si impose la necessità di elevarne notevolmente il livello rispetto all'edificio costantiniano: la nuova pavimentazione si trovò pertanto rialzata di circa tre metri e il diaframma che si venne a creare fu in gran parte riempito con la maceria prodotta dalla demolizione dell'edificio precedente. Dal riempimento fu risparmiato solo il tratto più vicino all'area della memoria petrina, quello corrispondente allo spazio della Confessione e della prima parte della navata centrale, per circa due terzi della sua lunghezza. Questo ampio spazio assunse di fatto la configurazione di una sorta di basilica ipogea e, d'allora in poi, fu battezzato con la denominazione di "grotte" vaticane. Nella storia delle indagini al di sotto della basilica Vaticana le Grotte assunsero un ruolo nevralgico, rivelandosi come vero e proprio campo base per l'avvio delle ricerche nella sottostante necropoli Vaticana, e dunque nell'area dell'originaria memoria petrina, il piccolo rettangolo (quattro metri per otto) denominato Campo P. Nel loro insieme si presentavano come un ambiente ampio ma angusto (in media non più alto di due metri), umido, malsano: di qui evidentemente la denominazione di Grotte vaticane. All'indomani della morte di Pio XI (10 febbraio 1939) si decise di procedere, per iniziativa dell'allora segretario della Fabbrica di San Pietro, monsignor Ludwig Kaas, a una nuova sistemazione delle Grotte anche per dare degna sistemazione alla tomba del defunto Pontefice. Per ottenere una maggiore estensione dello spazio e una più agevole agibilità si decise di abbassarne il livello di circa ottanta centimetri: ai primi colpi di piccone e di "cartoccia" (uno strumento allora generalmente usato per praticare fori nel sottosuolo) vennero immediatamente alla luce le prime consistenti testimonianze archeologiche, che indussero Pio XII ha dare il nihil obstat all'avvio di una campagna archeologica, che si protrasse per circa 10 anni e si concluse con il famoso radiomessaggio pontificio del 1950 e con la pubblicazione, l'anno successivo, della relazione di scavo (B. M. Apollonj Ghetti - A. Ferrua S. I. - E. Josi - E. Kirschbaum S. I., Esplorazioni sotto la Confessione di San Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-1949, con prefazione di monsignor Kaas e appendice numismatica di C. Serafini, I-ii, Città del Vaticano 1951). Gli interventi eseguiti tra il 1939 e il 1949 non solo riguardarono l'indagine archeologica in senso stretto ma furono altresì rivolti al consolidamento statico dell'intero edificio. I pilastri delle Grotte, costruiti nel Rinascimento per sostenere il pavimento della basilica, erano superficialmente fondati sopra il terreno di riporto costantiniano (per lo più costituito da macerie) e, pertanto, l'approfondimento imposto dalle indagini archeologiche rese necessaria la realizzazione di una sottofondazione che raggiunse le argille del colle Vaticano per una profondità di circa dieci metri. Un'opera di notevole impegno tecnico eseguita dagli architetti della Fabbrica di San Pietro. Ma le ricerche storico-archeologiche non si erano concluse. Si avviano nuove indagini che vedono come protagonisti nuovi studiosi, diversi da quelli che avevano condotto gli scavi. Da questo momento emerge, con ruolo di protagonista, la figura di Margherita Guarducci, allora docente di Epigrafia e Antichità greche presso l'università di Roma. Un primo problema - non pienamente definito - che sollecitò immediatamente l'interesse della studiosa, era quello della sorprendente assenza del nome di Pietro nei graffiti del muro G (la piccola struttura muraria perpendicolare al Muro rosso cui si addossava il trofeo di Gaio). Ottenuta l'autorizzazione da Pio XII, la Guarducci intraprese una lunga e faticosa ricerca che la impegnò per lunghi anni: "I primi tempi - confessava la studiosa - furono come ogni decifrazione difficile, assai duri. Chi ha fatto qualche esperienza in proposito sa bene che il documento si presenta dapprima ostile e impenetrabile, poi, a poco a poco, cede ai ripetuti sforzi del decifratore e si apre ai suoi occhi" (Pietro ritrovato. Il martirio. La tomba. Le reliquie, Milano, 1969, p. 62). Si trattava di decifrare un inestricabile groviglio di scritte e di segni (in parte già letti da Ferrua) che, nel corso di un cinquantennio - dalla seconda metà del iii secolo alla costruzione della basilica costantiniana - erano stati incisi a sgraffio dai primissimi visitatori che, devotionis causa, si erano recati presso l'area della memoria petrina. Al termine della decifrazione la Guarducci ritenne di aver riconosciuto il nome di Pietro, scritto attraverso abbreviazioni (Pet) e forme monogrammatiche (Pe), in cui poteva anche cogliersi una allusione alla chiave. In questo stesso contesto - per il tramite di un sistema interpretativo criptomistico che rivelava nell'autrice una non comune capacità introspettiva - si disvelava inoltre "una meravigliosa pagina di spiritualità cristiana" con allusioni a Cristo, a Maria, alla Trinità connesse talvolta con lo stesso nome di Pietro. Ma il dato incontrovertibile e storicamente rilevante fornito da queste iscrizioni - come sottolineato dalla stessa Guarducci - è la presenza precocissima, non posteriore al primo ventennio del iv secolo, del monogramma cristologico XP (quello cosiddetto costantiniano) nella funzione di compendium scripturae (abbreviazione): per esempio, vivite in Chr(isto). Percorso e conclusioni di questa pluriennale ricerca furono consegnate a una monumentale pubblicazione in tre grossi volumi riccamente illustrati (Margherita Guarducci, I graffiti sotto la Confessione di San Pietro in Vaticano, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1958) nei quali, al di là di posizioni probabilmente enfatizzate (talvolta più nella forma che nella sostanza) e suscettibili almeno di qualche attenuazione, emerge l'indiscutibile talento di una studiosa di alto livello, che produsse una ricerca importante, come si evince soprattutto nelle moltissime pagine dedicate alla lettura e al commento di centinaia e centinaia di iscrizioni, che la Guarducci aveva accortamente selezionato per costruire la struttura portante della sua teoria interpretativa: in questa direzione i tre volumi sui graffiti vaticani costituiscono ancora oggi un importante strumento di lavoro per molteplici aspetti della ricerca epigrafica. L'autrice avrebbe voluto dedicare la sua opera a Pio XII ma il suo desiderio non poté realizzarsi per la morte del Pontefice sopraggiunta a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958. La dedica fu dunque indirizzata al nuovo Pontefice Giovanni xxiii, con il quale peraltro la Guarducci - per sua stessa ammissione - non era riuscita a entrare nella sintonia che avrebbe desiderato: "Ebbi tre volte l'occasione di parlare con il nuovo Papa (...) e dovetti convincermi ch'egli era lontano dal sentire per gli scavi sotto la basilica il grande interesse che aveva sentito Pio XII. Non solo dimostrava di conoscerli assai poco, ma (questa, almeno, fu la mia impressione) non aveva desiderio di accrescere le sue cognizioni sull'argomento. Io gli parlavo di san Pietro ed egli mi rispondeva parlandomi invece, con entusiasmo, di san Carlo Borromeo" (Pietro ritrovato, p. 70). Nell'ambiente scientifico i risultati delle ricerche, anche per la novità assoluta del sistema ermeneutico sperimentato, suscitarono subito vivo interesse (anche al di là degli addetti ai lavori) e al tempo stesso un acceso dibattito che in più di un caso scivolò nell'aperta, e talvolta incontrollata, polemica. Il contraddittorio fu inaugurato dal gesuita Ferrua che naturalmente si sentiva chiamato in causa in quanto primo ricognitore e lettore dei graffiti vaticani: in una lunga recensione ("Rivista di archeologia cristiana", 35, 1959, pp. 231-247) esaminò nel dettaglio i risultati degli studi sui graffiti rilevandone non poche fragilità sia nel metodo sia nel merito. La risposta non si fece attendere e la Guarducci con una "controrecensione", questa volta lunghissima ("Archeologia classica", 13, 1961, pp. 183-239), difese strenuamente tutte le sue conclusioni. Era il confronto epocale - lo si può affermare senza alcun dubbio - tra due grandi studiosi: l'una estroversa, passionale, poco propensa a mettersi in discussione; l'altro sostanzialmente tendente all'introversione, essenziale nel parlare e nello scrivere, più disponibile all'autocritica ma non meno deciso, da buon piemontese della Val di Susa, a difendere a oltranza le tesi in cui credeva e, come nel caso delle questioni petrine, a ribadire che una sequenza di testimonianze di dubbia interpretazione, congiunte a valutazioni talvolta solo indiziarie, in linea di principio potevano legittimare la formulazione di ipotesi di lavoro ma non l'affermazione di certezze assolute. Il dibattito continuò nel tempo per almeno un altro decennio e coin volse nomi illustri della ricerca storica, archeologica, epigrafica, classica e cristiana (A. Coppo, O. Cullmann, E. Kirschbaum, Th. Klauser, H.-I. Marrou, A. de Marco, D. W. O'Connor, J. Ruysschaert, J. M. C. Toynbee, A. von Gerkan) cui si aggiunse qualche epigono non meritevole di citazione poiché veicolava tesi viziate in partenza da un pregiudiziale e radicale negazionismo ovvero da un acritico atteggiamento apologetico. Un'idea precisa dell'estensione e della densità della discussione nonché dei molteplici argomenti richiamati forniscono tre importanti e documentatissimi contributi di José Ruysschaert (Recherches et études autour de la Confession de la basilique Vaticane (1940 - 1958). État de la questione et bibliographie, in Triplice omaggio a Sua Santità Pio XII, ii, Città del Vaticano 1958, pp. 3-47) e di Aimé-Georges Martimort ("Bulletin de Littérature Ecclésiastique", 72, 1972, pp. 71-101; 87, 1986, pp. 93-112). All'indomani della pubblicazione degli studi sui graffiti era già in piena gestazione una nuova e ancor più scottante questione, quella dell'attribuzione dei resti di ossa umane ritrovati nell'area della memoria petrina. A sollevare il problema fu ancora una volta Margherita Guarducci, la quale, convinta che quanto rimaneva delle reliquie provenisse sicuramente dalla piccola cavità praticata nel muro G ( dei graffiti), dove sarebbero state temporaneamente riposte per iniziativa di Costantino, richiese e ottenne da Pio XII il consenso di un'analisi antropologica, che fu affidata a Venerando Correnti, docente dell'università di Palermo. Le analisi furono avviate nel 1956 e i risultati vennero dati alle stampe dalla Guarducci nove anni più tardi (Le reliquie di Pietro sotto la Confessione della basilica Vaticana, Città del Vaticano 1965): le ossa, in base a criteri antropometrici, furono giudicate come appartenenti a una persona di sesso maschile, di circa sessant'anni, di corporatura robusta. In questa circostanza il desiderio, del tutto legittimo, della Guarducci di poter disporre dell'esito delle analisi eseguite (ancora da Correnti) sul cranio attribuito a san Pietro, riposto in una teca conservata nella basilica Lateranense, rimase disatteso. I risultati di queste indagini antropologiche non furono mai resi pubblici: "Sarebbe stato bene - argomentava la Guarducci nel 1969 - che la relazione scientifica venisse resa subito di pubblica ragione. Ciò non fu fatto allora e non è stato fatto fino a oggi. Io però ritenni necessario, anzi doveroso, chiedere il permesso (subito ottenuto) di poter affermare apertamente che l'esame scientifico di quelle teche (del Laterano) non modifica per nulla le conclusioni raggiunte circa le ossa provenienti dal loculo marmorea del muro G" (Pietro ritrovato, p. 115). Il volume sulle Reliquie di Pietro, che suscitò immediatamente accese discussioni, fu presentato il 18 febbraio 1965 dalla stessa autrice a Paolo vi, il quale aveva seguito nel suo svolgersi l'intera vicenda con partecipe attenzione. Da più parti si attendeva che il Pontefice annunciasse il riconoscimento delle reliquie con una pubblica ostensione: insistenti voci si erano in tal senso diffuse già in occasione della chiusura del concilio nel 1965. Alla vigilia della conclusione dell'Anno della fede indetto per il diciannovesimo centenario del martirio di Pietro e Paolo, nell'udienza generale del 26 giugno 1968, Paolo vi volle comunicare personalmente gli esiti delle ricerche: "Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica. Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche. Ma da parte Nostra Ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, di dare a voi e alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo ad onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità (...) abbiamo ragione di ritenere che sono stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli". Il tono prudenziale dell'annuncio pontificio fu indotto dalle perplessità che andavano diffondendosi nell'ambiente scientifico e, soprattutto, da un lungo memoriale scritto da Ferrua su pressante richiesta dell'allora sostituto della Segreteria di Stato monsignor Giovanni Benelli (cfr. "La Civiltà Cattolica", 142, 1990, I, pp. 573-581; Margherita Guarducci, La tomba di san Pietro. Una straordinaria vicenda, Milano, 1989, p. 112). Non sembra così casuale la decisione di Paolo vi di consegnare anche alla sintesi del medium epigrafico parole improntate a responsabile cautela, degna di un grande Papa, ben consapevole di essere stato chiamato a dire la parola ultima su un tema di estrema delicatezza: sulla teca in cui aveva fatto deporre nove frammenti delle reliquie fece incidere B(eati) Petri ap(ostoli) esse putantur. (©L'Osservatore Romano - 19 novembre 2008) |



Il 18 novembre 1626, dopo una gestazione di 120 anni, Urbano VIII consacrava la nuova basilica di San Pietro, sovrapposta a quella originaria voluta da Costantino, a sua volta insediata al di sopra del sepolcreto che aveva accolto la memoria funeraria di Pietro. Una sequenza secolare che, senza soluzione di continuità, fissava e sigillava nel tempo e nello spazio una storia ultramillenaria, avviatasi nel corso del ii secolo - quando venne costruito il celebre trofeo di Gaio - e conclusasi materialmente e simbolicamente nel 1626 nel giorno della sua nuova consacrazione. Ma già quindici anni prima, nel 1611, Urbano VIII aveva comunque potuto impartire la prima benedizione solenne dalla loggia della nuova basilica.
La storia della centenaria "fabbrica" è contrassegnata dal succedersi di molteplici eventi, progetti e mutamenti in corso di opera, relativi sia alla morfologia stessa dell'edificio sia alle sue dimensioni sia ancora alle scelte delle possibili soluzioni architettoniche interne ed esterne. Intervennero interruzioni anche lunghe dovute a eventi drammatici come il "sacco di Roma" da parte dei lanzichenecchi luterani di Carlo v (1527), cui si accompagnò una terribile pestilenza. Una vicenda lunga, per molti aspetti sofferta, avviata da Giulio ii nel 1506 con la posa della prima pietra e che attraversò i pontificati di ben 18 Papi, coinvolgendo nel suo lunghissimo iter i massimi esponenti dell'intellighenzia artistica del tempo: Donato Bramante, Raffaello Sanzio, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, Michelangelo Buonarroti, Giacomo della Porta, Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini. Mai a Roma, nella costruzione di un edificio di culto, s'era visto un insieme di personalità artistiche così prestigiose, come quelle che nel corso di oltre un secolo si susseguirono nella progettazione e nella realizzazione della nuova basilica.
Ottenuta l'autorizzazione da Pio XII, la Guarducci intraprese una lunga e faticosa ricerca che la impegnò per lunghi anni: "I primi tempi - confessava la studiosa - furono come ogni decifrazione difficile, assai duri. Chi ha fatto qualche esperienza in proposito sa bene che il documento si presenta dapprima ostile e impenetrabile, poi, a poco a poco, cede ai ripetuti sforzi del decifratore e si apre ai suoi occhi" (Pietro ritrovato. Il martirio. La tomba. Le reliquie, Milano, 1969, p. 62).
Da più parti si attendeva che il Pontefice annunciasse il riconoscimento delle reliquie con una pubblica ostensione: insistenti voci si erano in tal senso diffuse già in occasione della chiusura del concilio nel 1965. Alla vigilia della conclusione dell'Anno della fede indetto per il diciannovesimo centenario del martirio di Pietro e Paolo, nell'udienza generale del 26 giugno 1968, Paolo vi volle comunicare personalmente gli esiti delle ricerche: "Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica. Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche. Ma da parte Nostra Ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, di dare a voi e alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo ad onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità (...) abbiamo ragione di ritenere che sono stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli".