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Adamo nomina la creazione Poeta è chi prosegue la sua opera PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
giovedì 05 giugno 2008
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earth.jpg La riflessione di Karl Rahner sulla parola poetica, prima di essere descritta, va innanzitutto inserita nel contesto della sua più ampia teologia, che pone la questione:  come avviene l'incontro dell'uomo con la volontà di Dio sulla sua persona in concreto? Il fatto che Dio si comunichi all'uomo è costitutivo dell'esistenza, ma sempre richiede che "tendiamo l'orecchio a un silenzio". Da qui, cioè da questo "tendere l'orecchio", da questo livello profondo di ricettività, prende senso nel pensiero di Rahner il discorso sulla poesia. Il punto di partenza è dichiaratamente teologico:  consiste nella riflessione teologica sull'uomo, così come dovrebbe essere, se vuole essere cristiano. Ci si chiede se quest'uomo mira verso qualcosa che poi si manifesta in poesia, se egli debba preparare in sé qualcosa per essere o divenire cristiano Rahner compie una scelta di campo tra le arti e si concentra sulla scrittura e sul libro. Egli avverte la necessità di soffermarsi sulla parola, dato che "il cristianesimo come religione della parola annunciata, della fede ascoltata e di una Sacra Scrittura ha indubbiamente un'intima e particolare relazione alla parola e perciò non può mancare di avere un rapporto particolare anche con la parola poetica". In un saggio del 1959 sulla "teologia del libro" leggiamo una riflessione sul fatto che il libro, grazie alla Rivelazione biblica, non è qualcosa di esclusiva pertinenza della sfera dell'esistenza umana, ma elemento che s'inserisce là dove l'uomo e Dio s'incontrano:  l'uno per rivelarsi e l'altro per salvarsi. Il Libro Sacro è da intendersi come un momento concreto dell'Incarnazione del Verbo. Da ciò deriva la dignità e l'importanza del libro, che così dovrà durare per sempre fino all'ultimo giorno, sempre legato alla vicenda esistenziale dell'uomo.
Nel 1960 Rahner pubblica un saggio dal titolo La parola della poesia e il cristiano in cui esplicita la domanda del rapporto tra il poetico e il cristiano. L'uomo è per sua essenza, secondo Rahner, uno spirito in ascolto di una possibile rivelazione di Dio. Il primo presupposto affinché un uomo possa sentire la voce del Vangelo, consiste nel fatto che "egli abbia orecchi aperti per la parola attraverso la quale il mistero silenzioso è presente". Per saper udire il messaggio del cristianesimo occorre badare alla parola, nella quale in maniera inconfondibile è presente il mistero come fondamento dell'esistenza. Il cristianesimo ha bisogno di parole che esercitino la capacità di ascolto. Rahner adopera anche il termine "raccoglimento". Il libro ha il potere di far ritirare l'uomo dal chiasso perché rientri in se stesso, non alienandosi dal mondo, ma portando il proprio mondo con sé in modo condensato e ridotto alle sue linee essenziali. (...)
Per il corretto ascolto del messaggio cristiano occorre presupporre la facoltà di udire parole che colpiscono il centro dell'uomo, il cuore. Quando Dio si comunica nella parola della rivelazione cristiana, questa parola è in cerca di tutto l'uomo nella sua originaria unità, dalla quale scaturisce la sua esistenza. Le parole del messaggio evangelico sono necessariamente non parole della ragione tecnica, ma del cuore:  non parole sentimentali, né parole puramente razionali. Per poter essere cristiani bisogna esercitarsi perché le parole non scivolino sulla superficie dell'uomo affaccendato, non soffochino nell'indifferenza e si perdano fra le chiacchiere. La parola che raggiunge il centro dell'uomo è anche unificatrice. Le parole articolano e discernono, ma quelle che colpiscono il cuore, sono parole che uniscono, raccogliendo tutto nel centro unificatore del cuore. Se non si coglie questa necessità di parole forti, si corre il rischio di "sentire solo chiacchiere, mille cose che rendono lo spirito sciocco e stanco, dovendo egli ritenere troppe cose assurde e per le quali il cuore muore, perché in fondo esso può amare solo una cosa, può ascoltare solo una cosa, quello che unisce, che è Dio stesso che unisce senza identificare".
La domanda implicita a ciò che Rahner afferma della parola poetica è:  che cos'è la parola? qual è il legame tra la Parola della Scrittura nella Rivelazione e la parola poetica come espressione della realtà umana? E ancora:  che cosa richiede all'uomo il cristianesimo, quando deve diventare realtà nell'uomo?
La parola umana, secondo Rahner, non è una notificazione esteriore e appariscente di un pensiero, che potrebbe esistere altrettanto bene anche senza la parola. La parola è un "pensiero incarnato". È l'elemento concreto in cui trova il proprio corpo tutto ciò che sperimentiamo e pensiamo. Per questo motivo le varie lingue non sono interscambiabili, "così come non si può dare un'anima spirituale a un corpo diverso dal suo". La realtà riceve "intensità esistenziale" quando perviene alla parola:  è ciò che ci comunica Adamo che nomina la creazione. Il poeta è colui che in modo denso e ricco prosegue l'opera di Adamo:  "Il poeta non è un uomo che dice con superflua ricchezza di immagini e con fare compiaciuto, mediante le rime e con un profluvio di parolette sentimentali, ciò che altri - i filosofi e gli scienziati - hanno detto in un modo più chiaro, più oggettivo e più comprensibile". Egli è colui che in modo denso e ricco di significato esprime parole primigenie. Non intende cioè parlare con parole logore o conservate "come farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari", ma con parole vive nella loro esistenza concreta. Queste sono parole che stanno alla base dell'esperienza spirituale dell'uomo e a lui sono state date in dono. In ogni parola primigenia "è implicito un frammento di realtà, che misteriosamente ci apre uno spiraglio sulla profondità imperscrutabile della vera realtà". A esse si addice un infinito sconfinamento come dice Rilke, citato da Rahner in questi versi delle Elegie duinesi:  "Siamo forse qui per dire solo:  casa, / ponte, fontana, porta, mandorlo, / brocca, finestra, / o, al più, colonna, torre... o per dire, intendi, / oh dire veramente come le cose nell'intimo/ mai s'immaginarono d'essere...".
Questo sconfinamento della parola consiste nel suo vivere nella trascendenza. La parola è come un gesto di accoglienza e di disponibilità radicale diretto oltre se stesso verso l'infinità:  essa è intimamente capace di liberare ciò che trattiene in prigionia tutte le realtà inespresse, "il mutismo della loro tendenza verso Dio". Tutto tende verso Dio in modo silenzioso e la parola è capace di liberare le cose da questo silenzio. Il poeta, in questo senso, è il ministro di quel sacramento della realtà che è la parola. Questo è poi il senso dello stretto legame che unisce il sacerdote e il poeta.
Il cristiano dunque impara ad ascoltare la parola, attraverso la quale il mistero è presente, impara a percepire la parola che colpisce il cuore nel suo più intimo, impara ad ascoltare la parola che unisce e la parola che nel suo senso limitato e preciso è la corporeità del mistero:  questa è la parola poetica. Il saper ascoltare è frutto dell'aver udito la parola poetica, alla quale l'uomo si abbandona, affinché essa gli apra l'udito dello spirito e gli penetri nel cuore.
La capacità e l'esercizio di percezione della parola poetica è un presupposto per ascoltare la parola di Dio. Il dire e l'ascoltare la poesia appartiene intimamente all'essenza dell'uomo. Nel caso in cui questa capacità del suo cuore venisse distrutta, l'uomo non potrebbe più ascoltare la parola di Dio in parola umana. Ciò che è poetico nella sua ultima essenza è dunque, in un certo modo, un presupposto per il cristianesimo. Coltivare la poesia è un'esercitazione al saper ascoltare la parola della vita e, viceversa, quando un uomo nel profondo del suo cuore impara ad ascoltare le parole del Vangelo, allora incomincia a diventare un uomo che non può più essere completamente insensibile a ogni parola poetica. Cristianesimo veramente grande e poesia veramente grande hanno un'intima affinità. Non sono la stessa cosa, come non lo sono la domanda di Dio e la risposta dell'uomo. Ma poesia grande esiste soltanto là dove non c'è spazio per il piatto spirito borghese, che sfugge per paura agli abissi dell'esistenza, rifugiandosi in quella superficialità nella quale non si incontra il dubbio, ma neppure Dio.
Nel 1962 Rahner prosegue la riflessione con il saggio La missione del letterato e l'esistenza cristiana. In questa riflessione egli intende, ancora una volta da teologo, trattare del poeta e dello scrittore e afferma:  "L'autore in quanto tale è sotto l'influsso della chiamata della grazia di Cristo e deve quindi essere un cristiano; l'essere autore per un uomo è un fatto cristianamente rilevante". La qualità di un autore è un agire umano che, in quanto tale, lo espone all'appello della grazia di Cristo. La tesi afferma che il cristianesimo veramente profondo e una poesia veramente grande, pur non essendo la stessa cosa, hanno tra loro un'intima affinità. Ogni autore in quanto tale è anche cristiano, come anche ogni uomo è cristiano in modo vero e decisivo, anche se non in modo pieno e adeguato. Ma cristiano qui significa che è marcato radicalmente da Cristo, che è Rivelazione e Sacramento assoluto del disegno di Dio sull'universo. Il cristiano è in questo senso innanzitutto un essere che, in quanto uomo, è chiamato permanentemente dalla grazia di Cristo. Il fatto di essere chiamati dalla grazia di Cristo, il fatto che Dio ami l'uomo con l'offerta assoluta e completa di sé e della vita trinitaria fa parte delle realtà esistenziali permanenti di un uomo, non come il fatto di essere battezzato e di appartenere alla Chiesa visibile.
Comprendiamo come, se fino a ora Rahner sottolinea la rilevanza della ricettività dell'uomo, adesso afferma che questo atteggiamento di ascolto e di accoglienza della grazia non dipende dall'attitudine di colui al quale questa stessa grazia è offerta, ma si tratta dell'engagement irrevocabile di Dio in suo favore. Di questa realtà l'uomo può o no avere coscienza; può accettarla o meno, ma è sempre vero che essa dal "fondo del cuore dell'uomo si diffonde in mille modi in tutte le sue dimensioni, lo rende inquieto, lo fa disperare dell'angustia e della finitezza dell'esistenza, lo riempie della esorbitante pretesa, che può essere soddisfatta soltanto dall'infinità di Dio, e rende smisurate tutte le esperienze che egli fa di se stesso, equivoche, aperte sull'indicibile e sull'imprevedibile".
Il fatto stesso dello scrivere, in quanto atto libero, è un atto moralmente rilevante, indipendentemente dal contenuto di quello che si scrive:  in questi atti l'uomo indirizza se stesso ed entra in gioco come tale. Per la rilevanza morale che ha il discorso, lo scrittore entra già di per sé nella sfera della realtà cristiana innanzitutto perché ogni atto ha, almeno negativamente, una importanza salvifica, cioè viene compiuto nella totalità dell'esistenza umana:  nell'economia della salvezza ogni atto moralmente importante per l'uomo è un sì o un no detto al cristianesimo come tale, anche se irriflesso e anonimo, davanti al quale è posto ogni uomo. Appena l'autore parla dell'uomo "subito diventa filosofo, poeta, veggente, sapiente, confessore, poeta", scrive Rahner. Il suo discorso, il discorso letterario è cristiano in quanto tale in ogni caso:  per affermazione o per negazione.
In un articolo dal titolo "Il futuro del libro religioso" Rahner prosegue la sua riflessione non sul libro o la letteratura in generale, ma sul libro religioso, la letteratura religiosa. Si tratta di quella letteratura in genere intesa come esplicitamente cristiana. Egli innanzitutto sottolinea come in essa la religione non può apparire come una sovrastruttura ideologica:  la letteratura religiosa deve fare appello alla reale esperienza dell'uomo e deve riportarlo a sé, non portarlo "a buoni pensieri" o "buoni sentimenti"; deve sempre chiedersi:  "dove e come nel lettore si trova quello che io intendo portargli?".
Rahner così mette in guardia contro la letteratura ideologico-religiosa, dove il cristiano, appellandosi al contenuto rivelato della fede, lo accosta all'uomo dall'esterno. Qui la prospettiva è diversa:  il Signore è già all'opera nel mondo e nell'uomo. Così quello che si intende comunicare al lettore, egli, in qualche modo lo ha già in sé in germe, come seme. Non si può dunque parlare al lettore come a uno che non ha esperienza spirituale. Ogni uomo ha una vita spirituale, anche se, spesso, non è chiaramente esplicitata e vissuta come tale. Lo scrittore parla a questa già presente vita spirituale.
Il mondo dell'uomo è il campo di lavoro di Dio che è all'opera e dunque è cosa buona il fatto che la letteratura prenda spunto dalla quotidianità della vita, dalle sue passioni e dalle sue vicende reali:  "L'azione, il lavoro, l'amore, la morte e tutte le povere cose che riempiono la vita", anche dall'incredulità scettica. La letteratura così deve parlare a un uomo "che vive in un mondo molto mondano, che ha da fare molte altre cose, per il quale la vita non diventa interessante solo (come forse al povero diavolo tormentato dei decenni precedenti) se cammina nel mondo della religiosità esplicita, che vive la vita cristiana non come "professione" accanto al resto della vita, ma la vive come la chiarezza, la forza e l'estrema oscurità di tutta la sua esistenza". Anche dove si ha una negazione del cristianesimo e della sua visione del mondo, dell'uomo e delle cose, osserva Rahner, occorre prudenza perché l'espressione potrebbe riguardare una situazione nuova per il cristianesimo e non ben definita. Si tratta di imparare a "carpire la voce di Dio anche dalla voce del tempo".
Quando un poeta vuol dire che l'uomo è un assurdo, intende affermare una cosa non cristiana. Tuttavia in primo luogo, suggerisce Rahner, è necessario porsi una domanda che fa appello al lettore:  "Questa radicalità nel porre il problema e nel mettere tutto in dubbio per ciò che riguarda l'uomo, serve a scuotere salutarmente la vita piatta dei borghesi, così numerosi anche tra i cristiani "credenti"? Questa scossa può essere sostituita dalle soluzioni più tranquille e più moderate di un pensiero cristiano?". Inoltre occorre verificare se il presunto rifiuto non nasconda un'accettazione più profonda, anche se implicita e ciò nelle figure poetiche, che spesso, "con la loro ispirazione veramente poetica, superano di gran lunga le intuizioni riflesse dell'autore".
In ogni caso il "lettore cristiano", come lo definisce Rahner, di fronte alla poesia può essere esposto alla problematicità radicale e, quando la domanda è veramente aperta, non si può obiettare che non vi sia confezionata anche la risposta. Il punto è che ogni poesia è solo un momento nell'incessante dialogo dell'umanità ed è un momento che non può essere assolutizzato:  il momento dell'abbandono non è quello della consolazione; quello della morte non è quello della risurrezione. Occorre che il lettore sopporti con umiltà e obbedienza di non avere risposte a poco prezzo o comunque immediate e accetti di rimanere in attesa. La risposta è già lì, anche se è ancora nascosta, nel silenzio.

(©L'Osservatore Romano - 5 giugno 2008)


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