Piccola riflessione sull'evoluzione dell'uomo

e il pensiero francescano di Duns Scoto

 

INTRODUZIONE

         Per iniziare la nostra riflessione occorre innanzi tutto tenere conto di alcune prassi metodologiche; è concettualmente corretto e rispettoso chiarire il nostro punto di vista e il nostro punto di partenza. Da una parte cercheremo di vedere ciò che la scienza ci dice sull’origine dell’uomo, dall’altra analizzeremo il pensiero teologico del francescano Duns Scoto, in ultimo cercheremo di vedere se c’è un ponte tra questi due apparati di pensiero che hanno, d’altronde, ambiti ben precisi  e diversi.

 

 L’ORIGINE DELL’UOMO

 

Bisogna chiarire fin d’ora l’ambito specifico che ha la Bibbia nel rispondere all’interrogatorio riguardante l’origine dell’uomo.

La Bibbia utilizza, per trattare di questo specifico argomento, lo stratagemma dei generi letterari cercando di rivelare il valore storico-salvifico che c’è dietro questi “miti”. Pertanto trovare sulla Bibbia date, tracce di ricerca scientifica, concordismi, vuol dire far violenza alla bibbia, al suo linguaggio, ai suoi contenuti e alla scienza stessa. La Bibbia è vera ma lo è appunto nei contenuti salvifici con l’uso appropriato dei generi letterari - per un approfondimento rimando a “Bibbia come parola di Dio” di V. Mannucci - (1)

E’ dunque ambito e compito della scienza scoprire la connessione biologica più probabile tra noi e i nostri antenati pre-umani. Sono molte le divergenze tra gli specialisti del settore; rendiamo note qui, per sommi capi, alcune tra le più probabili teorie sull’origine dell’uomo rimandando altrove per un approfondimento.

Tra quelle che hanno più consistenza scientifica citiamo:

      a - Teoria del Disboscamento;

     b - Teoria dell’influsso del Fuoco;

     c - Teoria del lavoro o teoria Marxista (che tratta del lavoro e della nascita del linguaggio);

     d - Teoria della Fetalizzazione o “dello sviluppo rallentato”.

 

A ben vedere si nota una certa comparazione tra gli embrioni degli animali e quelli dell’uomo, tuttavia ad un certo punto della crescita l’embrione dell’uomo si differenzia per alcune caratteristiche fondamentali. Ad esempio notiamo nella crescita dell’uomo l’aumento del volume del cervello e tale aumento continua anche dopo la nascita; sicché l’infanzia dell’uomo appare più lunga e aperta a nuove acquisizioni. Tale teoria, tuttavia, non spiega ma solo constata la differenza tra l’uomo e gli altri animali.

              e - Teoria del Grande cacciatore (centrata sulla figura umana del maschio)

              f - Teoria della Donna Acquatica (centrata sulla figura  umana della femmina)

              g - Teoria degli Anelli di Retroazione.

 

L’evoluzione di per se stessa non è in grado di garantire questo passaggio; occorre un intervento “trans-mondano” perché il culmine biologico che può essere la scimmia/ominide eretta si trasformi in un uomo.

Ma quali sono le caratteristiche intellettive dell’uomo in quanto tale rispetto all’animale?

Ne sottolineiamo solo alcune:

     - al livello di utilizzazione strumentale gli animali riescono a servirsi di uno strumento ma non riescono a servirsi di questo per costruirne un altro; l’animale non è capace di uscire fuori dal suo sistema instintuale anche se questo può essere più o meno esteso. Sul piano instintivo l’uomo è molto più povero dell’animale ma possiede la capacità di discernere e di esercitare una riflessione astratta della realtà che lo può portare a modificare la realtà stessa di cui e in cui vive con orizzonti quasi infiniti;

   - l’uomo, inoltre, ha piena coscienza del dover morire e una certa sensibilità alla trascendenza: l’uomo è religioso per natura;

   - l’uomo, in ultimo, possiede una coscienza riflessiva della sua personalità e del suo io (capacità introspettiva che in ebraico si chiama Neshamàh).

 

Già da queste semplici e piccole constatazioni si deduce che l’evoluzione biologica, anche se sorretta e guidata da un finalismo interno non può portare ad un uomo in quanto tale.

Noi sosteniamo che il passaggio da quella punta massima che è l’ominide nel cammino dell’evoluzione e l’uomo nel suo quid di spirito incarnato ha necessitato di un intervento diretto dello Spirito Creatore di Dio. Senza quest’anello (che ci è rivelato anche dalla Bibbia), l’uomo rimane un mistero a se stesso più di quanto lo sia l’accettare il misterioso - ma ragionevole - intervento trans-mondano di Dio nel cammino dell’evoluzione.

 

 

IL PENSIERO DI DUNS SCOTO

 

Analizzare con profondità il pensiero di questo grande teologo francescano in queste poche righe è certamente ardito; ci limiteremo a sottolineare i punti salienti della sua dottrina. Tutto questo impianto teologico partiva dalla riflessione teologica sulla INCARNAZIONE.

Nella scolastica due erano le ragioni più in voga:

S. Bonaventura sosteneva che l’incarnazione era inserita  in un dialogo predeterminato di perfezione dell’universo, mentre, S.Tommaso sosteneva che l’incarnazione era avvenuta per la redenzione dell’uomo.     Tra queste due visioni, entrambe accettate dalla Chiesa, prevalse la seconda, per cui fra i moderni la redenzione dell’uomo divenne per alcuni “la ragione principale dell’incarnazione”, per altri “l’unico motivo dell’incarnazione”. Così già ai tempi della scolastica si parlava di una incarnazione occasionata o condizionata dal peccato: se il peccato non fosse esistito, non sarebbe esistito nemmeno Cristo.

D. Scoto, il dottore sottile, portando avanti il pensiero di Bonaventura, reagisce, potremmo dire, energicamente a questo atteggiamento teologico nei riguardi di Cristo Gesù, Verbo incarnato.

Non è verosimile” egli afferma “che un tanto bene, il sommo fra gli enti, sia stato solo occasionato per un bene minore” (2); e sarebbe altrettanto assurdo pensare che “prima sia stato previsto il peccato di Adamo e poi predestinato Cristo alla Gloria” (3). A questo punto si giungerebbe a dire che Cristo Gesù è per noi e non noi per Lui, come in vece afferma la scrittura, specie alcuni scritti paolini ( Ef 1,3 ss; Col 1,15 ss; Rm 1,3 ss; etc.)

Per capire meglio la centralità di Cristo oltre che ascoltare i riferimenti scritturistici bisognerebbe conoscere e approfondire la dottrina della predestinazione nell’eterno pensiero di Dio del “dottor sottile”; tale approfondimento ci porterebbe però un po’ troppo in là; basti dire che per Scoto, Gesù Cristo è il primo essere non “condizionato” ma libero, non voluto per il peccato ma per la propria gloria; Egli non è l’ultimo fra le creature, ma il primo; è al vertice della creazione appunto perché Egli doveva essere il capo di tutti gli esseri; per tanto l’incarnazione è da attribuirsi alla sola gratuità di Dio e in vista di Cristo e la stessa creatura è stata voluta in vista dell’incarnazione e glorificazione di Cristo.

Mentre per il tomista è il demerito dell’uomo che influisce sulla volontà di Dio rispetto all’esistenza di Cristo; al contrario per lo scotista è il merito di Cristo che muove la stessa volontà di Dio nei riguardi dell’esistenza dell’uomo come di tutti gli altri esseri insieme, compresi gli angeli.

 

 

IL CONFRONTO  

Il confronto tra la constatazione scientifica dell’evoluzione e il pensiero di D. Scoto in certo qual modo non esiste perché l’uno a l’altro si muovono in ambiti ben diversi. L’evoluzionismo non si fonda sulla speculazione teologica!

Tuttavia è possibile fare qualche connessione, anzi, vedere che le due strutture non si oppongono ma si completano a vicenda nella ricerca sulla verità dell’uomo in quanto tale.

Se nel pensiero di Scoto, Cristo è visto come punto culmine della creazione e come punto esemplare e originante, potremmo asserire che l’evento dell’evoluzione è da Cristo partito e in Lui sviluppato fino a “produrre” l’ominide CAPAX DEI, cioè l’anello culmine dell’evoluzione che aveva la capacità di ricevere la RUAH (e la NESHAMA’H) di Dio e diventare un uomo completo con le caratteristiche intellettivo-spirituali di cui abbiamo parlato e preparare così l’incarnazione stessa e la sublime unione ipostatica nella pienezza dei tempi (Gal 4,4) quando cioè il “Verbo fatto carne è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv.1,14)

Dobbiamo inoltre tener conto che dai dati scritturistici e dall’interpretazione data dalla Chiesa primitiva nei primi secoli è dato acquisito tra i cristiani la MEDIAZIONE COSMICA di Cristo (Col,15).

Il prologo giovanneo ci sottolinea inoltre che tutto è stato fatto per mezzo di Lui come a dire che tutto ciò che esiste è stato ed è voluto nel tempo dal Verbo di Dio; nel testo giovanneo troviamo il passivo "gignomai" che non significa tanto ”essere creato” quanto “divenire” (4). Se la prospettiva del prologo giovanneo è centrata sul disegno universale di Dio, è chiaro che il significato estremamente ampio di questo verbo gignomai è perfettamente adatto a esprimere l’attività di Dio mediante il Suo Logos, il Suo Verbo, attraverso tutta la storia del mondo, certamente almeno dalla creazione fino all’incarnazione. Tutto, sia la storia della salvezza che la creazione, è avvenuto per mezzo del Logos. Il discorso teologico qui potrebbe ampliarsi se si vuole scoprire il soggetto di questa mediazione: il Logos o il Verbo incarnato?...sarebbe impresa ardua e affascinante che aprirebbe vasti orizzonti teologici, metafisici ed esistenziali ma ci porterebbe troppo al di là dell’ambito che stiamo trattando.

Resta tuttavia vero, da ciò che abbiamo detto, che una visione cristiana e cristocentrica dell’origine dell’uomo non esclude ”il fatto” dell’evoluzione. L’evoluzione non è una “diminutio” all’azione creatrice di Dio in Cristo, per Cristo, con Cristo, ma, ci sottolinea l’ampiezza del piano di Dio: cioè quello di creare e creare continuamente facendo divenire la creazione verso un compimento “Cristico”. Questa “creazione continuata”, magari ricca di dissonanze e di varianti a volte astruse (almeno secondo il nostro punto di vista) è una stupenda “sinfonia del divenire”, un continuo dono dell’ESSERE verso una somma perfezione, cioè l’unione tra Cristo Glorioso e l’umanità; unione voluta sull’imitazione dell’unione ipostatica dell’incarnazione (in vista del quale tutto è stato desiderato).

Volendo citare brevemente Teilhard De Chiardin, con la sua teoria di immaginare l’universo in una forma conica a spirale, con un inizio ed un vertice di compimento verso un punto W, Dio-Cristo non si pone tanto come un Dio-in-alto  (che tutto manovra in forma “distaccata” attirando a sé l’universo) quanto piuttosto come un Dio-in-Avanti (basti ruotare l’asse del cono di 90º!); il compimento dell’evoluzione e dell’incarnazione sarebbe allora la Parusia.. “Perchè è Signore, il Cristo può essere uomo; perchè è uomo può essere Signore, dacchè il mondo, la cui evoluzione è ora assicurata dall’Uomo ( almeno sul pianeta terra ) non si realizzerà totalmente che mediante la potenza di Cristo Signore” (5). Inoltre, proseguendo l’immagine del cammino a spirale conico, il Cristo non è solo il Punto Omega, ma anche il vertice necessario, l’anima di questo cammino: per Teilhard il mondo si avvolge sempre di più attorno a Cristo.

Attendiamo, dunque, con ansia il punto W in cui tutto sarà ricapitolato in Cristo (Ef 1,10 ss) e “Dio sarà tutto in tutti!” (1Cor 15,28).

 

 

 

 

Note Bibliografiche

 

(1) Valerio Mannucci, Bibbia come Parola di Dio, Ed. Queriniana, Brescia 1981

(2) Duns Scoto, Ord.III. d. 7, q. 3

(3) Ibid.

(4) P. Lamarche, Le Prologue de Jean, “Rech. de Sc. Rel.”, 62 (1964) 4+97-537

(5) Georges Crespy, Dalla scienza alla teologia. Saggio su Teilhard de Chardin, Editrice A.V.E., Roma 1968, p. 81

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