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| Catechismo Tridentino prefazione e parte prima |
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| Scritto da Administrator | |
| mercoledì 11 giugno 2008 | |
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PREFAZIONE L'uomo lasciato alle sole sue forze non è in grado di acquistare la vera sapienza e di trovare i mezzi sicuri per conseguire la beatitudine 1 La capacità dell'anima e dell'intelligenza umana è tale che, pur avendo questa potuto da se stessa investigare e conoscere, con molta fatica e diligenza, non poche cose riguardanti le verità divine, tuttavia con il solo lume naturale non è mai arrivata a conoscere e ad apprendere la maggior parte dei mezzi con cui si acquista la salvezza eterna, scopo principale per cui l'uomo è stato creato e formato a immagine e somiglianza di Dio. "Poiché", come insegna l'Apostolo, "dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità" (Rm 1,20). Invece "il mistero tenuto nascosto fin dai secoli remoti e per tante generazioni", ossia il mistero di Cristo, supera talmente l'intelligenza umana che, se non fosse stato rivelato ai santi, ai quali Dio volle mostrare le ricchezze della sua gloria in mezzo alle genti, nessuno avrebbe potuto aspirare a tale sapienza con qualsiasi sforzo umano. L'origine dell'eccelso dono della fede2 Poiché la fede nasce dall'ascoltare, è evidente la perenne necessità dell'opera e del ministero di maestri autorizzati, per conseguire la salvezza eterna. Ecco perché fu detto: "Come ascolteranno, se non c'è chi predica? E come possono predicare, se non ne hanno la missione?" (Rm 10,14.15). Perciò, fin dall'origine del mondo. Dio, che è pieno di clemenza e di benignità, non ha mai mancato di provvedere ai suoi eletti; ma "più volte e in molte maniere per mezzo dei profeti parlò agli antichi padri" (Eb 1,2), mostrando loro, secondo l'opportunità dei tempi, la via sicura e retta per la beatitudine celeste. L'intervento di Cristo, degli Apostoli e dei loro successoriDio però, avendo promesso "un maestro di giustizia per illuminare le genti" (Gl 2,23), che avrebbe portato la sua salvezza "fino agli estremi confini della terra" (Is 49,6), "negli ultimi tempi ha parlato a noi nella persona del Figlio" (Eb 1,2) e "ha comandato con una voce venuta dal cielo nella gloriosa trasfigurazione" (2 Pt 1,17) che tutti obbediscano ai suoi comandi. A sua volta il Figlio "destinò alcuni a essere Apostoli, altri costituì pastori e dottori" (Ef 4,14), perché annunciassero la parola di vita, per evitare che noi "fossimo sballottati da ogni vento di dottrina"; ben fermi invece sul fondamento della fede, "fossimo compaginati nell'edificio di Dio per opera dello Spirito Santo" (Ef 2,22). Accoglienza per la parola dei pastori della ChiesaPer evitare poi che qualcuno ricevesse la parola di Dio dai ministri della Chiesa come parola umana, bensì l'accogliesse qual è realmente, come parola di Cristo, il nostro Salvatore medesimo stabilì di conferire al loro magistero tanta autorità da affermare: "Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me" (Le 10,16). E questo non intese riferirlo solo ai presenti cui si rivolgeva, ma a tutti quelli che per legittima successione avrebbero ricevuto l'ufficio d'insegnare, perché promise di assisterli sino alla fine del mondo (Mt 28,20). Necessità della loro predicazione ai nostri giorni3 Questa predicazione della parola di Dio, pur non dovendosi mai interrompere nella Chiesa, certamente deve essere promossa con più impegno e pietà ai nostri giorni; affinché i fedeli vengano nutriti e confortati dal pascolo vitale di un insegnamento sano e incorrotto. Infatti oggi sono sorti nel mondo dei falsi profeti, di cui il Signore aveva detto: "Non li mandavo come profeti ed essi correvano; non parlavo loro, ed essi profetavano" (Ger 23,21), per pervertire gli animi dei cristiani "con dottrine varie e peregrine" (Eb 13,9). E la loro empietà, addestrata a tutte le arti di Satana, sembra che non trovi più limiti. E se non ci potessimo appoggiare alla stupenda promessa del Salvatore, il quale affermò di aver dato alla sua Chiesa un fondamento così solido che le porte dell'inferno non avrebbero mai potuto prevalere contro di essa (Mt 16,18), ci sarebbe da temere che ai nostri giorni la Chiesa, assediata da ogni parte, assalita e combattuta da tante macchinazioni, fosse sul punto di crollare. Per tacere di intere, nobilissime province, che un tempo erano attaccate con pietà e santità alla vera e cattolica religione ricevuta dai loro maggiori, mentre adesso, abbandonata la retta via, affermano di praticare in modo eccellente la pietà allontanandosi totalmente dalla dottrina dei loro padri: non esiste una regione così remota, né un luogo così ben custodito, né un angolo del mondo cristiano, dove tale peste non abbia tentato d'infiltrarsi. I catechismi degli ereticiColoro poi che si sono proposti di pervertire le menti dei fedeli, avendo capito che in nessun modo era possibile raggiungere tutti con la parola viva, per infondere nelle orecchie i loro discorsi avvelenati, tentarono di riuscire a spargere gli errori dell'empietà con un altro mezzo. Infatti, oltre ai grossi volumi con i quali hanno tentato di scalzare la fede cattolica (e da cui forse non è difficile guardarsi, perché contengono apertamente l'eresia), hanno anche scritto un numero quasi infinito di libretti che, con un'apparenza di pietà, sono in grado di ingannare in modo incredibilmente facile gli animi incauti dei semplici. II proposito catechistico del Concilio Tridentino4 Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, con il vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male così grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le chiese da parte di coloro cui spetta l'ufficio di legittimi pastori e insegnanti. Il catechismo voluto dal Concilio e quelli già esistentiE' vero che non pochi si sono già distinti per pietà e dottrina in questo genere di componimenti, tuttavia i Padri conciliari ritennero che sarebbe stata della massima importanza la pubblicazione di un libro, munito dell'autorità del Concilio, dal quale i parroci e tutti gli altri cui spetta il compito di insegnare potessero attingere e divulgare norme sicure per l'edificazione dei fedeli. Cosicché, come "uno è il Signore e unica la fede" (Ef 4,5), così fosse unica la regola comune nel trasmettere la fede e nell'insegnare al popolo cristiano i doveri della pietà. Limiti del nostro CatechismoEssendo però assai numerose le cose riguardanti la professione della religione cristiana, nessuno pensi che il Concilio si sia proposto di comprendere e di spiegare appieno, in un solo libro, tutti i dogmi della fede cristiana: cosa che son soliti fare coloro i quali insegnano l'origine e la dottrina di tutta la religione. Questa infatti sarebbe stata un'impresa lunghissima e poco adatta allo scopo suddetto. Ma volendo istruire parroci e sacerdoti in cura d'anime, si è pensato di limitare l'esposizione alla conoscenza di quelle cose che sono maggiormente necessarie al compito pastorale e più proporzionate alla comprensione dei fedeli. Perciò vengono proposti qui soltanto quei punti di dottrina che possono aiutare lo zelo e la pietà dei pastori non troppo versati nelle dispute teologiche. Principi orientativi fondamentali dell'azione pastorale5 Stando così le cose, prima di esporre i singoli trattati che ricapitolano questa dottrina, lo scopo fissato esige l'illustrazione di quei pochi fondamentali principi che i pastori d'anime devono sempre considerare e tenere principalmente presenti. Affinché, dunque, i pastori d'anime indirizzino tutte le loro deliberazioni, fatiche e industrie al debito fine e possano facilmente conseguirlo, la prima cosa da ricordare sempre è la seguente: che tutta la scienza del cristiano si ricapitola in quel programma, stabilito dalle parole del Salvatore: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3). Perciò l'impegno principale di quanti insegnano nella Chiesa sarà quello di suscitare nei fedeli il desiderio di conoscere "Gesù Cristo e questo crocifisso" (1 Cor 2,2) e far sì che si persuadano bene e credano con intima pietà e devozione, che "non è stato dato agli uomini altro nome sotto il cielo, nel quale sia possibile salvarsi" (At 4,12), essendo egli la vittima di propiziazione per i nostri peccati (1 Gv 2,2). Siccome però "noi possiamo sapere di conoscerlo, dal fatto che ne osserviamo i comandamenti" (1 Gv 2,3), è strettamente legato al principio suddetto che s'insegni ai fedeli a trascorrere la propria vita non già nell'ozio e nell'ignavia; che anzi "noi dobbiamo camminare come lui ha camminato" (1 Gv 2,6), ed esercitarci con impegno nella giustizia, nella pietà, nella fede, nella carità e nella mansuetudine. Infatti "egli offrì se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità e per rendere il suo popolo mondo e applicato alle opere buone" (Tt 2,14), opere che l'Apostolo comanda ai pastori di illustrare e di raccomandare. D'altra parte, avendo il Signore e Salvatore nostro affermato e dimostrato con il suo stesso esempio come tutta la Legge e i profeti si riducano alla carità (Mt 22,40) e avendo poi l'Apostolo confermato che la carità è il fine dei precetti e la pienezza della legge (Rm 13,10), nessuno può dubitare che l'intento principale da perseguire con ogni diligenza sia quello di sollecitare il popolo dei credenti ad amare l'immensa bontà di Dio verso di noi; cosicché, infervorato da un ardore divino, venga rapito da quel Bene perfettissimo, aderendo al quale potrà godere la vera felicità colui che sarà in grado di ripetere con il profeta: "Che cosa vi è in cielo per me? E all'infuori di te, che cosa io bramo sulla terra?" (Sal 72,25). In realtà è questa la via più sublime che l'Apostolo additava, quando indirizzava tutta la somma della sua dottrina e del suo insegnamento alla carità, la quale non verrà mai meno (1 Cor 13,8). In tal modo, qualunque cosa venga proposta, da credere, da sperare, o da compiere, in essa deve sempre essere raccomandata la carità del Signore nostro, cosicché ognuno capisca che tutte le opere della perfetta virtù cristiana non hanno altra origine e non hanno altro scopo all'infuori di questo amore soprannaturale. L'obbligo di adattarsi alla capacità di ciascuno6 Se poi è vero che nell'impartire qualsiasi insegnamento ha grande importanza la maniera d'insegnare, questa è da ritenere addirittura grandissima nell'istruire il popolo cristiano. Va infatti tenuto conto dell'età, dell'intelligenza, delle abitudini e della condizione degli ascoltatori, in modo che l'insegnante si faccia tutto a tutti, per guadagnare tutti a Cristo (1 Cor 9,19-22) e, rendendosi ministro e dispensatore fedele (1 Cor 4,1.2), sia degno, quale "servo buono e fedele", di ricevere dal Signore autorità su molto (Mt 25,23). Egli deve persuadersi che a lui sono affidati non soltanto uomini di una data categoria, da istruire su particolari norme e con una determinata formula, ma che egli deve formare alla pietà tutti i fedeli. E siccome alcuni di essi sono "come bambini appena nati" (1 Pt 2,2), altri cominciano a crescere in Cristo, mentre ce ne sono di quelli che hanno raggiunto l'età matura, è necessario considerare con diligenza chi ha bisogno del latte e chi del cibo solido, per offrire a ciascuno quell'alimento di dottrina che ne assicuri la crescita spirituale, "fino a che arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,13). L'Apostolo indicò tale dovere a tutti coloro che sono chiamati a questo ministero, dichiarando se stesso "debitore dei greci e dei barbari, dei sapienti e degli ignoranti" (Rm 1,14), per far comprendere che nell'esporre i misteri della fede e i precetti della vita bisogna adattare l'insegnamento alla comprensione e all'intelligenza degli ascoltatori; affinché nel fornire di cibo spirituale quelli che sono più preparati, non si lascino morire di fame i più piccoli, che inutilmente chiedono il pane perché non c'è chi possa loro spezzarlo (Lam 4,4). Nessuno poi deve trascurare l'insegnamento per il fatto che talora bisogna istruire gli ascoltatori su dei precetti che sembrano meno importanti e che per lo più vengono trattati non senza molestia da coloro che si occupano e si deliziano di argomenti più sublimi. Se infatti l'eterna sapienza del Padre discese sulla terra per trasmetterci i precetti dell'eterna vita nell'umiltà della nostra carne, chi sarà colui che non si sentirà costretto dalla carità di Cristo a diventare bambino in mezzo ai suoi fratelli e, simile a una nutrice che allatta i suoi figlioli, non bramerà la salvezza del prossimo con tale ardore da dare per essi, come scriveva di se stesso l'Apostolo (1 Ts 2,7s), non solo il Vangelo di Dio, ma anche la propria vita? La dottrina della fede è racchiusa nella Scrittura e nella Tradizione, nonché nel Credo, nei Sacramenti, nel Decalogo e nell'Orazione domenicale 7 Ogni sorta di dottrina che deve essere insegnata ai fedeli è contenuta nella parola di Dio, distribuita nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. Perciò i pastori d'anime si esercitino giorno e notte nella meditazione di queste due cose, ricordando l'ammonimento di san Paolo a Timoteo: "Dedicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento" (1 Tm 4,13). "Tutta la Scrittura, infatti, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona" (2 Tm 3,16s). 8 Data però la molteplicità e varietà delle verità così trasmesse, al punto che risulta difficile comprenderle e, una volta comprese, non è facile ricordarle in modo da averle pronte quando capita l'occasione d'insegnarle, con grande saggezza i nostri maggiori ricapitolarono tutto il succo di questa dottrina salutare in quattro formule distinte, che sono: il Simbolo apostolico, i sette sacramenti, il Decalogo e l'Orazione domenicale o Padre nostro. Infatti tutto quello che a norma della fede cristiana si deve ritenere e conoscere su Dio, sulla creazione e il governo del mondo, sulla redenzione del genere umano, sulla ricompensa dei buoni e sulla punizione dei malvagi, è contenuto nell'insegnamento del Simbolo. Quelli che costituiscono i segni e gli strumenti per procurarci la divina grazia sono racchiusi nell'insegnamento relativo ai sette sacramenti. Quanto poi si riferisce alle Leggi, il cui fine è la carità, si trova descritto nel Decalogo. Finalmente tutto quello che gli uomini possono salutarmente desiderare, sperare e chiedere, è racchiuso nella Preghiera del Signore. Ecco perché spiegando queste quattro formule, che costituiscono come i punti comuni di riferimento della Sacra Scrittura, non rimane quasi più niente da insegnare circa le cose che il cristiano è tenuto a imparare e a desiderare. Suggerimenti ai parroci per unire alla spiegazione del Vangelo quella del CatechismoRiteniamo quindi opportuno avvertire i parroci che ogni qualvolta essi son chiamati a spiegare un passo del Vangelo o qualsiasi brano della Sacra Scrittura, la materia di quel testo, qualunque esso sia, ricade sotto una delle quattro formule riassuntive suddette e a quella essi dovranno ricorrere per trovarvi la fonte della spiegazione richiesta. Nel caso, per esempio, che si debba spiegare il Vangelo della prima domenica d'Avvento: "Ci saranno segni nel sole, nella luna..." (Lc 21,25), quanto si riferisce a tale argomento si troverà in quell'articolo del Simbolo: "Verrà a giudicare i vivi e i morti". E così, valendosi della spiegazione di quell'articolo, il pastore d'anime insegnerà insieme il Credo e il Vangelo. Perciò in ogni suo impegno d'insegnamento e d'interpretazione prenderà l'abitudine di riferire ogni cosa a quei quattro generi di argomenti, ai quali fanno capo, come abbiamo detto, tutti gli sforzi e gli insegnamenti della Sacra Scrittura. Nell'insegnare, poi, ognuno terrà quell'ordine che sembrerà più adatto alle condizioni della persona e del tempo. Noi però, seguendo l'autorità dei santi Padri, che nell'iniziazione cristiana dei neofiti cominciavano dalla dottrina della fede, abbiamo giudicato opportuno mettere al primo posto quanto si riferisce alla fede. PARTE PRIMA LA FEDE E IL SUO SIMBOLO
Definizione della fede9 Le Sacre Scritture attribuiscono al termine fede molti significati: noi ne parliamo come di una disposizione, in forza della quale prestiamo assenso completo alle verità divinamente manifestate. Che una tale fede sia necessaria al conseguimento della salvezza, nessuno potrà porlo seriamente in dubbio, specialmente ricordando quanto è scritto: "Senza la fede è impossibile piacere a Dio" (Eb 11,6). Essendo infatti la meta proposta all'uomo per la sua beatitudine troppo sublime per poter essere raggiunta dalla capacità della ragione umana, era necessario riceverne conoscenza da Dio. Ora questa conoscenza è appunto la fede e la sua efficacia fa sì che riteniamo per certo quanto l'autorità della Chiesa nostra madre addita come rivelato da Dio. In nessun fedele infatti può nascere dubbio intorno a verità di cui Dio, verità per essenza, è garante. Cosi appare chiara la differenza che corre tra questa fede, prestata a Dio, e quella riposta negli scrittori della storia umana. Essa varia notevolmente per estensione, intensità, dignità. È detto infatti nelle Sacre Scritture: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (Mt 14,31) e altrove: "grande è la tua fede" (Mt 15,28) e ancora: "Accresci la nostra fede" (Lc 17,5); infine: "la fede senza le opere è una fede morta" (Gc 2,20) e "la fede... opera attraverso la carità" (Gal 5,6). Tuttavia la fede è sempre genericamente la stessa e ai molteplici suoi gradi conviene la medesima natura e il significato della definizione. Quanto poi essa sia fruttifera e quanto beneficio ne ricaviamo, sarà spiegato nel commento dei singoli articoli. Il Simbolo della fede10 I cristiani devono dunque conoscere in primo luogo le verità che, animati dallo Spirito divino, i santi Apostoli, maestri e dottori della fede, distribuirono nei dodici articoli del Simbolo. Avendo infatti essi ricevuto dal Signore l'ordine di andare, quali suoi ambasciatori (2 Cor 5,20), nel mondo intero, ad annunciare il Vangelo a ogni creatura (Mc 16,15), decisero di redigere una formula della fede cristiana, che permettesse a tutti l'unanimità del sentimento e della professione e rimuovesse ogni possibilità di scisma tra i chiamati all'unità della fede, perfezionandoli nell'unità di spirito e di credenza (1 Cor 1,10).1 E, dopo averla composta, gli Apostoli chiamarono questa professione di fede e di speranza cristiana "Simbolo"; sia perché risultante dalle varie sentenze messe dai singoli in comune, sia perché di essa avrebbero potuto servirsi, quasi di sigillo e di parola d'ordine, per distinguere facilmente i disertori e gli intrusi, falsi fratelli (Gal 2,4) intenti ad adulterare l'Evangelo (2 Cor 2,17), da coloro che si erano arruolati sinceramente nella milizia di Cristo. Divisione del Simbolo11 Tra le molte verità proposte dalla religione cristiana ai fedeli, a tutte e singole le quali occorre prestare sicuro e incrollabile assenso, la prima ed essenziale, quasi fondamento e ricapitolazione di tutta la verità, è quella che Dio medesimo ci insegnò intorno all'unità dell'essenza divina e alla distinzione delle tre Persone, nonché alle azioni, che in singolar modo a ciascuna di esse sono attribuite. Il parroco mostrerà come la dottrina riguardante tale mistero sia compendiata nel Simbolo degli Apostoli. Come già notarono i nostri Padri, che studiarono con pietà e amore l'argomento, esso appare distribuito in tré parti principali. Nella prima è studiata la prima Persona della natura divina e l'opera mirabile della creazione; nella seconda, la seconda Persona e insieme il mistero dell'umana redenzione; nella terza infine la terza Persona, principio e sorgente della nostra santità; il tutto condensato in molteplici e opportune sentenze. Queste, secondo una consuetudine dai nostri Padri frequentemente seguita, son chiamate "articoli". In realtà, come le membra del corpo sono distinte mediante articolazioni, cosi in questa confessione di fede è rettamente e lucidamente chiamato articolo ogni inciso che, per se stesso e indipendentemente dal conseguente, vuole il nostro assenso.
Articolo 1 IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA Significato dell'articolo12 Ecco il senso racchiuso in queste parole: ritengo con certezza e riconosco senza ombra di dubbio che v'è un Dio Padre, cioè la prima Persona della Trinità, il quale nella onnipotente sua virtù trasse dal nulla il cielo, la terra e quanto è contenuto nell'ambito del cielo e della terra; egli regge e governa tutto il creato. Ne solamente credo con il cuore in lui e lo confesso con le labbra, ma aspiro a lui con il fervore e l'amore più intensi, come al sommo e perfettissimo bene. Questa, in breve, una prima delucidazione dell'articolo. Ma poiché quasi ogni suo vocabolo nasconde sublimi misteri, occorre che il parroco vi consacri attentissima considerazione, affinché il popolo fedele ascenda, pavido e tremante, a contemplare la gloria della maestà divina entro i limiti stabiliti da Dio.
Valore e significato della parola "Credo" nel dominio della fede cristiana13 IO CREDO. Qui il verbo "credere" non significa reputare, stimare, opinare, bensì, secondo l'insegnamento della Sacra Scrittura, significa il sicurissimo assenso, in virtù del quale l'intelligenza aderisce, con fermezza e tenacia, a Dio che rivela i propri misteri. Perciò chi crede (nel senso qui inteso) possiede indubbia e nettissima convinzione di qualcosa. Né si pensi che la conoscenza insita nella fede sia meno sicura, per il fatto che le realtà proposteci a credere sono invisibili; perché se la luce divina che ce le fa percepire non le fa raggiare nell'evidenza, non permette tuttavia che ne dubitiamo. Il medesimo Dio che comandò alla luce di scaturire dalle tenebre, quello stesso rifulse nei nostri cuori (2 Cor 4,6), perché il Vangelo non fosse velato per noi, come lo è per coloro che periscono (ibid. 4,3). Ne consegue che chi possiede simile celeste conoscenza data dalla fede è immune da ogni vana curiosità di ricerca. Infatti Dio, comandandoci di credere, non ci volle intenti a scrutare i divini giudizi, il loro piano, la loro causa, ma impose quella fede inalterabile che da all'anima il riposo nella conoscenza della verità eterna. Ora, se l'Apostolo proclama che Dio solo è veritiero, mentre tutti gli uomini mentiscono (Rm 3,4), e se noi normalmente reputiamo segno di impudente arroganza non prestar credito a un uomo che, fornito di saggezza e gravita, ci comunichi qualcosa e pretendere che comprovi con ragioni e testimoni il suo asserto, di quale temeraria stoltezza non si renderà reo chi, ascoltando la parola di Dio, oserà chiedere le ragioni della celeste salutare dottrina? Perciò la fede deve bandire non solo ogni parvenza di dubbio, ma anche ogni velleità di dimostrazione.
Necessità dell'atto esterno di fede14 II parroco non mancherà inoltre di insegnare a colui che dice "Io credo" che, oltre a esprimere così l'assenso intimo del proprio spirito, in cui si compendia l'atto interno della fede, deve con la massima sollecitudine manifestare pubblicamente, con esplicita professione di fede, quanto porta chiuso nel cuore. Nei fedeli deve aleggiare quello spirito che spingeva il Profeta a esclamare: "Ho creduto e per questo ho parlato" (Sal 115,11). Essi devono imitare gli Apostoli, che rispondevano alle autorità del popolo: "Non possiamo tacere quanto abbiamo visto e udito" (At 4,20); memori della bella frase di san Paolo: "Io non arrossisco del Vangelo, che è la virtù di Dio per la salvezza di tutti i credenti" (Rm 1,16) e di quell'altra, in cui è la diretta conferma della sentenza qui illustrata: "Crediamo con il cuore per essere giustificati; confessiamo con le labbra per essere salvati" (Rm 10,10).
Conoscenza di Dio per mezzo della fede15 IN Dio. Già di qui c'è dato di apprezzare la dignità e l'eccellenza della sapienza cristiana e con ciò il debito contratto verso la divina bontà, potendo noi rapidamente salire, quasi attraverso i gradini della fede, alla conoscenza della più nobile e desiderabile realtà. Qui appunto risiede una delle grandi differenze tra la filosofia cristiana e la sapienza di questo mondo. Mentre questa, guidata semplicemente dal lume di natura, muovendo adagio adagio dagli effetti e da tutto ciò che è percepito dai sensi, riesce solo dopo diuturni sforzi a contemplare a malapena le realtà invisibili di Dio, a riconoscerlo e comprenderlo quale prima Causa e Autore di tutto il creato; quella invece affina talmente la penetrazione dello spirito umano, che esso può innalzarsi al cielo senza fatica. Illuminato dallo splendore divino, scorge dapprima l'eterna fonte stessa della luce e poi quanto giace al disotto di essa. Perciò a noi è dato di constatare con la più intensa letizia spirituale come veramente, secondo la parola del principe degli Apostoli, siamo chiamati dal fondo delle tenebre a una luce mirabile (1 Pt 2,9) e possiamo trasalire di ineffabile gioia nella nostra fede (ibid. 1,8). A ragione dunque i fedeli proclamano anzitutto di credere in Dio, la maestà del quale, con Geremia, definiamo incomprensibile (Ger 32,19). Egli dimora, come dice l'Apostolo, in uno splendore inaccessibile, che nessuno vide o può vedere (1 Tm 6,16). Parlando a Mosè disse Dio stesso: "Nessuno mi vedrà e sopravviverà" (Es 33,20). Infatti, per arrivare a Dio, vertice del sublime, l'intelligenza nostra deve essere del tutto astratta dai sensi; il che non è concesso alle facoltà naturali in questa vita.
La conoscenza razionale di Dio16 Tuttavia Dio, secondo la sentenza dell'Apostolo, non mancò di dare di sé testimonianza, beneficandoci, inviando dal cielo le piogge e le stagioni fruttifere, ricolmando di nutrimento e di gioia le creature umane (At 14,16). Così ai sapienti fu evitato di concepire intorno a Dio nozioni indegne e concesso di eliminare dal suo concetto ogni elemento corporeo, materiale, composito. Essi inoltre collocarono in Dio la pienezza di tutti i beni, la fonte perenne e inesauribile di bontà e di misericordia, da cui rifluisce su tutte le realtà e nature create ogni bene e ogni perfezione. Lo chiamarono sapiente, autore e tutore della verità, giusto, benefico: con tutti quei nomi, insomma, in cui è espressa la suprema e assoluta perfezione; sostennero poi che la sua immensa e infinita virtù riempie ogni luogo e raggiunge ogni estremo. Tutto ciò traspare molto più nettamente dalle Sacre Scritture, come mostrano, per esempio, i passi seguenti: "Dio è spirito" (Gv 4,24); "Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto" (Mt 5,48); "Tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi" (Eb 4,13); "O profondità dei tesori della sapienza e della scienza divina!" (Rm 11,33); "Dio è veritiero" (Rm 3,4); " Io sono la via, la verità, la vita" (Gv 14,6); "La tua destra è ricolma di giustizia" (Sai 47,11); "Tu apri la tua mano ed empi di benedizione ogni essere che respira" (Sai 144,16); "Dove mi rifugerò per evitare il tuo spirito e il tuo volto? Se salgo al cielo, ivi tu sei: se scenderò nell'inferno, sei presente; se all'alba prenderò le mie ali e mi lancerò verso i confini del mare, tu sei lì" (Sal 138,7-9); "II Signore dice: non riempio io forse il cielo e la terra?" (Ger 23,24).
La conoscenza di Dio mediante la fede è superiore alla conoscenza razionale17 Sono grandi in verità e insigni queste nozioni, che circa la natura di Dio, in armonia con l'autorità della Sacra Scrittura, i filosofi trassero dalla contemplazione del creato. Eppure anche qui scopriremo la necessità di una dottrina rivelata, se riflettiamo che la fede, come abbiamo detto, non solo fa sì che le verità scoperte dai sapienti dopo paziente studio brillino d'un tratto e senza sforzo anche agli ignoranti, ma che la loro conoscenza, conseguita attraverso la pedagogia della fede, penetri nei nostri intelletti in modo infinitamente più sicuro e immune da errori di quel che si verificherebbe se l'avessero raggiunte mediante i ragionamenti della scienza umana. Però quanto non è da reputarsi più nobile quella conoscenza della divinità che non è indistintamente data a tutti dallo spettacolo della natura, ma particolarmente fu irraggiata nei credenti dal lume della fede? Orbene, questa è condensata in quegli articoli del Simbolo che ci manifestano l'unità dell'essenza divina e la distinzione delle tre Persone e ci additano Dio come ultimo fine dell'uomo, da cui dobbiamo attenderci la celestiale ed eterna beatitudine, come apprendemmo da san Paolo: "Dio è rimuneratore di chi lo cerca" (Eb 11,6). Di qual valore sia tutto ciò e come trascenda i beni, ai quali la conoscenza avrebbe potuto aspirare da sola (1 Cor 2,9), già molto prima dell'Apostolo lo aveva spiegato Isaia: "Dall'origine dei secoli, al di fuori di te, o Signore, non fu inteso da orecchio o percepito da occhio umano quanto tu hai preparato a coloro che ti amano" (Is 64,4).
Unità di Dio18 Da quanto abbiamo esposto risulta che dobbiamo anche confessare l'esistenza di un solo Dio, non di più dei. Attribuendo infatti a Dio la suprema bontà e perfezione, è inconcepibile che l'infinito e l'assoluto si riscontrino in più d'un soggetto. E se a uno poi manca qualcosa per toccare la perfezione assoluta, con ciò stesso è imperfetto, né può convenirgli la natura divina. Molti passi scritturali confermano simili deduzioni. È scritto infatti: "Ascolta, Israele: il Signore Dio nostro è Dio unico" (Dt 6,4). Ed è comando di Dio: "Non avrai altro Dio, fuori che me" (Es 20,3). Dio inoltre spesso ammonisce per mezzo del Profeta: "Io sono il primo e l'ultimo; nessun Dio fuori di me" (Is 41,4; 44,6). E apertamente assicura l'Apostolo: "Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo" (Ef 4,5). Né ci sorprenda il fatto che talora la Sacra Scrittura attribuisce l'appellativo Dio anche a nature create. Chiamando infatti talora dei i profeti e i giudici non rispecchia i preconcetti dei gentili, che empiamente e stoltamente si raffigurarono molteplici divinità, ma, secondo il parlare usuale, vollero esprimere qualche esimia loro virtù o qualche speciale funzione a essi da Dio affidata. In conclusione la fede cristiana crede e professa un Dio solo, nella natura, nella sostanza, nell'essenza, come il Simbolo del Concilio Niceno, per rassodare tale verità, ha spiegato. Né basta: elevandosi più in alto, la fede intende l'unità in modo tale da venerare l'unità nella trinità e la trinità nell'unità. Di questo mistero, che segue appunto nel Simbolo, dobbiamo ora trattare.
Dio, Padre di tutte le cose per creazione, Padre in modo peculiare dei cristiani per adozione19 PADRE. Poiché il vocabolo di "Padre" è attribuito a Dio per molteplici ragioni, dovremo anzitutto spiegare quale sia il significato più proprio di questa parola. Già alcuni di coloro le cui tenebre non erano state dissipate dal sole della fede avevano compreso essere Dio la sostanza eterna, da cui il mondo aveva ricevuto l'essere e dalla cui provvidenza è governato e conservato nella sua ordinata disposizione. Presa dunque la similitudine dalle realtà umane, poiché chi propaga l'essere in una famiglia e ne vigila le sorti con il consiglio e l'autorità è chiamato padre, furono indotti a chiamare Padre quel Dio che riconoscevano artefice e moderatore di tutte le cose. Anche le Sacre Scritture ricorsero al medesimo appellativo, quando, parlando di Dio, vollero mostrare come a Dio si dovessero attribuire la creazione, il potere e la mirabile provvidenza nell'universo. Vi leggiamo infatti: "Non è lo stesso Padre tuo che ti ha posseduto, ti ha fatto, ti ha creato?" (Dt 32,6). E altrove: "Non è forse uno solo il Padre di tutti noi? Uno solo il nostro Creatore?" (Mi 2,10). Ben più spesso e quasi con peculiare proprietà, soprattutto nei libri del Nuovo Testamento, Dio è chiamato Padre dei cristiani, poiché questi non ricevettero, nel timore, lo spirito di schiavitù, bensì lo spirito di adozione, quali figli di Dio, che li autorizza a invocare: "Abbà, Padre" (Rm 8,15). Il Padre infatti ci usò tale amore, che in verità possiamo essere nominati e in realtà siamo figli di Dio (1 Gv 3,1). Se poi figli, anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo, primogenito tra innumerevoli fratelli (Rm 8,17.29), che non arrossisce nel chiamarci tali (Eb 2,11). Sicché a buon diritto i fedeli professano la loro fede in Dio loro padre, sia che si consideri la relazione generica nascente dalla creazione e dalla provvidenza, sia che si tenga conto del singolare vincolo della spirituale adozione.
Il valore del nome Padre nella Divinità20 Oltre le nozioni testé spiegate, il parroco mostrerà a quali più sublimi misteri l'intelletto debba innalzarsi nell'ascoltare l'appellativo di Padre. Gli oracoli divini infatti cominciano, con il vocabolo di "Padre", a farci intravedere quanto si nasconde più misteriosamente in quella luce inaccessibile, che è dimora di Dio e che la ragione e l'intelletto dell'uomo mai avrebbero potuto da sé, non dico raggiungere, ma neppure sospettare. Poiché quel nome dimostra che nell'unica essenza divina dobbiamo riconoscere non già una sola Persona, bensì una distinzione di Persone. Tre di fatto sono le Persone nell'unica Divinità: quella del Padre, da nessuno generato; del Figlio, generato dal Padre anteriormente a tutti i secoli; dello Spirito Santo, pur dall'eternità procedente dal Padre e dal Figliolo. Nell'unica sostanza divina il Padre è la prima Persona che, con il Figlio unigenito e con lo Spirito Santo, forma un solo Dio, un solo Signore, non già nella singolarità di un'unica Persona, bensì nella trinità di un'unica sostanza.
Le tre Persone divine sono distinte per le loro rispettive proprietà21 Non essendo permesso concepire tra queste tre Persone alcuna differenza o ineguaglianza, dovranno intendersi distinte solamente in virtù delle loro proprietà; per cui il Padre è non generato, il Figlio è generato dal Padre, lo Spirito Santo procede da entrambi. E professeremo fra le tre Persone una tale identità di essenza e di sostanza, che nella confessione completa di un Dio vero ed eterno riterremo dover adorare, piamente e santamente, nelle Persone la proprietà, nell'essenza l'unità, nella trinità l'uguaglianza. Sicché quando diciamo che la Persona del Padre è la prima, non bisogna pensare che nella trinità sussista una differenza come se una fosse anteriore o posteriore, maggiore o minore. Lo spirito dei fedeli sia immune da una tale empietà: la religione cristiana proclama nelle tre Persone l'identica eternità e la stessa maestà di gloria. Noi affermiamo senza esitazione che il Padre è veramente la prima Persona, perché è principio senza principio; e poiché ciò che la contrassegna è la proprietà di Padre, a essa sola conviene l'aver generato dall'eternità il Figlio. Infatti pronunciamo insieme in questo articolo i nomi di "Dio" e di "Padre", per ricordare costantemente che Dio è stato sempre Padre.
Non occorre istituire intorno alla Trinità troppo sottile ricerca22 Siccome in nessun altro campo vi è tanto pericolo nell'indagine e tanta possibilità di errori gravissimi come nel presentare e spiegare questa sublime e difficilissima verità, il parroco insegnerà doversi scrupolosamente ritenere i vocaboli propri di essenza e di persona, con i quali viene formulato il mistero, ricordando ai fedeli come l'unità è nell'essenza, la distinzione nelle Persone. Dopo ciò, non è affatto necessario inoltrarsi in analisi più minute, memori della sentenza biblica: "Chi vuole scandagliare la maestà, sarà sopraffatto dalla gloria" (Prv 25,27). Deve apparire sufficiente il fatto che quanto per fede riteniamo certo e indiscusso lo apprendemmo da Dio, gli oracoli del quale vogliono l'assenso, se non si è irreparabilmente folli e miserabili. Egli ha detto infatti: "Andate a istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). E altrove: "Tre sono i testimoni nel cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; e i tre costituiscono una sola sostanza" (1 Gv 5,7). Tuttavia colui il quale crede per divina grazia a tali verità preghi assiduamente e scongiuri Dio Padre, che dal nulla trasse l'universo, tutto disponendo dolcemente (Sap 8,1), che ci concesse la capacità di divenire figli di Dio (Gv 1,12) e all'umana intelligenza discoprì il mistero trinitario. Preghi, dico, affinché accolto un giorno nei tabernacoli eterni (Lc 16,9), sia degno di scorgere questa meravigliosa fecondità di Dio Padre, che, intuendo e comprendendo se stesso, genera un Figlio, pari e uguale a se stesso; di contemplare come l'identico Amore di carità dei due, che è lo Spirito Santo, procedente dal Padre e dal Figliolo, stringe reciprocamente, con eterno e indissolubile vincolo, il Genitore e il Generato; come infine si attui cosi, nella divina Trinità, l'unità di essenza e la perfetta distinzione delle tre Persone.
L'onnipotenza di Dio23 ONNIPOTENTE. Le Sacre Scritture vogliono spiegare con molti nomi la perfezione sovrana e l'infinita grandezza di Dio, per mostrare con quale rispetto e pietà debba venerarsi l'adorabile maestà sua. Ma il pastore insegnerà anzitutto che l'onnipotenza è il qualificativo preferito. Dio stesso dice di sé: "Io, Dio onnipotente" (Gn 17,1). E Giacobbe, inviando i figli a Giuseppe, li accomiata con l'augurio: "II mio Dio onnipotente ve lo renda placabile" (Gn 43,14). Nell'Apocalisse infine è scritto: "Dio, Signore onnipotente, che è, che era e che verrà" (Ap 1,8); e ancora: "II gran giorno si chiama il giorno di Dio onnipotente" (ibid. 16,14). Talora il medesimo concetto è espresso con più parole, come appare dai passi seguenti: "Niente è impossibile avanti a Dio" (Lc 1,37); "La mano di Dio è forse impotente?" (Nm 11,23); "II potere ti spetta, quando tu voglia" (Sap 12,18) e simili. È evidente che le varie espressioni adombrano il medesimo contenuto: l'onnipotenza. Questo attributo sta a significare che nulla possono l'intelligenza e la fantasia raffigurarsi, che Dio non possa compiere. Egli ha la virtù di compiere non solamente effetti che, per quanto grandissimi, rientrano in qualche modo nell'ambito della nostra comprensione, come ridurre il tutto nel nulla o produrre all'istante molteplici mondi, ma anche gesta infinitamente più grandiose, superiori a ogni immaginazione dello spirito umano. Pur tutto potendo, Dio non può però mentire, ingannare, essere ingannato, peccare, perire, ignorare qualcosa; tutti attributi di esseri, le cui operazioni sono imperfette. Appunto perché l'operazione di Dio è sempre perfettissima, diciamo che non può compiere quelle azioni, le quali sono indizio di debolezza, non già di una somma e infinita potenza operativa, quale egli possiede. In conclusione noi crediamo Dio onnipotente, rimuovendo da lui con ogni cura tutto ciò che sia difforme e contrario alla perfezione suprema della sua essenza.
Necessità e utilità della fede nell'onnipotenza di Dio24 II parroco mostrerà con quanta sapienza nel Simbolo sia stato proposto alla nostra fede quest'unico attributo di Dio, tralasciati gli altri che gli convengono. In realtà, proclamando Dio onnipotente, implicitamente veniamo a riconoscerlo onnisciente, dominatore e signore dell'universo. Inoltre, se riteniamo per certo che egli può fare tutto, ne segue che riconosceremo in lui tutte quelle altre perfezioni, mancando le quali ci riuscirebbe incomprensibile l'esercizio della onnipotenza. Infine nulla meglio della persuasione che Dio tutto può fare potrebbe corroborare in noi i sentimenti di fede e di speranza. La ragione, guadagnata la nozione dell'onnipotenza divina, aderirà senza ombra di esitazione a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto insigne e mirabile, per quanto superiore alle leggi e all'ordine di natura. Anzi riterrà tanto più agevolmente doversi prestar fede, quanto più sublimi sono le manifestazioni degli oracoli divini. Così, sul terreno delle sante speranze, l'animo sarà sbigottito dalla grandezza della meta agognata, ma trarrà coraggio e fiducia dal pensiero frequente che nulla è impossibile all'onnipotenza di Dio. Di questa fede dovremo in particolar modo premunirci quando ci accingiamo a compiere qualcosa di notevole per il vantaggio del prossimo, o quando con le preghiere desideriamo impetrare qualcosa da Dio. Per il primo caso lo stesso Signore ci ammaestrò quando, rimproverando agli Apostoli la loro incredulità, esclamò: "Se avrete fede quanto un granello di senapa, direte a questo monte: passa di là; e passerà e niente vi sarà impossibile" (Mt 17,20). Per il secondo, abbiamo la testimonianza di san Giacomo: "Chi chiede, chieda con fede, senza esitare; chi esita, è simile all'onda del mare, spinta in ogni lato dal vento e non s'illuda di ottener qualcosa da Dio" (Gc 1,6.7). Tale fede del resto ci procura parecchi altri importanti vantaggi: ci educa anzitutto alla modestia e all'umiltà dello spirito, come suggerisce il principe degli Apostoli: "Umiliatevi sotto la potente mano di Dio" (1 Pt 5,6). In secondo luogo ci insegna a non tremare, poiché null'altro v'è da temere se non Dio solo, che tiene in suo potere noi e tutte le nostre cose. Ammonisce infatti il Salvatore: "Io vi additerò chi dobbiate temere: temete colui che, dopo avervi tolta la vita, ha potere di mandarvi all'inferno" (Lc 12,5). Infine ci aiuta a riconoscere e a celebrare i benefici immensi che Dio ci ha elargito; poiché chi riconosce Dio onnipotente, non può avere ingratitudine sì nera da non gridare spessissimo: "Grandi cose ha fatto per me colui che è potente" (Lc 1,49).
L'onnipotenza è principalmente attribuita al Padre25 Dal fatto che in questo articolo chiamiamo onnipotente il Padre, nessuno sia tratto erroneamente a pensare che tale attributo a lui convenga, senza essere parimenti comune al Figlio e allo Spirito Santo. Poiché come diciamo Dio il Padre, Dio il Figlio, Dio lo Spirito Santo, pur non riconoscendo tré dei, bensì un solo Dio, così pure confessiamo l'onnipotenza del Padre, del Figlio e dello Spirito, senza riconoscere tre onnipotenti, ma un solo onnipotente. Tuttavia al Padre più particolarmente riserviamo tal nome, perché fonte di qualsiasi origine; come in particolare si attribuisce al Figlio, eterno Verbo del Padre, la sapienza, e allo Spirito Santo, Amore di entrambi, la bontà; quantunque questi e simili attributi appartengano, secondo la regola della fede cattolica, solidalmente a tutte e tre le Persone.
26 CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA. Quanto ora diremo per spiegare la creazione dell'universo, mostrerà come sia necessario istruire in antecedenza i fedeli circa l'onnipotenza di Dio. Non avendo infatti lasciato alcun dubbio sulla potenza sconfinata del Creatore, è così agevolata la fede nel prodigio di sì grande opera. Dio non ha formato il mondo da una materia preesistente, ma lo creò dal nulla, non costretto dalla violenza o dalla necessità, ma di propria spontanea volontà. L'unica causa che lo spinse all'atto creativo fu il desiderio di espandere la sua bontà sulle cose create. La natura di Dio infatti, beatissima in sé, non ha bisogno di nulla, secondo le parole di David: "Io ho detto al Signore: tu sei il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni" (Sal 15,2). Ma come, indotto dalla sua sola bontà, ha compiuto tutto ciò che ha voluto, così gettando le basi dell'universo non si è uniformato a un esemplare o a un disegno esistente fuori di lui. Infatti se la sua intelligenza racchiude in se stessa i prototipi di tutte le cose, il sovrano Artefice, contemplandoli in sé e quasi imitandoli, creò all'inizio le realtà dell'universo, con la sapienza e potenza infinita che gli sono proprie. Egli parlò e le cose furono; comandò e vennero create (Sal 32,9). Nei termini poi cielo e terra occorre intendere tutto quanto essi contengono. Ai cieli infatti, che il Profeta chiamò opera delle sue dita (Sal 8,4), Dio aggiunse il luminoso ornamento del sole, della luna, delle rimanenti stelle e, affinché servissero a distinguere le stagioni, i giorni, gli anni, dispose il corso sicuro e costante dei globi celesti, in modo che nulla appaia più mobile del loro orbitare perpetuo, nulla più certo del loro movimento.
Creazione degli angeli27 Dio inoltre trasse dal nulla il mondo spirituale e gli angeli innumerevoli, perché gli fossero ministri assidui, arricchendoli poi con i doni della sua ineffabile grazia e del suo alto potere. Le parole infatti della Sacra Scrittura: "II diavolo non perseverò nel vero" (Gv 8,44), dimostrano nettamente come esso e gli altri angeli apostati avevano dalla loro origine ricevuto la grazia. Dice in proposito sant'Agostino: "Dio creò gli angeli dotati di retta volontà, vale a dire animati da un casto amore, che a lui li avvinceva, dando loro l'essere ed elargendo insieme la grazia. Possiamo perciò ritenere che gli angeli santi non furono mai sprovvisti di rettitudine nella volontà, cioè dell'amor di Dio" (sant'Agostino, De civit. Dei, 12, 9, 2). Riguardo alla loro scienza, abbiamo la dichiarazione dei Libri sacri: "Ma tu, mio signore, sei sapiente, come è sapiente l'angelo di Dio, sì che tutto conosci sulla terra" (2 Re 14,20). Infine il santo re David attribuisce loro la potenza, dichiarando potenti gli angeli per intima virtù ed esecutori dell'ordine divino (Sal 102,20). Anzi le Sacre Scritture li chiamano spesso forze ed eserciti del Signore. Purtroppo, sebbene tutti arricchiti di tali doni celesti, molti, avendo ripudiato Dio loro padre e creatore, furono espulsi dalle sublimi sedi e chiusi nel carcere oscurissimo della terra, dove pagano eternamente la pena della loro superbia. Di essi parla san Pietro: "Dio non ha risparmiato gli angeli peccatori, ma li ha precipitati nell'inferno, abbandonandoli agli abissi delle tenebre, dove li mantiene per il Giudizio" (2 Pt 2,4).
Creazione dei viventi28 Dio inoltre con la sua parola volle che la terra, ben fondata sulla sua stabilità, avesse posto nella parte centrale del mondo; e fece si che le montagne si innalzassero e le valli si aprissero nei punti designati (Sal 103,8.9). E perché l'acqua non la sommergesse, fissò il confine oltre il quale mai si spingesse l'inondazione. Quindi vi spiegò sopra una magnifica veste di alberi, di erbe, di fiori e, come antecedentemente aveva popolato l'acqua e l'aria di innumerevoli specie di animali, cosi fece per la terra. Creazione dell'uomo29 Infine Dio trasse dal fango l'uomo, organizzandolo corporalmente in modo tale da divenire suscettibile, non per forza di natura, ma per beneficio divino, di immortalità e d'impassibilità. Creò poi la sua anima a immagine e similitudine propria, dotandolo di libero arbitrio e temperando in lui gli istinti e gli appetiti in modo che mai potessero sopraffare il dominio della ragione. Aggiunse il meraviglioso dono della giustizia originale e volle che l'uomo comandasse a tutti gli ammali. Tutto ciò del resto potrà essere attinto agevolmente dai parroci, per l'istruzione dei fedeli, dalla storia sacra del Genesi. Ecco così spiegato quel che deve intendersi nell'inciso relativo alla creazione del cielo e della terra. Il profeta aveva già tutto brevemente riassunto con le parole: "Tuoi sono, o Signore, i cieli e la terra; tu hai fondato il globo terracqueo e quanto lo riempie" (Sal 88,12). Molto più sinteticamente si espressero i Padri del Concilio Niceno, introducendo nel Simbolo due soli vocaboli: "le cose visibili e le invisibili". Tutto ciò, infatti, che è compreso nell'universo e riconosciamo creato da Dio, o cade sotto la percezione dei nostri sensi ed è detto visibile, o può essere percepito solamente dalla nostra ragione e intelligenza, ed è chiamato invisibile.
La divina Provvidenza30 Non dobbiamo però concepire la nostra fede in Dio, creatore e autore di tutte le cose, in modo da supporre che queste, compiutasi l'opera creativa, possano sussistere indipendentemente dalla sua potenza infinita. Come tutto, per assurgere all'esistenza, fu suscitato dalla saggia e buona onnipotenza del Creatore, così tutto ripiomberebbe istantaneamente nel nulla, se l'eterna sua Provvidenza non assistesse il creato e non lo conservasse con la medesima virtù che gli diede l'essere. Lo attesta la Sacra Scrittura: "Che cosa potrebbe sussistere, se tu non lo volessi? E se non fosse ognora sorretto da te, che cosa potrebbe conservarsi?" (Sap 11,26). Dio non solamente tutela e regge l'universo con la sua Provvidenza, ma spinge con intima efficacia al movimento e all'azione tutto ciò che si muove e opera nel mondo, non già sopprimendo l'efficienza delle cause seconde, bensì prevenendola. La sua efficacia misteriosa raggiunge le singole realtà e, secondo la parola della Sapienza, opera con potenza da un'estremità all'altra (del mondo) e tutto governa soavemente (Sap 8,1). Annunciando agli Ateniesi quel Dio che essi adoravano senza conoscerlo, l'Apostolo esclamava: "Egli non è lontano da ciascuno di noi, poiché in lui abbiamo la vita, il movimento e l'essere" (At 17,27.28).
L'atto creativo è comune alla santissima Trinità31 E basti per quanto riguarda la spiegazione del primo articolo. Aggiungeremo tuttavia che l'opera della creazione è comune a tutte le Persone della santa e indivisa Trinità. Poiché, mentre in questo articolo del Simbolo degli Apostoli confessiamo Dio Padre, creatore del cielo e della terra, nelle Sante Scritture leggiamo del Figlio: "Tutto è stato fatto per suo mezzo" (Gv 1,3) e dello Spirito Santo: "Lo Spirito del Signore aleggiava sulle acque" (Gn 1,2); e altrove: "Nel Verbo del Signore i cieli sono stati resi stabili e dallo Spirito della sua bocca è profluito ogni loro pregio" (Sal 32,6).
Articolo 2 E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIOLO, NOSTRO SIGNORE
Utilità dell'articolo 32 Quanto mirabile e ricco vantaggio si sia riversato su tutto il genere umano dalla fede e dalla confessione di questo articolo lo mostrano da una parte la testimonianza di san Giovanni: "Chi professerà che Gesù è Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio" (1 Gv 4,15); dall'altra quell'attestato di beatitudine, elargito da nostro Signore al principe degli Apostoli: "Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non te l'ha rivelato la carne e il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli" (Mt 16,17). Qui sta il fondamento più saldo della nostra salvezza e redenzione. Ma per intenderne appieno le ripercussioni benefiche, occorre insistere specialmente sulla perdita di quel felicissimo stato, in cui Dio aveva collocato i primi rappresentanti del genere umano. Curi perciò il parroco che i fedeli vengano a conoscere la causa delle nostre misere condizioni.
La caduta dell'uomo33 Adamo mancò all'obbedienza verso Dio con il trasgredirne il comando: "Mangerai i frutti di qualsiasi albero del paradiso, ma non toccherai quelli dell'albero della scienza del bene e del male, poiché il giorno in cui li toccherai ne morrai" (Gn 2,16.17). Cadde perciò in tanta disgrazia da perdere senz'altro la santità e la giustizia in cui era stato posto e da subire tutti quegli altri malanni che il Concilio Tridentino spiegò ampiamente (sess. 5, can. 1, 2; sess. 6, can. 1). Ricorderanno i pastori che il peccato e la sua pena non sono rimasti circoscritti al solo Adamo, ma da lui, seme e causa, si sono naturalmente propagati a tutta la posterità. Necessità della fede nel Redentore34 Risollevare il genere umano precipitato dall'altissimo grado di dignità, ricondurlo al suo primiero stato, non era impresa proporzionata alle forze degli uomini o degli angeli. L'unico rimedio possibile alla rovina e ai mali era che l'infinita virtù del Figlio di Dio, assunta la fragilità della nostra carne, cancellasse l'infinita malizia del peccato e a Dio ci riconciliasse a prezzo del suo sangue. Credere e professare il mistero della redenzione è e fu sempre per gli uomini necessario al conseguimento della salvezza; per questo Dio l'annunzio fin dall'inizio. Cosi, nell'atto stesso di condanna, scagliato sull'uman genere subito dopo il peccato, fu indicata la speranza della redenzione nelle parole con cui preannunziò al demonio la sconfitta, a cui l'avrebbe costretto con la liberazione degli uomini: "Porrò inimicizia fra te e la donna, tra il tuo e il suo seme; essa ti schiaccerà il capo e tu insidierai il suo tallone" (Gn 3,15). Più tardi confermò ripetute volte la medesima promessa, manifestando il proprio disegno in una maniera più esplicita, soprattutto a coloro cui volle dar prova di singolare benevolenza. Tale mistero fu spesso accennato, fra gli altri, al patriarca Abramo e in modo apertissimo quando egli, docile ai comandi di Dio, stette per immolare l'unico suo figlio Isacco. Disse infatti: "Poiché hai fatto ciò, non risparmiando il tuo unigenito, ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e l'arena innumerevole sulla sponda del mare. Possederà essa le porte dei tuoi nemici; nel seme tuo saranno benedette tutte le genti della terra, perché obbedisti alla mia voce" (Gn 22,16-18), dalle quali parole era naturale ricavare che dalla progenie di Abramo sarebbe uscito colui che doveva donare la salvezza a tutti gli affrancati dal giogo immane di Satana. Ora il liberatore non poteva essere altri che il Figlio di Dio, uscito dalla progenie di Abramo, secondo la carne. Poco più tardi, perché il ricordo della promessa fosse conservato, il Signore strinse il medesimo patto con Giacobbe, nipote di Abramo. Nel sogno gli apparve infatti una scala poggiata sulla terra e toccante con l'apice i cieli, e sulla scala vide gli angeli di Dio scendere e salire, come narra la Scrittura. E udì il Signore, dal sommo della scala, dirgli: "Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, il Dio di Isacco; darò la terra su cui dormi a te e alla tua posterità, numerosa come la polvere della terra. Ti propagherai a oriente e a occidente, a settentrione e a mezzogiorno; saranno benedette in te e nella tua semenza tutte le tribù della terra" (Gn 28,12-14). Dio non ristette poi dal rinnovare la promessa, suscitando il senso dell'attesa tra i discendenti di Abramo e tra molti altri ancora. Anzi, bene organizzatasi la società e la religione dei Giudei, essa divenne anche più nota in mezzo al popolo. Molte furono le figure e molte le profezie delle grandi cose buone che il salvatore e redentore nostro Cristo ci avrebbe arrecato. In particolare i Profeti, il cui spirito era illuminato da luce celeste, apertamente, quasi vi fossero presenti, preannunziarono al popolo la nascita del Figlio di Dio, le opere ammirabili che, fatto uomo, avrebbe compiuto, la sua dottrina, i costumi, la sua vita, la morte, la risurrezione e tutti gli altri suoi misteri. Sicché, se prescindiamo dalla diversità, che è tra futuro e passato, vediamo che nessuna divergenza sussiste tra le predizioni dei profeti e la predicazione degli Apostoli, tra la fede dei vecchi Patriarchi e la nostra. Spieghiamo ora tutte le parti di questo articolo.
Il nome di Gesù, imposto per divino comando, è ben appropriato al Redentore35 IN GESÙ CRISTO. Gesù, che significa "salvatore", è il nome proprio di colui che è Dio e uomo. Non gli fu imposto a caso o per volontà e decisione umana, bensì per decisione e comando di Dio. Infatti l'angelo annunciò alla madre di lui. Maria: "Ecco, concepirai nel seno e partorirai un figlio, al quale porrai nome Gesù" (Le 1,31). E più tardi non solo comandò a Giuseppe, sposo della Vergine, di chiamare il bambino con quel nome, ma ne addusse anche la ragione, dicendo: "Giuseppe, figlio di David, non esitare a prender Maria in tua consorte; poiché quel ch'è nato in lei, è da Spirito Santo. Partorirà un figliolo, cui porrai nome Gesù; perché egli libererà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,20-21). Molti personaggi veramente portano nella Sacra Scrittura questo nome: per esempio il figlio di Nave, che successe a Mosè e, cosa a questo negata, introdusse nella terra promessa il popolo liberato da lui dall'Egitto; e il figlio del gran sacerdote losedech. Ma con quanta maggiore verità non troviamo noi che esso conviene al nostro Salvatore. Egli infatti conferì la luce, la libertà, la salvezza non a un popolo, ma all'umanità di tutti i tempi; umanità non già oppressa dalla fame o dal dominio egiziano o babilonese, bensì sperduta nell'ombra della morte, gemente nei durissimi ceppi del peccato e del diavolo; guadagnò per lei il diritto ereditario al regno celeste e la riconciliò con Dio Padre. In quei personaggi dobbiamo scorgere raffigurato Cristo Signore, dal quale il genere umano fu ricolmato dei doni mentovati. Tutti i nomi del resto, che furono preannunziati come riferiti, per disposizione divina, al Figlio di Dio, si riassumono in quest'unico nome di Gesù; poiché mentre essi esprimono, ciascuno sotto un parziale punto di vista, la salvezza che egli ci doveva impartire, questo abbraccia l'efficacia e la ragione della universale salvezza umana.
Gesù Cristo re, sacerdote, profeta36 Al nome di Gesù è stato accoppiato quello di Cristo, che significa "Unto" ed è titolo di onore e di ministero, riservato però non a uno solo, ma a diversi uffici, perché gli antichi Padri chiamavano cristi i sacerdoti e i re che Dio aveva comandato di ungere, in vista della dignità del loro ufficio. In realtà i sacerdoti sono coloro che raccomandano a Dio, con l'assidua preghiera, il popolo, offrono a Dio sacrifici, implorano per la gente. Ai re poi è affidato il governo dei popoli; a essi spetta soprattutto tutelare il prestigio delle leggi e la vita degli innocenti, vendicare l'audacia dei perversi. Ora poiché tali funzioni sembrano rispecchiare sulla terra la maestà di Dio, era naturale che i candidati all'ufficio sacerdotale o regale fossero unti con unguento. Fu anche antica consuetudine ungere i Profeti, interpreti di Dio immortale, araldi fra gli uomini dei celesti segreti, esortatori efficaci alla correzione dei costumi, per mezzo di precetti e di previsioni. Venendo al mondo, il nostro salvatore Gesù Cristo assunse l'ufficio della triplice personalità di profeta, di sacerdote e di re; per questo è stato chiamato Cristo ed è stato unto, allo scopo di assolvere il molteplice compito, non per le mani di alcun mortale, ma per virtù del Padre celeste: non con unguento terreno, ma con olio spirituale. Nella sua santissima anima infatti fu versata una pienezza di doni dello Spirito Santo, più ricca e generosa di quella che alcuna natura creata possa ospitare. Lo aveva mirabilmente annunciato il profeta, rivolgendosi direttamente al Redentore: "Tu hai amato la giustizia e odiato l'iniquità; perciò il Signore, tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia sopra i tuoi compagni" (Sai 44,8). E anche più esplicitamente l'aveva mostrato Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me, avendomi unto e mandato a evangelizzare i mansueti" (Is 61,1). Gesù Cristo fu dunque il profeta e il maestro per eccellenza, poiché ci fece manifesta la volontà di Dio e dal suo insegnamento il mondo intero attinse la conoscenza del Padre celeste. Tale qualifica gli conviene tanto più propriamente, in quanto tutti coloro che meritarono il nome di Profeti furono suoi discepoli, inviati con il precipuo scopo di annunziare lui, il profeta che sarebbe venuto per la salvezza di tutti. Parimenti Cristo fu sacerdote, non di quell'ordine sacerdotale cui appartennero nell'antica legge i sacerdoti della tribù di Levi, ma di quello cantato da David con le parole: "Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedech" (Sal 109,4); concetto accuratamente spiegato dall'Apostolo nella lettera agli Ebrei. Infine in Cristo riconosciamo un re, non solo in quanto Dio, ma anche in quanto uomo e partecipe della nostra natura, avendo di lui dichiarato l'angelo: "Regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe e il suo regno non conoscerà tramonto" (Le l,32s). Il regno di Cristo però è spirituale ed eterno: iniziato sulla terra, si corona in cielo. Egli esercita mirabilmente le prerogative regali nella Chiesa governandola, proteggendola dall'impeto e dalle imboscate dei nemici, imponendole leggi e non solo elargendole santità e giustizia, ma dandole capacità e forza sufficiente per perseverare. Sebbene nei confini di tal regno siano promiscuamente compresi buoni e cattivi e quindi tutti gli uomini a rigore vi appartengano, tuttavia coloro che, uniformandosi ai suoi precetti, conducono vita integra e pura, sperimentano sopra ogni altro l'esimia bontà e beneficenza del nostro Re. Tale regno non toccò a Gesù Cristo per essere rampollo di illustri sovrani, in virtù di un diritto ereditario o comunque umano: egli fu re perché nella sua umanità Dio concentrò quanto la natura umana può possedere di potenza, di grandezza, di dignità. Con ciò stesso Dio gli conferì il regno del mondo intero e tutto nel dì del giudizio sarà pienamente e perfettamente sottoposto a lui, come già del resto si comincia a vedere nella vita presente.
Gesù Cristo è Figlio di Dio per generazione ineffabile 37 Suo UNICO FIGLIOLO. Queste parole propongono alla fede e alla meditazione dei cristiani misteri anche più alti intorno a Gesù e precisamente che egli è Figlio di Dio e vero Dio, uguale al Padre, che lo generò fin dall'eternità. Inoltre riconosciamo così che egli è la seconda Persona della Trinità, del tutto uguale alle altre due. Non si può infatti immaginare qualcosa di vario e di dissimile nelle Persone divine, avendo m tutte ammesso la stessa essenza, volontà e potenza. Questo articolo di fede risulta da molti tratti biblici, ma soprattutto dal celeberrimo testo di san Giovanni: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio" (Gv 1,1). Sentendo che Gesù è Figlio di Dio, non dobbiamo ricorrere con il pensiero a una origine che implichi qualche elemento terreno o mortale. Noi non possiamo cogliere con la ragione e compiutamente comprendere l'atto mediante il quale, da tutta l'eternità, il Padre generò il Figlio; però lo dobbiamo credere con fermezza e venerare con il più intimo ossequio del cuore, esclamando, stupiti avanti al mirabile mistero, con il Profeta: "Chi spiegherà la sua generazione?" (Is 53,8). Dobbiamo dunque ritenere che il Figlio possiede la medesima natura, potenza e sapienza del Padre, come confessiamo più apertamente nel Simbolo niceno: "In Gesù Cristo suo unico Figliolo, nato dal Padre prima di tutti i secoli; Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio; generato, non fatto, consustanziale al Padre; per mezzo di lui tutto è stato fatto".
Duplice natività e filiazione di Gesù Cristo38 Tra le diverse similitudini presentate per adombrare la maniera e la natura della generazione eterna, la più felice è quella ricavata dalla genesi del pensiero umano. San Giovanni appunto chiama Verbo il Figlio di Dio. Infatti, come la nostra mente, intuendo in certo modo se stessa, foggia un'immagine di sé, che i teologi chiamano "verbo", così Dio (per quanto è dato paragonare con le realtà umane le divine), comprendendo sé, genera il Verbo eterno. Ma vai meglio arrestarsi a contemplare quel che la fede propone; cioè credere e professare che Gesù Cristo è insieme vero Dio e vero uomo; generato, come Dio, prima dell'alba dei secoli, dal Padre; come uomo, nato nel tempo da Maria, vergine e madre.
Gesù Cristo unica Persona e unico Figlio del Padre39 Pur riconoscendo la sua duplice generazione, crediamo unico il Figlio, perché è un'unica persona, in cui convergono la natura divina e l'umana. Sotto l'aspetto della generazione divina non ha fratelli o coeredi, perché Figlio unico del Padre; mentre noi uomini siamo opera e formazione delle sue mani. Sotto l'aspetto invece dell'origine umana, egli non solo chiama molti con il nome di fratelli, ma anche li tratta come tali, affinché con lui raggiungano la gloria dell'eredità paterna. Son coloro che ricevettero con fede Gesù Cristo Signore e manifestano in pratica, con le opere di carità, la fede oralmente professata. In questo senso egli fu chiamato dall'Apostolo: "Primogenito fra una moltitudine di fratelli" (Rm 8,29).
Gesù Cristo è nostro Signore secondo le due nature40 NOSTRO SIGNORE. Le Sacre Scritture attribuiscono al Salvatore molteplici qualità, di cui alcune chiaramente gli spettano come Dio, altre come uomo, avendo egli in sé, con la duplice natura, le proprietà rispettive. Rettamente dunque dicevamo che Gesù Cristo, per la sua natura divina, è onnipotente, eterno, immenso; mentre per la sua natura umana, diciamo che ha patito, è morto, è risorto. Ma, oltre questi, altri attributi convengono a entrambe le nature, come quando, in questo articolo, lo diciamo nostro Signore; a buon diritto del resto, potendosi riferire tale qualifica all'una e all'altra natura. Infatti egli è Dio eterno come il Padre; così pure è Signore di tutte le cose quanto il Padre. E come egli e il Padre non sono due distinti dei, ma assolutamente lo stesso Dio, così non sono due Signori distinti. Ma anche come uomo, per molte ragioni è chiamato Signore nostro. Anzitutto perché fu nostro Redentore e ci liberò dai nostri peccati, giustamente ricevette la potestà di essere vero nostro Signore e meritarne il nome. Insegna infatti l'Apostolo: "Si umiliò, fattosi ubbidiente fino alla morte e morte di croce; perciò Dio lo ha esaltato, conferendogli un nome, che è sopra ogni altro, onde al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, in terra, nell'inferno; e ogni lingua proclami che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre" (Fil 2,8-11 ). Egli stesso disse di sé dopo la risurrezione: "Mi è stato conferito ogni potere in cielo e sulla terra" (Mt 28,18). Inoltre è chiamato Signore per aver riunito in una sola Persona due nature, la divina e l'umana. Per questa mirabile unione meritò, anche senza morire per noi, d'essere costituito quale Signore, sovrano di tutte le creature in genere e specialmente dei fedeli che gli obbediscono e lo servono con intimo affetto.
Quanto il cristiano debba a Gesù Cristo41 Infine il parroco esorterà il popolo fedele a riconoscere quanto sia giusto che noi, sopra tutti gli uomini - avendo tratto da lui il nome di cristiani e non potendo ignorare gli immensi benefici di cui ci ha ricolmato, anche perché la sua bontà ce li fece conoscere per fede - ci consacriamo per sempre come servi docili al Redentore e Signor nostro. Promettemmo di farlo quando l'iniziazione battesimale ci schiuse le porte della Chiesa. Dichiarammo allora di rinunciare a Satana e al mondo e di donarci tutti a Gesù Cristo. Se dunque per essere introdotti nella milizia cristiana ci consacrammo a nostro Signore con sì santa e solenne promessa, di qual supplizio non saremo meritevoli, se dopo aver passato la soglia della Chiesa, dopo aver conosciuto la volontà e la legge di Dio e aver usufruito della grazia dei sacramenti, vivessimo secondo le prescrizioni e le massime del mondo e del diavolo, quasi che |








