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| XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C |
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| Scritto da Paul | |
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O Padre, chi ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l'eredità eterna. Lc 14, 25-33 Dal Vangelo secondo Luca In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» . Commento Una cattiva teologia crucis ci ha fatto talvolta incedere con una forma di compiacimento sospetto sulla sofferenza senza aprirci mai al reale protagonista di ogni croce che è la gioia. Questo compiacimento truffaldino usato per mendicare auto-stima e commiserazione non è per niente casto e veritiero; nasconde la trama della gioia e della luce che c'è sempre dietro ogni croce, anche se, talvolta, invisibile al cuore e alla mente. In questi giorni qualcuno si è stupito delle notti oscure di Madre Teresa. Ma il credente sa che le notti oscure fanno parte della maturità della fede e che sono un passaggio obbligato e necessario per chi segue veramente i passi di Gesù. Cristo solo, in definitiva, ha vissuto la vera croce e la vera notte oscura. P. Raniero Cantalamessa una volta ricordava con una immagine il peso del peccato sostenuto da Cristo. Il peccato dell'uomo di ogni tempo e luogo è una piramide immensa. Questa piramide rovesciata poggiava su un punto con tutto il suo infinito peso. Questo punto era Gesù. Dunque noi aggiungiamo, paradossalmente ma realmente, che ogni inferno vissuto dall'uomo nell'eternità non potrà mai essere doloroso e lancinante come quello provato da Cristo il quale, come uomo perfetto e come Dio, era tutto proteso al Padre ma lo percepiva come totalmente assente. Questo è l'inferno degli inferni. Solo Gesù, nella totalità del Suo amore per l'uomo e per Dio, ha vissuto questa che è "la notte delle notti oscure". Davanti a questa consapevolezza della mente e del cuore nasce la meraviglia, la lode, l'adorazione, la commozione radicale e il desiderio di seguire i suoi passi. Uno per uno. Qui si fonda la teologia della croce. Nell'amore degli amori. Nel fatto e nella consapevolezza che per Amore siamo diventati dio per Dio. Portare la croce, dunque, vuol dire anzitutto questo. Capire la croce di Cristo. Successivamente muovere mente, cuore, braccia e gambe a seguire i suoi passi. Questa notte oscura è al contempo interiore ed esteriore. Interiore nel silenzio del Padre e nella non percezione di Dio... proprio quando, magari, ne abbiamo più sete. Esteriore nel turbinio degli eventi che ricalcano le pressioni e il mare in tempesta vissuto da Cristo. Eppure, qui, in questa scienza riposa la sapienza: sulla Croce. Preambolo gravido di Resurrezione, gioia e luce. E tutto ciò è molto quotidiano e concreto. Ogni istante è croce in quanto occasione di superamento di sé e nell'uscire da sé per amore e nell'azione dello Spirito Santo. Questa azione teandrica e radicalmente mistica e dunque concretissima, reale, quotidiana ed investe tutta la nostra vita, le scelte, il decidere, l'agire, il sorridere o il piangere, la possibilità o l'impossibilità, il riuscire ed il fallire. Non c'è infatti vera mistica se non tocca la concretezza dell'ora. Portare la croce dunque non è un accidente. Non è un di più... ma qualcosa che è connaturato con l'essere di Cristo e con il seguire i suoi passi. Mettere i miei piedi nelle sue orme, dovunque esse conducono. Proprio per questo portare la croce vuol dire capire la natura più intima dell'Amore. Quello che raccoglie ogni momento come una gioisa sfida al donarsi: l'esserci per un tu, che è Cristo e il fratello assieme. Solo chi porta la Croce come Gesù e in Gesù è dunque un uomo concreto che raccoglie la gioiosa sfida a vivere e ad assaporare pienamente la vita. Paul |







