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| Un cacciatore di notizie sempre attento alle persone |
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| Scritto da Administrator | |
| venerdì 01 agosto 2008 | |
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Si sono svolti giovedì 31 luglio al Verano i funerali del giornalista vaticanista Maurizio Di Giacomo, morto a Roma martedì 29. Lo ricordiamo con questo articolo. di Raffaele AlessandriniEra un segugio, un cacciatore di notizie nato: notevole memoria, buone conoscenze nella sua materia, e soprattutto, grande onestà. Ma prima ancora era un uomo che avvertiva come radicalmente proprie le prerogative della verità anche quando vi siano da battere i percorsi più scomodi, politicamente meno corretti (e convenienti). Se essere fedeli alla verità infatti rende interiormente liberi, spesso condanna all'isolamento, e facilmente espone a diffidenze e a incomprensioni. Del resto anche la coscienza più retta non è mai esente da errori e da impuntature che risultano inevitabilmente ingigantiti quando si hanno in dote un carattere personale emotivo e ipersensibile, unito a uno stile di vita attento alla sostanza, ma chiuso a ogni concessione all'apparenza.Imbattersi in Maurizio Di Giacomo - esperienza prossima più al genere picaresco che al casual - all'inizio poteva sconcertare e far storcere il naso ai superficiali e ai troppo amanti delle forme. Se però l'interlocutore riusciva a guardare oltre l'abbigliamento improvvisato - e la barba lunga, minimo di un paio di giorni, nonché quel ciuffo perenne che copriva la fronte, ombreggiando il naso marcatamente aquilino - riusciva a cogliere il lampo di due occhi mobilissimi; acuti e mansueti. Il garbo e l'affabilità, la proprietà di linguaggio, il tono gradevole e confidenziale della voce contrastavano in modo stridente con l'aspetto e la mise. Pareva un transfuga della santa Russia ottocentesca dei poveri, e dei giusti, narrata da Nikolaj Ljèskov. Ma Di Giacomo era italianissimo. Figlio primogenito di due fratelli maschi di una famiglia di estrazione contadina di Otricoli (Terni) trapiantata a Roma dopo la guerra - il padre prestava servizio nella guardia di finanza - Maurizio nacque il 31 ottobre 1949 nel quartiere popolarissimo di San Giovanni. E a Roma fece i suoi studi. Il liceo classico presso l'Augusto e poi gli anni dell'università alla Luiss, dove avrebbe conseguito la laurea in scienze politiche. Il 1968 lo avrebbe visto seguire attivamente l'esperienza condotta dal sacerdote Roberto Sardelli tra i baraccati dell'Acquedotto Felice. In quel clima di profondo degrado e di ingiustizia sociale, si manifestò in Maurizio la vocazione al giornalismo. Una chiamata assistita da una fame di verità e di giustizia, di attenzione ai deboli e agli emarginati, al cui accrescimento aveva contribuito la conoscenza approfondita degli scritti di don Lorenzo Milani. Ciò fu reso possibile grazie anche all'incontro decisivo con uno dei corrispondenti del priore di Barbiana, il giornalista de "L'Ora" di Palermo Mario Cartoni, del quale Maurizio avrebbe ereditato l'archivio milaniano. Fu quindi naturale per lui impostare la sua esistenza, umana e professionale, secondo i parametri dell'"essere" a scapito del "parere". Maurizio ha sempre letto di tutto; s'interessava di tutto; rifuggendo dai canali più istituzionali e dalle scrivanie delle redazioni. Preferiva sempre andarsi ad accaparrare le notizie sul posto. Nei convegni e negli incontri culturali, anche i più obsoleti e trascurati dalla maggioranza dei colleghi, era attentissimo al contingente, agli interventi estemporanei del pubblico più che alle parti ufficiali. E anche dall'ambito più impensato, dal libro trovato sulla bancarella, al mucchio di carte più dimenticato sapeva trarre fuori la verifica, il riscontro storico, la notizia che nessun altro aveva. Le sue doti furono apprezzate da Arrigo Benedetti direttore di "Paese Sera", giornale al quale il giovane cronista avrebbe collaborato da esterno per diversi anni. Ma Benedetti sarebbe morto troppo presto (1976) e quelle collaborazioni per Maurizio, non si tradussero mai in niente di più concreto e stabile. Vennero altre occasioni, una in particolare; non relative solo alla carta stampata, ma anche al giornalismo televisivo. Di fronte all'eventualità di dover soggiacere professionalmente ai criteri e alle logiche della politica dei partiti egli però preferì mantenere intatta la propria autonomia di giudizio, imboccando consapevolmente la difficile via del "battitore libero". E di fatto visse di collaborazioni prestando la sua opera alle più diverse testate: dal "Secolo xix" di Genova a "L'Ora" di Palermo, a una imprecisata miriade di periodici d'area cattolica e non, e agenzie d'informazione. Maggiore stabilità in una vita peraltro mai facile, e non priva di strettezze, giunse per Di Giacomo con la collaborazione continuativa al servizio informazione religiosa dell'"Ansa". E da menzionare sono anche i suoi libri, tra cui si possono ricordare i più recenti: Don Milani tra solitudine e Vangelo (2001); Ivan Illich, una voce fuori dal coro (2006); La vicenda di Aldo Moro oltre le mura vaticane (2008). Non diremmo tutto però se non ricordassimo una sua caratteristica che si sviluppava parallela alla vita professionale: l'attenzione alle persone. Con chiunque egli entrasse in qualche confidenza per ragioni di lavoro egli sapeva dimostrarsi profondamente attento all'umanità dell'interlocutore cercandone il dialogo, dimostrandosi sensibile per il lavoro e le attività, distinguendosi nel tempo per piccoli segnali di attenzione e di generosità quali una lettera, una fotocopia di un articolo raro, una fotografia, un riferimento bibliografico che sapeva essere utile o gradito al suo prossimo. E mentre lo ricordiamo ci sembra di vederlo ancora aggirarsi nei paraggi del Vaticano: trafelato, sudato e assorto con la sua borsa a tracolla tra via della Conciliazione e piazza del Risorgimento o con la sua indimenticabile sagoma curva sul tavolino di un bar mentre redige il pezzo da dettare per telefono su quattro foglietti ripiegati. (©L'Osservatore Romano - 1 agosto 2008) |







