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Quello sterminio progettato al civico 4

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sterminio-disabili11di GIULIA GALEOTTI
"In Memoriam Aktion T4. Lo sterminio nazista delle persone con disabilità": è questo il titolo della mostra in corso fino al 6 marzo prossimo alla Casa della memoria e della storia in via San Francesco di Sales, a Roma. Sterminio dei disabili, eutanasia dei bambini, morte per fame, esperimenti su esseri umani (impressionante il carteggio sui bimbi-cavia tra il dottor Hensel e il dottor Valentin Faltihauser), lavoratori forzati ricoverati in psichiatria: attraverso documenti, testimonianze e fotografie, la mostra ripercorre la deliberata follia omicida nazista volta a sopprimere i disabili, tra il 1939 e il 1945. L'eliminazione scientifica di quanti non rientravano nei parametri di perfezione e di produttività elaborati dal Reich è un'altra pagina disumana del Novecento, ancora sostanzialmente dimenticata, o addirittura sconosciuta.
Seppur già definita dal punto di vista ideologico e programmatico negli anni precedenti, lo sterminio delle "vite indegne di essere vissute" ebbe ufficialmente inizio nell'ottobre 1939: in una lettera, Hitler autorizzava la "concessione di una morte pietosa ai pazienti considerati incurabili". Si trattò di un programma attuato con procedimenti a catena - una sorta di prova generale per la messa a punto, nel senso anche burocratico, della Shoah - ricorrendo a procedure meticolose e controllate, che coinvolsero (come la mostra dimostra ampiamente) medici, infermieri, personale amministrativo e tecnico. Il tutto "aiutato" dalla creazione di apparecchiature tecnologicamente innovative.
Fin dall'agosto 1939, presso ospedali e case di cura vennero istituiti ventidue reparti infantili. Ufficialmente deputati a cure specialistiche, in realtà erano specificamente destinati all'eliminazione dei bimbi sotto i tre anni affetti da "gravi malattie ereditarie". Agli adulti disabili era invece riservato il programma segreto Aktion T4, che deve il nome alla berlinese Tiergarten Straße, la via sede dell'ufficio responsabile (una bella villa nel verde al civico 4, confiscata a una famiglia ebrea). Le persone affette da patologie fisiche o mentali furono dapprima censite e poi trasferite in edifici isolati (come ex caserme, penitenziari o case di cura) adattati appositamente per ucciderle: esperti ingegneri vi avevano infatti allestito le prime camere a gas, funzionanti con l'utilizzo del monossido di carbonio. Nelle vicinanze, erano stati predisposti i crematori. Sottratte alle famiglie con la scusa di curarle, le vittime scomparivano: a casa veniva recapitato un certificato che attestava la morte per "cause naturali", e comunicava contemporaneamente l'avvenuta cremazione onde impedire il propagarsi di epidemie. La mostra propone diverse lettere disperate scritte alle autorità da madri, mogli e sorelle che supplicavano notizie dei loro cari. Furono 70.274 le persone sterminate in un solo anno e mezzo, quello della prima fase dell'Aktion T4: interrotto nell'estate del 1941, il programma riprese sotto forma di "eutanasia selvaggia". Negli ospedali, medici e infermieri continuarono a uccidere i pazienti disabili con iniezioni e farmaci letali, quando non lasciandoli morire di fame, seppellendone spesso i corpi in fosse comuni. Il bilancio finale fu di circa 250.000 persone uccise, tra cui cinquemila bambini.
I trentatré pannelli della mostra ricordano tutto, ricorrendo a singole testimonianze, al racconto degli esperimenti medici condotti sui bambini, e a quanto emerse poi nel corso del processo di Norimberga contro i medici nazisti. Tra l'altro, molti di costoro si difesero sostenendo non solo di aver eseguito gli ordini, ma rivendicando l'intrinseca bontà di quanto fatto. È il caso del già citato dottor Valentin Faltihauser che nel tentativo di ridimensionare le proprie responsabilità, accusò la Chiesa cattolica con parole che, al contrario, rivelano la profondità del messaggio cristiano. "È chiaro che la Chiesa cattolica possa non essere d'accordo con l'eutanasia. Personalmente però ritengo che questa posizione non sia veramente umanitaria. La Chiesa (...) predica la pietà, ma in questo caso si rivela crudele poiché, secondo una valutazione puramente emotiva, richiede il perpetuarsi di una penosa sofferenza senza fine". Dopo Norimberga, seguì un ventennio di silenzio e indifferenza, finché alcuni psichiatri di nuova generazione sollevarono il velo su questa drammatica pagina di storia.
La mostra "In Memoriam" - inaugurata per la prima volta in occasione dell'undicesimo congresso mondiale di psichiatria tenutosi ad Amburgo nel 1999 - si avvale delle ricerche di Michael von Cranach, direttore (fino al 2007) dell'Istituto psichiatrico di Kaufbeuren, condotte proprio negli archivi della clinica. Von Cranach ha quindi donato la mostra all'Associazione "Agenzia per la vita indipendente onlus" al preciso scopo di fare conoscere al pubblico queste vicende (l'iniziativa romana, curata dall'Anpi di Roma e del Lazio, è coordinata dal vice presidente vicario Ernesto Nassi).
"In Memoriam", dunque: ricordare per non dimenticare, e per fare tesoro anche alla luce delle vicende di oggi. Come si legge nel primo pannello della mostra, infatti, "affrontare seriamente gli avvenimenti del passato ci può aiutare a trovare un orientamento, dei punti di riferimento, in un mondo in cui un'etica utilitaristica, le convenzioni bioetiche, la tecnologia genetica e le discussioni sull'eutanasia costituiscono delle costanti sfide alla nostra posizione".

(©L'Osservatore Romano 22 febbraio 2012)
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