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L'origine morale della vera politica PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
venerdì 27 giugno 2008
"Mi fa piacere che questo mio curioso libretto giunga in mano al lettore italiano - scrive Vàclav Havel, ex presidente della Repubblica Ceca, introducendosi da sé - perché credo vi troverà qualcosa di interessante. Non ho voluto né potuto scrivere vere e proprie memorie, ma ho sentito che, dopo tutto ciò che ho vissuto, dovevo presentare al pubblico una specie di bilancio".
È la prima frase di Un uomo al Castello (Treviso, Santi Quaranta, 2008, pagine 336, euro 15) singolare collage di passi e passaggi di vita, documenti, pensieri, interviste, riflessioni sulla costituzione e sui tanti negoziati presieduti o impersonati, sui fatti politici di alcuni decenni di storia mondiale e, in definitiva, su tutto quanto si può immaginare debba essere fatto per costituire, dal nulla, una democrazia. E poco più avanti aggiunge:  "Sono convinto che non riusciremo mai a costruire uno Stato democratico e di diritto, se non costruiremo del contempo uno Stato umano, morale, spirituale, culturale". Nato a Praga nel 1936 in una famiglia di imprenditori medio borghesi, vissuta l'infanzia in discreto benessere, nel 1948, al colpo di stato comunista per cui la Cecoslovacchia entra nell'orbita sovietica, Havel resta, con la famiglia, espropriato di tutto e solo negli anni Sessanta - cioè alle prime rappresentazioni delle sue opere teatrali - la sua vita riprende un decente livello.
Tale situazione dura i due decenni successivi quando, pur essendo perseguitato come autore proibito e persino incarcerato per lunghi periodi, gode di entrate derivate da pubblicazione di suoi testi all'estero. Nel 1977, decidendo con altri attivisti di chiedere pubblicamente alle autorità il rispetto dei diritti umani e civili garantiti dagli Accordi di Helsinki, fonda il movimento "Charta 77" ("Comunità libera informale e aperta di uomini di diverse convinzioni, religioni, professioni, legati dalla volontà di operare insieme e individualmente per il rispetto dei diritti umani").
Fino al crollo del regime nel novembre 1989, Havel è uno dei leader del dissenso centroeuropeo, grazie alla sua capacità di analisi, di mediazione e all'intelligenza politica con cui coordina le tante iniziative sue e del gruppo. Ma la notorietà internazionale non gli risparmia lunghi periodi di carcere che ne minano tra l'altro la salute. Dopo la caduta del comunismo seguìta alle manifestazioni di piazza del novembre 1989 (la cosiddetta "Rivoluzione di Velluto"), il 29 dicembre dello stesso anno viene eletto presidente della Cecoslovacchia. Riconfermato dopo le prime elezioni libere, alla separazione del Paese tra le due repubbliche Ceca e Slovacca, Havel sarà per altre due volte presidente della prima.
Nella sua fitta bibliografia creativa, già nel 1986 appariva un Interrogatorio a distanza, un libro simile a quello che ci giunge oggi (in realtà risalente al 2006), questo attualissimo Un uomo al Castello che, s'è detto, è strutturato come compendio d'appunti di lavoro e di vita che non risparmiano giudizi schietti sui politici ai vertici del potere mondiale, da Bush a Clinton, da Gorbaciov a Putin, da Köhl a Blair, riservando una particolare ammirazione a Giovanni Paolo ii.
Seguono così risposte politiche riguardo alla situazione interna e internazionale, lacerti di vita, anni di carcere, esami di coscienza e programmi ideologici, depressioni, esaltazioni e reazioni. Sopra ogni proposito e ogni intento brilla comunque un credo:  "Ritengo che l'ordine morale sia superiore all'ordine legislativo, politico ed economico e che questi ultimi dovrebbero procedere dal primo, senza cercare sotterfugi per scansare gli imperativi. Credo anche che l'ordine morale abbia il proprio radicamento metafisico nell'infinito e nell'eterno".
Con il linguaggio della letteratura e del teatro (toccando i generi del grottesco e dell'assurdo, ma anche dell'umorismo nero, per smascherare senza pietà gli slogan ideologici, i fattori disumanizzanti e i meccanismi sociali nocivi alla patria e all'umanità), Havel aveva trattato temi in apparenza astratti o metatemporali, ma in realtà di spinosa attualità. Protagonista e osservatore critico di ciò che stava avvenendo nell'Est europeo e nelle avvisaglie d'una "gran brutta fine", come lui stesso diceva, mostrava apertamente il timore che il completo disfacimento morale dei regimi comunisti inibisse per sempre il ritorno delle libertà politiche e della coscienza nel suo Paese ma anche nel mondo.
Una cosa gli sembrava, e gli sembra tuttora, certa:  l'origine morale di ogni autentica politica, il significato dei valori e delle misure etiche in tutte le sfere della vita collettiva, quella economica inclusa. Per questo insiste nel chiarire che ciascuno di noi deve tentare di scoprire o riscoprire in sé, se non di coltivare intenzionalmente e pubblicamente, una "responsabilità superiore", pena un'inevitabile "grandiosa e quasi accecante esplosione dei peggiori comportamenti umani".
Cinque anni fa, allargandosi da quindici a venticinque membri, l'Unione Europea accoglieva in sé diversi Stati postcomunisti, in tal modo avvicinandosi a realizzare una delle tante speranze di quelle "rivoluzioni di velluto" che si erano diffuse in Europa centro-orientale e alle quali Havel stesso aveva collaborato. Ora, caduti nella "pattumiera della storia" (parole sue), sia muro di Berlino che cortina di ferro, altre vestigia dell'era sovietica restano saldamente al loro posto, come sospese nel tempo, tenendo genti e menti ancora a battersi in solitudine sociale e politica.
È per questo che Vàclav Havel non ha esitato ad accettare per più volte l'incarico di presidente, lui che tutta la vita si era trovato in continuo confronto con il potere vantando un'assoluta indipendenza. Ma in questi casi si era sentito "trascinato dall'essere", come dire "strumento dell'epoca", dentro un vortice di irresistibile irruenza che lo costringeva a fare ciò che era necessario. Dice di non aver avuto scelta, e c'è da crederci, se alla resa dei fatti la storia stava correndo avanti anche attraverso di lui, guidando le sue azioni. Rifiutare sarebbe stata una incomprensibile fuga, se non un chiaro tradimento. Aiutare il suo Paese nella transizione dal totalitarismo alla democrazia, dalla posizione di satellite all'indipendenza, dall'economia centralizzata all'economia di mercato, non era pensabile se non per linee desideranti e di troppo alta aspirazione. Eppure successe.
Intervenendo però, dopo i primi esaltanti anni e alcune positive sorprese della storia, tutt'altri tempi (pochi gli accordi comuni e prove coerenti di sempre minor conto), ecco giorni di duro lavoro quotidiano, nude contraddizioni e scoperte divergenze d'interessi (disincanto politico, contingenze sempre più ardue e concause mondiali).
Questo libro, il libro di un uomo nel "Castello" del massimo potere, che sente di dovere ai suoi concittadini una parola chiara su "dove" si trova e su "cosa" intende fare, come vede il suo Paese, il suo futuro e per quali cause intende battersi, è il frutto di una intenzione prima che politica, morale. O sarebbe meglio dire, nel suo preciso caso, politica e morale assieme.
Nel citato Meditazioni estive, Havel si chiedeva come costruire uno "Stato spirituale", non essendo possibile proclamarlo né per legge, né per ordine, né per costituzione. Nel libro d'oggi ci mette al corrente che non avendo persi quell'intento e quell'impegno, ci documenta di un lavoro lunghissimo, interminabile, concreto e ideale assieme, fatto di interrogativi incessanti e di esami diuturni, cui scienza e tecnica, specializzazione e professionalità, non sono bastate. E noi leggiamo:  nessuna battaglia da quattro soldi, nessuna piccineria, nessuna aprioristica mancanza di fiducia, nessun risparmio di generosità, nessuna paura degli altri, né del peso di alcuna responsabilità. In primo piano, comunque, quei valori dell'anima che poi in pratica diventano programmi, visioni, convinzioni, persuasioni, utopia creativa e, infine, moralità politica (i valori di una "libera volontà" sentita e vissuta come la più misteriosa ma anche la più vera delle opere di Dio nell'uomo).

(©L'Osservatore Romano - 27 giugno 2008)
 
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