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È il nostro peccato che ci ha permesso di incontrare Cristo PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
lunedì 15 marzo 2010
Caro Padre Aldo, ho letto attentamente il suo articolo sulla confessione. Ci sono un paio di punti che mi hanno colpito. Il primo è che lei parla sempre della misericordia di Dio e di perdono. Io sono cresciuta con l'idea di un Dio giusto, che premia e castiga. È un'idea difficile da cancellare. Lentamente ci sto riuscendo, anche se rimane in me il timore del Purgatorio. Temo le macchie che hanno lasciato i molti peccati da me commessi, mi rendono difficile credere in un perdono assoluto. Devo ricevere il mio castigo, sarebbe la cosa giusta. Alcuni mi dicono: «Tu salirai al cielo», ma io credo che tutto ciò che facciamo per amore non ha valore, perché fatto senza spirito di sacrificio. Non mi costa. Invece, quello che mi costa fatica, non lo faccio.
Il secondo punto riguarda il suo modo di confessarsi. Mi hanno sempre insegnato a elencare uno a uno i peccati commessi: quante volte, quando, con tutti i dettagli. Ma alla mia età i peccati sono più di omissione che di azione. E sono sempre gli stessi. È difficile confessarsi a un sacerdote che aspetta che tu gli reciti una lista. E la memoria non aiuta. Infatti io mi preparo a casa: prendo il mio libro La confessione e individuo i miei errori, poi quando sono nel confessionale leggo. Una cosa molto routinaria, così come i consigli che mi dà il sacerdote. Ciononostante, ho sempre nel cuore un desiderio di perdono, di purificazione: parlo con Dio in qualsiasi momento e gli chiedo forza, temperanza, chiedo perdono per tutto ciò che non faccio, o che faccio male.
Una confessione senza elenco, solo per chiedere l'assoluzione, illustrando errori generici, in fondo sempre gli stessi? È una prospettiva nuova per me. Anni fa qualcuno mi disse, per confortarmi, che la legge è fatta per l'uomo, e non l'uomo per la legge. Ma quanti modi ci sono di intendere il cattolicesimo?

Lettera firmata

Carissima, ti ringrazio perché mi consenti di chiarire un tema che è essenziale nel cammino della fede cattolica.
1. Dio è amore. Il nostro Papa ha dedicato la sua prima enciclica proprio a questo concetto. Il Dio “castigatore” forma parte di quell’eredità educativa portata in America Latina dai missionari provenienti dalla Spagna e da altri paesi, vittime dell’ideologia calvinista, giansenista, e anche di una corrente teologica che interpreta la riforma tridentina come affermazione giuridico-morale della fede più che la fede come riconoscimento di un Avvenimento, di Cristo, incontrando il quale la tua vita cambia.
Anche da un punto di vista storico, a partire dal termine del Medio Evo, con la sua visione unitaria dell’uomo frutto della coscienza che l’ontologia umana è relazione con il Mistero, si impose una divisione tra la fede e la vita e di conseguenza prese piede un cristianesimo moralista, ridotto a un’etica e a un sistema di valori ad essa connesso. Un’eredità che avrebbe preso ancora più forza nel XX secolo e in questi anni. Grazie a Dio gli ultimi Pontefici hanno ripreso e proposto con forza quello che è sempre stato presente nella santità della Chiesa, cioè che il cristianesimo è un fatto, una Presenza che cambia la vita.
Il rapporto Dio-uomo è un rapporto d’amore, carico unicamente di misericordia. Non solo, ma quello umano è l’unico cammino possibile per arrivare a Cristo. Il peccato della Maddalena, quello dell’adultera, è ciò che ha permesso a quelle due donne di incontrare Cristo. Purtroppo noi siamo stati educati a vedere la nostra umanità, i nostri limiti come obiezione a Cristo, come scandalo. Da qui la posizione moralista e volontarista: il famoso proposito che ha sostituito la grazia.
Pensiamo all’Atto di dolore quando finiva con il compromesso della volontà di non peccare più. Intanto il “perdono” ambrosiano recitava così: «O Gesù d’amore acceso non ti avessi mai offeso, ma con la Tua Santa Grazia non ti voglio offendere più». Per grazia di Dio dopo il Concilio è cambiato anche l’Atto di dolore aggiungendo «con il tuo santo aiuto». Il complesso del volontarismo di certe correnti protestanti è ancora radicato nella nostra mentalità, con le conseguenze del timore, dell’ira e dell’allontanamento dalla Chiesa da parte di molte persone.
Il timore di Dio è la coscienza semplice, come quella di un bambino con sua madre, che Dio mi ama e si è fatto carne in Cristo, proprio grazie ai nostri peccati. Nel Preconio pasquale si recita: «Felice colpa di Adamo, che meritò un così grande Salvatore!».

Dal VI al VII comandamento
2. Il modo di confessarsi. Come ho scritto chiaramente in questa rubrica, gli scrupoli morali non sono compatibili con la confessione e la confessione non è il cestino dove gettare la spazzatura della nostra vita. Personalmente sono stato educato nel moralismo più fastidioso, quello per il quale tutto era peccato e l’inferno era lì pronto ad aprirsi sotto ai nostri piedi da un momento all’altro. Inoltre quando si trattava del sesto e del nono comandamento (non commettere atti impuri e non desiderare la donna d’altri, ndr) uno diventava matto, perché qualsiasi cosa era peccato grave, a prescindere dalle tre condizioni per cui un peccato è da ritenersi tale. Non perché non ci dicessero le tre condizioni che rendono mortale un peccato, ma perché per certi educatori era più importante la materia della libertà. È un po’ quello che capita oggi col settimo comandamento (non rubare, ndr).
La confessione è l’abbraccio misericordioso del Padre. Uno si confessa solo perché ha bisogno di questo abbraccio. Se io mi confesso ogni settimana o anche più spesso non è certo per sgravarmi di un peso, ma perché ho bisogno di essere abbracciato, ho bisogno di udire le parole: «Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». È chiaro che poi documento quelle debolezze che evidenziano il mio allontanarmi da Cristo, quelle fragilità che testimoniano che Cristo non è l’Unicum per il quale vivo. Al confessore dico l’essenziale, e se lui mi chiede di più per aiutarmi a riconoscere la misericordia di Dio gli rispondo con umiltà, come il sacramento della confessione esige. Però non mi passa neanche per la testa di fare una lista lunga quanto un lenzuolo con tutti i dettagli negativi della mia vita, se fosse così avrei bisogno di una calcolatrice e di un personal computer. La confessione è allegria, grazia, festa, perché uno riconosce di essere peccatore e i suoi peccati, mortali o veniali che siano… Ma non è confessione il tormento che molti vivono, o gli scrupoli che uno sopporta come una malattia, a causa di un’educazione che l’ha portato ad avere timore dell’umano.
Quindi, signora, si cerchi un confessore intelligente, che non sia curioso, ma che sappia essere essenziale, che le permetta di sperimentare l’abbraccio del figliol prodigo. Io vado a confessarmi cantando e torno col cuore che trabocca di allegria. Lei dovrebbe vivere la confessione nella stessa maniera. 

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Aldo Trento

© Tempi - 09 marzo 2010


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