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Guide sicure per una strada scoscesa

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pantocrator-palermodi ENRICO DAL COVOLO

Cinquant’anni fa, il 22 febbraio 1962, festa della Cattedra di San Pietro, Giovanni XXIII firmava nella basilica vaticana la costituzione apostolica Veterum sapientia sullo studio della lingua latina nella Chiesa. In un clima di alacre preparazione al concilio Vaticano II, il Papa — alla presenza di oltre quaranta cardinali e di un’imponente rappresentanza di presuli, di clero e di fedeli — spiegò il senso del documento. Esso andava colto in un’ampia riflessione sulla spiritualità sacerdotale e sull’irrinunciabile dovere del pastore di annunciare il Vangelo: di qui la sollecitudine affinché non si estinguesse nei sacerdoti la competenza linguistica necessaria per adire la Bibbia e i Padri, fonti dell’autentica spiritualità e della retta catechesi. Coerentemente, i contenuti dottrinali del documento si articolavano soprattutto in tre ordini di osservazioni: la religione e la cultura devono essere sempre a servizio dell’uomo; la lingua latina è stata veicolo di unità per l’Europa, ed è ancora ipotizzabile un suo concreto contributo per la promozione dell’unità del genere umano; e infine: per la Chiesa latina la lingua di Roma è anche un elemento storico di identità che va conservato, non fine a se stesso, ma per l’arricchimento che ha prodotto e che deve continuare a pro durre. Complessivamente la costituzione apostolica, valorizzando larga parte dell’antica apologetica, riconosceva all’immenso patrimonio dell’humanitas classica il ruolo di «aurora prenunziatrice » (praenuntia aurora) del Vangelo, e ai padri greci e latini quello di aver elaborato una nuova paidèia, recuperando nel Cristo quanto i secoli e le generazioni avevano prodotto di vero, di giusto, di nobile e bello. Il solenne esordio della costituzione apostolica di Giovanni XXIII p one in relazione l’antica sapienza dei Greci e dei Romani con la sapienza nuova del Vangelo di Gesù Cristo: così facendo, sin dall’inizio il documento pontificio intendeva collocarsi sulla linea di quei Padri, che — da Giustino in poi — hanno interpretato la cultura classica come una sorta di preparazione evangelica, e hanno colto in essa i semi di verità destinati a manifestarsi rigogliosi nella pienezza dei tempi. Di fatto, l’attenzione ai padri greci e latini, e soprattutto la pressante sollecitudine affinché non si estinguesse nella Chiesa la competenza linguistica necessaria per adire direttamente i loro scritti, sono due elementi che scorrono in filigrana lungo tutto il documento, e che riemergono esplicitamente alla conclusione di esso. In maniera coerente, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, oggi anche Facoltà di Lettere cristiane e classiche della Pontificia Università Salesiana — preconizzato nel documento pontificio come nuova struttura accademica di ricerca scientifica nell’ambito delle lingue latina e greca — avrebbe recepito come suo scopo fondamentale «di promuovere la conoscenza delle lingue classiche come strumenti necessari per lo studio approfondito (...) del patrimonio dottrinale contenuto nelle opere dei Padri della Chiesa»; e, tra gli altri fini statutari, avrebbe previsto «la divulgazione dei valori della catechesi patristica, come fondamento della paidèia cristiana». Soggiace all’intervento pontificio e alla fondazione dell’Institutum una ferma e precisa convinzione, che — nonostante l’intrinseca ovvietà dell’asserto — giova tuttavia esplicitare e ribadire. Tale convinzione potrebbe essere sinteticamente formulata in questi termini: i Padri hanno «veramente molto da dire agli uomini di oggi», di ogni “oggi”, «sia con l’esempio che con l’insegnamento». L’espressione citata si trova nella parte conclusiva («Agostino agli uomini d’oggi») della lettera apostolica Augustinum Hipponensem, che Giovanni Paolo II inviò a tutte le Chiese nel XVI centenario della conversione di Agostino (28 agosto 1986). Ma tale espressione, riferita dal Papa all’eminente padre, vescovo e dottore della Chiesa, è efficace anche in riferimento ai Padri tutti. Sì, essi hanno «veramente molto da dire agli uomini di oggi», sia con l’esempio della vita che con l’insegnamento della dottrina. Più che sostenere con ulteriori argomenti la perenne contemporaneità di questi maestri nell’annuncio del Vangelo, e la validità del loro messaggio per gli uomini di oggi — non faremmo nient’altro che arare un terreno già abbondantemente dissodato — vorrei qui semplicemente richiamare le figure indimenticabili di due grandi contemporanei, che su un’approfondita, costante e affettuosa rivisitazione dei padri hanno fondato la testimonianza della loro vita: il professor Giuseppe Lazzati e il cardinale Michele Pellegrino. Lo faccio, a conclusione di questa breve nota, postillando i titoli delle due miscellanee pubblicate in loro onore: sono convinto infatti che vi sia implicata una lezione dei Padri più che mai valida e attuale, in linea con il magistero della Veterum sapientia. I titoli a cui alludo sono, rispettivamente, Paradoxos Politeia e Forma Futuri. Potremmo dire che Lazzati e Pellegrino, questi due carismatici testimoni della Chiesa postconciliare, invitano ad ascoltare la voce dei padri nell’intima persuasione che tale ascolto può e deve fondare nel cristiano di oggi un modo (forma) di abitare la città terrena (politèia), che — lungi dal mortificare i valori umani, passati e presenti — li trasforma e li salva con una forza che non è di questo mondo. Il modo paradossale, tipico del cristiano, di essere cittadino negli Stati del mondo — «O gni terra straniera è patria per loro, e ogni patria è terra straniera (...) Vivono sulla terra, ma sono cittadini del cielo», recita l’antico e venerando scritto A Diogneto — m e n t re schiude già qui il futuro del Regno, fornisce al credente i criteri di una presenza impegnata nella storia: dove la distanza critica, e la decisa riserva nei confronti di qualsiasi istituzione lesiva dei diritti dell’uomo — o che comunque si arroga un potere di salvezza che non le può competere — si coniugano con una presenza attiva e solidale, una presenza di fermento, sale, luce e anima del mondo. È questo un modo estremamente impegnativo, che ogni giorno va «riprogettato », di intendere la presenza del cristiano nella storia. Ebbene, i Padri («uomini tutti d’un pezzo») sono i maestri di questa lezione difficile: essi — come ha scritto Adalbert G. Hamman — «non si sono accontentati di scrivere e di parlare: si sono messi per la strada scoscesa che il Vangelo aveva loro tracciata. Sono dei trascinatori di uomini, e ci interpellano».

© Osservatore Romano 21 febbraio 2012
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