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mercoledì 07 gennaio 2009 |
| GIANNI BAGET BOZZO |
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| Lo
sviluppo indefinito della scienza e della tecnica create dall’Occidente
e il costituirsi attorno a esse della società mondiale ha chiuso il
tempo delle utopie della ragione e del fascino della rivoluzione
sociale imponendo problemi nuovi. Riguardano il corpo fisico
dell’umanità: demografia, energia, ecologia, sono i termini reali che
investono l’uomo e pongono il problema del suo limite in un momento in
cui la sua azione sembra quasi creatrice. Ciò riguarda anche il corpo
umano diventato protagonista dell’immagine, della comunicazione e delle
possibilità di modificazione del suo modo naturale di esistenza. È come
se una seconda natura manufatta dall’intelligenza umana si aggiungesse
alla creazione, andando oltre il principio di selezione naturale. |
La Chiesa cattolica ha avuto difficoltà a comporsi col pensiero
moderno, col primato della ragione storica e il fascino dell’utopia: ha
dovuto misurarsi con esso e subirne i contraccolpi. Ma in questa
umanità carnale in cui il fisico riprende i suoi diritti e il corpo la
sua realtà, la Chiesa si trova molto meglio. Per quanto sia forte la
sua sorgente greca, la Chiesa è fondata sull’incarnazione, sul Verbo
fatto a carne. Per questo papa Ratzinger ha scelto con fermezza, sin da
quand’era cardinale, di porre l’accento sull’inviolabilità
dell’embrione. In quest’inviolabilità assoluta vi è l’idea del Dio
creatore e della legge che, con un precetto concreto, prescrive il
rifiuto della soppressione dell’embrione e della sua manipolazione. La
Chiesa pone l’accento sulla salvezza dell’embrione come prima poneva
l’accento sulla salvezza delle anime e lo fa per stabilire il principio
del limite umano sulla creazione e sulla vita, e fondare il valore
assoluto dell’uomo. Non a caso la dichiarazione della Congregazione si
chiama Dignitas personae. Vuol ribadire che l’embrione è persona, anche
se la fine della metafisica impedisce di dare al termine il suo pieno
significato. Lo fa senza parlare dell’anima, linguaggio interdetto dal
carattere fenomenologico della scienza, come la stessa istruzione dice,
ma annunziando la vita divina che il Cristo ha donato all’uomo nel
Figlio incarnato. Pone così a tutela dell’embrione il proprio della
fede cristiana: la divinizzazione dell’uomo in Cristo. Ma in questo
modo essa parte da un principio antichissimo proprio dei cristiani che,
come dice la Lettera a Diogneto (II Secolo), non praticavano l’aborto,
differentemente dal costume diffuso. E difende il principio della non
manipolabilità del corpo umano, oggi spinta sino alla clonazione.
Certo la Chiesa sa che vi è un consenso su questi principi o sulle loro
conseguenze anche tra coloro che non praticano la fede. Il diritto
della scienza e della tecnica di manipolare l’uomo è contestato non
solo dalla Chiesa ma anche dalla coscienza dell’Occidente, nata come
Cristianità. Questa ecologia del corpo umano ha ancora più consenso di
quello che riguarda l’altro problema del limite: l’ambiente e la
convivenza sulla Terra delle generazioni future. Vi è in questo un
sentimento religioso e il sentimento del limite che la natura impone
all’uomo: il fatto su cui s’è innestato il linguaggio religioso. Ma con
questo il Papa ottiene anche il superamento del fascino dell’utopia che
ha dominato il periodo postconciliare e fatto del mondo cristiano una
zona di espansione del linguaggio utopico, rivoluzionario, sovversivo
dell’idea di Chiesa cattolica. In questo Benedetto XVI può pensare di
offrire al linguaggio cattolico il senso della sua identità, anche se a
prezzo del dissenso dei fedeli, come nel caso dell’aborto praticato
anche da credenti. Gregorio Magno ha scritto che il compito del Papa è
quello di sentinella della fede e dell’identità della Chiesa. Il
documento della Congregazione sulla bioetica non aggiunge niente al già
noto, ma lo ribadisce esaminando tutte le possibilità che la
manipolazione, quando ha per fine solo la sua onnipotenza, può
infliggere al corpo umano.
bagetbozzo@ragionpolitica
© La Stampa
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