| Come posso toccare l'infinito mentre vivo nel finito |
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| giovedì 11 marzo 2010 | |
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di Carlo Caffarra Arcivescovo di Bologna
Si tratta di riflettere su una realtà che è propria dell'economia salvifica cristiana: il sacerdozio ordinato. Dobbiamo considerarlo nella sua vicenda storica a partire dal concilio Vaticano ii fino ai giorni nostri, e mettere in atto un'ermeneutica della continuità. A Simone viene cambiato il nome "poiché egli è ciò che dice il suo nome" (1 Samuele, 25, 25). Poiché l'identità del sacerdote sussiste nella relazione di vicarietà o rappresentanza; egli diventa se stesso quanto più dimentica la sua privata soggettività e si identifica sempre più con la sua missione. "Certamente c'è una fisionomia essenziale del sacerdote che non muta (...) Il presbitero del terzo millennio sarà in questo senso, il continuatore dei presbiteri che, nei precedenti millenni, hanno animato la vita della Chiesa (...) Altrettanto certamente la vita e il ministero del sacerdote devono anche adattarsi ad ogni epoca (...) dobbiamo perciò cercare di aprirci, per quanto possibile, alla superiore illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire gli orientamenti della società contemporanea, riconoscere i bisogni spirituali più profondi" (Esortazione apostolica Pastores dabo vobis 5, 5). L'esortazione apostolica post-sinodale prospetta precisamente quell'ermeneutica della continuità che guida questa riflessione. Il testo post-sinodale infatti parla di una "fisionomia essenziale del sacerdote che non muta" ed ugualmente della necessità che essa prenda corpo in relazione agli "orientamenti della società contemporanea ed ai suoi bisogni spirituali più profondi". La questione è questa: è possibile riconoscere una Presenza eccedente l'universo dell'ente, ma che abita dentro esso? Esiste la possibilità di "toccare l'Infinito" mentre vivo nel finito? O dobbiamo rassegnarci all'impossibilità di fare questo incontro? Queste sono le domande ultime a cui oggi il sacerdote è chiamato a rispondere. Sarebbe un grave errore ritenere che il problema sia fondamentalmente di carattere etico; e che quindi il bisogno spirituale principale sia il bisogno di una seria proposta etica. Errore, perché una tale diagnosi confonderebbe i sintomi con la malattia. E sarebbe come pensare che a una persona in preda a una grave indigestione, la cosa più necessaria sia di spiegargli la chimica della digestione. L'uomo che vive oggi la gaia farsa dell'Assenza, ha bisogno di essere risvegliato alla coscienza della sua dignità di persona e ciò lo può fare solo la testimonianza della carità. Nell'inferno del non-senso che furono i lager nazisti, dove ogni possibilità di avvertire la Presenza era consumata, padre Kolbe ha riconosciuto una ragione per cui vivere è bene: la ragione del dono di sé. Una ragione che era il segno e la voce di una Presenza reale. Non si intenda questo come in primo luogo un dovere derivante dal sacramento dell'ordine, assieme ad altri doveri. È la forma vitae, quel Lògos intrinseco di cui ho parlato all'inizio poiché il sacerdote è e agisce in persona Christi: di Cristo che redime l'uomo nel dono della Croce, eucaristicamente sempre presente dentro al nostro mondo dell'Assenza. (©L'Osservatore Romano - 12 marzo 2010) |













