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Cameron? Un dittatore se dice sì alle nozze gay
- Venerdì 03 Febbraio 2012
- Scritto da - Staff ZM -
A marzo il governo avvierà una vasta consultazione sulle nozze gay e il premier David Cameron l’ha già definita «una parte significativa» del suo mandato. Non è solo la Chiesa cattolica a protestare con il governo inglese per le nozze gay. Anche l'arcivescovo anglicano di York, John Sentamu avverte David Cameron: «No alla legalizzazione del matrimonio omosessuale». L’influente presule ha pubblicamente attaccato il premier britannico: «Il matrimonio deve rimanere un’unione tra un uomo e una donna. E David Cameron si comporta «come un dittatore se permette alle coppie omosessuali di sposarsi». In un'intervista al «Daily Telegraph», John Sentamu mette in guardia l’esecutivo dall’«abrogare la Bibbia e tutta la tradizione consentendo il matrimonio omosessuale». E aggiunge:«La ribellione è alle porte. Non solo nell’episcopato ma anche tra gli esponenti del Parlamento». Inoltre, evidenzia l’arcivescovo di York, «la Chiesa si è sempre distinta dal mondo, preferisco stare dalla parte di Gesù, piuttosto che essere popolare».
Ma al congresso annuale dei Tory a Manchester il primo ministro britannico David Cameron ha parlato chiaro, esortando i suo i connazionali a «combattere la crisi con serietà, guardare al futuro con ottimismo, impegnarsi a favore di tutte le famiglie, anche quelle gay». Il premier ha ribadito di voler guidare un governo il più vicino possibile alle famiglie. «Siano queste formate da coppie eterosessuali o dello stesso sesso- ha affermato Cameron-.A chi ha delle riserve in merito spiego che la mia posizione ha a che fare con l'eguaglianza, ma anche con l’impegno. Così vi dico che non sostengo il matrimonio tra gay sebbene sia un conservatore, ma lo sostengo proprio perché sono un conservatore».
La Chiesa cattolica ha ribadito il suo no alle nozze gay anche quando nei mesi scorsi i valdesi hanno autorizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Su «Famiglia Cristiana»,il teologo Giordano Muraro si domanda perché «le persone omosessuali chiedono che il loro rapporto sia denominato “matrimonio”». Matrimonio, infatti, etimologicamente indica uno stato di vita in cui una donna diventa madre («matris munium»). «Come si può pensare che il rapporto affettivo tra due uomini realizzi questo fatto?,si interroga il teologo Muraro-.Se poi usciamo dall’etimologia e cerchiamo il significato che viene dato dall’uso vediamo che per matrimonio si intende il rapporto affettivo tra un uomo e una donna, che si prendono cura l’uno dell’altro e procreano. Nel rapporto omosessuale ci può essere affetto e cura reciproca, ma non procreazione. E allora, perché denominare con lo stesso termine due esperienze così diverse?» Quindi:«È come se si pretendesse di indicare con il termine “Barolo” ogni spremuta di uva, dicendo che sono tutti vino e non bisogna discriminarli, o come se si pretendesse di mettere in Formula uno una Seicento, dicendo che in fondo tutte hanno in comune il fatto di essere automobili. Si crea solo confusione, non solo verbale, ma nella realtà».
Eppure le persone omosessuali chiedono che il loro rapporto abbia un riconoscimento giuridico e gli stessi diritti del matrimonio. «I cittadini hanno il diritto di creare tutti i rapporti che ritengono opportuni per la loro vita e per la loro crescita- spiega Muraro al settimanale dei Paolini-.Ma non possono pretendere che ogni rapporto a cui danno vita abbia un riconoscimento giuridico e fondi dei diritti. Si può pensare che il fondamento di questo diritto sia l’affetto e il fatto di prendersi cura l’uno dell’altro. Ma allora ogni rapporto affettivo con conseguente cura può pretendere questo riconoscimento: il rapporto tra due amici, il rapporto tra madre e figlio, tra nonno e nipote, tra fratello e sorella, tra badante e assistito».
L’obiezione alla contrarietà della Chiesa alle nozze gay è che basta precisare che il rapporto non deve essere tra consanguinei e deve avere una certa stabilità e continuità. «Ma non è sufficiente- precisa il teologo Muraro-.Non possiamo dimenticare che oltre alla giustizia commutativa e legale esiste la giustizia distributiva. In forza della giustizia distributiva la società dopo avere assicurato a ogni cittadino il necessario per vivere e le condizioni per svilupparsi, deve concedere nuovi diritti in base all’apporto che ognuno dà alla formazione del bene comune».
Per la morale cattolica, l’apporto al bene comune che dà il rapporto affettivo e di cura di due persone omosessuali è molto diverso dall’apporto che danno un uomo e una donna legati stabilmente da un rapporto affettivo. «La diversità è data da molti fattori, ma in particolare dalla procreazione-educazione dei figli, che è un bene incomparabile per la vita e lo sviluppo della società», puntualizza Muraro:«Per questo un eventuale riconoscimento del rapporto affettivo e di cura tra due persone omosessuali non può avere da parte della società lo stesso riconoscimento che viene dato al rapporto eterosessuale. È ingiusto dare lo stesso ai diversi». In ogni modo, chiarisce Muraro, «se due persone omosessuali stabiliscono tra loro un rapporto di amicizia e cura, possono chiedere che quello stato di vita venga benedetto. Ma se stabiliscono tra loro un rapporto “more uxorio” allora devono spiegare come sia possibile che venga benedetto un rapporto che viene condannato esplicitamente da Dio».
Né si dica che la parola di Dio riportata nell’Antico e Nuovo Testamento sono espressioni legate a una cultura e non hanno un carattere di assolutezza. «È una spiegazione troppo semplicistica che non spiega nulla- riconosce il teologo-.È vero che si possono fare delle distinzioni e affermare, per esempio, che non si benedice lo stato di vita, ma le persone che vivono quel rapporto perché con l’aiuto di Dio lo vivano in modo coerente con la sua Parola». Ma in questo caso non si vede perché questa invocazione debba avere il carattere di un riconoscimento pubblico da parte della comunità. A Muraro sembra «che le persone omosessuali debbano deporre quella pigrizia che li induce a prendere dal rapporto eterosessuale terminologia, contenuti, richieste che non sono applicabili alla loro esperienza affettiva. Si creino un linguaggio e facciano delle proposte per il loro stato di vita proporzionato a quello che sono e a quello che fanno. In ogni esperienza umana bisogna partire da quello che è, e non da quello che si pretende che sia».
© http://vaticaninsider.lastampa.it - 3 febbraio 2012



















