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L’arte cristiana depredata dai soldati turchi Corsa contro il tempo per salvare le chiese PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
mercoledì 03 settembre 2008
Devastando i monumenti cristiani di Cipro, i soldati turchi – che occupa­no il nord dell’Isola dal 1974 – sono stati metodici: hanno sottratto qualsiasi og­getto prezioso senza disprezzare le suppel­­lettili più modeste. Così insieme alle icone e ai mosaici bizantini hanno rubato porte e campane, staccato gli affreschi dai muri ma anche le tegole dai tetti, trafugato vasellame consacrato e cavi elettrici usati. Niente do­veva restare in piedi, a testimoniare la pre­senza cristiana in quella zona dell’isola. Una razzia sistematica del patrimonio cul­turale del Paese, uno sfacelo che, fino a qual­che tempo fa, complici le difficoltà di repe­rire informazioni nella parte occupata, si po­teva solo immaginare ma oggi ampiamente documentato da una ricognizione capillare voluta da Nikiforos, vescovo di Kikkos e Tyl­lerias: resa possibile da una parziale aboli­zione delle limitazioni di movimento nel Nord di Cipro, la ricerca ha coinvolto esper­ti di varie discipline, impegnati a valutare e fotografare i danni provocati da trent’anni di occupazione musulmana.

Un panorama sconfortante: «Quando il ve­scovo ha avuto sotto gli occhi quelle imma­gini è impietrito» spiega l’archimandrita Chrysostomos Kikkotis, coinvolto in prima persona dal progetto. Una selezione di que­gli scatti – un centinaio di foto su un totale di 20 mila – è diventata la mostra «Monumen­ti cristiani nella Cipro invasa dai Turchi», già esibita nella sede del Parlamento europeo – che ha stanziato 160 milioni di euro per il re­cupero di ciò che resta di quell’inestimabile patrimonio artistico – e, la scorsa settimana, al Meeting di Rimini. «Il disastro che aveva­mo davanti – continua Chrysostomos – era anche peggiore di quel che ci si aspettasse». E il quadro non è ancora completo: «L’entità reale dei danni – spiega il pastore cipriota – ancora non ci è nota. Finora, abbiamo con­tato 133 edifici di culto sconsacrati, chiese, cappelle e monasteri destinati dai musul­mani ai più vari usi. Prima li hanno spoglia­ti di tutto ciò che potesse far gola ai collezio­nisti d’arte esteri, poi li hanno trasformati in moschee, depositi, stalle, alberghi di lusso... Il cambiamento delle chiese in moschee – prosegue – non è una novità, successe an­che durante l’occupazione ottomana. Però, quando Cipro divenne una Repubblica in­dipendente a maggioranza ortodossa, noi non le abbattemmo». Nel rispetto della reli­gione altrui sconosciuto all’invasore turco: in totale sono state fatte a pezzi 550 icono­stasi mentre sono almeno 16 mila le icone trafugate. «Ma almeno – racconta l’archi­mandrita – alcune di queste c’è speranza di recuperarle. La Chiesa di Cipro, le autorità della Repubblica e alcune istituzioni hanno da poco iniziato il rimpatrio di molti oggetti finiti all’estero, in magazzini d’arte illegali». Per San Giorgio, deliziosa costruzione di A­fandia, non c’è speranza: è destinata a so­pravvivere solo in fotografia, una di quelle in mostra, essendo andata distrutta, recente­mente, dopo lo scatto.
Tratto da Avvenire del 4 settembre 2008
Ultimo aggiornamento ( giovedì 04 settembre 2008 )
 

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