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Asia news
| La RU486 fa un'altra vittima in Gran Bretagna |
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| Scritto da Administrator | |
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Manon Jones aveva 18 anni quando è morta all'ospedale Southmead di Bristol, in Gran Bretagna, dopo aver abortito con la Ru486. Era il 27 giugno del 2005, ma abbiamo dovuto aspettare ben tre anni per conoscerne la storia, pubblicata il 13 giugno scorso sul Daily Mail. Manon aveva deciso di abortire perché temeva che la gravidanza avrebbe reso conflittuale il rapporto con la famiglia del suo ragazzo, di religione musulmana. Aveva preso il primo dei due farmaci abortivi, la vera e propria Ru486 che provoca la morte dell'embrione in pancia, a sei settimane di gravidanza, il 10 giugno 2005, e due giorni dopo aveva assunto il secondo farmaco, quello che induce l'espulsione dell'embrione. Ad una visita di controllo all'ospedale di Southmead di Bristol, il 15 giugno, le era stato detto che tutto procedeva normalmente. Quattro giorni dopo, Manon era partita per una vacanza, che però ha dovuto interrompere prima del previsto: il 23 giugno è tornata in ospedale, perché si sentiva troppo male. Quando sua madre l'ha raggiunta, Manon era già in terapia intensiva, dove è morta quattro giorni dopo per "ipovolemia", cioè una diminuzione di volume del sangue circolante, probabilmente dovuta ad una perdita eccessiva di sangue, un'emorragia per la quale si è aspettato troppo per effettuare la trasfusione. Il giudizio dei medici però non è concorde: alcuni parlano di assistenza inadeguata, altri invece scagionano il servizio sanitario, e ritengono che la ragazza si sarebbe salvata se si fosse ricoverata prima. Il fatto certo è che questa procedura abortiva, oltre che le misteriose morti per infezione da Clostridium Sordellii, può indurre perdite di sangue improvvise e abbondanti anche dopo diversi giorni dall'espulsione dell'embrione, emorragie impreviste che diventano fatali se non c'è un ricovero immediato in un ospedale attrezzato per trasfusioni. Ma a questo punto dobbiamo chiarire: quante sono le donne morte per aborto chimico in Gran Bretagna? Nel gennaio 2004, in seguito ad un'interrogazione parlamentare, il ministro della Salute ha riferito di due donne morte in seguito all'aborto con la Ru486. Il decesso di una cittadina britannica dopo l'assunzione della pillola abortiva è stato anche segnalato pure all'Fda, l'ente di farmacovigilanza americano, ma finora non è stato possibile sapere se coincide con uno dei due rivelati dal ministro inglese. Nel gennaio 2006, nel corso di un'indagine del Parlamento australiano, si è poi saputo di un'altra donna inglese morta nelle stesse condizioni, a cui si aggiunge la vicenda di Manon, avvenuta però tre anni fa. Quindi le donne inglesi morte per Ru486 sono almeno tre, o forse quattro, o addirittura cinque. Il totale delle donne di cui si conosce la morte per aborto farmacologico nel mondo occidentale, a questo punto, è almeno 16, o forse anche 18. E mentre la stampa inglese, con tre anni di ritardo, rende noti il nome e la storia di una donna morta per aborto chimico, senza però chiarire niente delle altre, le autorità sanitarie inglesi promuovono la versione casalinga della pillola abortiva, consentendone la diffusione al di fuori dell'ospedale, e spingendo le donne all'aborto fai-da-te a domicilio. Il conto delle donne morte non sembra interessare l'opinione pubblica inglese. Donne che muoiono per aborto: perché dovrebbero fare notizia, quando l'aborto è legale? Un'indifferenza e un'inerzia intollerabili. Ma non è tutto. È di poche settimane fa la pubblicazione di un articolo sulla rivista scientifica The Journal of Immunology, nel quale un gruppo di ricercatori americani ha indagato il legame fra il misoprostol, cioè il secondo dei due farmaci abortivi, e l'infezione mortale da Clostridium Sordellii. In diversi topi - non in gravidanza - è stata indotta un'infezione da Clostridium Sordellii, e si è poi somministrato il misoprostol sia per via intrauterina sia per via intragastrica. Si è verificata una mortalità decisamente maggiore nel caso della somministrazione intrauterina, e il fatto è stato spiegato con l'interferenza del misoprostol con le naturali difese immunitarie dell'organismo, che avviene in misura maggiore se il farmaco viene somministrato nel tratto riproduttivo, anziché per via orale. È noto che in molte delle donne morte per infezioni da Clostridium - a seguito di aborto chimico - la somministrazione del misoprostol è avvenuta per via vaginale, e in quantità doppia rispetto alla dose indicata dal protocollo ufficiale adottato negli Stati Uniti, che invece prevede solamente la somministrazione orale. Ma le indicazioni a proposito non sono uniformi: è proprio l'Organizzazione Mondiale della Sanità nelle sue guide ufficiali a spiegare che «è stato dimostrato che il misoprostol somministrato per via vaginale è più efficace e meglio tollerato di quello per via orale» (Safe abortion, Geneva 2003, WHO), ed è noto che nella maggior parte delle cliniche americane e inglesi si pratica questo tipo di somministrazione.
È anche vero, d'altra parte, che almeno in un caso l'infezione da Clostridium ha ucciso una donna che aveva assunto i due farmaci abortivi esclusivamente per via orale: la modalità di somministrazione dei farmaci abortivi - vaginale od orale - potrebbe essere quindi una delle cause, ma sicuramente non l'unica, di mortalità per questo tipo di aborto. È anche possibile che i due farmaci - Ru486 e misoprostol - agiscano entrambi sul sistema immunitario, alterandolo e rendendolo vulnerabile a questo tipo di infezione, magari attivando meccanismi differenti. Una commissione tecnico scientifica interna all'Aifa, l'ente di farmacovigilanza italiano, ha recentemente espresso parere positivo sulla Ru486. Ma la bufera giudiziaria che ha investito l'ente nelle ultime settimane - che ha portato alla sospensione cautelare del direttore in carica Nello Martini e alla nomina di uno pro-tempore - impone cautela, e suggerisce che almeno le pratiche più recenti, compresa quindi anche quella relativa alla Ru486, vengano riprese interamente in esame con la massima trasparenza e pubblicizzazione di dati e documenti. |







