Elenco commenti al Vangelo domenicale
dalla I domenica alla prima domenica delle Palme
anno C
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Domenica delle Palme (ANNO C)
1 Aprile 2007
Dio onnipotente ed eterno, benedici questi rami di ulivo, e concedi a noi tuoi fedeli, che accompagniamo esultanti il Cristo, nostro Re e Signore, di giungere con lui alla Gerusalemme del cielo.
Il Vangelo Lc. 22,14-23,56
- + Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca C
Quando fu l'ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: + "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio". C E preso un calice, rese grazie e disse: + "Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finche non venga il regno di Dio". Fate questo in memoria di me C Poi preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: + "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". C Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: + "Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi". Guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito "Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!". C Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. Io sto in mezzo a voi come colui che serve Sorse anche una discussione, chi di loro poteva essere considerato il più grande. Egli disse: + "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è il più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele. Tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli". C E Pietro gli disse: P "Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte". C Gli rispose: + "Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi". Deve compiersi in me questa parola della Scrittura C Poi disse: + "Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?". C Risposero: P "Nulla". C Ed egli soggiunse: + "Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: ‘‘E fu annoverato tra i malfattori''. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine". C Ed essi dissero: P "Signore, ecco qui due spade". C Ma egli rispose: + "Basta!". In preda all'angoscia, pregava più intensamente C Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: + "Pregate, per non entrare in tentazione". C Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: + "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". C Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: + "Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione". Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo? C Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: + "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?". C Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: P "Signore, dobbiamo colpire con la spada?". C E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l'orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: + "Lasciate, basta così!". C E toccandogli l'orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: + "Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre". Uscito, Pietro pianse amaramente C Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: P "Anche questi era con lui". C Ma egli negò dicendo: P "Donna, non lo conosco!". C Poco dopo un altro lo vide e disse: P "Anche tu sei di loro!". C Ma Pietro rispose: P "No, non lo sono!". C Passata circa un'ora, un altro insisteva: P "In verità anche questo era con lui; è anche lui un Galileo". C Ma Pietro disse: P "O uomo, non so quello che dici". C E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte". E uscito, pianse amaramente. Indovina: chi ti ha colpito? Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: P "Indovina: chi ti ha colpito?". C E molti altri insulti dicevano contro di lui. Lo condussero davanti al sinedrio Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: P "Se tu sei il Cristo, diccelo". C Gesù rispose: + "Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza di Dio". C Allora tutti esclamarono: P "Tu dunque sei il Figlio di Dio?". C Ed egli disse loro: + "Lo dite voi stessi: io lo sono". C Risposero: P "Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca". Non trovo nessuna colpa in quest'uomo C [Tutta l'assemblea si alzò, lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: P "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re". C Pilato lo interrogò: P "Sei tu il re dei Giudei?". C Ed egli rispose: + "Tu lo dici". C Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: P "Non trovo nessuna colpa in quest'uomo". C Ma essi insistevano: P "Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui". C Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme. Erode con i suoi soldati insulta Gesù Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C'erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro. Pilato abbandona Gesù alla loro volontà Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: P "Mi avete portato quest'uomo come sobillatore del popolo; ecco, l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò". C Ma essi si misero a gridare tutti insieme: P "A morte costui! Dacci libero Barabba!". C Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: P "Crocifiggilo, crocifiggilo!". C Ed egli, per la terza volta, disse loro: P "Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò". C Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà. Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: + "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! E ai colli: Copriteci! Perché, se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?". C Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati. Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: + "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno". C Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Questi è il re dei Giudei Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: P "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto". C Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: P "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". C C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Oggi sarai con me nel paradiso Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: P "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". C Ma l'altro lo rimproverava: P "Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". C E aggiunse: P "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". C Gli rispose: + "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso". Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito C Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: + "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". C Detto questo spirò.
Qui si genuflette e si fa una breve pausa.
Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: P "Veramente quest'uomo era giusto". C Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.] Giuseppe pone il corpo di Gesù in una tomba scavata nella roccia C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatea, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo, secondo il comandamento. -
Commento
"Padre, nelle Tue mani consegno il mio Spirito".
Nessun commento può rendere appieno ciò che questo brano del vangelo trasmette.
Verità delle Verità!
Il lungo cammino di Dio alla ricerca dell'uomo si compie:
iniziato tra gli alberi del Giardino dell'Eden si conclude sull'albero della Croce! (vd. S. Fausti)
E' il nuovo Esodo per portare l'uomo alla salvezza.
Nel primo Esodo Dio rese duro il cuore degli Egiziani (Es. 7,3/10,20/14,4/14,17-18) per manifestare la Sua potenza e qui tutto il male del maligno e dell'uomo, ogni peccato di ogni tempo che è stato e che (purtroppo) sarà...tutto si coalizza contro Gesù:
non c'è fede, non c'è amore; come a Cana abbiamo bisogno del vino nuovo...
e Lui è pronto a donarcelo, la Sua potenza è la follia d'Amore!
Sino alla fine beve tutto il calice perchè noi possiamo bere il vino nuovo della festa.
"..ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi..." (Lc. 22,14).
E' questa la Passione ("ho desiderato ardentemente.."): il desiderio, la bramosia di donarSi, di compiere il volere del Padre che è quello di riabbracciare l'uomo, ogni uomo, di accoglierlo anzi di ri-accoglierlo come figlio.
E' l'autodonazione di Dio Figlio spontanea e libera così preziosa agli occhi del Padre, è il Si totale della Glorificazione del Figlio e del Padre, e' la Trasfigurazione precedentemente avvenuta sul Tabor; è quel vincere ogni male con il per-dono, ogni violenza con la mitezza, ogni dolore con il Suo com-patire, ogni solitudine e abbandono con il Suo abbandonarsi totalmente nelle mani del Padre.
Nei tempi nostri malati di auto-determinazione impazzita Egli sceglie di consegnarsi.
Veramente tu sei l'Emmanuele il Dio con noi, che continui a rischiarare il nostro cammino ripetendo in ogni Eucaristia il Tuo donarti tutto a tutti, perché l'Amore non si esaurisce.. ma nel donarsi si rinnova.
Questa è la Sapienza.
Esponiamoci allora a questo amore, lasciamoci avvolgere e nutrire, arriviamo come San Paolo a dire "non ci sia altro vanto che nella croce di nostro Signore Gesù Cristo" (Gal.6,14)
Edda, Elena e Paoletta
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V domenica del Tempo di Quaresima (ANNO C)
25 Marzo 2007
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.
Il Vangelo Gv. 8, 1-11
- In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi.
Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.
Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa.
Tu che ne dici?". Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo.
Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.
E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei".
E chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo.
Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?".
Ed essa rispose: "Nessuno, Signore".
E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più". -
Commento
"Va' e d'ora in poi non peccare più".
Questo vangelo è un capolavoro di Misericordia e di giustizia.
Una traccia per comprendere pastoralmente il cammino della Chiesa.
Il punto centrale sta proprio nell'affermazione finale di Gesù che riassume tutti vari aspetti del fatto narrato da Giovanni.
In periodi come i nostri ammalati di politicamente corretto, di buonismo, di relativismo diffuso, di uso e consumo addomesticato da parte dei "cattolici" progressisti della Parola di Dio, emerge una situazione chiara sull'operato che sta faticosamente portando avanti Papa Benedetto XVI.
Ma è anche una Parola chiara contro i fondamentalisti e conservatori irrigiditi verso posizioni che garantiscono la loro autostima più che il bene della Chiesa e dell'uomo.
Le persone vanno giudicate? Si ma non vanno condannate.
Il giudizio è fondamentale nella nostra vita; quello da evitare è il giudizio definitivo che può dare solo Dio; noi però dobbiamo giudicare, soprattutto le situazioni, guai se non lo facessimo.
In realtà spesso coloro che dicono di non giudicare stanno dicendo velatamente "non mi giudicare".
Questo giudizio verso se stessi, doveroso, che una volta si chiamava esame di coscienza è opportuno e vivamente consigliato, purché sia fatto con lo sguardo di Gesù, che non condanna ma promuove l'uomo a maturare, a cambiare e a crescere. Questo comporta, inevitabilmente, a volte, dei tagli chiari e decisi; anzitutto con il peccato.
Il problema degli scribi e dei farisei in questa pericope evangelica è che essi hanno rifiutato in realtà di giudicarsi e scatenano proiettivamente la rabbia del senso di colpa con una aggressività verso l'adultera.
Vogliono sentirsi giustificati.
Ma in realtà non servono Dio ma la proiezione di Dio che si sono costruiti per rassicurarsi.
Insomma adorano il vitello d'oro della loro testa e non il Dio di Gesù Cristo.
Gesù, che è Signore, Maestro e pedagogo rivela la realtà.
Occorre si il giudizio, ma soprattutto verso se stessi e soprattutto non bisogna mai condannare.
La pillola non va mai addolcita: il peccato è peccato. Ma la condanna non aiuta ad uscire fuori dal giogo di morte del peccato. Piuttosto occorre invece il giudizio sul peccato e cioè chiamare bene il bene e male il male e scegliere, con Cristo, di non peccare più. Ciò che va condannato è il peccato!
La persona è troppo importante per Dio che ha donato per ogni uomo e donna il Suo Figlio non per giudicare (nel senso di condanna) il mondo, ma per salvarlo.
Proprio per questo serve anche il giudizio come discernimento costante.
La pratica assidua di una buona confessione si dimostra fondamentale, meglio ancora se accompagnata da una sistematica direzione spirituale.
Altro aspetto importante. Quando l'uomo è liberato dal giogo del peccato, del senso di colpa, acquista la coscienza di colpa, cioè il corretto approccio a se stessi e alla realtà con gli occhi di Cristo.
Significa che il senso di colpa uccide se stessi e gli altri mentre la coscienza di colpa promuove la verità di sé, la conversione e la "fantasia nello Spirito" di trovare soluzioni di vita a situazioni di morte.
Cioè lo Spirito Santo che convince al peccato (cioè offre il giudizio e non la condanna, il discernimento e non la catena del senso di colpa) fa vedere sempre una via nel deserto della nostra vita.
E' lo Spirito Santo che apre prospettive nuove a situazioni oscure, dentro e fuori di noi.
E' lo Spirito Santo che promuove il bello ed il vero e rialza il nostro sguardo non solo ripiegato su noi stessi ma piegato verso la tristezza, il male, dentro e fuori di noi.
E' lo Spirito Santo che apre alla speranza con quella potente parola "và", cioè vivi, cammina, gioisci e "non peccare più", cioè sii protagonista con Me, dice Gesù, del tuo destino. Sii Chiesa.
Non seguire i profeti di sventura che ti dicono che è impossibile oggi essere onesti, casti, ragionevoli, retti e gioiosi; non seguire coloro che ti dipingono solo le brutture del mondo; non seguire il pessimismo di coloro che sembrano cristiani ma stanno seguendo solo le loro paure e i loro idoli.
Non seguire coloro che spengono la speranza in un mondo migliore più a dimensione di Cristo e quindi a dimensione d'uomo,
piuttosto apriti alla gioia: "và e non peccare più!".
Questo significa fare Pasqua con i tuoi fratelli.
Paul
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IV domenica del Tempo di Quaresima (ANNO C)
18 Marzo 2007
O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina.
Il Vangelo Lc. 15,1-3. 11-32
- In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.
I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro".
Allora egli disse loro questa parabola:
"Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
Trattami come uno dei tuoi garzoni.
Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.
Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi.
Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò.
Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo.
Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.
Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". -
Commento
"Il calcolo impedisce di entrare nella gioia".
Nel vangelo di oggi, vi sono talmente tanti spunti di riflessione che non basterebbe una vita intera di ritiro spirituale per poterli approfondire tutti.
E' un brano sicuramente molto conosciuto ma non per questo privo di novità sulle quali riflettere.
La liturgia ha inserito anche l'introduzione del cap. 15 per farci capire a chi era rivolta la parabola: agli scribi e ai farisei i quali criticavano Gesù per la sua bontà verso i peccatori.
Il punto focale della parabola si trova alla fine e viene rivelato dalla reazione del figlio maggiore e dalle parole del Padre. Avendo del tempo a disposizione, potremmo compiere questo esercizio spirituale: metterci nei panni di ciascun personaggio: del figlio prodigo, del figlio maggiore, del padre misericordioso e aspettare di capire in preghiera e sotto l'azione dello Spirito Santo che cosa il Signore ha da dirci con questa parabola.
Questo ci farebbe entrare in quella gioia (Laetare), pregustazione Pasquale, a cui questa santa domenica ci chiama.
Noi ora non abbiamo né il tempo né lo spazio per poter affrontare questo esercizio spirituale, quindi cercheremo soprattutto di approfondire la figura del figlio maggiore e cosa, tramite essa, questo brano vuole svelarci.
Molto più sovente di quanto pensiamo, anche inconsciamente, noi ci comportiamo come il figlio maggiore, il quale mette sulla bilancia quanto ha dato al padre e quanto ha ricevuto e fa il confronto con quanto invece il padre ha dato al figlio minore trovando nel suo comportamento una profonda ingiustizia.
Per chi, come il figlio maggiore, si sente giusto è incomprensibile la bontà del padre nei confronti del figlio minore che ha commesso tanto male; Gesù vuole allora farci comprendere che per coloro che sono rimasti fedeli a Dio è riservata una gioia molto grande, non tanto quella del ricevere ma quella del donare, di aprire il proprio cuore all'amore misericordioso di Dio, di mettersi, in una parola, dal punto di vista di Dio. Avere un cuore aperto all'amore e quindi casto.
La castità infatti si fonda anzitutto su una apertura del cuore al dono. Se manca questa apertura, pur essendoci la pur necessaria custodia e purezza dei sensi, la castità viene a mancare.
Quando un padre vede che il figlio ha preso una strada sbagliata, la strada del male che lo può portare solo alla morte, sia questa fisica o spirituale, mette in campo tutti i mezzi per farlo ritornare sulla retta via che conduce alla vera vita. Questo è il punto di vista che il figlio maggiore è chiamato ad assumere:
creare le possibilità affinché i fratelli, indipendentemente da ciò che hanno commesso, possano tornare a "gustare l'abbraccio benedicente del Padre"!
La differenza sta tutta qua: il nostro punto di vista è quello di chi misura tutto.
Noi misuriamo ogni cosa e se gli altri hanno ricevuto tanto allora noi dobbiamo ricevere tanto!
Noi siamo bravissimi a fare i "contabili" dei nostri meriti ma ci dimentichiamo facilmente le nostre mancanze e più che altro, dimentichiamo che noi saremo perdonati nella misura in cui avremo perdonato!!!
Abbiamo detto che questo brano inizia menzionando a chi Gesù rivolgeva la narrazione di questa parabola: agli scribi e ai farisei. Io credo che Gesù rivolga a noi oggi questa parabola, noi che forse ci sentiamo bravi più degli altri, più santi degli altri, e lo fa per invitarci ad uscire dalla meschinità e dalla strettezza del nostro cuore per prendere parte alla gioia del Padre celeste.
Mentre noi sprechiamo il nostro tempo a calcolare, in termine di meriti, cosa ci spetta in seguito ai nostri "fedeli" comportamenti rispetto a chi invece è per noi considerato "mancante", Dio ci invita a partecipare alla gioia pura e semplice del Padre: "Bisogna far festa, perché tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". Al termine di questo commento vorrei consigliarvi la lettura di un bellissimo libro scritto da Henri J. M. Nouwen: "L'abbraccio benedicente".
In questo testo, l'autore, racconta le sensazioni che nascono in lui in seguito alla "contemplazione" del famoso quadro di Rembrandt dallo stesso titolo, che raffigura proprio la parabola del figliol prodigo.
Ciò che più mi ha colpito nella lettura di questo libro è che non solo il Padre si dimentica di tutto ciò che il figlio minore ha commesso, ma addirittura lo abbraccia benedicendolo.
In quell'abbraccio d'Amore vi è tutta la gioia di Dio per il figlio ritrovato: "Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò".
Il Padre gli ridona la dignità di figlio, (lo riveste col vestito più bello, gli fa mettere l'anello al dito, i calzari ai piedi); fa tutto questo per ridonare ai suoi occhi (quelli del figlio minore) e agli occhi degli altri quella dignità che però non aveva mai perso agli occhi del Padre.
Noi siamo stati creati ad immagine di Dio e questa immagine è incontrovertibile, nessuno e niente, neanche il peccato più oscuro, potrà mai scalfirla.
Questo è l'Amore che Dio ha per noi, questo è l'Amore che Dio desidera noi abbiamo nei nostri cuori per i nostri fratelli; in tutto questo vi è un po', per così dire, tutto il concentrato della rivelazione biblica e d evangelica.
Amen, buona preparazione all gioia della Santa Pasqua!
Alberto R.
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III domenica del Tempo di Quaresima (ANNO C)
11 Marzo 2007
Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia.
Il Vangelo Lc. 13,1-9
- In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici.
Prendendo la parola, Gesù rispose:
"Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?
No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise,
credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?
No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".
Disse anche questa parabola: "Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò.
Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo.
Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai".. -
Commento
"Conversione".
Il Vangelo di Luca che andiamo a commentare si può dividere in due parti:
la prima richiama avvenimenti attuali,
la seconda è parabolica.
Il tema di tutta la pericope è tuttavia univoco: la conversione.
La conversione è essenza della nostra fede in Cristo, è il punto di partenza di tutta la fede cristiana, poiché senza conversione non vi può essere sequela di Cristo.
Essere cristiani, dunque, non è perseverare coerentemente sulla via indicata da Cristo, bensì una conversione continua a Cristo.
Egli non ci chiede coerenza, questa infatti è solo qualcosa di esterno, di facciata, Cristo ci chiede conversione, ovvero qualcosa che discende dal nostro cuore, che è endogeno, e che può realmente cambiarci.
Il peccato, quindi, non è una mancanza di coerenza, bensì una mancanza di conversione, un'incapacità a consapevolizzare e ad accogliere l'infinita misericordia di Dio.
La salvezza che ci propone Cristo deve passare attraverso la conversione; senza conversione non c'è salvezza, poiché non si consente al Signore di attualizzare in noi la sua misericordia ed il suo perdono.
La conversione, inoltre, non è qualcosa di teorico, non è un semplice sentimento, un solo movimento del nostro cuore, al contrario implica, partendo dal nostro cuore, qualcosa di seriamente pragmatico, cioè si manifesta in tanti nostri atteggiamenti, in una serie di macro e microcambiamenti, se così si può dire, cioè di cambiamenti ben visibili dall'esterno.
Nella conversione, Cristo non si concettualizza, bensì si attualizza, proprio come Cristo attualizza in noi il suo grande perdono.
Nella sua vita Gesù teorizza poco, è invece estremamente pragmatico: la fede cristiana è una fede dell'azione, una fede che può convertire anche chi appare come fico secco e meriterebbe di essere tagliato; ma chi di noi non possiede un po' di aridità?
Il nostro vignaiolo è Cristo, il solo che può consentirci di produrre dei frutti, il solo che sappia zappare e concimare le nostre aridità.
D'altra parte, anche noi possiamo essere dei buoni vignaioli con i nostri fratelli, anche con quelli che possono essere i peggiori peccatori (cf. Compendio CCC n. 107), anzi sono proprio questi ultimi che necessitano una forte conversione, ma per ottenerla è altresì necessario che intorno a loro vi siano dei testimoni profondamente convertiti a Cristo.
Questa conversione si può attuare anche mediante una intensa preghiera, la quale rafforza la nostra capacità di agire. Abbiamo detto che la conversione parte dal cuore e termina in un concreto cambiamento, in un'azione che ci cambia e che può cambiare, per induzione, anche chi è attorno a noi.
La conversione continua, poi, nasce da una preghiera continua; non vi può essere fede senza conversione, non vi può essere conversione senza preghiera.
Preghiamo, allora, il Vignaiolo, che è Cristo, affinché ci doni una conversione continua, mediante la quale possiamo riuscire a testimoniare concretamente la nostra fede in tutta la realtà quotidiana e storica della nostra vita e nella comunità ecclesiale in cui Egli, per sola misericordia, ci ha posto.
Milko G.
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II domenica del Tempo di Quaresima (ANNO C)
4 Marzo 2007
O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria.
Il Vangelo Lc. 9,28-36
- In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d?aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all?entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: Questi è il Figlio mio, l?eletto; ascoltatelo. Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono ad alcuno ciò che avevano visto. -
Commento
"Ascoltatelo..".
Come nel Battesimo di Gesù una voce esce dalla nube, confermando Gesù come l'eletto di Dio:
"Ascoltatelo ",
cioè ascoltate il Verbo fatto carne,
Colui che possiede la stessa gloria di Dio,
Colui che compie la volontà del Padre, sempre,
e che compirà la volontà del Padre nell'avvenimento Pasquale dove saranno testimoni proprio Pietro, Giacomo e Giovanni.
Ascoltare è un comando di Dio. Questo imperativo amoroso del Padre ri-echeggia l'imperativo sinaitico:
Ascolta Israele!
Il primo dei comandamenti che fa scaturire tutti gli altri;
il perno su cui gira tutta la legge e il corretto rapporto con Dio.
Se infatti Israele non ascolta non capirà le Parole di Dio,
ma cercherà di manipolarle a proprio uso e consumo, perdendosi!
E questa è, oltre che tentazione, prassi comune da parte di noi tutti.
In tanti ambiti.
Dalla vita personale a quella sociale. Dalle scelte piccole a quelle della vita politica.
La Gloria che vedono in questo giorno, suscita in loro spavento e timore ma in Pietro anche la gioia nel comprendere che Dio abiterà con loro.
Questa esperienza sosterrà i discepoli nella partecipazione al mistero della croce.
Così anche noi, resi partecipi mediante il battesimo, siamo chiamati ad essere trasfigurati dall'azione del Signore in attesa di esserlo completamente anche con tutta la nostra persona.
E noi tutti, a viso scoperto , riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore,
veniamo trasformati in quella medesima immagine,
di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito Santo. ( 2Cor. 3,18 )
Facendo dell'ascolto la nostra dimensione essenziale di cammino nel Signore.
Aderendo alla Parola di Dio come affamati dl "vero pane",
bevendo ogni giorno al calice della sofferenza assieme a Cristo;
facendo un incontro autentico con il Signore;
possiamo ottenere lo stesso sostegno dei discepoli in questo giorno.
Non è magia o premio per aver fatto qualcosa di spirituale ma la dimensione naturale che scaturisce dall'ascolto, senza difese, di ciò che Dio dice e ci dice.
Se amare è un arte (e lo è) l'ascolto è l'abc di quest'arte,
è la porta per cui entra ogni grazia.
E il mezzo per aprire questa porta è la preghiera, il silenzio, il digiuno, la lode e l'adorazione.
Anche questa settimana invochiamo per ogni famiglia il sostegno e la guida di San Giuseppe,
custode della Famiglia e uomo giusto.
Uomo che ha impostato la sua vita nell'ascolto e nell'obbedienza cooperativa e creativa attorno e per Gesù.
Barbara
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I domenica del Tempo di Quaresima (ANNO C)
25 Febbraio 2007
O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
Il Vangelo Lc. 4,1-13
- In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo.
Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.
Allora il diavolo gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane".
Gesù gli rispose: "Sta scritto: ‘‘Non di solo pane vivrà l'uomo''".
Il diavolo lo condusse in alto, e mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: "Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la dò a chi voglio.
Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo". Gesù gli rispose: "Sta scritto: ‘‘Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai''".
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: ‘‘Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano''; e anche: ‘‘Essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra''".
Gesù gli rispose: "È stato detto: ‘‘Non tenterai il Signore Dio tuo".
Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. -
Commento
"Non tenterai il Signore Dio tuo..".
La scimmia di Dio, satana, in questo vangelo cerca di rubare il mestiere a Dio.
Lo fa continuamente. Potremmo dire che la struttura portante del maligno è proprio quella di farsi Dio e di tentare l'uomo in questa farsa.
Il peccato è in fin dei conti una farsa, una drammatica presa in giro che noi diamo a noi stessi oltre che un dispiacere a Dio.
Dio non può essere tentato.
Dio non tenta nessuno al male.
Cioè non induce e non prova nessuno per condurlo al male.
Però anche Dio tenta, cioè prova, ma lo fa nell'ottica di far maturare la Sua creatura nell'Amore e nella libertà di sé.
Il peccato, al contrario, non ci fa maturare nell'Amore ma ci allontana da esso e allo stesso tempo, il peccato, ci schiavizza, non ci rende liberi.
Quando Gesù ribadisce "non tenterai il Signore Dio tuo" ricorda proprio questo fatto.
Dio è Dio e tu sei la creatura.
E' Dio che prova, tenta al bene la Sua creatura portandola a crescere e a non ripiegarsi nell'egoismo del peccato.
E' Dio che tenta e dunque è degno di ascolto. Lui solo.
Questa affermazione di Gesù, dunque, si innesta chiaramente nel dono del Timor di Dio.
Il timor di Dio è il dono fondamentale dello Spirito per iniziare un corretto cammino con Dio.
E' il dono che ci conduce nel deserto e, nello Spirito, ci rende consapevoli che siamo creature bisognose costantemente di essere amati, perdonati e "tentati" da Dio.
Riconoscere di essere tentati da Dio vuol dire in definitiva proclamare:
"Padre, caro Papà mio, fa di me ciò che ti piace!".. sapendo che il piacere di Dio è che la creatura sia libera, felice e capace, responsabilmente, di Amare, come e nel Suo Figlio.
Con questo spirito nella Quaresima, mossi anche noi dallo Spirito Santo, si gioca il nostro cammino di conversione.
La Quaresima è il momento di crescere nell'abbandono confidente in Dio.
Proprio nelle situazioni in cui siamo al limite, nudi e poveri.
Rivestiti non della dignità del mondo e della vanità ma rivestiti dello sguardo amoroso e misericordioso di Dio.
Non nutriti da ciò che da il mondo ma nutriti da Dio e dalla sua presenza.
Non tentati da satana ma "tentati", messi alla prova, dall'Amore paterno di Dio, che ti da la pace ma non ti lascia in pace.
Questo è il cammino di Gesù nel deserto, questo è il nostro cammino.
Un cammino personale ed ecclesiale assieme.
Un cammino che investe soprattutto ogni famiglia, che è in questi tempi, come raramente è accaduto, veramente "provata", in tanti modi.
Famiglia per cui, soprattutto in questa Quaresima, preghiamo, affidandola alla custodia e la paternità di San Giuseppe, l'uomo giusto, lo sposo della Vergine Maria.
Giuseppe che è stato il "segno maschile" di un provato timore di Dio e di un abbandono confidente nelle mani del Padre.
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VII domenica del Tempo ordinario (ANNO C)
18 Febbraio 2007
Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere.
Il Vangelo Lc. 6, 27-38
- In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
"A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra;
a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Da' a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?
Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete?
Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete?
Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;
perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato;
una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo,
perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio". -
Commento
"Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio..".
A noi, figli del diritto romano, una affermazione del genere sembra riportare alla luce una visione meritocratica del cammino cristiano.. del tipo fai per ottenere, sii buono per ottenere bontà, sii misericordioso per ottenere misericordia, sii benevolo per ottenere benevolenza.
Ma per il Vangelo non è propriamente così.
L'uomo non si salva "facendo" ma si salva collaborando con la grazia. E questa prospettiva cambia tutto.
San Paolo lo illustra magistralmente nella lettera ai Romani al capitolo 8. Noi non "dobbiamo" fare il bene, noi, grazie a Dio e aciò che Lui fa per primo, "possiamo" fare il bene.
O meglio ancora "dobbiamo perché (in Lui e per Lui) possiamo" e proprio perché "possiamo (in Lui e per Lui) dobbiamo".
Non sembri un gioco di parole qui cambia tutta una impostazione spirituale e una corretta visione del vangelo consegnato da Gesù alla Chiesa.
Proprio perché possiamo, in Lui e per Lui, perché lo Spirito ci è stato consegnato tutto e con tutti i suoi doni il giorno del battesimo, noi siamo abilitati a compiere il bene.
Anzi, condizione previa, per far fiorire un sacramento è proprio ascoltare lo Spirito, in retta coscienza, che "parla" in maniera preternaturale.
Gesù infatti non si rivolge solo ai futuri cristiani ma anche a quelli che ancora non sono stati battezzati.
Possiamo dunque compiere il bene perché l'uomo è fatto per il bene, anche per quel bene che costa sforzo, soprattutto per il fatto che l'uomo è ferito dal peccato.
Questo non certo magicamente ma collaborando, con fatica, disciplina, forza e soprattutto accoglienza, con la grazia di Dio. Dio infatti è il primo che opera e serve, nella storia di ciascuno e nella storia dell'umanità. La sua grazia previene e fonda la natura e, proprio per questo la grazia, successivamente donata presuppone la natura e la perfeziona.
Inoltre, capire, nello stesso tempo, il "dovere nello Spirito" ci fa entrare, man mano che lo compiamo, sempre più nella luce di Dio e ci fa capire sempre più quello che prima non capivamo.
Ecco perché le beatitudini sono un punto di partenza prima di essere un punto di arrivo; proprio per questo le esortazioni che Gesù ci fa oggi nel vangelo sono prima ancora un punto di partenza che un punto di arrivo.
E' come se Gesù ci dicesse.. "se fai queste cose sin da ora, proprio perché puoi farle, le potrai fare sempre di più e capirai sempre più chi è tuo Padre, il Padre nostro; proprio perché sarai simile a Lui, santo come Egli è Santo, misericordioso come Egli è misericordioso.. fidati di questa parola, giocati su questa parola, fidati del "fatto" che io ti ho servito per primo e ti ho abilitato ad essere ciò che sei e puoi essere".
Questa visione cambia tutto.
E fa comprendere il valore reale dell'obbedienza e dell'ascolto.
Non siamo noi con le nostre sole forze a compiere il bene ma è Dio che le compie in noi e con noi.
Si ripercorre il mistero che regge tutta la creazione, cioè l'incarnazione.. da parte nostra però occorre la sapienza e il timor dei santi: fidarsi di Dio e zittire i nostri fantasmi e i nostri timori e soprattutto entrare radicalmente nel mistero della lode e dell'adorazione. E' propriamente nell'adorazione che l'uomo compie e fa più di chiunque perché riconosce, vede, contempla l'agire di Dio, il Suo potere, il Suo servire, la Sua Misericordia e il Suo Amore.
Più zittisci i tuoi fantasmi e meno potente sarà la loro voce nel tuo cuore e più vedrai le cose con gli occhi di Dio.
Nel silenzio delle concupiscenze, dei timori, dei fantasmi, delle paure si gioca il nostro "esperire" Dio, cioè vivere e vedere come Lui vede.
Non c'è altra sapienza, non c'è altra visione della storia che vedere le cose con i Suoi occhi; tutto il resto è vanità.
Dio ti ha amato e ti ama.
Nel Suo amore, da nemico ti ha reso amico, affinché tu faccia altrettanto con i tuoi fratelli.
Nella comunione vera e non opportunistica si misura quanto tu sei immerso nel mistero dell'incarnazione e fai tua, ora, la sapienza di Dio.
Questo mistero di amore e di donazione è la chiave risolutiva di ogni difficoltà familiare.
In questi tempi di attacco alla famiglia da più parti chiediamo l'intercessione di San Giuseppe, custode della famiglia, adoratore del Verbo fatto carne, perché ci aiuti ad entrare sempre più nella Sapienza di Dio e nella progettualità fiduciosa del Suo Amore.
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VI domenica del Tempo ordinario (ANNO C)
11 Febbraio 2007
O Dio, che respingi i superbi e doni la tua grazia agli umili, ascolta il grido dei poveri e degli oppressi che si leva a te da ogni parte della terra: spezza il giogo della violenza e dell'egoismo che ci rende estranei gli uni agli altri, e fa' che accogliendoci a vicenda come fratelli diventiamo segno dell'umanità rinnovata nel tuo amore.
Il Vangelo Lc. 6, 17.20-26
- In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante.
C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea,
da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidóne.
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti". -
Commento
"C'era una gran folla.. e gran moltitudine di gente..".
Curioso questo accento dell'evangelista sulla gran folla.
Come a dire che Gesù destava e desta sempre curiosità ma poi ben pochi sono coloro che lo ascoltano, soprattutto nella sapienza amorosa della croce.
La beatitudine dei "poveri" taglia fuori i ricchi?
Si taglia fuori coloro che sono ricchi ma esclusivamente di se stessi.
Si può essere ricchi anche della propria povertà, del proprio moralismo, della propria rabbia e della propria mediocrità. Magari si è poveri di mezzi ma si è in fondo invidiosi e gelosi delle possibilità che ha un altro.
Il povero, invece è colui che si abbandona completamente nella mani di Dio, nei fatti e nella verità.
Non poggia sulle sicurezze di questo mondo ma vive come un "pellegrino e forestiero" usando dei beni (se ne ha) con sobrietà e condividendoli con i fratelli.
Questo perché l'unico "relativismo" che lo anima è quello sui beni, sulle cose ma ha per centro e Signore Gesù, fonte di ogni ricchezza.
Su Lui misura il suo "ora", le sue scelte, piccole e grandi, il suo essere madre, padre, figlio, figlia, lavoratore, operaio, direttore, politico, cittadino.
Beati voi che ora avete fame... ma di quale fame parla Gesù? Di quella del cibo?
La ostentata nostra ricchezza e il nostro benessere è uno schiaffo alla solidarietà vera che anima il discepolo di Gesù, soprattutto nei confronti di quei paesi oppressi dalla miseria e dalla malattia. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l'uomo accecato dal benessere (obeso o anoressico che sia), soprattutto indotto dal sistema mass-mediatico e consumistico, ottuso dalle ideologie nichiliste e del culto di sé va mendicando continuamente un cibo che non sazia e una "pagnotta" che non nutre.
Coloro che hanno fame del "pane di Vita" sono beati perchè riconoscono di avere come centro e come bisogno sostanziale Dio e la vita eterna, per sé e per i proprio fratelli.
Con troppa facilità ci si avvicina al miracolo dei miracoli che è l'Eucarestia, il pane di Vita.
Si fa la comunione come se si stesse alla cassa di un supermercato.
Dov'è il battersi il petto nella contrizione radicale e profonda del cuore? Dov'è l'umiltà ? Dov'è la scelta della Signoria di Cristo nella nostra vita?
Dov'è la capacità di Ascolto?, Quell'ascolto che ti sradica continuamente dalle tue certezze per immetterti nel cuore di Cristo? Quell'ascolto che non si improvvisa ma che chiede fatica e il cuore e lo sguardo disarmato di un bambino?
Ma come si può ascoltare quando la televisione è diventato (con tutte le sue "camomilliche" questioni) il "tabernacolo" della nostra giornata?
Come si può aiutare realmente se non si ascolta Cristo e la Sua Chiesa?
In questi giorni il dibattito politico sulle unioni civili rivela proprio come noi cattolici ascoltiamo poco e siamo incapaci di sostenere il peso dei fatti e della Parola di Gesù che è nato in una famiglia di un uomo e di una donna unita da vero affetto e da vera scelta davanti agli occhi di Dio.
La mancanza di argomenti che smascherano il laicismo e le deviazioni di pensiero pesudo-liberali e marxiste nascono dalla nostra incapacità di ascoltare e fissare lo sguardo su Lui, fonte di ogni Sapienza.
In realtà fuggiamo la beatitudine sulla povertà e sulla fame perché lottiamo con le sole nostre forze e non contiamo sulla luce di Dio che fa ragionare limpidamente e correttamente e non cerca accomodamenti dannosi per noi e i fratelli.
Noi cattolici, sazi, che ci riteniamo adulti, abbiamo messo Cristo fuori della porta del cuore e abbiamo fissato lo sguardo sulla modernità e sull'emotività dei fratelli. Convinti di servire i fratelli in realtà diamo loro il nostro cibo con cui già ci siamo riempiti le viscere: la nostra paura di avere Gesù come Signore e la nostra incapacità di ascoltarlo.
Affidiamo questi tempi e le nostre famiglie alla custodia di San Giuseppe, uomo giusto, che ha posto a fondamenta della sua casa il bimbo Gesù e la capacità di ascoltare Dio, sempre!
Francesca
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V domenica del Tempo ordinario (ANNO C)
4 Febbraio 2007
Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l'annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra.
Il Vangelo Lc. 5,1-11;
- In quel tempo, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù vide due barche ormeggiate alla sponda.
I pescatori erano scesi e lavavano le reti.
Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra.
Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: "Prendi il largo e calate le reti per la pesca".
Simone rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti". E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.
Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli.
Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano.
Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù,
dicendo: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore".
Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone.
Gesù disse a Simone: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini".
Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. -
Commento
"Pescatore di uomini".
E' l'obbedienza alla Parola che porta frutto e il fidarsi di Lui, di ciò che dice: anche il centurione si fida e già da per certa la guarigione del suo servo e Gesù ammira la sua fede ( Mt.8,10).
Certo Simon Pietro pescatore provetto, avrà forse dubitato un po', ma l'ammirazione o forse la forza dello sguardo di Gesù e della stessa Parola ha fatto prevalere l'obbedienza ...e questa Fede-Azione ha portato al compimento la richiesta.
Fidarsi......a volte Gesù sembra provocare chiedendo qualcosa che pare impossibile o per lo meno difficile o senza senso, eppure ama agire proprio nell'impossibilità umana per far vedere la Potenza di Dio!
Era forse umanamente pensabile l'Incarnazione?
E nelle varie guarigioni o miracoli non ha forse dimostrato il limite umano e la Sua Potenza?
Ogni azione umana è soggetta a fallimento ma "nulla è impossibile a Dio" (Lc 1,37).
Davanti a tutto questo è logica la reazione di sorpresa del pescatore, ma qui c'è di più.
Pietro non rimane solo sorpreso e ammirato, davanti a quella pesca riconosce il proprio limite, la propria insufficienza, l'essere peccatore, l'essere creatura: ecco è forse lui il primo "pesce" pescato dal mare e portato alla Vita!!
Davanti al Signore, Via, Verità e Vita, noi scopriamo le nostre verità distorte, il metro con cui misuriamo anzi "smisuriamo" ogni cosa, ogni azione, ogni persona...
Il nostro essere de-centrati, lontani dal Centro-Dio ci porta a non saper discernere e di fallire, ma, nella nostra debolezza riconosciuta, opera la Verità "quando sono debole è allora che sono forte "(S:Paolo 12,10).
Ed ancora, la Grazia non finisce qui...oltre all'abbondanza della pesca, oltre all'azione interiore dello Spirito c'è ancora altro frutto: non può una barca sola portare tutta quella moltitudine di pesci c'è bisogno di aiuto, c'è bisogno di condividere la fatica e il raccolto con altri fratelli...c'è un che di Ecumenico in tutto questo, dove si vede l'unità dell'intento e soprattutto del dono immenso ricevuto.
Il Signore ha scelto la barca di Pietro (una sorta di pre-primato tra i Suoi apostoli..) ma fa si, comunque, che il lavoro per il Regno sia portato a termine insieme ad altri; il nostro Dio è un Dio di comunione, Lui che moltiplica 5 pani e 2 pesci (Mc7,38) per saziare una moltitudine, Lui che dona tutto se stesso a tutti per saziare l'umanità, ci invita a condividere, a camminare insieme per portare tutti al Padre (Gv10,16).
I discepoli formarono un unico corpo con un unico Signore, generati come fratelli dalla stessa Parola a cui obbediscono lasciando tutto per seguirlo ed anche noi generati dall'unico Dio,
illuminati dalla Parola,
chiamati dalla Chiesa,
lasciamo i nostri schemi consapevoli di essere "vasi di creta" in cui per Amore e solo per Amore agisce la Grazia e come salvati camminiamo annunciando la Salvezza.
L'urgenza del Regno è capita solo da chi fa esperienza di verità di sè e di piccolezza come Pietro.. solo allora si diventa, per Grazia, "Pescatori di uomini".
Edda, Elena e Paoletta
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IV domenica del Tempo ordinario (ANNO C)
28 Gennaio 2007
O Dio, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell'umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa' che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell'annunzio missionario del Vangelo.
Il Vangelo Lc. 4,21-30;
- In quel tempo, Gesù prese a dire nella sinagoga:
"Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi".
Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: "Non è il figlio di Giuseppe?".
Ma egli rispose: "Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso.
Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!".
Poi aggiunse: "Nessun profeta è bene accetto in patria.
Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidóne. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro". All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. -
Commento
"Nessuno è profeta in patria".
Dietro questa affermazione di Gesù non c'è solo la consapevolezza che usualmente "un profeta non è accettato in patria" ma soprattutto la scarsa fede che abita nel nostro cuore.
In realtà colui che non è accettato non è tanto il profeta ma piuttosto Dio.
Siamo noi che che "cosifichiamo" ogni cosa e la forziamo nei nostri piccoli schemi mentali a cercare di "zittire" Dio, soprattutto quando ci da fastidio.
Il profeta, il tramite, non è la vera "vittima" della durezza di cuore.
Siamo piuttosto noi che, animati dalle passioni, dai comportamenti disordinati, dalle nostre ferite e dai nostri fantasmi vogliamo dire a Dio come essere Dio.
Vogliamo insegnare a Lui il suo mestiere amoroso di Padre provvidente.
Siamo noi che diciamo a Dio: questo che dici va bene e questo no!
Siamo noi che diciamo a Dio come manifestarsi e come non manifestarsi.
In sostanza, cari amici, siamo privi di capacità di ascolto, di fede e di timor di Dio.
Abbiamo abbattuto le distanze di ruolo in nome di un buonismo e di una fratellanza che non sono evangeliche.
Diamo del tu facilmente e siamo caduti nel non rispettare né più i simboli né più i ruoli.
Diciamo volentieri che Dio è nostro fratello e amico perché in realtà così ci è più vicino..
ma non per guarirci ma piuttosto perché possiamo manipolarlo ad immagine e dimensione nostra.
Questo è infatti il programma sistematico di coloro che si definiscono "cattolici adulti".
Invece Dio è certamente amico e fratello, ma è anche Padre, guida, sostegno; Dio è Signore, tout court.
Signore significa che le coordinate per seguirlo, per farmi maturare e crescere, anche andando contro le mie superficiali inclinazioni e abitudini, le da Lui.
Aiutami Signore a proclamarti Signore,
con
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