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| Contro l'autarchia della coscienza |
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| Scritto da Administrator | |
| mercoledì 10 marzo 2010 | |
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di Franco Giulio Brambilla Vescovo ausiliare di Milano Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale L'apertura della Chiesa al mondo è stata forse l'eredità del Vaticano II più incidente, ma anche la più indeterminata; la Gaudium et spes ne è il testo programmatico. Accusata di ottimismo antropologico, dopo il primo periodo successivo al concilio caratterizzato da un ingenuo entusiasmo, oggi andrebbe letta in filigrana con la Spe salvi, più attenta al carattere ambivalente dei segni dei tempi, e quindi in ricerca di una speranza "a caro prezzo" che vede nel realismo della speranza e dei suoi segni lo spazio perché la fede si giochi nel tempo disteso. La speranza è la fede alla prova del tempo e richiede la decisione di anticipare il futuro nei segni e nelle opere del presente, senza promettere a nessuno un facile paradiso a buon prezzo per domani o per dopodomani. Eppure la Gaudium et spes è stata per certi versi un testo liberatorio, perché ha posto al centro dello sguardo della Chiesa il mondo, forse sarebbe meglio dire l'uomo. Ha tentato cioè di superare la cronica distanza tra coscienza cristiana e mondo moderno, che s'era espressa nell'atteggiamento antimoderno della neoscolastica, forse cadendo in qualche tratto di ingenuo irenismo. In ogni caso, mantiene ancor oggi un indubitabile valore sopratutto per il suo carattere sintomatico. Essa dichiara che occorre procedere a un confronto critico tra coscienza cristiana e mentalità moderna e postmoderna, per assumere la questione antropologica come punto di vista sintetico.Questo dovrà avvenire senza cadere nella trappola del pensiero moderno di immaginare la coscienza in modo autarchico, come presenza immediata a sé senza costitutiva relazione all'altro, al mondo, al destino futuro, personale e sociale; e quindi a quell'Altro, a quel senso ultimo e primo che ci viene incontro nell'uomo nuovo che è il Crocifisso risorto. Ricordiamo la bella espressione, con cui si apre il cruciale n. 22 (pare scritto dall'allora giovane vescovo Wojtyla): Reapse nonnisi in mysterio Verbi incarnati mysterium hominis vere clarescit, in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Anche questo lascito è uno dei frutti più belli che rimane dal concilio, e che è diventato addirittura incandescente in questi ultimi tempi quando la questione antropologica ha assunto toni drammatici con l'accesso delle nuove biotecnologie. Tale eredità, però, non deve essere persa anche nella sua più ampia sostanza pastorale e culturale, pensando a una Chiesa che è per gli uomini, che assume l'alfabeto della vita quotidiana perché sia capace di dirvi il senso della Parola cristiana. Forse è questo anche l'aspetto più fragile della recezione del concilio: noi ci sentiamo sovente impreparati a dire la fede nei nuovi linguaggi umani. Ma i linguaggi umani, dotati di una loro grammatica e portatori di un senso proprio, vanno assunti, abitati, criticati e trasfigurati per dischiudere in essi, come avviene in modo stupendo nelle parabole di Gesù, la similitudine che dice il mistero del Regno. (©L'Osservatore Romano - 11 marzo 2010) |













