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Asia news
| Fedeli a Cristo e coerenti |
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| Scritto da Administrator | |
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di Angelo Amato Arcivescovo Segretario della Congregazione per la dottrina della fede L'arcivescovo di Mossul dei Caldei, in Iraq, Paulos Faraj Rahho, è l'ultimo dei martiri della Chiesa di Cristo, la quale da una parte si affligge e piange per la morte tragica di questo suo figlio illustre, dall'altra, pur ferita, si commuove per questa sua testimonianza. L'arcivescovo aveva più volte manifestato la propria preoccupazione per un possibile attentato o sequestro. A Mossul, infatti, i cristiani da tempo sono oggetto di crescente violenza. Alcuni sono stati uccisi. Altri hanno lasciato il Paese. Altri ancora sono stati costretti dalle difficili circostanze ambientali a convertirsi all'islam. L'arcivescovo Rahho è rimasto al suo posto. Più che cedere alla paura o alla fuga dalla sua patria ha preferito morire come un martire, secondo una sua esplicita premonizione: vittima consapevole di una "disumana violenza", come ha detto Benedetto XVI, gridando alto il suo dolore. Continua così, nel disinteresse e nell'indifferenza del mondo, l'oppressione lenta e inesorabile dei cristiani iracheni, che mira alla loro completa estinzione. Si colpisce il pastore per disperderne il gregge. Ma i martiri, per provvidenza divina, esistono ancora e diventano seme di cristiani. E noi vogliamo essere vicini ai nostri fratelli perseguitati e oppressi con il ricordo del loro sacrificio, con la preghiera e con la nostra condivisione fraterna: non lasciamo soli questi nostri fratelli! Il martirio dell'arcivescovo Rahho è la parabola del quotidiano martirio della Chiesa. Gesù sapeva che la sua parola di vita e di verità avrebbe attirato l'odio dei nemici della luce. Per questo pregava il Padre affinché custodisse i suoi figli dal maligno e li preservasse dal male. Le persecuzioni anticristiane non sono pagine ingiallite dei secoli passati, ma cronaca quotidiana dei nostri giorni. In un mondo globalizzato, in cui giustamente si rivendica il diritto alla libertà religiosa e al rispetto dell'altrui coscienza, persiste in modo pervicace l'odio della fede cristiana. Sembra che tutto possa essere tollerato, eccetto la testimonianza cristiana. Ci sono campagne per la protezione e la difesa di minoranze etniche e religiose (e addirittura di animali in estinzione), ma mancano iniziative per difendere il diritto all'esistenza dei cristiani. Abbiamo appena chiuso un secolo che è stato tragicamente pieno di persecuzioni anticristiane, in Occidente come in Oriente. Ricordiamo solo alcuni martiri del regime nazista: il francescano san Massimiliano Kolbe, la carmelitana santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), il pastore Dietrich Bonhoeffer, le cui ultime parole furono: "Questa è la fine, per me l'inizio della vita". L'alba del secolo XXI e l'uccisione dell'arcivescovo Rahho sembrano riportarci agli inizi stessi del cristianesimo, quando l'essere cristiani costituiva un rischio e le persecuzioni facevano parte dell'avventura stessa della fede. Oggi, come ieri, i testimoni del Vangelo vengono perseguitati e oppressi in ogni parte del mondo. I martiri costituiscono la perenne settimana santa della Chiesa di Cristo. Il paradosso è il fatto che i martiri cristiani sono uomini e donne umanamente esemplari. Non sono malfattori o criminali. Non violano né la legge divina né le leggi umane. Sono, anzi, esseri inermi, miti, pacifici, misericordiosi. Sono uomini e donne di concordia e di riconciliazione. Sono uomini e donne che sull'esempio di Gesù pregano per i loro persecutori e perdonano i loro carnefici. La loro unica preoccupazione è la testimonianza della carità e la loro unica vendetta è il perdono. Il martirio è vera imitazione della passione di Cristo. Il martirio è atto eucaristico, manifestazione altissima del sacramentum caritatis, dono ecumenico. Il martire proclama e testimonia Cristo, il suo unico bene. Di fronte a chi lo perseguita e lo uccide, il fedele, al di là di ogni provenienza geografica, culturale e sociale, ha una sola identità e un unico nome: "Sono cristiano!" ripete già nel II secolo uno dei martiri di Lione. Per questo il martire può esclamare con san Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Galati, 2, 20). Origene affermava che attraverso il martirio non si vede più il Signore come in uno specchio, in immagine, ma a faccia a faccia. E al pari del protomartire Stefano, coloro che si trovano ad affrontare il martirio spesso vedono la gloria di Dio e il Signore Gesù che siede alla destra del Padre. Di alcuni si dice perfino che emanano un profumo come di incenso, quel profumo che secondo Paolo è "odore di Cristo" (2 Corinzi, 2, 15). I martiri testimoniano il mistero della croce e il mistero della gloriosa vittoria di Cristo sulla morte. Diventano segni e annunciatori del mistero pasquale, costituiscono l'apologia più concreta del cristianesimo e ricordano a tutti noi che la testimonianza cristiana è una vocazione che nella storia può essere anche accompagnata dall'effusione del sangue. Insegnandoci a essere fedeli a Cristo e coerenti con la nostra identità cristiana. (©L'Osservatore Romano - 22 marzo 2008) |
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