Elenco completo dei commenti al Vangelo per l'Anno B.
L'elenco è presente in questa pagina per intero.
Solennità di Cristo Re (ANNO B)
26 Novembre 2006
Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristo tuo Figlio, Re dell'universo, fa' che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine.
Il Vangelo Giovanni 18, 33-37
- In quel tempo, disse Pilato a Gesù: "Tu sei il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?".
Pilato rispose: "Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù".
Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?".
Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re.
Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce".
Commento
Nel Vangelo di Giovanni Gesù si trova di fronte a Pilato in una posizione di apparente subordinazione: è prigioniero, l'iconografia ce lo mostra quasi sempre con le mani legate.
Eppure Pilato non appare arrogante, non sembra approfittare della sua condizione di governatore, che può dare morte o restituire la vita.
Così come Gesù, che non sembra un prigioniero perché affronta con sicurezza le curiosità di Pilato.
Nell'anomalia di questo confronto nel quale i ruoli, almeno nel dialogo, sembrano invertiti, Gesù si proclama Re.
Pilato rimane turbato, lo si vedrà in seguito, e perderà la pazienza.
Come può - sicuramente avrà pensato - un uomo in procinto di affrontare la morte ostinarsi nella sua puntigliosa affermazione di regalità?
Mi viene in mente la dignità con la quale, anche nella storia recente, uomini perseguitati a causa dell'odio religioso hanno affrontato la morte.
Missionari che hanno dato la loro vita per difendere i più deboli, quelle anime e quei corpi segnati dalla fame e dalle malattie, quelle comunità sofferenti loro assegnate per vocazione.
C'è molto di regale in tutto questo, nella morte "vissuta" per la verità.
Perché l'uomo, immagine di Dio, porta in sé la regalità di Cristo.
Ogni uomo, quando si trova a subire un'ingiustizia a causa della verità, può e deve trovare la forza di vivere regalmente il suo dolore perché la bellezza che trasfigura il volto del martire è luce di salvezza per il suo aguzzino.
Paolo Aragona
Altri spunti
" Seminario sul Perdono
" Corso sulla preghiera
" Misericordia Io voglio
" Il dono della Pietà
" La santità come desatellizzazione
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
XXXIII domenica del tempo ordinario (ANNO B)
19 Novembre 2006
Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura.
Il Vangelo Marco 13, 24-32
- Disse Gesù ai suoi discepoli: "In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.
Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.
Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte.
In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre".
Commento
Nel vangelo di oggi ascoltiamo un Gesù che utilizza un linguaggio apocalittico, non tanto per spaventarci ma per richiamare la nostra attenzione su questa profonda verità: "il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno".
La mano sapiente e paziente di Dio ci sta conducendo all'incontro con il Figlio: "Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria".
Questa è la grande promessa di Gesù! Tutta la creazione, e noi con lei essendo pure noi creature, stiamo camminando verso la rivelazione del Figlio dell'uomo.
In Gesù ogni uomo è figlio in comunione con il Padre.
La fine del mondo non è il compimento di una catastrofe, non è la fine di tutto o se preferite dell'inizio del nulla, non è la fine dell'unica vita che abbiamo da giocarci, ma è il compimento di ogni speranza che va al di là e al di sopra di ogni nostra attesa: il tutto avverrà in una pienezza che va al di là di ogni nostra immaginazione.
Questo è e deve essere il pensiero del credente, dell'uomo di fede riguardo all'evento apocalittico della fine del mondo. La bocca del credente deve sempre essere pronta a dare voce all'invocazione di colui che vive in questo mondo come in esilio in attesa di "cieli nuovi e terra nuova": "Maranàthà, vieni o Signore Gesù"!
La fine del mondo è la meta agognata, il fine talmente desiderato che San Paolo sperava avvenisse mentre lui ancora era in vita.
E' l'incontro della sposa, che nello Spirito Santo grida: "Vieni", e lo sposo che risponde: "Sì, verrò presto" (Ap 22,17). Per fare in modo di assumere questo atteggiamento, di avere in noi questo "modus pensandi e vivendi", questo modo di vivere e pensare, dobbiamo rimanere in uno stato di vigilanza gioiosa.
Solo colui che vigila e consreva nel cuore la gioia prepara il suo cuore all'attesa dell'evento del ritorno di Gesù.
Come la generazione di Gesù, avendolo visto sulla croce, fu chiamata a dare frutti di conversione, così pure la nostra generazione deve spendere il suo tempo nella contemplazione del Cristo sofferente e nella propria conversione ma senza ripiegare il volto nel peccato, piuttosto sempre tenendo fisso lo sguardo su di Lui "autore e perfezionatore della nostra fede" e della nostra gioia.
Ecco cosa colgo per me e per noi dal vangelo di oggi come messaggio parenetico, come messaggio applicativo: il tempo che abbiamo è un dono prezioso e non possiamo sprecarlo!
Hai solo l'oggi, il momento presente, questo momento in cui mi stai leggendo e quindi stai leggendo la parola del Signore per te, per dimostrare a Dio tutto il tuo amore per Lui!
Dio solo sa quanto io sia la persona meno adatta a parlare di utilizzo spiritualmente creativo del tempo, ma forse proprio per questo mi trovo a commentare per me e per voi questo brano di Marco.
Lasciamoci andare alle ispirazioni dello Spirito; se senti il desiderio di farlo, mettiti ora in preghiera, in comunione con Gesù.
Dobbiamo imparare a non rimandare a dopo ciò che lo Spirito ci chiede di fare ora.
E' un esercizio che ci fa crescere nel dominio di noi stessi e appunto nella vigilanza. E, soprattutto, ci fa permanere nella gioia di Cristo, quella vera, più forte delle nostre tristezze e dei "musi lunghi" e seriosi.
Nella nostra vita possiamo dare priorità a cose impellenti ma non fondamentali, oppure a quelle cose che sono veramente importanti per la nostra crescita.
Qui in fondo troverete un collegamento da cliccare per poter leggere l'omelia che padre Raniero Cantalamessa fece sul brano di vangelo di due domeniche fa che ci spiegherà perfettamente il concetto appena espresso. Non voglio rovinarvi con le mie parole ciò che p. Raniero esprime e spiega benissimo con le sue.
Usiamo il nostro tempo a servizio del regno di Dio che è già fra noi: il modo migliore che io conosco è quello di usarlo per la preghiera.
Non è forse la preghiera quella modalità che ci permette di vivere e gustare fin d'ora ciò che vivremo quando Gesù tornerà dopo essere andato prepararci un posto?
Non è forse pregando che ci mettiamo in comunione con il nostro amato in attesa di poterlo contemplare faccia a faccia?
Il vangelo di oggi termina con questa affermazione: "Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre".
Ciò vuol dire che non abbiamo nessun tipo di potere su questo evento.
Ce l'abbiamo eccome, su questo giorno presente, su quest'ora attuale, su questo preciso istante durante il quale, ascoltando le mozioni del cuore, possiamo decidere di poter sperimentare nella preghiera il suo amore, la sua tenerezza, la sua presenza e di affermare:
"veramente Gesù mi ami e sei qui adesso accanto a me". Amen. Alleluia.
Altri spunti
" Amerai il Signore Dio tuo (P. Raniero Cantalamessa)
" La gioia
" Il dono della Pietà
" La santità come desatellizzazione
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
XXXII domenica del tempo ordinario (ANNO B)
12 Novembre 2006
O Dio, Padre degli orfani e delle vedove, rifugio agli stranieri, giustizia agli oppressi, sostieni la speranza del povero che confida nel tuo amore, perché mai venga a mancare la libertà e il pane che tu provvedi, e tutti impariamo a donare sull'esempio di colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore.
Il Vangelo Marco 12,38-44
- In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: "Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave".
E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro.
E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: "In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere". -
Commento
L'avarizia, che è idolatria, non si riferisce solo al denaro ma anche a tutto ciò che reputiamo sia nostra proprietà.
I beni, le opere compiute (in genere quelle buone e meritorie che sono necessariamente le nostre; quelle cattive degli altri), gli affetti, la popolarità, la stima altrui, ecc.
L'attaccamento disordinato, smodato a questi beni nasce proprio da quando li consideriamo nostri e non un dono.
Si scopre di essere attaccati ai beni proprio quando essi ci mancano o quando le situazioni o gli altri ce li vogliono togliere.
In questo si vede quanto siamo liberi e ricchi solo di Dio.
Quanto, come Giobbe, sappiamo dire, proprio su ciò che tocca il cuore e l'anima e costa fatica "Dio ha dato, Dio ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!".
Si può lasciare tutto per il voto di povertà ma essere attaccati ad una penna.
Si può scegliere il celibato ma rimanere attaccati ad un affetto facendo ruotare tutta la nostra pastorale attorno a questo. Si può aver scelto di obbedire e rimanere ancorati al nostro orgoglio.
Si può recitare il Padre nostro ed essere incapaci di perdonare e gioire del bene compiuto dai fratelli.
Finché non si entra nella "scarnificazione" dell'anima offrendo ciò che ci è più caro con lacrime e gioia non sappiamo cosa significa essere liberi e liberarci dall'avarizia.
Tutto questo non per "gloriarci" di essere poveri, liberi, distaccati, che è una lussuria ed una avarizia ancora più radicale ma piuttosto si rinuncia per amore di Colui che ci ha amati e ci Ama più di noi stessi.
Il motore, il fine l'alfa e l'omega è Lui. Ogni rinuncia ha senso in Lui e per Lui.
L'avarizia e l'apparire vanno di comune accordo; sono figlie della schiavitù e del peccato.
Cercano la fama, la notorietà, la visibilità, tutto purché se ne parli.
In un tempo fondato sul narcisismo della popolarità e sul "bisogno" realmente "effimero" di essere - almeno per 10 minuti, come diceva A. Warhol - noti a tutti.. la ricerca dell'essenzialità e della consapevolezza di essere un dono e di avere tutto in dono diventa profetica, propositiva, scandalosa ed innovativa.
Per questo la vedova è preziosa agli occhi di Dio.. ha riconosciuto che tutto è dono e lo ha ridonato, senza sè e senza ma.
Quella vedova che ricorda tanto la Vergine Maria e i poverelli di ogni tempo che dicono "eccomi" sapendo che dietro il loro "essere" ed "esserci" c'è Dio.
Vale la pena di fidarsi di Lui che mai si fa battere in generosità.
La spoliazione tuttavia comincia non solo con la consapevolezza del cuore ma con la disciplina fatta di tanti piccoli gesti.. è da tante piccole morti che si impara a vivere liberi e fecondi.
Ricchi come la povera vedova, dello sguardo amoroso di Dio.
Altri spunti
" il dolore, la fede e la crescita
" Legenda maggiore di San Bonaventura
" Scritti di S. Chiara
" Il Timore di Dio
" Il dono della Pietà
" La santità come desatellizzazione
" Amare se stessi
" Amicizia
"
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
"
XXXI domenica del tempo ordinario (ANNO B)
5 Novembre 2006
O Dio, tu se l'unico Signore e non c'è altro Dio all'infuori di te; donaci la grazia dell'ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote.
Il Vangelo Matteo 5,1-12
- In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?". Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi".
Allora lo scriba gli disse: "Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici".
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: "Non sei lontano dal regno di Dio".
E nessuno aveva più coraggio di interrogarlo. -
Commento
Il primo comandamento è quello più difficile da osservare, come è altrettanto difficile amare il proprio prossimo come se stessi.
Da questi due comandamenti discendono consequenzialmente tutti gli altri.
È difficile osservarli e praticarli poiché, ancor prima di amare il Signore, occorre sapersi mettere in ascolto.
In questo tempo in cui le parole hanno un peso sempre più relativo, come si può riuscire ad ascoltare la Parola di Dio e seguirla?
Come ascoltare il Signore quando non si riesce ad ascoltare neppure il prossimo?
È possibile ascoltare Dio o una persona nella confusione delle nostre opulente attività o nel quotidiano traffico cittadino, in cui gli altri, spesso, sono visti come scomodi e pietre di intralcio?
L'azione dell'ascolto discende sempre dalla fiducia che noi riponiamo nel Signore e questa fiducia, ovvero fede, viene alimentata dalla preghiera in una mutua interazione: la fede riceve nutrimento dalla preghiera, la quale a sua volta riceve energia dalla fede.
Non vi può essere fede senza preghiera e senza preghiera non vi può essere ascolto.
La mancanza di ascolto, conseguentemente, non ci permette di percepire il Signore dentro di noi e, dunque, non ci consente di amarLo, così come è bello e giusto.
La catena non si interrompe, in quanto l'incapacità di amare il Signore è prodroma dell'incapacità di amare noi stessi ed il nostro prossimo.
Ma cosa vuol dire "amare se stessi"? Significa, forse, avere i capelli a posto, essere puliti, ben vestiti, fare sport, non abbuffarsi, fare attività sportiva per mantenersi in forma, avere una grande autostima, ecc.?
Naturalmente nulla di tutto questo, che sconfina semplicemente nell'edonismo.
Amare veramente se stessi equivale a mantenersi puri e senza macchia davanti a Dio e davanti al prossimo, vivere ogni giorno cogliendo la misericordia e la grazia del Signore; per questo si può amare se stessi soltanto se si ama Dio e viceversa, soltanto se si ama Dio si è veramente capaci di amare se stessi.
Ascoltare Dio porta ad amare Dio e di conversa amare se stessi porta in maniera spontanea ad amare il prossimo, riuscendo ad ascoltarlo ed a donarsi a lui senza la paura di venir feriti o strumentalizzati.
L'amore è un dono che discende da Dio e si può provare amore soltanto quando ci si pone in ascolto della sua Parola; la Parola di Dio apre alla grazia ed è proprio questa grazia che ci può consentire di amare.
L'amore di Dio è grazia e come tale "val più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (v. 33).
L'invito che questa lettura ci fa è quello di metterci costantemente in ascolto della Parola di Dio, utilizzando, ad esempio, la nostra camera, per quanto silenziosa o meno, e il semplice, ma sempre elevato, strumento della preghiera. Volendo riassumere, infine, i due comandamenti che Gesù ci dona si potrebbe, senza perdita di significato, scrivere: "Ascolta il Signore".
Milko G.
Altri spunti
" Ascolta Israele
" Il Timore di Dio
" Il dono della Pietà
" La santità come desatellizzazione
" Amare se stessi
" Amicizia
"
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
"
Solennità di tutti i Santi e XXX domenica del tempo ordinario (ANNO B)
1 Novembre e 29 Ottobre 2006
Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un'unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l'abbondanza della tua misericordia.
Il Vangelo
Matteo 5,1-12
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli". -
Commento
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli".
Spesso si vede la santità come frutto di un cammino, come una meta ed un punto da raggiungere.
Si pensa alla santità quasi come ad uno stato sconosciuto ma di cui non sappiamo definirne i contorni.
Si è detto, giustamente, che con il battesimo diventando Figlio di Dio, siamo chiamati tutti alla santità.
La solennità che celebriamo ci ricorda proprio questa realtà ma non come un punto d'arrivo oleografico di una "certa fama ecclesiale" ma piuttosto come un "ora" che inizia con l'Amore con cui Dio ci ha amati nel Signore Gesù.
La santità allora, senza smettere di essere un punto di arrivo è un "ora".
Una realtà con cui già da adesso si vive e si respira, e si "legge" la realtà dentro e fuori di noi.
E' la povertà di spirito che è "ora" una beatitudine per Gesù, perché ci consente, "ora",
di vedere come Dio vede,
amare come Dio ama,
sentire come Dio sente,
desiderare come Dio desidera..
anche se in una forma minima, talvolta distorta del nostro povero cuore.
La santità dunque è un incipit; un "bereshit", un principio prima di essere un punto di arrivo.
La santità è la scelta "ora" di appartenere a Dio così come siamo perché Lui ci cambi in ciò che Egli è.
Senza questa scelta di "ora" non c'è cammino non c'è futuro, non c'è sapienza.
E' scelta di parola, volontà e cuore anche se parte di noi aderisce male, incompiutamente e magari con ferite, passioni e disordini.
E' il guardare la luce che ci viene donata e decidere "ora" avendo più fiducia in Dio che nelle nostre povere forze.
E' non appartenersi ma per essere di Lui che tutto restituisce alla creatura che lo desidera..
La santità, la scelta di "ora" e del domani è la cosa più importante della nostra vita; è il bene sommo. L'attività che regge tutte le attività.
La scelta che regge tutte le scelte.
L'amore che sostiene ogni amore.
"Io non voglio guardare il mio peccato, Signore, ma la tua grazia, il tuo cuore
e su questo "ora" mi fido, mi lancio, ti scelgo;
perché tu mi hai scelto e mi hai amato"
La santità non è mai sola; ma la scelta di "ora" coinvolge ogni volto che il Signore ci ha donato,
amici e nemici, moglie, figli, colleghi.
La scelta di essere per Dio è la scelta di essere per loro.
Perché il Regno sei tu ma è anche al contempo il "noi".
Ed è scelta di "ora" che attende e si conserva nel "gioco" delle fedeltà tra Dio fedele e la creatura debole.
E' scelta di gioia che si alimenta nella prova, perché li si rivela, si fortifica, si illumina la radice del "si!".
Un "si!" che la creatura può solo dire perché Dio lo ha detto prima sulla creatura.
Un "sì" che Dio ha detto in Cristo Gesù Signore, senza condizioni, senza "ma", senza "se".. un "si!" fedele.
E' grazie a questo "si!" di Dio che la creatura, come Maria, può dire "si!" e conservarsi in esso.
Se c'è dunque la scelta più importante per la nostra e l'altrui vita è quella della santità,
c'è solo una parola che è più importante di ogni altra: "Si!", Amen.
Dio ci conceda di dirlo "ora" senza condizioni
anche se le condizioni il nostro cuore le trascina;
Dio non ascolti la nostra miseria ma la gioia e la totalità con cui ora diciamo "Si!" nella fede della Chiesa.
Altri spunti
" Il Timore di Dio
" La santità come desatellizzazione
" Amicizia
"
O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell'oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa' che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te.
Il Vangelo
Marco 10, 46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!". Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Allora Gesù si fermò e disse: "Chiamatelo!".
E chiamarono il cieco dicendogli: "Coraggio! Alzati, ti chiama!".
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: "Che vuoi che io ti faccia?".
E il cieco a lui: "Rabbunì, che io riabbia la vista!". E Gesù gli disse: "Va', la tua fede ti ha salvato". E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. -
Commento
"Che vuoi che io ti faccia?".
Gesù, il Signore sa bene di cosa abbiamo bisogno sia per il corpo che per lo spirito.. tuttavia ci pone la domanda perché sa che essa suscita la fede e il desiderio.
Suscita il cristianesimo adulto della collaborazione alla Sua grazia e all'azione del Suo Spirito.
In verità dovremmo far nostra spesso questa preghiera: "Rabbunì, che io riabbia la vista!".
La cecità, infatti, non è dovuta solo al peccato ma anche alla nostra "quasi naturale" incapacità di cogliere gli stimoli dello Spirito Santo e di uscire fuori dagli schemi che ci costruiamo via via, volta per volta.
Spesso questi schemi sono di passaggio e Dio li permette per farci camminare verso di Lui ma noi ci attacchiamo ad essi con quell'avarizia del cuore che è idolatria.
Questo attaccamento non riguarda solo i vizi, i peccati, ma anche i ministeri, i ruoli ecclesiali e addirittura le vocazioni temporanee che il Signore ci dona.
Per esempio, posta la vocazione primaria che rimane il "binario" preferenziale dell'uomo e della donna (vita coniugata o consacrazione particolare - che tutti siamo chiamati a chiarire per onestà verso lo Spirito Santo e la nostra natura -) ci sono tutte una serie di "piccole" chiamate che il Signore ci da nella storia; un incarico, un ministero, un servizio.
A queste cose belle e buone noi ci attacchiamo come fossero nostre rivendicando la nostra identità personale su quel servizio e confondendo la vocazione primaria con quella secondaria.
Ecco che facciamo dipendere la nostra pace di coniugati sul mantenere un servizio particolare in parrocchia senza ascoltare nell'obbedienza ciò che ci chiedono i pastori e lo Spirito di Dio; ecco che come sacerdoti facciamo dipendere la nostra autostima da un servizio diocesano piuttosto che ad un altro.. e via di questo passo.
La realtà è che non si smette mai di essere ciechi e colui che crede di vedere apertamente ha smesso di obbedire a Dio e alla Chiesa e non ascolta più la domanda di Gesù: "Che vuoi che io ti faccia?".
Questo è il principio della tristezza: la mancanza di ascolto e apertura del cuore agli orizzonti della carità, della missione a cui lo Spirito ci chiama.
Questa è spesso la nostra cecità e la nostra poca fede. Una ostinata chiusura alla gioia.
Francesca
Altri spunti
" Il Timore di Dio
" La santità come desatellizzazione
" Fate conoscere lo Spirito Santo
"
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
"
XXIX domenica del tempo ordinario (ANNO B)
22 Ottobre 2006
Dio della pace e del perdono, tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell'unico sacrificio di espiazione; concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio.
Il Vangelo
Marco 10, 35-45
- In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: "Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo".
Egli disse loro: "Cosa volete che io faccia per voi?".
Gli risposero: "Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra". Gesù disse loro: "Voi non sapete ciò che domandate.
Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?".
Gli risposero: "Lo possiamo". E Gesù disse: "Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete.
Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato". All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.
Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere.
Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti". -
Commento
"Fra voi però non è così... "
L'interpretazione senza capacità di "Ascolto", tipica dei nostri tempi, fa interpretare questa parola come una regola del sospetto verso il potere di governo.
Ma ovviamente questa parola non mette in discussione un "potere" di governo, ma lo inserisce nella sua giusta ottica di servizio e responsabilità.
Il potere di governo sia esso ecclesiale, sociale, familiare è visto per il Vangelo in un ottica di servizio e di com-passione con l'altro.
Gesù è in realtà la personificazione del modo corretto di governare, come colui che serve e dona la vita.
Questo non significa che chi governa debba accondiscere i capricci emotivi o annacquare la verità con il relativismo narcisista tanto di moda un po ovunque, ma che, anche quando bisogna sapere dire di "no", lo dice nell'ottica della verità-amorosa che "giudica" (cioè illumina e svela) tutti sia chi governa che chi viene governato.
Consapevole che è più facile dire di "si", talvolta, che dire di "no".
Questo principio del potere come servizio è esteso anche in forme più microscopiche di "governo" come quello dell'uomo in quanto marito e padre.
Lo ribadisce chiaramente san Paolo nella lettera agli Efesini al cap 5 che, al contrario di cui talvolta erroneamente si è sentito in giro, non tratta l'argomento in forma parenetica (e quindi suscettibile alla contestualizzazione storica) ma in maniera dogmatico-simbolica.
Ovviamente l'incipit di questa forma di "governo" familiare per San paolo nasce dall'affermazione: "state sottomessi tutti nel Timore di Cristo".
Ed è proprio il Timore di Dio che plasma il "governo", sia in colui che svolge questo servizio sia in coloro che sono chiamati a ricevere la guida.
Nella comunità ecclesiale, in realtà, come abbiamo già detto più volte, anche se è vero che mancano guide nello Spirito (e ne mancano!) e ancora più vero che mancano discepoli.
A nostro parere la vera rivoluzione laica è proprio qui, nel cercare non tanto di essere "protagonisti" nella vita della comunità cristiana (il che è pur necessario) quanto piuttosto in quello di crescere nel Timore di Cristo e nel senso del discepolato. E' la scelta radicale del cuore.
E' infatti il discepolo che "crea" il maestro o meglio lo "svela", lo suscita, aiuta il pastore a fare il suo ministero di governo-servizio al meglio.
In definitiva il "vero calice" di Cristo da bere per tutti noi cattolici è quello del servizio, inteso non tanto come carità assistenzialistica, ma piuttosto come scelta di essere, ognuno al proprio posto, nel Timore di Dio, da qui nasce ogni forma di servizio secondo la molteplicità dei carismi.. guida, profezia, catechesi, carità, liturgia, missione, ecc
Questo "calice" porta al martirio fino al dono di sé feriale o straordinario, qualunque sia il desiderio dello Spirito Santo. L'importante è che questo timore prenda corpo e cresca in una scelta vocazionale chiara, aperta alla fecondità, sia per i coniugati che per i vergini, sia per coloro che, laici, non hanno scoperto la via della coniugalità.
Il Timore di Dio, infatti, per propria natura, si spegne o si obnubila se non si apre ad una forma di fecondità chiara, qualunque sia lo stato di vita... e spesso, se non vissuto nella "donazione che si fa carne e storia" rischia di spezzare, dentro e fuori di sè, il senso di Chiesa; di amore e di appartenenza ad essa.
Francesca
Altri spunti
" Il Timore di Dio
" La santità come desatellizzazione
" Fate conoscere lo Spirito Santo
" Il matrimonio cristiano e i ruoli nella coppia
" Il Matrimonio
" Coppia ed Eucarestia
"
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
"
XXVIII domenica del tempo ordinario (ANNO B)
15 Ottobre 2006
O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell'uomo, non c'è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno.
Il Vangelo
Marco 10,17-30
- In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?".
Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre".
Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza".
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa solo ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi".
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!".
I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: "Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio!
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio".
Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: "E chi mai si può salvare?".
Ma Gesù, guardandoli, disse: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio". Pietro allora gli disse: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito".
Gesù gli rispose: "In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già nel presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna".-
Primo Commento
Il cuore del brano evangelico di questa domenica, come del resto quello dell'intero Vangelo, è l'istanza di porsi alla sequela di Cristo; una richiesta che esprime Gesù stesso con la frase "[...] poi, vieni e seguimi" (v. 21).
Ovviamente la scelta di divenire discepolo di Cristo implica sempre, inevitabilmente, anche una relativa rinuncia.
Prima si deve lasciare tutto, poi ci si può porre alla sequela di Cristo: la chenosi di Dio comporta sempre, pur se in modalità del tutto diverse, anche la nostra chenosi.
Nel caso del giovane ricco, la rinuncia equivale alla donazione delle sue ricchezze ai poveri ed anche se questo atto sembra qui riferirsi ai soli beni materiali, in realtà Gesù lo intende riferito a tutta la nostra vita.
La nostra ricchezza non è soltanto materiale, ma è tutto ciò che implica attaccamento ed allontanamento dal fine primario che è Cristo.
Qui ben si adattano le parole di s. Paolo, quando afferma che "per me [...] vivere è Cristo e morire un guadagno" (Fil 1, 21) e che fanno eco a quanto lo stesso Gesù afferma all'interno della presente pericope nella massima:
"E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli" (v. 25).
A questa espressione i discepoli rimangono estremamente stupefatti, infatti capiscono bene quanto sia arduo non solo staccarsi dagli oggetti materiali, ma probabilmente ancor più arduo allontanarsi dai propri atteggiamenti, comportamenti, idee e quant'altro.
In questo senso siamo tutti ricchi, nessuno escluso, ed anche se facciamo di tutto per rispettare i comandamenti, alla fine ci manca dell'altro, ovvero saper rinunziare alle nostre ricchezze, cedendo il nostro sguardo su chi non possiede nulla, su chi è vuoto ed abbandonato, su chi non ha conosciuto Cristo ed è magari sicuro ed affermato nei propri beni materiali, ma incapace di donarsi al prossimo e di rinunciare a se stesso.
Certamente, attraversare la cruna di un ago è un'impresa impossibile, ma Gesù subito aggiunge che quanto è impossibile agli uomini risulta sempre possibile a Dio (cf. v. 27).
E questa possibilità è la grazia offerta dalla misericordia di Dio, questa misericordia è ciò che hanno ricevuto i suoi discepoli, essa, infatti, vale "cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi", ma aggiunge ancora Gesù, "insieme a persecuzioni e nel futuro la vita eterna" (v. 30).
Rinunziare alle proprie ricchezze è sempre una forma di persecuzione, non necessariamente fisica, ma questa rinuncia ci consente di ricevere la grazia della misericordia e con quest'ultima la meta di ogni fedele, ovvero la salvezza.
Passare attraverso l'occhiello dell'ago è quindi possibile, ma questo passaggio necessita del nostro apporto che proviene dalla fede.
E qui sorge la ricorrente domanda: quanto riusciamo ad avere fede?
Milko G.
Secondo Commento
Gesù si mette in viaggio, quando una persona gli corre incontro e si mette in ginocchio davanti ai suoi piedi: ha bisogno di porgli una domanda, per lui molto importante; lo prega di rispondere: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?"
Quest'uomo, che poi vedremo essere ricco, desidera entrare nel regno dei cieli e chiede a Gesù di insegnargli la via:
è questo il modo giusto per iniziare.
Gesù allora gli ricorda i comandamenti di Dio, ma l'uomo non solo ha ascoltato Dio, ha messo in pratica le sue leggi, ed è a questo punto che Gesù fissatolo lo amò e gli propone un passaggio ulteriore:
"Una cosa sola ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi".
Qui il cammino dell'uomo ricco incontra una battuta d'arresto e la parola dice che questi se ne andò triste, afflitto, poiché aveva molti beni.
Si rattrista perché ha fissato più il suo sguardo sulla proposta di Gesù che non sull'amore che gli ha dimostrato ed offerto.
Non è mancato il desiderio, la volontà perché ha corso e si è inginocchiato per sapere cosa avrebbe dovuto fare: è mancata la fede e la capacità di saper ascoltare ciò che Gesù gli proponeva: una parola d'amore.
Gesù non gli chiedeva di dare un taglio alla sua vita, ma di permettergli di arricchirla con il suo amore;
Egli voleva renderlo veramente ricco,
voleva aprire i suoi occhi e svelargli che la sua ricchezza in verità altro non era che una mancanza.
Gesù va oltre; l'uomo ricco gli chiede di poter entrare fin d'ora nella vita eterna, Gesù gli offre di vivere nella sua intimità: "Vieni e seguimi".
L'uomo chiede cosa deve fare per avere la vita eterna ma non sa di averla davanti ai suoi occhi, un po' come accade alla Samaritana quando parlando con Gesù dice: "So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa".
Le dice Gesù: "Sono io, che ti parlo". (Gv 4,25-26), ma è sempre Giovanni che ci fa ancora più luce: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo." (Gv 17,3).
Gesù stesso è la vita eterna che il ricco sta cercando ma non se ne accorge perché il suo cuore è attaccato ai beni del mondo.
Le nostre ricchezze, (non solo il denaro ma anche i nostri pensieri, i nostri progetti, i nostri desideri, i nostri passatempi, le nostre letture, etc.) non sono di per sé un male, il problema nasce nel momento in cui vi attacchiamo il cuore a tal punto da diventarne schiavi.
Diventano veri e propri idoli che comandano la nostra vita!
E' la nostra "ricchezza" che ci impedisce di camminare e di avere una fede totale in Gesù e di capire che la sua è essenzialmente una proposta d'amore.
E' la nostra "ricchezza" che ci impedisce di ascoltare cosa il Signore dice al nostro cuore e di seguire poi la sua parola. Dio vuole farci sì ricchi, ma della vera ricchezza che è conoscere, seguire, amare e vivere in intimità con suo Figlio! Gesù riconosce che questo distacco è difficile: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!", ma ci offre anche il mezzo per operarlo: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio".
Questa è la grande soluzione, questa è la immensa speranza!
Il rimedio non è nella nostra forza, nei nostri tentativi, ma nell'aprirsi all'azione di Dio.
Non possiamo riuscirci da soli ma è Dio stesso che vi riesce in noi se abbiamo fede in Lui. Solo la grazia di Dio può rendere possibile ciò che è umanamente impossibile!
L'ultima parola del Vangelo di oggi è anche l'ultima parola dell'Angelo a Maria: "Niente è impossibile a Dio".
Il Signore ci offre nel nostro cammino di fede l'esempio della nostra amatissima mamma celeste la quale ascolta la parola di Dio e lo fa nella sua povertà, nella sua umiltà e vi aderisce completamente.
Ella ha la capacità di essere estremamente mansueta di fronte alla parola di Dio ed ecco perché riesce a scorgere nel messaggio dell'Angelo la sua presenza e il suo amore di Padre al punto che anche lei percepisce e sente su di sé, in quel momento, lo sguardo d'amore di Dio che la fissa e la ama.
Non ha più paura di perdere nulla perché di fronte a quell'amore nulla ha da perdere, ma tutto da guadagnare.
Sa aderire a quel progetto meraviglioso che Dio ha in serbo per lei perché crede pienamente nelle parole dell'Angelo: "Niente è impossibile a Dio".
Concludiamo dicendo che la cosa fondamentale non è sforzarsi o mettere in atto chissà quale opera di spogliamento, questa semmai è una necessaria conseguenza.
Innanzi tutto dobbiamo aderire con la nostra volontà al regno di Dio, al Suo progetto su di noi, ma l'essenziale è ascoltare Dio, essere docili a Lui nella fede e camminare pienamente fiduciosi ed abbandonati alla sua volontà lasciandoci guidare sulla strada che il Padre ci ha indicato.
Dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di imprimere nel nostro cuore due parole: anche io e mia moglie ci appelliamo ad esse quando viviamo momenti di prova e difficoltà: "Tutto posso in colui che mi dà forza" e "Nulla è impossibile a Dio". Che il balsamo ed il profumo di queste parole possano scendere nei nostri cuori e farci avere quella vita eterna che è Gesù stesso: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo." Amen.
Alberto e Morena Ridolfi
Altri spunti
" La santità come desatellizzazione
" Familiaris consortio
" Fate conoscere lo Spirito Santo
" Il matrimonio cristiano e i ruoli nella coppia
" Il Matrimonio
" Coppia ed Eucarestia
"
" Vai all'introduzione con la nota CEI Il giorno del Signore
"
XXVII domenica del tempo ordinario (ANNO B)
8 Ottobre 2006
Dio, che hai creato l'uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell'armonia libera e necessaria che si realizza nell'amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito.
Il Vangelo
Marco 10,2-16
- In quel tempo, avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: "È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?". Ma egli rispose loro: "Che cosa vi ha ordinato Mosè?".
Dissero: "Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla".
Gesù disse loro: "Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto".
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento.
Ed egli disse: "Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio".
Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: "Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso".
E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva. -
Il Commento
Oggi la liturgia ci presenta il vangelo di Marco sia nella forma breve che in quella più estesa.
Data l'importanza del tema che viene trattato in quella breve, ci soffermeremo esclusivamente su questa.
Il brano inizia mettendo in luce come i farisei, gli esperti della legge di Dio, vollero mettere alla prova Gesù.
Lo fecero utilizzando un argomento abbastanza delicato, pensando che Gesù si mettesse in contrapposizione con le norme mosaiche; egli infatti risponde loro con un'altra domanda, facendo dare a loro stessi la risposta:
"Che cosa vi ha ordinato Mosè?".
Li mette in luce, li porta allo scoperto, li fa cadere nel loro stesso tranello svelando la malafede del loro cuore: "Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma".
Per quanto fossero esperti della legge di Dio, non riuscivano più a capire il senso e l'importanza che il Signore attribuiva all'amore tra un uomo ed una donna.
Per questo, persino la legge di Mosè, interpretata male, poteva dare adito a fraintendimenti.
Gesù non ha paura di riportare alla luce il significato originario dell'amore sponsale.
Cosa può dire questa parola a noi oggi? Fedeltà, felicità, amore.
Su queste tre parole cercheremo di analizzare il messaggio che scaturisce da questo brano.
La fedeltà nel matrimonio è un desiderio di Dio!
Oggi siamo tutti troppo abituati a concepire l'amore in maniera troppo naturale e troppo "inficiato" da propri interessi. L'amore è sicuramente un insieme di interessi propri e generosità, ecco perché è necessario educare il "nostro amore" ad essere sempre più fedele e gratuito.
L'unione vera nel matrimonio non può fondarsi sulla passione e sull'incostanza dei sentimenti.
Per usare un modo di dire: "L'amore vero non è quello dei baci Perugina!"
Ecco perché vi è vera unione solo nella fedeltà!
Non è amore la ricerca della propria felicità, come non lo è la ricerca della soddisfazione personale, dell'istinto sessuale. Le rotture nel matrimonio avvengono sempre quando si pensa di trovare altrove sia la felicità, che la propria realizzazione sessuale-affettiva.
Non illudiamoci!
Amare non è sempre piacevole, e non è vero che quando è difficile farlo significa che non ci si ama più!
Gesù implicitamente insegna che l'amore porta con sé sacrificio, capacità di sopportare l'altro.
La regola di Dio è molto chiara, Egli ha stabilito l'indissolubilità del matrimonio e quindi ci ricorda che: "I due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne."
L'uomo fa proprio questo progetto divino quando non cerca tanto la propria felicità e le proprie soddisfazioni, ma la felicità dell'altro anche a costo della propria libera abnegazione.
In amore vince chi muore: è il chicco di grano che caduto in terra muore che porta molto frutto.
Bisogna assolutamente saper morire a se stessi per permettere all'amore di trionfare nell'unione matrimoniale.
Questo è uno sforzo reciproco dell'uomo e della donna, ma da vivere in assoluta gratuità anche se con tempistiche ovviamente diverse: Dio non farà mai mancare la sua grazia e il suo Santo Spirito!
Ciò che Dio ha congiunto non sarà mai separato!
Questo non è solo un comando divino ma un dono da parte di Dio, una promessa che Lui realizza in noi e con la quale protegge tutti i matrimoni da ogni tipo di male che porterebbe alla vanificazione del dono del sacramento stesso.
Alberto e Morena Ridolfi
Altri spunti
" Familiaris consortio
" Il matrimonio cristiano e i ruoli nella coppia
" Il Matrimonio
" Coppia ed Eucarestia
"
Solennità di San Francesco e XXVI domenica del tempo ordinario (ANNO B)
4 Ottobre 2006 e 1 Ottobre 2006
O Dio, che in san Francesco d'Assisi, povero e umile, hai offerto alla tua Chiesa una viva immagine del Cristo, concedi anche a noi di seguire il tuo Figlio nella via del Vangelo e di unirci a te in carità e letizia.
Il Vangelo
Matteo 11,25-30
- In quel tempo, Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero". -
Il Commento
Prendete il mio giogo.
Come si sa il "giogo" è quel particolare attrezzo che si mette sopra i buoi per guidarli nell'arare il campo.
Il giogo è qualcosa che non solo ti tiene fermo, ma ti fa fissare lo sguardo davanti verso un progetto, verso una meta. Infatti gli sposi si chiamano anche coniugi proprio perchè portano assieme lo stesso giogo.
Quello della chiamata alla santità attraverso il "progetto famiglia" nella gioia e nella fecondità di Cristo.
Prendere il "giogo di Gesù'' allora vuol dire sia guardare le cose come le guarda Lui e dove le guarda Lui, ma anche intimità coniugale con Lui.
Condivisione, intimità, cammino assieme, ribaltamento delle nostre piccole prospettive. Gesù provoca all'intimità.
Questo Francesco lo aveva capito molto bene.
Avevo colto che il Cristianesimo è sponsalità con Gesù per essere piccoli figli come Lui, del Padre.
Aveva colto l'essenza dello sguardo assieme verso orizzonti più grandi, molto più grandi dei piccoli, meschini e spesso narcisistici progetti che ci portiamo nel cuore.
Aveva ben compreso che nell'umile sequela di/con Cristo c'è il ristoro perché non si punta su ciò che si fa ma nello stare con Lui ed essere, con i fratelli e le sorelle, Chiesa.
Per questo Francesco è stato ed è il povero, l'amante della natura, il santo del perdono, il minore, il cantore della gioia nella croce, lo stigmatizzato e tanto altro ancora che non basta una piccola riflessione a narrare.
Egli, Francesco, ha scoperto la perla: l'essere coniuge di Cristo e coniuge della Chiesa.
Per questo è stato definito Alter Christus. Dall'intimità di Francesco con Gesù nasce un fiume perenne di meraviglia e di scoperta di ciò che la creatura può essere se veramente accoglie e desidera essere coniuge di Cristo e della Chiesa.
Francesca
Il Commento di Don Luciano
"PICCOLANTE & RISTORANTE"
Potremmo riassumere in questi due termini l'identità che il Vangelo di oggi riferisce a questo Santo, che nella sua sequela della luce cristica ci illumina nel cammino con una nuova attenzione, revisione, visione e tensione.
"Piccolante": Francesco non è solo piccolo di spirito (saremmo subito tentati di dire: lui è un santo, noi no), ma è soprattutto un piccolante: uno cioè che fa dell'essere e del fare il piccolo un atteggiamento sempre nuovo, un movimento della mente, del cuore e dell'animo che si appassionano e vivono questo modo di amare, di coniugare cioè il sé con l'Altro: piccolando.
L'essere piccolo non è per lui allora solo una meta del cammino spirituale personale (per essere santo), ma è il modo più concreto (proprio perché è un esercizio) e più profondo (perché ottiene l'unione sponsale tra sé e l'Altro) per raggiungere il meglio, l'ottimo e il massimo della vita, che in una espressione di fede potremmo raccogliere come 'la luce cristica'.
In Francesco si condensa e si racchiude in piccolo lo spunto per il movimento universale: che vale e vive dappertutto e per tutti. Ecco perché l'invito a tendere, a fare e ad essere piccolo è luce anzitutto cristica, riflessa poi nella vita francescana, e invito per noi a farne il nostro esercizio quotidiano di crescita.
"Ristorante": Francesco non è solo da guardare, ma - proprio come una mamma lo dice al suo bambino che ella ama enormemente - da 'mangiare': da assimilare, da ricevere in noi come alimento e vitamina del cuore, dell'anima e della mente.
Francesco, immagine eucaristica per eccellenza, è proprio come questo Sacramento, un sacramento ristoratore: ristorante della fede, specie oggi, per noi affaticati e stanchi, desiderosi di cibarci e di ricevere energie nuove per un lavorìo nuovo, che ci guidi come giogo dolce e leggero nell'anima.
Allora anche noi, così ristorati e a nostra volta ristoranti gli altri, lavoreremo con gioia, con amore e con passione, prendendoci a cuore questo giogo nuovo e rinnovante del Regno, dove Francesco, il giullare di Dio, ci fa da guida, da revisione e da verifica gioiosa e serena nell'avventura della vita. Francesco ci ricorda anche che il suo cibo non è umano e umanizzato, ma entra nel ristorante della comunità ecclesiale, creando e assimilando coloro che si fidano di questa proposta in un unico atteggiamento: ricevere e condividere il dono, e farci a nostra volta dono, segni francescani illuminati da quella luce divina che nell'uomo crocifisso di oggi e nelle fatiche del vivere quotidiano possono essere continuazione del Cristo piccolante e ristorante l'umanità.
Altri spunti
La santità come desatellizzazione
Il Cristiano coniuge di Cristo
Scritti Francescani
- XXVI domenica del tempo ordinario (Anno B) -
O Dio, tu non privasti mai il tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele, perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano annunziate le meraviglie del tuo amore.
Il Vangelo
Marco 9,38-43.45.47-48
- In quel tempo, Giovanni rispose a Gesù dicendo: "Maestro, abbiamo visto uno che cacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri".
Ma Gesù disse: "Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me.
Chi non è contro di noi, è per noi.
Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, sarebbe meglio per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare.
Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile.
Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna.
Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue". -
Il Commento
"Se la tua mano ti scandalizza, tagliala"
Lo scandalo non è il peccato, per certi versi è qualcosa di peggio.
Scandalo vuol dire inciampare e procurare inciampo nel cammino del fratello.
Tutte le condizioni esterne ed interne che ci fanno prossimi alla caduta e al peccato e che possono far peccare il fratello sono uno scandalo.
Le condizioni più pericolose non sono quelle più blasonate ma soprattutto quelle ideologiche, cioè tutte quelle che ci allontanano dal pensiero di Cristo e dalla sapienza. Questo perché distorcono, spesso in maniera quasi definitiva, i nostri occhi da Gesù e non ci fanno guardare la realtà con i suoi occhi.
Viviamo in questi giorni lo scandalo di Mons. Milingo il quale è ben più grave del peccato in sé di questo nostro fratello. Il peccato ci muove a misericordia e alla preghiera e all'astensione dal giudizio del cuore di questo nostro fratello vescovo. Ma ci deve essere, anche per rispetto di Mons. Milingo, la capacità per discernere ed evitare lo scandalo, l'inciampo.
Su questo siamo chiamati, nella parola di Gesù, ad essere fermi e pronti.
Non si può chiamare bene il male e male il bene ma occorre guardare le cose sempre con sapienza.
Le innumerevoli concessioni "benevoli", buoniste e malsane che facciamo quotidianamente al nostro cuore dal punto di vista ideologico inquinano la nostra visione della realtà come essa ci si presenta; sia quella che riguarda noi stessi, sia quella che riguarda la vita sociale, sia quella che riguarda la vita politica e le scelte di valore.
Meno si è fermi e meno "si taglia" con ciò che ci fa "inciampare" e meno si affina la nostra capacità di discernimento sulle situazioni.
Anzi sempre più ci si "imbarbarisce" e ci si disumanizza.
A questo punta il mercato dei consumi: nel renderci sempre meno capaci di ragionare con il cuore di Cristo e a dissiparci in tante piccole miserie e vanità; magari con la convinzione di servire Dio.
Ecco allora che abbiamo cattolici conviventi con categorie che bestemmiano il Cristo come la magia, la superstizione e la divinazione;
abbiamo cattolici che "credono" nella re-incarnazione;
abbiamo cattolici che nella vita politica e sociale fanno concessioni ad una cultura della morte, dell'infanticidio e dell'eutanasia.
Abbiamo cattolici che non rispettano il magistero del Papa e degli apostoli.
Abbiamo cattolici che non sono innamorati della Chiesa, ma piuttosto di una Chiesa ideale che è nei loro sogni e desideri confusi dallo scandalo del proprio cuore; tanto occupati a curare il proprio narcisistico orticello.
Abbiamo cattolici che all'interno delle comunità, lottano contro i propri fratelli che hanno un altro carisma perché ritengono il proprio il migliore e l'unico benedetto da Dio.
Tutto questo è scandalo. Proprio perché procura la divisione dentro noi stessi e con la Sapienza che viene da Dio. Spacca la Chiesa e la comunità.
Mormorazioni, avidità, gelosia, brama di possedere diventano le fondamenta di uno scandalo e di un inciampo continuo per la nostra e l'altrui conversione.
Tagliare con la propria parte malata può sembrare duro ma è la via più immediata e più feconda per la sanità del cuore, del giudizio e del nostro essere presenza viva nella storia.
Si cammina di "taglio in taglio", di scelta in scelta. Tutto pur di avere il "pensiero di Cristo" in noi.
E' proprio dello Spirito Santo dare la capacità di misericordia e di taglio nel contempo verso una situazione.
E' lui che guida alla scelta, piccola o grande; è Lui che cura la piaga.
E' Lui che dona fortezza e Sapienza.
Invochiamolo senza stancarci per avere gli occhi amorosi e la fortezza di Cristo in ogni situazione.
Altri spunti
" Il regno e la conversione
" Accogliere il dono della persona Cristo
" Gratia supponit naturam
" La conversione come "successo" nella vita
" Incontro con i rappresentati della scienza - università di Regensburg - discorso del Santo Padre
" Tu sei Pietro
" Il dono del Timor di Dio
" La superbia
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" Fides et Ratio
XXV domenica del tempo ordinario (ANNO B)
24 Settembre 2006
O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall'alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve.
Il Vangelo
Marco 9,30-37
- In quel tempo, Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: "Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà".
Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao.
E quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?".
Ed essi tacevano.
Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti".
E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato". -
Il Commento
"Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti"
Francesco di Assisi, il santo della minorità, aveva ben compreso che l'essere "minore" è una condizione dinamica non statica. C'è sempre qualcuno di cui essere minore, servo.
Non si smette mai di cercare l'ultimo posto.
Si arriva a questa condizione del cuore coltivando non atteggiamenti finto-poveri o finto-umili che nascondono, di solito, una superbia più grande ed una patologia del cuore, ma coltivando l'infanzia spirituale.
Di cosa è armato il bambino? In genere di due cose; della propria innocenza e dell'amore di papà e mamma.
Francesco era così. Un infante nello Spirito armato dell'amore di Dio e della verità che procede dalla comunione con Lui. Per questo Francesco ha potuto amare i fratelli, anche fratello lupo; ha potuto riconciliarsi con la creazione, ha potuto affermare sempre in condizioni opportune ed inopportune la verità.
Per questo Francesco è stato il santo della perfetta letizia e del perdono.
Per questo è stato uomo di pace e combattente per Cristo.
Tutto nasce dal suo essere bambino e non infantile. Attaccato a Dio solo sopra ogni cosa.
Per questo si è spogliato e si è fatto lebbroso con i lebbrosi.
Francesco è un gigante della cristianità.
E come tutti i grandi uomini della cristianità viene tirato "per la giacchetta" un po da tutti, dai pacifisti, dalla sinistra, dalla destra, dagli animalisti, dai conservatori e dai progressisti.
Tuttavia lo si comprende solo nella sua ricerca di piacere a Dio solo senza compromessi e nella continua ricerca di essere minore, ultimo, servo, disarmato.
Sono tante le pagine bellissime della vita di Francesco e straordinari gli scritti che egli ci ha lasciato.
In un certo senso profetici per l'umanità ma anche per la Chiesa.
Per l'autocoscienza sempre in cammino della Chiesa di essere "serva" di Dio e degli uomini senza annacquamenti della Verità del Vangelo.
Il santo Padre Benedetto XVI in questi giorni, provato dalla violenza mediatica e da quella dell'ignoranza è stato un po un bambino, evangelicamente parlando; forte nella verità ma disarmato dei mezzi umani e della solidarietà dei potenti della terra.
Una vera benedizione questa.
Una prova che rivela molte cose sia del cammino verso la libertà dell'uomo sia della meschinità delle classi di "potere".
Un momento importante per la santificazione di Don Joseph e per la sua testimonianza di servo dei servi di Dio.
Un momento di minorità prezioso che lo ha conformato ancora di più a Gesù servo degli uomini e servo della Verità.
Dobbiamo essere grati a Dio grandemente per questo santo Papa che Egli ci ha donato come guida con tale umile spirito della Chiesa.
Come Cristo, come Francesco il Papa non smette di far tuonare il vangelo con la mitezza dei bambini che sono forti dell'innocenza che nasce dallo Spirito e dall'Amore del Padre.
L'augurio è che tutti i pastori della Chiesa possono calcare queste "orme" del servizio e della testimonianza disarmata della verità, ma senza sconti, fino in fondo. Senza compromessi, buonismi o inutili rigidità.
L'augurio è che ciascuno di noi possa essere minore, servo, a cominciare dalla propria casa.
Altri spunti
" Incontro con i rappresentati della scienza - università di Regensburg - discorso del Santo Padre
" Tu sei Pietro
" Il dono del Timor di Dio
" La superbia
" Legenda Maggiore di San Bonaventura da Bagnoregio su San Francesco di Assisi
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" Fides et Ratio
"
XXIV domenica del tempo ordinario (ANNO B)
17 Settembre 2006
O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore, e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla.
Il Vangelo
Marco 8,27-35
- In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: "Chi dice la gente che io sia?".
Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti".
Ma egli replicò: "E voi chi dite che io sia?".
Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo".
E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.
Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà". -
Il Commento
Rinnegare se stessi…
Difficile da digerire nell'era dell'individualismo eretto a sistema.
Non c'è giornata, occasione, situazione contingente nella quale non ci capita di imbatterci in eccessi di protagonismo, smania di apparire.
Siamo nel mondo dell'immagine: televisione, moda, cinema ci invitano tutti i giorni a metterci al centro del palcoscenico, indossare i costumi di scena e cominciare la nostra recita quotidiana.
Recita nella quale la parola d'ordine è una sola: mostrarsi convincenti e vincenti.
Allora, va' da sé, prepotenza, arroganza, concorrenza sleale diventano i compagni di avventura in questo viaggio verso l'affermazione del sé.
Come rispondere allora oggi, realisticamente, a questo invito di Gesù?
Siamo in grado di credere fino in fondo che dovremmo essere amati per quello che siamo e non per quello che sembriamo?
Ma a questa prima richiesta Gesù ne fa seguire una seconda: prendere la propria croce e seguirlo sulla via del calvario. E qui ci risiamo: la società occidentale oggi ha smarrito il senso del dolore.
Ci preoccupiamo della nostra salute, del benessere economico in maniera spasmodica e continua.
Anche i vecchi adagi popolari sono stati riadattati a questa illusione che ci fa pensare che "quando c'è la salute, c'è tutto".
Come si è ridotto lo spazio del "tutto" nell'idea che la nostra vita biologica possa essere dilatata a dismisura e che il tutto dipende da noi…
Il Signore invece, oggi, ci ricorda che la croce, il sacrificio, la sofferenza sono parte ineliminabile della nostra vita e che queste realtà acquistano senso solo se riferite a Lui.
Se vogliamo metterci al suo seguito dobbiamo incominciare a decentrarci da noi stessi, a rinnegare quella parte di noi che pensa di bastare a se stessa.
Paolo Aragona
www.paoloaragona.com
Altri spunti
" La stoltezza del realista
" Il valore del crocifisso
" Il dono del Timor di Dio
" Il peccato originale e l'arte di non ascoltare
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
"
XXIII domenica del tempo ordinario (ANNO B)
10 Settembre 2006
O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie.
Il Vangelo
Marco 7,31-37
- In quel tempo, Gesù, di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidóne, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli.
E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano.
E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: "Effatà", cioè: "Apriti!".
E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno.
Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano:
"Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!". -
Il Commento
"Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!"
Come vi è differenza tra sentire ed ascoltare così vi è differenza tra parlare di Gesù e annunciarlo in Spirito e potenza.
Spesso sentiamo, raramente ascoltiamo (ed è un torto che facciamo anzitutto a noi stessi). Ascoltare nella Sacra Scrittura non è solo sentire le parole di Dio e meditarle ma dare loro spazio fino in fondo nel nostro cuore e nelle nostre scelte perchè siano carne. Risuona forte ciò che disse il popolo a Dio per mezzo di Giosuè. "quello che Dio ha detto lo faremo e poi lo capiremo". Nell'amore infatti il comprendere non è necessario sempre prima dell'agire ma si comprende agendo. Ecco perchè ogni forma di razionalizzazione del messaggio di Gesù è la chiave sbagliata e tutto sommato infantile con cui cerchiamo di comprendere Dio e noi stessi.
E' infatti nella fiducia amorosa che facciamo le più importanti scoperte della nostra vita, anche umanamente.
Proprio per questo l'autorevolezza non si basa soltanto su argomenti di ragione ma soprattutto su argomenti che prendono corpo e che diventano esperienza. L'esperienza infatti è una compagnia e non un idea, l'esperienza di Cristo è un fatto. Proprio su questo fatto apostolico si basa la nostra fiducia amorosa. Questo fatto è così vero e così potente che si ripete e si attualizza ora nella vita di colui che ascolta. Pertanto colui che crede, al pari degli apostoli e per mezzo degli apostoli e dei loro successori, rende attuale per sé come per loro la compagnia del Risorto. Questa è la nostra fede e questa è la fede della Chiesa, un'esperienza, un "effatà", un apriti di orecchie, mente e cuore per vedere ciò che è essenziale. Per vivere di ascolto e per annunciare (con la parola o con il silenzio, con la salute o la malattia, con la potenza o l'impotenza) che Cristo è il Signore. Chi ne ha fatto esperienza lo sa e non può tacere; qui sta la nostra gioia, il nostro martirio e la nostra evangelizzazione.
Egli, infatti, con al Sua dolce Signoria si mette al servizio dell'uomo perchè l'uomo sia e permanga nella gioia.
Quella vera e sostanziosa che non può essere comprata o venduta in nessuna forma di baratto ma che è dono gratuito della mano di Cristo che tocca i tuoi occhi ciechi e le tue sorde orecchie.
Altri spunti
" La gioia
" La Resurrezione fonte di gioia
" L'obbedienza
" Veritatis splendor
" Il peccato originale e l'arte di non ascoltare
" Direzione spirituale
" Fede e religiosità
" La grazia suppone la natura
" Alcuni aspetti della Chiesa come comunione
"
XXII domenica del tempo ordinario (ANNO B)
3 Settembre 2006
Guarda, o Padre, il popolo cristiano radunato nel giorno memoriale della Pasqua, e fa' che la lode delle nostre labbra risuoni nella profondità del cuore: la tua parola seminata in noi santifichi e rinnovi tutta la nostra vita.
Il Vangelo
Marco 7,1-8. 14-15. 21-23
- In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame -, quei farisei e scribi lo interrogarono: "Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?".
Ed egli rispose loro: "Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: ''Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini''.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini".
Chiamata di nuovo la folla, Gesù diceva loro: "Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo.
Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.
Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo". -
Il Commento
"Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
I detrattori della Chiesa, utilizzano volentieri questa pericope per ricordare che ciò che dice la Chiesa come gerarchia e come istituzione, ossia il suo magistero, è cosa di uomini e pertanto bisogna ubbidire alla propria coscienza.
Magari fanno cappello a questa pericope dicendo che "bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini" (At. 5,29).
In questo caso e anche nell'altra pericope non ci poteva essere inganno più sottile per i "sempre adolescenti& |