|
"... Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre,
la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle
e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me,
non può essere mio discepolo"
- vangelo di Luca 14, 26-27 -
Il Vangelo, la lieta notizia, essendo Parola di Dio, giunge alle "midolla dell'anima" come ci ricorda l'apostolo Paolo proprio perché conosce e plasma il cuore dell'uomo di ogni uomo.
Feriti da trasferenze genitoriali ma soprattutto dal peccato originale che ci fa vedere e percepire Dio come un nemico, come un padre tiranno, oscuro, incomprensibile e talvolta sadico ci difendiamo davanti a parole lapidarie come queste di Gesù nel Vangelo di Luca.
Ma come? Ci viene da chiederci... come può essere un Dio buono coLui che non riconosce il valore degli affetti? Come può essere Dio un Padre se mi toglie ciò che mi ha donato: la vita, la salute, gli affetti più veri dell'amicizia, la stabilità professionale, la stima del prossimo e tutto ciò che è correlato a questi valori?
Il Termine "odia" non ha certo un valore negativo nel Vangelo ma una proposta, esigente e vitale, di fare ordine.
La teologia proposta da Gesù non è quella di Maometto che chiede dal fedele una obbedienza cieca e incondizionata. Gesù sa bene che non c'è "uomo" se non c'è compagnia e pertanto, pur confermando l'Onnipotenza, l'Onniscenza, la Maestà di Dio annuncia il "novum", il vangelo appunto:
Dio è Padre,
non padrone; custode e non tiranno; degno di Amore e non di paura;
vicino e presente oltre che l'Altissimo.
Questo è il vangelo, la buona notizia per cui Gesù è venuto al mondo e per cui è stato messo a morte proprio da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo.
Ogni crescita umana sia intellettiva che psicologica, che affettiva, che nozionistica è segnata dal limite, dalla parola "fine".. dove in greco la parola "fine" non indica qualcosa di negativo ma piuttosto qualcosa che si definisce e che apre, pertanto, ad una crescita verso nuovi orizzonti.
Ecco Gesù, con la sua esortazione all'odio verso gli affetti, la stabilità "mondana" e la propria vita, non ha fatto altro che indicare e chiarire il senso del finito.
E' finito ontologicamente nell'essere, ciò che è limitato e che non è appunto infinito. Pertanto se l'uomo, nella sua onestà di richiesta di senso, cerca l'infinito cade in contraddizione nel cercare il "tutto" nelle situazioni che "tutto" non sono.
Finito inoltre, contemporaneamente, richiama al "senso" del modus vivendi: confondendo il dono dal "donante", per pigrizia (accidia) non fai che costringere te stesso (aperto all'infinito) a rimanere circoscritto, chiuso, protetto, ingabbiato in una prigione più stretta e drammatica di qualunque altra prigione:
quella della dissipazione e dell'ignoranza!
E' strano a volte si percorre il cammino di una intera esistenza alla completa fuga dalla richiesta di senso; talvolta per ignoranza, talvolta perché sì, ci abbiamo provato ma ci è sembrata una fregatura e una contraddizione. Provate a chiedere a voi stessi o alla persona che vi è accanto il "perché" vive... il "perché" profondo della sua quotidianità e delle sue scelte...
Pertanto l'incapacità di "odiare" ci fa immergere in ciò che dovremmo relativizzare senza essere mai capaci di dare il "perché"; ecco che il relativo diventa fondamento:
*il lavoro come fonte vera di vita, coinvolti in ritmi e desideri indotti di consumismo, produttività e di riempimento del vuoto infinito che abbiamo dentro. Per cui ecco:
--- le "operazioni trionfo", le vacanza sognate, l'uomo faber che nasce dalla produttività, i corsi rogersiani di vendita, il culto della proprietà, la macchina nuova, la tv satellitare, l'ultimo cellulare, ecc..ecc..
d'altronde chi è attaccato alla gestione della "massa", massone, di destra o di sinistra (o tutt'e tre perché no!) vuole e si impegna, notte e giorno, a far vivere nella "prigione" dei bisogni indotti; i quali sarebbero "opzionali" ma devono essere posti (dalle lobby del potere) come indispensabili per la propria esistenza.
Una corsa vuota verso il vuoto
e chi si guarderà le mani alla fine della vita rischierà di farlo con disperazione
*la vita affettiva come gratificazione infinita dei bisogni infantili; e si sa i bisogni infantili non sono mai contenti! Per cui ecco:
--- il "vitellonaggio" ad oltranza (scusato con mille paure) di figli che rimangono stabili come amebe nelle proprie famiglie senza mai costruirsi una vera vita affettiva e professionale... rimane strisciante una sottile intesa psicologica, inestricabile, tra il genitore e il figlio (che altro non è che mancanza di dignità e opportunismo) di lamentarsi l'uno dell'altro ma di non prendere una posizione di "valore". Un "patto d'acciaio" che è tale perché borghesamente coperto dal "tutto va bene!"
--- l'adorazione del sesso come linguaggio compensatorio svilente il suo significato profondo di "dono". Diventando esclusivamente linguaggio di comunicazione-pulsione e non piuttosto di valorizzazione di sé e dell'altro. Nasce tutto un filone, web ed extra web, di ricerca "del punto del piacere", delle "tecniche di seduzione" ed affini.
--- l'omeostasi di coppia, ossia l'incapacità di crescita personale ed assieme. Tra le tante accuse che hanno rifilato a Gesù, c'era quella di rovina famiglie, se appunto si permetteva di porre se stesso sopra un valore così monolitico come l'amore tra un uomo ed una donna e la famiglia stessa. Tuttavia è proprio in nome dell'importanza dell'amore umano e della vita familiare che Gesù mette in guardia sulle stabilità stagnanti che si possono instaurare nella vita di coppia. Così come ricorda l'apostolo Paolo nella lettera ai cristiani di Efeso al cap5 versetto 32:
Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Spesso infatti non ci si "sceglie" per crescere quanto per "sedersi". La coppia e la famiglia che non si confronta con questa Parola di Cristo e con tutto il suo messaggio rischia inevitabilmente di impantanarsi nei luoghi comuni, di non avere stimoli pedagogico-educativi, di cadere nella noia e nello spegnimento della gioia, di imborghesirsi dietro la superficialità... del "tutti fanno così"... dei vizi privati e delle pubbliche virtù...
--- il culto del corpo ossia lo stare in forma... come un sepolcro nuovo... bello a vedersi ma pieno di marciume dentro; è questione di priorità... d'altronde che cosa non si farebbe per mendicare un pò di stima?
--- la satira ironica e non l'umorismo; la differenza è nella voglia di costruire o di ridicolizzare l'altro. La vera satira, quella umoristica, è quella che sposta il peso dalla bilancia dell'interesse (politico o mass-mediatico) a quello dell'eternità e delle questioni di "senso". Si fa satira e si giudica.. ma chi giudica chi fa satira?
--- La "lamentosi" ha radici lontane nel peccato originale in cui nessuno si prende le sue responsabilità davanti alle scelte con una critica responsabile e propositiva... favoreggiando piuttosto le isterie quotidiane e quelle di rotocalco.
--- il rancore reiterato verso l'altro e verso se stessi rimane una delle più sottili forme di schiavitù e di ignoranza
La lista della nostra riflessione potrebbe continuare a lungo ma vale la pena ricordare e centrare il nostro discorso.
La santità, biblicamente intesa, viene definita dal termine CADOSH, appunto "santo". Dio infatti nella Sua perfezione è Cadosh, Cadosh, Cadosh, cioè tre volte santo. Cioè sommamente e perfettamente santo. Dove la santità non è l'aureola o la riconoscenza del favore del popolo dei credenti ma l'essenza stessa di Dio. Dio è santo, cioè separato, tutt'altro; non è inquadrabile, non chiudibile in uno schema; neanche nella Parola di Dio stessa che rivela Dio ma non lo racchiude. Proprio per questo è importante l'azione continua dello Spirito Santo nell'autocoscienza della Chiesa (nel suo magistero e nella sua guida) e nel singolo fedele.
E' grazie a questa trascendenza che Dio si fa immanenza, cioè compagno dell'uomo, in Gesù Cristo. E' grazie alla Sua trascendenza che Dio in Gesù ti chiede di "odiare", cioè di porre un "fine" a ciò che è finito e riconoscere la realtà. Lo scotto da pagare alla mancanza di "odio" è la fine della gioia, il vuoto, la disperazione e la distrazione dalle vere necessità tue e del fratello. Certo "odiare" costa e talvolta si sceglie di rimanere nella prigione dorata dell'ignoranza, del "tiriamo innanzi", nello smarrimento di cui siamo più carnefici che vittime.
Interessante è considerare che il termine Cadosh deriva da Cadash, l'atto con cui viene reciso il cordone ombelicale.
Cioè il gesto con cui si inizia una autonomia ed un'esistenza. Ecco perché non si può essere santi senza "tagliare" tutto ciò che è cordone ombelicale; ecco perché non si può maturare nella fede senza "odiare" tuo padre, tua madre, tua moglie, i tuoi figli, i tuoi fratelli, le tue sorelle e perfino la tua vita...;
ecco perché non si può essere adulti psichicamente se non si dice "fine" e il senso del limite di ciò che non è eterno.
Porre il fine è definire, è riconoscere che tutto è un dono continuo di un Padre amoroso; anche la croce, qualunque essa sia, perché nel suo mistero svela chi sei veramente tu proponendo un iter di trascendenza.
Ogni sofferenza merita rispetto, silenzio, epokè, vicinanza, con-passione... ma anche questa è una "cosa finita" che non va assolutizzata ripiegando il nostro volto sul dolore.. perché la gioia è alla tua porta e bussa costantemente.
"Odiare", tagliare il cordone ombelicale, santificarsi significa, allora, aprire quella porta e far entrare con Gesù tutti quelli che incontrerai.
|