Fine della Riflessione sui comandamenti

e visione dei comandamenti in Gesù e negli Apostoli

VIII° COMANDAMENTO (Hamel 78)

"NON PRONUNCERAI FALSA TESTIMONIANZA

CONTRO IL TUO PROSSIMO" ( Es. 20,16)

La formulazione di questo comandamento è legata alla situazione particolare del popolo ebraico. In Israele, soprattutto all’inizio, la funzione giudiziaria poteva coinvolgere spesso buona parte degli abitanti di un luogo. A chiunque e in qualsiasi momento (specialmente agli anziani) poteva essere richiesto di fare da giudice o da testimone durante i processi che si facevano alle porte della città (Rut 4). Questa frequenza spiega la menzione decalogo. C’è di più. Nel diritto d’Israele l’essere testimone era questione molto seria che implicava la liberazione o la condanna di chi era accusato. Non era possibile alcuna condanna senza la deposizione dei testimoni (due o più). Dall’altro lato c’era l’accusato: a lui spettava provare il contrario. Ogni falsa accusa, una volta accettata dal giudice, portava fatalmente con sé la condanna. Sulla testimonianza falsa di qualcuno, la reputazione di una persona rimaneva interdetta davanti alla comunità. Si trattava di salvaguardare uno dei diritti fondamentali dello Israelita: il suo onore e la sua reputazione. Le parole ebraiche di questo comandamento sono quelle tecniche dei tribunali. La parola "anah" significa "rispondere sul piano legale". Nell’A.T. questa parola designa le risposte data dai test davanti al giudice (Mc. 6,2-3). La parola "ed" designa la funzione giudiziale del testimone; "Seger" vuol dire bugiardo, quindi: "Non rispondere da falso testimone" (Sal 27,12; Prov 6,19: 12,17; 14,5; 19,5).

L’VIII° C. non proibisce la menzogna come tale (è una nozione troppo astratta), ma le diverse forme di menzogna considerate come tali da Yahvè. "Falso testimone" non designa solamente il testimone che non dice la verità; ma quello che "parla" contro il suo prossimo, cioè che lesiona l’altro calunniandone la reputazione in un processo. "Reca" è, secondo l’Alleanza, il fratello (Deut 19,27). Infatti: "Non risponderai (davanti al tribunale) contro nessuno dei tuoi compagni di Alleanza, come testimone menzognero". (E’ questa l’esatta traduzione del comandamento).

"Aspirare a..." "hamad"= proibisce le macchinazioni per impossessarsi della donna del proprio prossimo.

"awah"= proibisce le macchinazioni per impossessarsi dei beni.

 

Il X° C. va tradotto allora così:

"Non macchinerai per impossessarti della sposa del tuo prossimo. E neppure farai niente per impossessarti dei suoi beni". I beni sono disposti, nella citazione del C., secondo le liste orientali di vendita.

3) La traduzione dei "Settanta" traduce il verbo "desiderare" con Epithumeo= desiderio interiore. Questo vuol dire che al tempo dei LXX la coscienza interiore si era già affinata e si supponeva un’evoluzione nel pensiero ebraico.

4) Per mantenere un totale di 10 comandamenti, questo ultimo comandamento è stato sdoppiato in due. (Infatti S. Agostino aveva contratto in un unico comandamento, i primi due comandamenti).

 

IL DECALOGO AL TEMPO DI GESU’ (Hamel 89)

 

1) Le recenti scoperte archeologiche, confermano che, nel tardo giudaismo il Decalogo era uno dei testi biblici più importanti: assieme ad altre due pericopi del Deut (6, 4-9; 11,13-21) costituiva lo "shemà Israel", cioè una specie di breviario dell’ "ebreo pio".

 

2) Questa valorizzazione particolare del Decalogo era già messa a punto al tempo dell’esilio. Strappato dalla terra santa, privato del suo tempio e del suo culto (Dan 3,38)

Israele viveva in terra straniera, preda di tentazioni di scoraggiamento e d’idolatria. Si instaura allora un nuovo culto, non sacrificale (infatti i sacrifici rituali erano proibiti), ma liturgico, organizzato intorno alla sinagoga. Si formava così una comunità spirituale che si riuniva ogni sabato: giorno di riunione, per leggere e commentare il Decalogo in cui si era soliti riunire gli obblighi richiesti da Yahvè al suo popolo. Lontano da Gerusalemme e del suo tempio, Israele concentrava il suo sforzo morale nel Decalogo e, in particolare, nell’osservanza del sabato che ormai era l’unico segno visibile dell’Alleanza.

 

3) "osservare i comandamenti di Dio" era riferito al Decalogo; "scrivere le parole nel cuore", "ripeterle ai figli" significava conoscere a memoria il decalogo. Il comando di "ripetergli quando stai seduto in casa, camminando, quando ti addormenti e quando ti alzi" (Deut 6,7-8) veniva osservato dall’ebreo recitando due volte al giorno il Decalogo: al mattino e alla sera.

Il Decalogo era un testo che, secondo le raccomandazioni del decalogo stesso, l’ebreo portava nella sua mano come un segno e sulla fronte come filatteri (Mt 23,5) e che egli scriveva sugli stipiti e sulla porte di casa (Deut 6, 4-8)

 

4) D’altra parte il Decalogo mai fu presentato come una legge inaccessibile: ma come frutto dell’amore previo di Yahvè, facilmente comprensibile e praticabile (Deut 30,11-14)

5) Gesù poteva presumere, davanti ai suoi ascoltatori, la perfetta conoscenza e venerazione del Decalogo.

(Mt 19,17; Mc 10,20, Deut 16, 14-16)

 

6) Poco dopo Gesù, i giudei e i cristiani avevano uguale stima per il Decalogo e lo mettevano al di sopra di tutta la legge. Ma verso la metà del I° secolo si opera una trasformazione. Tra i cristiani il Decalogo seguita a godere stima particolare, mentre cessa di formare parte dei testi privilegiati del giudaismo. Perché?

Una delle ragioni fu di reagire contro quella che i giudei chiamavano appropriazione indebita da parte dei cristiani: "Ci hanno rubato il decalogo", dicevano i rabbini.

Di fatto i cristiani facevano molto caso al D. e nello stesso tempo dichiaravano abolita la legge di Moseè. Grazie alla distinzione tra legge naturale e legge positiva, i cristiani potevano affermare che i giudei avevano motivo di gloriarsi per aver avuto il decalogo come se fosse loro esclusiva proprietà, dato che il Decalogo di Mosè altro non era che "una prima nozione data da Dio a tutti gli uomini". Per questo motivo gli ebrei ridussero il D. a livello delle altre leggi. Soprattutto dopo la caduta di Gerusalemme. i capi del giudaismo davano a tutta la legge il massimo onore. Il Decalogo non era più la Parola di Dio, ma una delle Parole di Dio.

 

 

IL DECALOGO DEI SINOTTICI

 

I) TRATTI GENERALI; GESU’ E IL GIOVANE RICCO

 

1) Nei Sinottici il Decalogo è chiamato "Parola di Dio" (Mc 7-13); i suoi precetti sono "Comandamenti di Dio", perché sono stati pronunciati da Dio. (Mt 15,4)

2) Il giovane ricco: Mc 10,17-22; Mt 19,16-19; Lc 18,18-23

 

a- "Nessuno è buono...": Gesù a chi Gli domanda che cosa deve fare propone l’imitazione del Padre. (1° Comandamento)

b- "Siate perfetti...": è parallelo a "non avrai altri dei fuori di me". (Mt 5,48)

c- "Già conosci i comandamenti, non uccidere, non commettere adulterio..." Questo dialogo è costruito sullo schema delle liturgie di ingresso dell’A.T. Per prendere parte al servizio liturgico il fedele doveva fare un esame di coscienza. La domanda del giovane ricco non è una novità: E’ la stessa che, da parte di chi voleva partecipare al servizio al tempio, veniva rivolta al sacerdote. (Michea 6,6-8); Salmo 15: quelli che cercano Dio devono, in primo luogo presentare un certificato di moralità; sottomettersi ad un testo di santità.

d- Prosegue il dialogo: "questo l’ho osservato fin dalla mia fanciullezza. Gesù fissatolo, lo amò  ....Vieni e seguimi" Come Israele era stato prevenuto dall’amore di Dio (lo aveva visto e lo aveva amato) così il giovane ricco è prevenuto dall’amore di Cristo. Ma Cristo, qui, formula in modo nuovo il 1° Com. "vieni e seguimi". In questo consiste la vita eterna: chiedendo al giovane di seguirlo, Gesù gli indica il cammino verso colui che è l’unico buono, il Padre.

e - Nella citazione dei Comandamenti, è usata una formulazione varia; "Non farai il male (aposteteinai) in greco biblico= non trattenere il salario dell’operaio; nel greco profano= restituire quanto è stato dato in deposito. Questa libertà di formulazione vuol dire che per Gesù la lettera del Decalogo non è fissata definitivamente.

 

II) GESU’ e IL PRIMO COMANDAMENTI

 

In Israele il I° Comandamento aveva avuto formulazioni diverse.

 

- Non avrai altri dei fuori di me (Deut 28,14)

- Non fabbricare idoli e servirli (Deut 5,8-10)

- seguire Yahvè

- amare Yahvè

- servirlo con tutto il cuore (Deut 11,13)

Gesù raccoglierà queste formulazioni adottandole.

 

1) L’Idolatria: l’idolatria rinasce sotto altre forme di assoluti per l’uomo:

- le creazioni dello spirito dell’uomo

- le opere delle sue mani

- i beni materiali ( per es. il danaro)

sacrificando, in ciò, la persona umana e il servizio di Dio.

 

2) "Servirai al Signore tuo Dio solamente"

- Deut 6,13; 8,10; 4,19 Mt 6,24

- amerai il Signore (Deut 6,4-5): Mt 22,38

- Tralasciate la giustizia e l’amore (Lc 11,42)

 

3) Le tentazioni di Gesù sono le tentazioni d’Israele:

8Deut 6,12-13; 10,20) Mt 4,10-Deut 6,13

 

4) A Gesù come Dio si deve l’adorazione ( Gesù come uomo osserva il I° C.): Mt 26,64-65: Gesù è accusato di bestemmia, cioè come violatore del I° C.

- Non seguite altri Dei... dovete seguire Yahvè vostro Dio"

(Deut 6,14; 13,5)

("seguire"= camminare dietro - applicato al soldato che segue il generale)

- Mt 16,25

- Mt 10, 35-38

 

5) E’ apostata non solo chi rifiuta Dio, ma anche chi rifiuta di aderire a Gesù Cristo (Mt 10,32-33).

 

 

III) GESU’ e IL II° COMANDAMENTO

Il nome di Dio

1) Per amore Dio rivelò il suo nome a Israele, nel N.T. Gesù rivelerà ai suoi discepoli il nome che servirà per designare Dio nella vita di cristiana: Padre. Gesù svilupperà questo tema della paternità divina; lo approfondirà e farà che sia compreso nella sua più vasta dimensione.

2) Nel momento stesso in cui Gesù si rivela come Figlio, ci rivela che il nome che esprime con maggiore profondità la realtà di Dio è quello di Padre:

M 11,25; 7,,21-22; 25,34; 26,29; 11,25-27; 6,1;

3) Questa paternità divina è l’unica norma della "nuova giustizia" per quelli che vogliono vivere sotto lo sguardo di Dio: Mt 6,6-7 Gesù esige dai suoi discepoli che:

- Riconoscano Dio come l’unico Padre

- come unica norma di santità

- come ricompensa unica

Dio, pertanto, è il Padre del Regno (Mt 13,43), è il Padre dei suoi discepoli: E’ il Padre celeste (che fa discendere dal cielo la salvezza)

4) Il II° C. proibiva l’uso del nome di Dio j(Es 20,7). Presso gli ebrei al tempo di Gesù, questo succedeva nel giuramento frequente e ridicolo. Gesù dirà. Mt 5,33-37

Gesù non proibisce il giuramento per cose serie. Lui stesso accetterà di pronunciare il giuramento che il sommo sacerdote da Lui esige (26,63-64).

 

GESU’ E IL SABATO (III Com.) (Hamel 99)

Fino alla sua resurrezione Gesù osserverà fedelmente il sabato: "Entrò, secondo la sua consuetudine, nella Sinagoga il giorno di sabato e si alzò per leggere" (Lc 4,16). Questa presenza di Gesù nel sabato ha un significato molto ricco. Il Sabato era la figura, il segno: Egli invece, è la realtà, il vero sabato per gli uomini, il loro vero riposo (Mt 11,29). Per questo motivo, Gesù considera il Sabato come "suo giorno": predica nella sinagoga, cura gli infermi (5 guarigioni avvengono il sabato) non per polemizzare, ma perché una guarigione realizzata in giorno di sabato, (liberazione) sottolineava il vero senso della festa. Il riposo prescritto in questo giorno ai corpi feriti e affaticati, prefigurava di fatto il riposo del Cristo, che Egli veniva a dare all’umanità. (Mt 11,28).

Visto che proprio nella sua persona si compie il sabato, Gesù può proclamarsi "Signore del Sabato" (Mc 2,28) e può interpretarlo autenticamente. Distinguendo tra pratiche rabbiniche e comandamento di Dio, tra lettera e spirito, attacca le interpretazioni rigoriste e inumane dei farisei, per ridare a questa istituzione il suo senso vero. Il sabato non è che un mezzo a servizio dell’uomo: "Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato" (Mc 2,27). Tutto l’insegnamento di Gesù riguardo al sabato, si riassume in questo unico assioma: mai è stata detta cosa più importante riguardo all’uomo; anche il sabato, che è d’istituzione divina, deve cedere il passo all’indigenza e necessità dell’uomo, creato a immagine di Dio.

Con la sua parola e la sua opera Gesù prova che il Sabato ha una finalità umanitaria e conferma così l’interpretazione umana e sociale di Deut (5,12-15).

 

 

GESU’ E IL IV° COMANDAMENTO

1) Gesù insistette fortemente sull’onorare e rispettare i genitori. Tra i comandamenti ricordati al giovane ricco (Mt 1917) "per entrare nella vita" c’è "onore il padre e la madre".

2) Gesù, ad un’accusa dei farisei risponde insistendo sull’attenzione che gli adulti devono avere per i loro genitori anziani: Mt 15,1-6, che riprende Prov. 19,26; Gesù chiarifica il voto di Korban: a Dio non si può dare onore con detrimento dell’amore del prossimo.

3) Tuttavia Gesù stesso segnala i limiti del IV° comand. L’amore e il rispetto per i genitori non devono arrivare all’idolatria. Gesù non nega il valore dei vincoli della carne e del sangue, ma afferma che questi devono essere subordinati all’amore di Dio Mt 10,35-37 "chi ama il padre e la madre più di me non è degno di di me". Mt 19,29: "Lasciare il padre o la madre per il mio nome...".

4) Queste affermazioni in apparenza tanto paradossali, non vogliono dire altro che questo: in definitiva non c’è che un vero Padre Dio, da cui procede ogni paternità. L’esempio di Gesù conferma la sua dottrina:

"Tuo padre ed io ti cercavamo..." Lc 2,48

"Non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?"

"Discese con essi e tornò a Nazareth ed era loro sottomesso".

 

GESU’ E IL V° COMANDAMENTO

1) Mt 5, 21-22

Lo sbaglio dei rabbini era quello d’interpretare il V° C. esclusivamente nel suo aspetto esterno: ogni omicida doveva essere giudicato e castigato. Gesù va più dentro: si tratta di estirpare le radici stesse dell’omicidio: la collera e l’odio. La collera e l’odio rendono colpevole l’uomo. Si diventa assassini in potenza. Gesù, l’omicidio lo considera più nella causa ( il cuore dell’uomo che si consegna alla collera e alla vendetta) che nel suo effetto ( la soppressione della vita di cui si occupavano i tribunali). Per Gesù il V° Com. non proibisce solamente il delitto, ma tutto ciò che è suscettibile di condurre il cuore al delitto.

 

2) Questo comandamento non è, in fondo, niente altro che un’esigenza della carità fraterna: Mt 5, 23-24. In questa parabola Gesù afferma che il cammino verso Dio passa attraverso il prossimo. Nessuna riconciliazione con Dio può procedere quella del prossimo.

 

3) Lev 19, 17-18 già condannava l’odio e la vendetta. Gesù non farà altro che portare a compimento quanto detto in germe della legge di Mosè.

 

 

GESU’ E IL VI COMANDAMENTO

1) In varie occasioni Gesù non solo ricorderà le esigenze del VI° Com. (Mt 5,27; 19,18; Mc 10,11) ma, con la sua autorità porterà tali esigenze fino al limite facendo raggiungere a tale comandamento tutta l’estensione voluta dal Creatore.

2) In primo luogo Gesù precisa ed approfondisce la nozione di adulterio. Nell’A.T. (come abbiamo visto) gli sposi, per la poligamia, non avevano la stessa responsabilità coniugale. La legge era più severa con la sposa che con il marito. L’infedeltà del marito, quando la complice non era sposata, non veniva castigata dalla legge. Nel N.T. tale libertà, al marito non è affatto concessa. La poligamia era già scomparsa, e Gesù non avrà bisogno d’insistere su questo punto.

3) Era ancora in vigore, invece, il divorzio MT 5,31-32: Gesù condanna il divorzio, restringe la libertà concessa al marito dalla legge di Mosè; concede piena eguaglianza di valore e di diritti alla sposa. Mt 19, 4-6: richiamando il libro della Genesi fa vedere come, l’elemento della indissolubilità, appartenga al progetto di Dio sulla famiglia.

Con l’indissolubilità, Gesù afferma l’uguale valore delle due parti. Questo vuol dire che la malizia dell’adulterio non consiste solo nel fatto che il marito violi i diritti di un terzo, ma nel fatto che viene lesa la fedeltà coniugale come tale.

Così che il marito e la moglie adultera peccano contro il proprio matrimonio, perché violano i diritti dell’altra parte.

Questo era inaudito, e gli stessi discepoli se ne meravigliano. (Mt 19,10)

4) Gesù interiorizza il VI° C. denunciando l’adulterio anche nei pensieri e desideri (Mt 5,28). Gesù fa vedere come il desiderio adultero è colpevole quanto l’atto stesso. Più in là delle manifestazioni esteriori, Gesù penetra fino alle radici del male, fino alle intenzioni più profonde da dove precedono gli atti. Il peccati risiede essenzialmente nella disposizione del cuore: ciò che proviene dal cuore può rendere impure le cose. Perché è da dentro, dal cuore degli uomini., che sgorgano desideri perversi...adulteri (Mc 7,20-21).

5) Gesù unisce un grande rigore nel piano dei principi ad una grande misericordia verso il colpevole (Gv. 8,11).

6) I Profeti avevano presentato le relazioni tra Yahvè e Israele come un’alleanza e avevano denunciato come adulterio l’apostasia di Israele e il culto agli idoli (Os. 2,4; Ger 22; Ez 16,23-24). In conformità con questa dottrina, Gesù Cristo condanna come adulterio non solo l’infedeltà coniugale, ma che l’infedeltà religiosa, cioè la violazione del primo Comandamento. Chiamerà adultera la nazione ebrea, incredula, colpevole di non averlo riconosciuto e averlo rifiutato come Messia (Mt 12,32: Mc 8,38).

7) Finalmente Gesù propone il proprio ideale di castità collocato come prolungamento naturale del VI° Com. Non solo il desiderio di adulterio è proibito, ma ogni impurità generale e tutto ciò che è suscettibile di condurre ad essa come toccamenti, sguardi, (Mt 5, 29-30). L’ascesi cristiana ha anche lei la sua propria "chirurgia spirituale".

 

GESU’ INTERIORIZZA ED UNIFICA IL DECALOGO

Gesù interiorizza le esigenze morali della seconda tavola:

1) Mt 15, 6-8; 19-20: Gesù pospone l’impurità legale alla impurità morale.

2) Gesù unifica il decalogo, riassumendolo nel duplice comandamento.

3) Tra i Comandamenti ce n'è uno che è il "maggiore ed il primo di tutti" (Mc 12,28). Gesù però aggiunge una precisazione: il secondo è simile al primo. Tutte le  manifestazioni della volontà di Dio, dipendono da una prima manifestazione che è la maggiore. La molteplicità dei voleri di Dio è organizzata in un sistema coerente che culmina e si riassume in "un primo e maggiore comandamento".

L’originalità di Gesù non sta solamente nell'aver riannodato due testi dell’antico testamento, ma c’è di più. La novità sta nell’ aver dichiarato il comandamento dell’amore del prossimo "simile" a quello dell’amore di Dio. Senza essere strettamente uguale al primo (il prossimo non è Dio) lo è per similitudine, fino al punto da costituire insieme ad esso una categoria a parte.

4) Legando indissolubilmente e nell’interiore, i due Comandamenti, Gesù ha proclamato un comandamento principale unico, riferito ad un duplice oggetto: l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

- Mc 12,31: "non ci sono Comandamenti più grossi di questi"

- Mt 22,40: "ad essi si riferisce tutta la Legge e i Profeti".

5) In questo modo Gesù ha dato un privilegio all’amore verso il prossimo, dandogli la sua vera dimensione: deve essere fondata nell’amore di Dio. Ha dato il I° com. il suo vero senso: senza ridurlo all’amore per gli altri. I due comandamenti sono una stessa "agape".

 

NUOVA ALLEANZA E COMANDAMENTO

Mt 26, 27-28: "Sangue della nuova Alleanza". Gesù parla di un’Alleanza nuova che oppone alla prima. Dirà: "Mio Sangue" in opposizione al sangue delle vittime.

Es 24, 7-8: "Mosè prese il sangue, e dopo aver letto il Decalogo asperse il popolo dicendo: Questo è il sangue dell’Alleanza che Yahvè ha fatto con noi mediante queste clausole. Questa aspersione confermava il patto solenne con cui Israele si era impegnato ad osservare i comandamenti di Yahvè.

Gesù qui, si presenta come nuovo Mosè, Mediatore tra il Padre e il nuovo Israele. Ebr 9,22; Gv 15,13

La conclusione della Ia Alleanza si conclude con un banchetto di comunione (Es 24,9-11), così in Mt 26, 26-27.

L’antica alleanza comportava i Comandamenti da osservare. La nuova Alleanza precisa: "un comandamento nuovo".

 

 

CONCLUSIONI

1) Israele aveva riletto i Comandamenti cercando di rimanere fedele non tanto ad un’unica formulazione, ma al senso profondo di ogni comandamento: Assumendo, se necessario, nuove formulazioni.

2) Per Gesù e per gli evangelisti, il Decalogo è un documento perfettibile. Gesù infatti è l’ultima Parola del Padre (Ebr 1,2) venuto non per abolire ma per perfezione la Legge (Mt 5,17). Le dieci parole sono riunite, unificate nel Figlio, Parola Unica, viva, incarnata, che gli uomini devono ascoltare.

3) Il Decalogo è la Legge della CHiesa che è il Nuovo Israele: pertanto Deut 10, 10-13 è un passo parallelo a Mt 28, 19-20;

 

 

IL DECALOGO IN S. PAOLO

Israele non si era sentito obbligato a conservare intatta la formulazione del Decalogo. Lo aveva riformulato secondo le necessità e le circostanze. Gesù Cristo e gli Evangelisti seguono questa linea libera nella formulazione del Decalogo.

Paolo è Rabbino; conosce bene la Torah; nella sua predicazione e nelle sue lettere fa la mediazione culturale tra l'ebraismo e il Vengelo.

Esplicitamente Paolo cita solo la metà delle formule tradizionali del Decalogo. Ma se vogliamo conoscere il pensiero completo di S. Paolo nei confronti del Decalogo, è necessario prescindere dalle parole letterali dei precetti come noi li conosciamo, per rifarci al loro contenuto. Potremmo, così facendo, parlare di un modo specifico paolino di presentare il Dec., anzi potremmo perfino parlare di un "Decalogo Paolino".

Paolo è molto sobrio nel compilare le liste delle virtù; mentre è molto preciso nella compilazione svariata di liste di peccati nella situazione del gruppo a cui si rivolge. Le lettere che abbiamo non sono tutte le lettere di S. Paolo. Tali liste di peccati occupano nelle lettere un posto importante. E’ in queste liste che vengono descritte le violazioni del Decalogo, la loro malizia, le loro cause e le loro conseguenze. In queste liste di peccati predominano:

- l’idolatria (rapporto con Dio)

- i disordini sessuali (rapporti con se stessi)

- le mancanze contro la giustizia (rapporto con gli altri)

E quindi i comandamenti infranti sono quelli che hanno riferimento con i tre vizi.

 

Inoltre: le liste paoline di peccati, non sono solamente liste di peccati da evitare, ma sono segni "rivelatori" di uno stato interiore: cioè della situazione di chi ancora non si è spogliato dell’uomo vecchio che va corrompendosi. Le violazioni del Decalogo, costituiscono un’indicazione del fatto che uno non si è rinnovato in Cristo, né è morto e risorto con Lui.

 

 

S. PAOLO E IL I° COMANDAMENTO

TEMI RIASSUNTIVI Paolo= Rabbino (maestro) discepolo di Gamaliele

A) L’Idolatria pagana

Per Paolo l’idolatria caratterizza in qualche modo il paganesimo del suo tempo. E’ il peccato radicale, il principio e la fonte di ogni perversione ed in particolare dell’impurità dei vizi contro la natura (Rom 1,24). Per questo figura in testa di quasi tutte le liste di peccati paoline.

- l’idolatria indubbiamente, esercitava un’attrattiva che oggi non immaginiamo nemmeno. Atti 17, 16: Paolo sente indignazione. Rom 1, 23-25 riporta, parafrasati ed applicati a Roma i brani di Deut4, 15-18 e Sal 106, 19-20.

Per Paolo i pagani, anche senza la rivelazione mosaica, potevano conoscere il Signore. Rom. 2, 14 fa capire che l’adorazione dell’ unico Dio in quanto comanda dal I° com. è un dato della legge naturale "iscritta" nel cuore di tutti gli uomini.

Per la Chiesa nascente l’idolatria è, secondo Paolo, una delle tentazioni principali. Strappati dagli idoli, infatti, per volgersi a Dio, i neo convertiti erano continuamente ri-attratti dal culto degli idoli: gli idolatri non erediteranno il Regno di Dio. ( 1 Cor. 6, 9-10; 5, 9-11; 10, 7).

- Paolo afferma la verità ( il vuoto) degli idoli. Gli dei pagani e le loro immagini sono niente ( Rom. 2, 22; 1 Cor. 8, 4-7).

- Una forma molto sensibile di servire gli idoli è la partecipazione ai banchetti sacri. Alcuni non facevano difficoltà nel sedersi a mensa nei banchetti sacri. Paolo lo proibisce formalmente a causa del rischio di comunicazione con i demoni. Partecipare ad azioni di culto pagane è patteggiare con l’ idolatria. Non è la stessa cosa, invece, quando si mangia la carne sacrificata agli idoli in vendita sui mercati: Paolo in questo si appella a Es. 32, 6 (cfr. Cor 10, 7).

- D’altra parte questi banchetti pagani implicavano una Comunione con la divinità come avviene anche per la celebrazione cristiana dell’ Eucarestia. 1 Cor. 10, 21-22. La gelosia del Signore.

- Perfino gli Ebrei approfittavano dell’ idolatria ( Rom. 2, 22) mentre quanto era proibito già da Deut. 7, 25-26: prendendo parte ai furti sacrileghi, gli Ebrei scendevano a patti con l’ idolatria.

B) L’ immagine di Dio invisibile

In virtù di una legge innata l’uomo sperimenta la necessità di un segno concreto della presenza di Dio. Nell’A.T. Dio è un Dio nascosto ( Is. 45, 15). Da qui la tentazione d’ Israele di fabbricarsi contraffazioni del vero Dio, quali sono gli idoli, e servirli.

Con l’incarnazione viene tolto il velo. Gesù rivela agli uomini angustiati e desiderosi di un Dio che cammini davanti a loro ( Es. 32, 1) il volto umano di Dio. Per Paolo, Gesù è l’immagine del Dio invisibile (Col. 1, 15) perfetta e sostanziale, in cui si rivela pienamente il Padre.  

L’umanità di Gesù, scolpita non dalla mano dell’uomo,

ma dallo

Spirito Santo nel seno di Maria, è veramente "ICONA DI DIO"

( 2 Cor. 4, 4) l’unica immagine autentica, autorizzata. 

Incarnandosi, Gesù Cristo, libera definitivamente l’uomo dall’idolatria. Il desiderio di fabbricarsi idoli, di prosternarsi davanti ad essi e di servirli ( Es. 20, 4-5) viene sorpassato. D’ora in avanti, gli uomini non solo possono, ma devono inginocchiarsi davanti a Gesù Cristo, immagine perfetta del Padre per "servirlo" e coinvolgere in questo movimento di adorazione, la stessa creazione, affinché tutto "nel nome di Gesù, pieghi le ginocchia: nei cieli in terra e sottoterra, ed ogni lingua proclami che Gesù è il Signore per la gloria di Dio Padre" ( Fil. 2, 9-11).

 

 

C ) L’autogiustificazione

Un’altra violazione del I° Com. per Paolo è l’autogiustificazione.

Dopo l’esilio la legge era diventata lo strumento della pretesa religiosa e dell’autosufficienza dell’israelita che ricercava la propria sicurezza nella legge più che nello stesso Jahvè. Era una sicurezza presuntuosa, legata alla semplice conoscenza della legge, alla sua osservanza. Era una sicurezza farisaica: legata ad un’osservanza orgogliosa della legge.

Paolo condanna con energia questa duplice maniera di annullare una pratica del I° Comandamento. ( cfr. Rom. 2, 17-24; Rom. 3, 20-28; 1Cor. 1, 24-31).

Il rifiuto pratico di Dio si nasconde proprio dietro l’osservanza orgogliosa del decalogo. Ora per la salvezza è necessaria la fede in Gesù Cristo.

 

D) In Cristo Gesù

Per Paolo il I° Com. non è solamente teo-centrico, ma ha anche una dimensione cristo-centrica. (cfr. 1Cor. 8, 4-7).

La formula paolina in Cristo Gesù, difatti è la formulazione positiva del I° Com. (cfr. Gal. 2, 19-20). Il cristiano d’ora in poi è legato a Cristo.

L’apostasia pertanto, è il rifiutare Cristo. Ebr. 6, 6; 10, 2: apostata è colui che rifiuta il Figlio di Dio e non crede nel suo sacrificio.

 

PAOLO E IL SECONDO COMANDAMENTO

Il nome di Gesù

Anche dopo l’Ascensione del Signore, Paolo e gli altri apostoli utilizzano il sabato per predicare il vangelo ( Atti 13, 14; 16, 13; 18, 4; 17, 3).

Ma quasi subito a Gerusalemme, nacque la Domenica. All’ inizio la Domenica non sostituiva il sabato, ma era un complemento cristiano. Infatti i primi convertiti dal giudaismo seguitarono a mantenersi fedeli al riposo sabbatico, alle riunioni della sinagoga e alla preghiera al Tempio. Appena celebrata la chiusura del Sabato si riunivano per la celebrazione della cena del Signore: Atti 20, 7.

Man mano, però, vengono trasportate alla domenica determinate pratiche che i giudei celebravano il sabato, per es. l’elemosina ( iCor. 16, 1).

La fase definitiva ha inizio con l’ingresso di numerosi pagani nella Chiesa, per cui nasce l’interrogativo se essi avessero l’obbligo del Sabato come gli Ebrei. Paolo, applicando il principio della libertà cristiana in relazione alla legge culturale mosaica e del sabato afferma " da allora nessuno si arroghi il diritto di criticarli... in materia di feste o di sabati...questi erano un ombra... ma la realtà è il corpo di Cristo" ( 2,16). Ai Galati Paolo dice che la pratica del Sabato li affranca dall’antica schiavitù degli elementi ( Gal.4, 8-10). I Galati aderendo al giudaismo e alle sue leggi rituali, ricadrebbero sotto il potere degli elementi senza forza e senza valore. Gesù Cristo ci ha liberato dal presene carico delle molteplici pratiche rituali (Gal. 15, 1).

 

 

PAOLO E IL QUARTO COMANDAMENTO

In occasione di una parentesi sulla morale familiare, Paolo richiama esplicitamente il IV° Comandamento:

Ef. 6, 1-9 trilogia: genitori e figli

Col. 3, 15-41 servi

L’obbedienza dei figli ai genitori, è un elemento essenziale (anche se non unico), per un buon intendimento familiare; infatti gli sposi, da parte loro, sono responsabili della pace domestica, grazie in primo luogo ad una mutua intesa fra di loro ed esercitando l’autorità ispirandosi a quella parola "NEL SIGNORE": si tratta di un obbedienza esercitata dai cristiani, in seno alla famiglia, già unita nel Signore dai lacci del battesimo e della Carità. Perché obbedire ai genitori? In primo luogo perché questo "è giusto" (Ef. 6) è "bello davanti al Signore" (Col. 3, 20).

All’obbedienza è unita la promessa di Deut. 5, 16. Paolo però modifica "nella terra che Jahvè tuo Dio ti dà" con "nella terra": certamente la prima espressione ora sarebbe anacronistica. Ma Paolo fa questa promessa forse alludendo alla obbedienza come elemento di stabilità in seno alla famiglia.

Quando i figli si ribellano ai genitori vengono distrutti i legami familiari, viene minacciata l’unità e la piccola comunità non si troverà a suo agio e non avrà "lunga vita".

Ecco perché il quarto comandamento può, con verità esser considerato come il primo com. per i figli: sottomettendosi ai loro genitori è come se si sottomettessero a Dio.

Tra le depravazioni morali dei pagani (Rom.1, 30) c’è, come frutto, la "ribellione dei genitori". Confronta:

- 2 Tim. 3, 1-39: Idem

- 1 Tim. 1, 8-10: tale ribellione può portare al parrricidio.

- Per Paolo la sottomissione dei figli ai genitori altro non è che l’applicazione del principio formulato nell’epistola ai Romani: "ciascuno si sottometta all’autorità in esercizio, (Rom. 13, 1): precetto che ingloberà anche l’obbedienza dei cittadini all’autorità civili (Rom. 13, 6-7).

S. PAOLO E IL V° COMANDAMENTO

Gesù (Mt. 5, 21-24) aveva presentato il V° comandamento come un’esigenza della carità fraterna. Paolo fa altrettanto. In Rom. 13, 9 riassume il V° Com., nel comandamento dell’amore del prossimo.

 

S. PAOLO E IL VI° E VII° COMANDAMENTO

Paolo vede nell’adulterio prima di tutto un’ingiustizia: "nessuno in questa memoria, ferisca o danneggi il proprio fratello" (1 Tess. 4, 3-6).

Questo è un peccato di cui bisogna "rendere conto davanti al tribunale di Dio" ( 1Tess. 4, 6).

L’adulterio è anche una profanazione del proprio corpo ( 1 Cor. 6, 15-16).

E’ una mancanza contro la carità ( Rom. 13,9).

Tuttavia Paolo si preoccupa più di denunciare la fornicazione che l’adulterio. Nelle liste dei peccati, l’adulterio è citato solo una volta ( 1 Cor. 6, 9-10), mentre la fornicazione figura 10 volte (Fornicazione = unirsi a prostituta).

La fornicazione esercitava una grande attrazione fra i neoconvertiti, mettendo in serio pericolo l’unione del cristiano con Cristo secondo S. Paolo la malizia principale della fornicazione consiste nel fatto che il cristiano, il cui corpo appartiene al Signore, si unisce con una prostituta, facendosi una sola carne con essa. ( Questa falsa unione fondata nella passione, degrada e profana il Tempio dello Spirito Santo: qual’è appunto, il cristiano). Nella fornicazione viene trattata l’altra parte non come una persona umana, ma come uno strumento di piacere.

 

 

PAOLO E IL VII° COMANDAMENTO

Paolo considera il furto più nei suoi frutti che nelle sue radici. Lo mette in rapporto con la pigrizia, come una delle sue cause principali. Il lavoro ne è l’antidoto migliore.

Inserendo questa dottrina nel contesto cristiano, afferma che lavorare con le proprie mani e non rubare, è la dimostrazione che una persona si è spogliata dell’uomo vecchio e rivestita dell’uomo nuovo (Ef. 4, 22-24).

Rinunciare al furto costituisce un obbligo inerente alla identificazione con Gesù Cristo nel Battesimo (Ef. 4, 28).

Alcuni avevano preso l’abitudine di "vivere" spogliando gli altri del frutto del loro lavoro. Paolo non solo proibisce questa maniera di fare, ma impone ai cristiani una vita laboriosa e ne dà l’esempio (2 Tess. 3, 7-9; 1 Tess. 2, 9; 2 Cor. 4, 12; 2 Cor. 12 14).

Al precetto negativo di non rubare corrisponde il precetto positivo di lavorare.

A Tessalonica c’erano fanatici che aspettavano la fine del mondo e la Parusia ( PAROUSIA ). L’ ozio era considerato come un onore. Chi non lavora non mangi (2 Tess. 3, 11-15) (1 Tess. 4 11).

Paolo perciò riconosce nel lavoro una triplice utilità:

- previene il furto

- impedisce il parassitismo

- permette di esercitare la beneficenza.

Chi lavora, quindi, non solo non sta a carico degli altri, ma prende a suo carico le eventuali necessità degli altri.

Per Paolo la giustizia in tribunale (in particolare per quello che si riferisce al commercio) è un prolungamento del VII° Com., come un dovere conseguente alla giustificazione ricevuta dal cristiano nel Battesimo. Alcuni membri della Chiesa di Corinto avevano fatto ricorso ai tribunali civili. Per Paolo questo modo di fare racchiude in se una contraddizione. Ma c’è di più: non solo difendono i loro diritti davanti ai tribunali pagani, ma commettono tra di loro ingiustizie e spogliazioni: "siete proprio voi quelli che praticate l’ingiustizia e spogliate gli altri; e sono vostri fratelli" (1Cor. 6, 8-11).

L’avarizia (PLEONEKIA) è considerata da Paolo come la radice di tutte le forme d’ingiustizia: furti, rapine, frodi di ogni specie. L’ avarizia designa questa insaziabile avidità che accompagna quasi fatalmente il possesso delle ricchezze; consiste nel voler possedere sempre più, senza guardare i diritti degli altri.

Già Gesù aveva condannato l’avarizia come la radice di ogni male (Mc. 7, 22; Lc 12, 15). Per Paolo l’avarizia è tanto grave che si trova menzionata in quasi tutte le liste di peccati. E’ uno dei peccati che escludono dal Regno di Dio (1 Cor. 6, 10).

Paolo nei suoi 12 cataloghi di peccato mette sempre insieme questi tre vizi: avarizia, idolatria, fornicazione: sinonimi della fase pre-cristiana della vita.

Tali vizi si generano reciprocamente: Col. 3, 5; Ef 5, 4.

Per Paolo l’avarizia è il vizio " per eccellenza" della società pagana. Conduce a rinnegare il vero Dio e a servire Mammona (Mt. 6,24).

Il pagano si serve degli altri come strumenti per la propria utilità (vive senza AGAPE), mentre il Cristiano deve mettersi al servizio degli altri.

Paolo collega anche "avarizia e fornicazione" (Ef. 4, 19). Poiché l’avarizia è per natura un desiderio insaziabile, utilizza l’altro come strumento di profitto e passa facilmente ad impiegarlo come strumento di piacere. In questo senso l’avarizia porta alla fornicazione e all’orgia. La stessa idolatria era spesso occasione di orge (per es. con la prostituzione sacra).

Rom. 2, 21 e Rom. 13, 9 e molti altri testi nominano il VII° Com. con riferimento ai beni materiali. In 1 Tim. 1, 9 si fa menzione dei trafficanti di uomini dopo gli ingordi e prima dei mentitori: cioè come VII° Com.

Si tratta di rapimento e vendita di uomini liberi.

 

PAOLO E L’VIII° COMANDAMENTO (MENZOGNA)

Paolo non cita mai l’ottavo comandamento (Es. 20, 16). Tuttavia in 1 Tim. 1, 10 (che è come parafrasi del Decalogo) vengono nominati i menzogneri e gli spergiuri.

Come VIII° Com. Col. 3, 9 fa vedere che la menzogna è frutto dell’uomo vecchio. Idem anche in Ef. 4, 24-25.

 

PAOLO E IL X° COMANDAMENTO

Rom. 13, 9: "non desiderare": il verbo greco è EPITHUMEO = desiderio interiore: Rom. 7, 7: "nel desiderare" sono riuniti tutti i precetti del Signore. I peccatori sono essenzialmente "quelli che desiderano" (1 Cor. 10, 6).

- Rom. 13, 10.

+ 1 Cor. 13

- 2 Cor. 7,2; Rom. 13, 8-10 1 Ptr. 4 22

L’ alleanza nuova 2 Cor. 3, 3-4

 

LE LETTERE DI S. GIACOMO E IL DECALOGO (Hanel 131)

Giacomo fa un solo riferimento ai precetti della seconda tavola, quando parla dell’ "acceptio personarum" (2, 8-9).

 

IL DECALOGO DI S. GIOVANNI (Hamel 133)

I Sinottici ci riportano più l’insegnamento di Gesù;

S. Giovanni, si riferisce di più alla Persona di Cristo. In Gv. Gesù parla spesso in prima persona:

"Io sono" "Io sono il pane di vita" (Gv. 6, 35); "Io sono la porta dell’ovile" (10, 7-9); "Io sono la luce del mondo" (8, 2); "Io sono il Buon Pastore" (10, 11-14); "Io sono la risurrezione e la vita" (11, 25); "Io sono la via, la verità, la vita" (14, 6).

Sono espressioni da ricordare in numerosi passaggi dell’ A.T., soprattutto nell’Esodo, in cui Jahvè rivelava se stesso e manifestava la sua volontà, e manifestano la missione di Gesù.

La relazione tra la persona e la Legge Antica, e soprattutto il Decalogo, si illuminano con una nuova luce. Nel quarto Vangelo, i 10 Com. si compiono, si riassumono e si unificano in questa ultima Parola del Padre: Parola viva, incarnata, che gli uomini devono ascoltare: "La Legge fu data a Mosè, ma la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo." (Gv. 1, 17): "L’inviato da Dio pronuncia le parole di Dio" (Gv. 3, 34). Nella persona di Cristo, la legge cessa di essere un codice anonimo, e prende un volto concreto: quello dell’amore. Le affermazioni di Gesù riguardo a se stesso, attraverso cui proclama la sua eguaglianza con Dio, come Rivelatore e Signore, possono considerarsi come la conclusione giovannea del prologo storico del Decalogo:

"Io sono Jahvè, tuo Dio". Fanno da fondamento a Gesù di mettere gli uomini davanti alla loro opzione decisiva e dare loro i suoi comandamenti.

Poiché Gesù fa la sua volontà di Padre, i Comandamenti di Dio si sono convertiti nei suoi comandamenti.

 

GIOVANNI

E IL COMANDAMENTO FONDAMENTALE

Se nel 4° Vangelo l’Antica Legge è sostituita da Gesù C., quale sarà la formula giovannea del I° Com.?

- Credere in Cristo, ricevere la Sua parola e rimanere in essa.

- Seguirlo: Gv 8, 12; 10, 6; 12, 26; 1, 43 (parallelo a deut 6, 14; 13, 5;

5, 33)

- Amarlo (Deut. 11, 1-22); Gv 14, 2; 14, 15; 14, 23; 15, 10.

 

 

CONCEZIONE GIOVANNEA DI "COMANDAMENTO"

Se mi amate osservate i miei comandamenti (Gv 14, 15).

Cosa significa qui comandamento? In Deut. 26, 17-18; 30, 6-10: l’osservanza dei comandamenti si presenta come "prova di amore".

Scaturisce dall’amore come dalla sua sorgente naturale (Deut. 11, 11-22). In Gv. il Comandamento è un’opera da realizzare in seno alla storia della salvezza da compiere nel nome di Gesù C.; più che un ordine o un precetto: Quindi il Com.in Gv. ha un carattere generale: senza scendere quasi mai a prescrizioni particolari.

Accanto a formulazioni tipicamente giovannee del primo com., troviamo che il precetto dell’amore fraterno riassume i comandamenti della seconda tavola (Gv. 15, 12-13; 13, 4). E’ un comandamento nuovo perché l’origine e il modello sono nuovi: GESU’ CRISTO (15, 9).

I comandamenti nella prima lettera di Giovanni

Giovanni risponde a certe eresie gravi per la fede cristiana

a) Insegnavano che per chi possiede la conoscenza di Dio il peccato

non ha importanza. Giovanni esorta a compiere fedelmente i doveri morali collegati con la fede cristiana. Anzi: i Com. di Dio sono nominati 14 volte: I comandamenti di I GV; sono manifestazioni del dinamismo proprio della nuova vita dei figli di Dio.

b) La conoscenza di Dio e la perfetta comunione con Lui non possono

coesistere con la violazione dei sui comandamenti (I Gv. 2, 3-6).

c) L’amore fraterno è principio di discernimento della via della luce (2,

10-11; 3, 11-15)

d) Fede in Cristo e amore fraterno: sintesi del Decalogo (3, 23-24) e

verifica (4, 20-21 cfr. Gv. 13, 35).

 

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