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Il Secondo Comandamento: Non nominare il nome di Dio invano PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   

aquila-reale.jpg Es. 20,7

"Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano."

Per capirne il senso è necessario capire il significato che il "nome" aveva presso il popolo ebraico.
1) E' abbastanza conosciuta l'importanza che l'antico oriente dava al nome. Il nome non è un semplice "flatus vocis" o una designazione convenzionale.

- E' parte integrante di chi lo porta
- Ne esprime il ruolo nell'universo
- lo distingue
- lo caratterizza
- chi non ha nome, non esiste (Eccl. 6,10)

La persona si manifesta in maniera misteriosa attraverso il proprio nome. Il nome, per gli orientali è un doppione della persona stessa: lì dov'è il nome, c'è anche la persona.


2) Chi conosce il nome di una persona ha una specie di potere sopra di essa. Per questo molti uomini primitivi celavano il proprio nome (per es. i cronisti delle Indie). Chi possedeva il nome, possedeva anche la persona designata da quel nome.

3) Da questa credenza nel potere del nome, si intuisce l'importanza che il nome rivestiva in materia id culto. Il nome divino appariva come carico della presenza attiva della divinità. E' questo il motivo per cui il nome della divinità svolgeva un ruolo tanto importante nella magia, nella superstizione e negli esorcismi. (Esistono nella letteratura orientale antica, molte testimonianze di testi magici).
L'orientale si sentiva circondato da oscuri poteri divini, per esempio le forse della nautra, che era necessario identificare per renderseli propizii. Per cui era importante conoscere il nome della divinità.
Sulla bocca di un orientale, tali nomi avevano un valore dinamico. Grazie a formule magiche (in cui c'erano inseriti i nomi delle divinità) si pensava di poter captare (piegandolo a proprio vantaggio) il potere della stessa divinità: costringendola a porsi a servizio degli uomini.

4) Invece Dio, aveva rivelato il proprio nome a Mosè (Es. 13,3) e, attraverso Mosè a tutto Israele.
- Spontaneamente, liberamente
- Consegnando il suo nome Jahvè aveva consegnato se stesso
- Nell'antico T. il nome di Jahvè si presenta come un doppione di se stesso. Nel Deut. c'è tutta una teologia del nome di Jahvè.
- Deut. 12,5;14,24: Jahvè fa si che il nome abiti nel tempio che è luogo che egli ha scelto "per collocare in esso il suo nome ed abitarvi", quasi come una presenza personale. Dio è presente in mezzo a Israele mediante la Parola e mediante che abita nel santuario: "Tu abiti in mezzo a noi, e il tuo nome viene invocato su di noi" (Ger 14,9). Per questo il nome di Dio occupa un posto tanto centrale nella vita culturale e religiosa d'Israele. L'Israelita, prega, giura, benedice, maledice e combatte nel nome di Yahvè, cioè pronunciando e invocando il suo nome. Chiunque invoca il nome di Yahvè, sa che può contare con il suo soccorso. Attraverso il suo nome Yahvè si fa presente e difensore (Es. 20-24). I Salmi insistono su valore salvifico del nome di Jahvè: "O Dio salvami, per il tuo nome" (Sal 54,3) "Egli mi guida per retto cammino per amore del suo nome" (Sal 23,3) "Per il tuo nome, perdona Jahvè, i miei peccati fa che viva per la tua giustizia" (Sal 23,11; 143, 11);
"Tu sei in mezzo a noi, Signore, e noi siamo chiamati con il tuo: non abbandonarci Signore nostro Dio" (Ger 14,9)


5) Il nome di Dio, per questo motivo aveva nel culto d'Israele, lo stesso ruolo che le immagini, avevano in altre religioni. Jahvè voleva stare in mezzo al suo popolo mediante il suo Nome. Israele si era raggruppato e riunito intorno al nome di Jahvè. Invocando il nome divino, Israele, aveva accesso al cuore del suo Dio e rimaneva fedele alla sua Alleanza. Rivelato per l'onore di Jahvè e per la salvezza del popolo, questo nome era la sua più grossa responsabilità. Il nome divino era il sostitutivo di Dio: Santo come Jahvè stesso era Santo; apparteneva al dominio del culto e non poteva associarsi nella vita di ogni giorno agli usi profani. Doveva essere venerato, onorato, santificato mai profanato, mai "pronunciato falsamente" (a vuoto).
Ogni uso abusivo, non culturale o profano, del nome di Jahvè, è pertanto formalmente proibito dal secondo comandamento "Non pronunzierai il nome di Jahvè invano, infatti Jahvè non lascia impunito chi pronuncia invano il suo nome" (Es. 20,7).
Israele, cioè, non possedeva il nome di Jahvè in qualità di proprietario, ma di testimone.


6) Dal punto di vista dell'uso magico che si faceva del nome delle divinità nelle religioni che lo circondavano, Israele poteva associare i nome di Jahvè ad usi superstiziosi. Mentre Jahvè rimane sovranamente libero Israele non può usare magicamente il nome divino, nè pretendere di fissare le condizioni a Jahvè, la cui libertà rimane intatta: "Farò passare davanti a te tutto i mio splendore, e pronuncerò davanti a te, il Nome di Jahvè. Ho compassione di chi ho compassione e ho pietà di chi mi pare". (Es. 33,10) In questo modo, qualunque uso magico o superstizioso del nome di Jahvè, veniva proibito dal secondo com.


7) Infine il II° com. proibiva di giurare il falso, poiché ogni giuramento si faceva nel nome di Jahvè, (Lev. 19,12).

 
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