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| Memoria di Santa Chiara di Assisi |
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| Scritto da Administrator | |
| lunedì 11 agosto 2008 | |
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Santa Chiara, al secolo Chiara Scifi (Assisi, cc 1193 - Assisi, 11 agosto 1253), è stata una religiosa italiana, collaboratrice di san Francesco e fondatrice delle "povere recluse di San Damiano" (chiamate in seguito Clarisse): è stata dichiarata santa da papa Alessandro IV nel 1255. Il 17 febbraio 1958 venne dichiarata da Papa Pio XII santa patrona della televisione e delle telecomunicazioni.
Significato del nome Chiara : "trasparente, illustre" (latino).
OMELIA NELLA FESTA DI SANTA CHIARA Per ben nove volte, nel brano evangelico appena proclamato, il Signore Gesù ripete il verbo "rimanere", verbo che rimanda all'intimità, alla fedeltà, alla comunione che nasce e si alimenta ad un dialogo, ad una reciprocità. Noi rimaniamo in Dio proprio perché lui per primo ha scelto di rimanere in noi e tra noi. E il nostro rimanere in lui significa concretamente osservare il suo comandamento, cioè credere nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e amarci gli uni gli altri. Perché solo l'infinito riempie il cuore e il vero amore è totalizzante: «tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e non ha mai fine» (1 Cor 13, 7-8).
Gesù si identifica esplicitamente con la vite, ma i tralci di questa pianta spirituale sono i discepoli, cioè la Chiesa. In questa vera vite troviamo insieme il profilo di Cristo e la nostra realtà: la fede, infatti, è intimità, è comunione, è rimanere in Cristo. Da questa comunione nascono meraviglie, è quel portare frutto che Gesù arriverà a descrivere così: «chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» (Gv 14,12). Ce lo ha ricordato ancora recentemente Papa Benedetto, proprio qui ad Assisi: «L'uomo è veramente se stesso, e si realizza pienamente, nella misura in cui vive con Dio e di Dio, riconoscendolo e amandolo nei fratelli» (Omelia nella celebrazione eucaristica, 17 giugno 2007). Chiara di Assisi lo ha capito e lo ha messo in pratica. Un nome solo abita il suo cuore: quello del Signore Gesù. Un solo desiderio la brucia: vivere il Vangelo sull'esempio di Francesco, perché l'esempio di Francesco era contagioso. Così, ha declinato il suo rimanere in Cristo con la scelta cosciente e risoluta della povertà. I privilegi della sua famiglia aristocratica, l'opposizione dei suoi, i rischi della folle avventura in cui si impegnava, nulla ha potuto flettere la sua determinazione e il suo coraggio: «Non avevamo indietreggiato davanti a nessuna penuria, povertà, fatica e tribolazione, né ignominia o disprezzo del mondo, che, anzi, tutto ciò stimavamo sommo diletto», scriverà nel suo Testamento (n. 27: FF 2832). Il suo cuore di donna non aveva altro desiderio che di battere «per amore di quel Signore che, povero alla sua nascita, fu posto in una greppia, povero visse sulla terra e nudo rimase sulla croce» (ib. n. 45: FF 2841). E quando questo progetto era minacciato da considerazioni puramente umane, la sua tenacia nel difenderlo altro non era che espressione di fedeltà. La preoccupazione di Papa Gregorio IX davanti alla precarietà dei mezzi di sussistenza delle Sorelle povere ha incontrato sempre la ferma risoluzione di Chiara: «A nessun patto e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo» (Leggenda di Santa Chiara, 14: FF 3187). San Damiano diverrà lo scrigno che custodisce, luminosa, la gemma della povertà: «Così forte patto strinse con la santa povertà e talmente la amò, che nulla volle avere se non Cristo Signore; nulla alle sue figlie permise di possedere» (ib., 13: FF 3184). Nella sua povertà, Gesù seduce il cuore di Chiara: «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore... Ti farò mia sposa per sempre... ti fidanzerò con me nella fedeltà» (Os, 2, 14.19.20). È là che Chiara ama, è là che pianta le sue radici, è là che contempla il fuoco dell'amore per lasciarsi consumare da lui. La povertà di Gesù è per lei il linguaggio che esprime l'inaudita passione di Dio per le sue creature, la sua prossimità, la sua follia d'amore. La gloria di Dio le si rivela nella fragilità del neonato e nel volto sfigurato dell'uomo torturato: «Mira, in alto, la povertà di Colui che fu deposto nel presepe e avvolto in poveri pannicelli» - scrive ad Agnese di Boemia. E continua: «O mirabile umiltà e povertà che dà stupore! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, è adagiato in una mangiatoia! Vedi poi, al centro dello specchio, la santa umiltà, e insieme ancora la beata povertà, le fatiche e pene senza numero ch'egli sostenne per la redenzione del genere umano. E in basso contempla l'ineffabile carità per la quale volle patire sul legno della croce e su di essa morire della morte più infamante» (Lettera quarta alla Beata Agnese di Boemia, 19-23: FF 2904). |







