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Mio padre Jerome Lejeune e la genetica tradita PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
«Perdette il premio Nobel e tanti fondi di ricerca per via della sua strenua difesa della vita. In particolare, quella dei più piccoli fra i piccoli. Ma la sua esigenza di verità scientifica e umana ha sempre prevalso su tutto il resto». L'indimenticato scienziato e medico in questione è il francese Jérôme Lejeune, deceduto nel 1994 poco dopo esser divenuto il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita istituita da Giovanni Paolo II. A parlare in questi termini del fondatore della genetica moderna, oggi al centro di un processo di beatificazione, è la figlia Clara Lejeune-Gaymard, di cui Cantagalli pubblica adesso La vita è una sfida: un ritratto del Lejeune padre di famiglia, oltre che instancabile scienziato dedito alle malattie infantili dell'intelligenza Le sue pagine svelano il Lejeune più intimo. Che ricordo ha di suo padre?
«Con molta semplicità, è stato un padre di famiglia colmo d'affetto. Fra una cena con persone importanti e una serata in famiglia, preferiva la famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un padre presente a colazione, a pranzo e a cena. Prima ancora che occasioni di distensione, i momenti passati con noi erano per lui naturali e normali».

Cosa la colpiva di più in suo padre?
«Innanzitutto, la sua disponibilità e capacità di ascolto. Ricordo che, di ritorno a casa con degli amici, lo trovavamo spesso seduto nella sua poltrona rossa. Ci vedeva arrivare, ci abbracciava e poi restava ad ascoltarci rispondendo a ogni domanda. Non ho un solo amico d'infanzia che non lo ricordi. Si interessava alla nostra vita e ha sempre avuto questa profonda empatia, questa capacità di mettersi nei panni dell'altro. Era anche un narratore straordinario e divertente. Alle nostre curiosità scientifiche, rispondeva con racconti e parabole. Rendeva accessibili anche a noi le materie più complicate. Inoltre, pur avendo profonde convinzioni, non imponeva mai nulla. Anche quando non era d'accordo con noi, apprezzava il fatto che ci fossimo forgiati un'opinione personale».

Lei scrive che in famiglia manteneva un grande riserbo sui suoi meriti scientifici...
«In effetti, ho appreso molto tardi della sua fama di grande medico e scienziato. Ma non gli era necessario nascondere nulla. È sempre rimasto un uomo molto semplice ed accessibile, profondamente benevolo e gentile. Non intimidiva e al contempo la sua grandezza d'animo risultava evidente a tutti. In lui, non c'era mai ristrettezza di spirito e vedute».

l suo sguardo impressionava ogni interlocutore. Perché?
«Guardava dritto negli occhi con un'evidente bontà e valorizzava chiunque gli stesse davanti. E la persona prendeva in tal modo coscienza di esistere e di essere importante ai suoi occhi».

I genitori di suo padre erano artisti e in lui c'era qualcosa di quest'eredità. In che senso? 
«Possedeva una profonda cultura della sua epoca. Oltre che scienziato e specialista nel suo campo, era un uomo capace di far dialogare discipline e mondi diversi. Ricordo ciò che ci raccontava sulle pupille degli occhi. Accanto all'analisi scientifica della pupilla, amava analizzare il senso della parola "pupilla" nelle varie culture. In giapponese, il termine vuol dire "il piccolo dell'uomo" e sosteneva che c'è un nesso fra le parole equivalenti in ogni continente. Spiegava ciò col fatto che gli innamorati, guardandosi, si vedono riflessi nelle pupille dell'altro. Aveva sempre quest'aspirazione profonda di riconciliare la scienza con l'amore, il sentimento, la poesia, la letteratura, la lingua per mostrare qualcosa di universale nell'uomo».

All'inizio della sua carriera, fu anche medico di campagna. E quest'esperienza rimase per lui importante...
«Se raccontava sempre con calore i suoi esordi di medico è perché in quel periodo cominciò ad assaporare i frutti della sua più profonda vocazione, quella di curare e guarire. A spingerlo verso la ricerca fu in primo luogo questa vocazione. Se diresse i suoi studi e la sua attenzione verso l'handicap mentale infantile e verso i nascituri è perché avvertiva quanto i suoi malati fossero vittime della società. Sentiva di avere la responsabilità di guarirli e salvarli».

Molti hanno sottolineato questo rapporto speciale coi malati...
«Ancor oggi, pur lavorando nel mondo economico e non in quello medico, ricevo di continuo delle testimonianze su mio padre. Viaggio molto e ogni volta incontro persone che mi parlano del ricordo che hanno di lui. Aveva quest'incredibile forza di guardare il bambino prima della sua malattia. Alla prima consultazione di un bambino con un handicap mentale, chiedeva sempre alla madre di tenerlo sulle proprie ginocchia. Per tentare di far vincere ogni tentazione di rigetto e ogni senso di estraneità».

Che ricordo ha della fede di suo padre?
«Prima di coricarci, ci inginocchiavamo tutti ogni sera accanto al letto dei nostri genitori per pregare assieme in famiglia. Ciò era per noi estremamente naturale».

Lei scrive che fu sempre un uomo coerente coi suoi principi morali e che ciò gli valse tanti attacchi...
«Quando si schierò contro la legge sull'aborto, credo che sapesse bene che si trattava di una battaglia per molti aspetti già perduta. Ma ripeteva sempre "un uomo è un uomo, è un uomo". Voleva così ribadire il suo dovere umano e professionale di dire la verità, contro ogni artificio e inganno. La verità che la vita comincia al suo autentico inizio. Si sentiva responsabile di dirlo e ridirlo. Attentare contro la vita di un uomo non poteva essere definito in modo diverso. In ciò, la sua esigenza di verità scientifica si coniugava con l'esigenza di verità umana e quella di amore e di rispetto dell'altro».

Parlava spesso della sua paura di vedere le proprie ricerche utilizzate un giorno contro l'uomo?
«Si rese subito conto di questo rischio e cercò di battersi fino all'ultimo contro questa distorsione. Era scandalizzato dagli enormi fondi spesi per la diagnosi prenatale e da quelli sempre più esigui per tentare di curare le malattie dell'intelligenza. E prima di molti altri, fu ossessionato dalla ferita per la dignità umana legata alla possibilità della clonazione. Ha voluto ricordare al mondo delle verità che pochi volevano ammettere. Per lui, qualsiasi ricerca non orientata al bene dell'uomo perdeva tutto il suo senso. Al contempo, non era un pessimista cronico. Diceva spesso che il lavoro è immenso, ma anche la speranza».
E' Vita - Avvenire

 
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