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| Alcune considerazioni sul rapporto tra bambino disabile e comunità cristiana |
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| Scritto da Administrator | |
| mercoledì 10 marzo 2010 | |
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A conclusione del biennio di studi presso il “Camillianum” Istituto
Internazionale di Teologia pastorale sanitaria a Roma presso il quale ho
ottenuto la Licenza ho presentato una tesi finale cercando da subito un tema
legato all’azione pastorale e che nello specifico si integrasse alla pastorale
della salute, cioè all’attenzione che la Chiesa, a partire dal comando
evangelico di Gesù di predicare il vangelo e curare i malati, da oltre duemila
anni sta proponendo e condividendo con chi vive la sofferenza.
Ho posto attenzione ad un ambito particolare, quello del bambino diversamente
abile da intendersi non solo quale fruitore finale di una serie di interventi
socio sanitari e pedagogici ma quale soggetto di una sempre più accurata azione
pastorale e dunque umana, nella quale si è chiamati ad interagire con le due
grandi agenzie educative ad esso collegate: la famiglia e la comunità cristiana
nella quale vive e cresce anche come credente. Vi comunico in sintesi alcune suggestioni emerse da questa ricerca. Ho volutamente colto la tematica nell’ambito pastorale – sacramentale tralasciando di affrontare il collegamento con gli ambiti , pur preziosi e collegati, della proposta sociale,sanitaria,assisten
ziale che
nel nostro tempo vengono assicurati ad un bambino con grave disabilità e alla
sua famiglia.
Nella quasi totalità dei casi l’approccio e lo stesso percorso proposto al disabile e alla famiglia dagli ambiti sopra citati, contiene questa triade di condizioni: Accoglienza,Riabilitazione,Socializzazione. Queste condizioni basilari devono sempre poter esprimere l’identità profonda di chi soffre disabilità. A questo livello non bastano sempre gli strumenti tecnici e legislativi ma si rende urgente la presenza di un pensiero, di una concezione della vita, di una paziente opera educativa e pastorale che riguarda il disabile ma anche i suoi famigliari. In tutto questo ,il bagaglio della fede cristiana e l’opera concreta di carità che ne consegue permettono di dare anima alle condizioni che oggi rischierebbero di rimanere chiuse nella sola esigenza tecnica rispondendo certamente ad un urgenza antropologica che però non lascia intravedere il senso salvifico di una sofferenza. In concreto, esprimere pastoralmente l’attenzione comunitaria ad un bambino disabile ed alla sua famiglia significa mettere in luce, in maniera trasversale questo passaggio reso possibile dalla prospettiva della fede: Dall’accoglienza alla preferenza ; dalla riabilitazione alla crescita sanante; dalla socializzazione alla comunione. Ma anche di organizzare un itinerario personale con il quale permettere la presenza, la condivisione ed anche la preparazione alla grazia dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Credo che viviamo una stagione ecclesiale nella quale è sempre più attesa ed urgente una vera progettualità pastorale comunitaria, capace di rivolgersi alle sofferenze disabili. Un percorso che presenta anche dei nodi problematici che vanno superati insieme nella prospettiva del coraggio, del dialogo , della formazione ed educazione degli operatori pastorali. La sfida è quella di riscoprire sempre più centrale la reale identità della comunità cristiana Tenendo presente quanto si sta evolvendo la proposta pastorale – sacramentale in questa direzione ,vorrei proporre uno stimolo: Dov’è questa comunità? A livello civile il tessuto sociale è sfilacciato da una cultura concorrenziale , antagonistica ,da un clima individualistico. Viviamo una cultura che seleziona e perciò esclude e sempre più crea malati ed emarginati, crea deboli e perdenti. La comunità famigliare e quella cristiana ( la parrocchia) è oggi a volte così debole, fragile ed esposta che spesso manca della robustezza necessaria per far crescere chi soffre al suo interno. La comunità per poter essere capace di “guarire” deve poter essere se stessa…cioè semplicemente comunità. Deve aprirsi al debole ,al malato, al diversamente abile , al malato mentale. Si ritiene che la comunità debba essere l’insieme dei forti,dei capaci,la somma delle ricchezze di ciascuno, mentre in verità è costruita sulla condivisione delle fragilità e povertà di ciascuno. La parola Communitas rinvia a munus che significa il dovere, il compito ma anche il dono ed in particolare quello che si da agli altri, quello che mi spoglia aprendomi verso gli altri e aprendo l’altro verso di me. Questa comunità, insieme di persone unite non da proprietà ma da un dovere, un debito verso gli altri è il terreno fertile per l’accoglienza, l’integrazione , la convivenza delle diversità di ogni tipo. La speranza è che in ogni comunità cristiana chiamata ad essere “famiglia delle famiglie” si orienti sempre più con decisione e coraggio il sestante pastorale per una rotta che a volte vorremmo fosse senza scali o fermate ma nella quale invece è salutare fermarsi nei porti più preziosi dell’esistenza per avere sempre insieme coloro che mai ci mancheranno: i poveri, i sofferenti, gli ultimi. Don Alberto Curioni Direttore Ufficio Diocesano Pastorale Salute – Diocesi di Lodi (da http://raivaticano.blog.rai.it/ - Trascrizione a cura di Franco Mariani) |













