Le speculazioni filosofiche sulla relazione tra ragione e fede caratterizzano tutto il cammino della cristianità, dai tempi della patristica sino ai nostri giorni, culminando con l’enciclica Fides et Ratio (FR) di papa Giovanni Paolo II.
L’importanza di tali argomentazioni ci viene fornita proprio dalle parole introduttive di questa enciclica: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità.”
Scopo, quindi, di ragione e fede è quello di poter condurre l’uomo verso la verità, cioè verso colui che è autore di tutte le cose, ovvero Dio.
Ma non basta, poiché il papa specifica altresì che conoscendo ed amando
il Signore, l’uomo può giungere a conoscere pienamente se stesso (cf.
Introduzione FR).
A partire da questo breve prologo, possiamo cominciare ad esaminare il
pensiero di Agostino, per poi proiettarci verso quello di san Tommaso,
azzardando dei confronti.
Anzitutto, scoperta principale del pensiero agostiniano è che la fede è
essenzialmente ricerca, non possesso inerte o passiva sottomissione ad
un dogma esteriore.
In quanto ricerca, le fede non è opposta alla
ragione, al contrario, tra loro nasce una relazione profonda, in cui
l’una necessita dell’altra per camminare verso la verità. Si potrebbe
dire che la relazione binaria ragione-fede è una conditio sine qua non
per procedere in direzione della verità.
Qualora una delle due
componenti dovesse venire a mancare anche la ricerca della verità ne
risulterebbe seriamente compromessa.
La verità per l’uomo non può essere ambita senza la ragione e proprio
per questo egli, nel suo peregrinare ragionevole, scopre la sua
essenziale limitatezza, riconosce i propri dubbi e riconosce con ciò
anche l’esigenza di una illuminazione superiore che lo guidi e lo
sorregga.
Questo è proprio ciò che accadde ad Agostino, infatti, tornando a
citare l’enciclica Fides et Ratio, “il grande Dottore occidentale era
venuto a contatto con diverse scuole filosofiche, ma tutte lo avevano
deluso. Quando davanti a lui si affacciò la verità della fede
cristiana, allora ebbe la forza di compiere quella radicale conversione
a cui i filosofi precedentemente frequentati non erano riusciti ad
indurlo” (n. 40).
Per effettuare questa scelta è necessario che l’uomo passi attraverso
il dubbio.
Proprio perché dubita e riconosce di sbagliare, coglie cioè
la sua finitudine, l’uomo dimostra di possedere dentro di sé il
criterio della verità e l’idea di un essere infinito, ecco che qui “fa
eco il famoso pensiero del santo filosofo e teologo Agostino: Noli
foras ire, in te ipsum redi. In interiore homine habitat veritas” (FR
n. 15).
Agostino, inoltre, stabilisce la validità della ragione confutando le
istanze dello scetticismo dell’Accademia post-platoniana, affermando
che l’accademico o non è sapiente o dà l’assenso alla propria sapienza,
sa cioè di essere sapiente; anche nel dubbio di sbagliare non viene
meno la certezza dell’autocoscienza (o io penso). Il nostro filosofo
continua osservando che l’autocoscienza si accompagna all’analisi delle
verità inconfutabili della dialettica e della matematica, che si
inscrivono nell’ambito della ricerca di fondo di cui ogni filosofo è
investito: la verità non è fine a se stessa, bensì la si ricerca per
avere la felicità. Poiché anche la fede cristiana ha come scopo il
conseguimento della felicità, viene qui rafforzata la prospettiva di
convergenza e collaborazione tra ragione e fede.
Questo criterio di verità, che può condurre alla felicità, per Agostino
non possiamo essercelo dato da noi stessi, che siamo fallibili e pieni
di dubbi.
Ne segue che la presenza nell’uomo dell’idea della verità
dimostra già da sola la presenza di un essere perfetto, veridico,
infinito, ossia Dio.
Questo sentimento di mancanza della verità ed il
desiderio di una sua costante ricerca sono segno che l’uomo deve
averne, almeno atavicamente, assaporata la pienezza; infatti, non si
può percepire l’assenza di qualcosa se prima non si è sperimentata la
presenza.
La ricerca della verità, dunque, si attua mediante la ragione, la quale
perviene pertanto da sola, compiendo sino in fondo il suo cammino, a
scoprire la necessità e la legittimità della fede. Nel pensiero
agostiniano, quindi, la relazione simbiotica tra ragione e fede, oltre
ad essere un rapporto di intimità, è anche un legame di non
contraddittorietà: la ragione si pone al servizio della fede, per
difenderla e per chiarirla. Il sillogismo agostiniano sulla relazione
binaria ragione-fede ben si sintetizza nell’espressione latina: credo
ut intelligam, intelligo ut credam”; mentre usando la simbologia
connettiva della matematica: ragione ⇔ fede.
Conclusa l’analisi del pensiero agostiniano sull’argomento in oggetto,
esaminiamo ora il pensiero di un altro grande erudito, successivo al
filosofo di Ippona di circa otto secoli: san Tommaso d’Aquino.
Tommaso riconosce alla ragione un’ampia autonomia, fondata sulla sola
autorità della coerenza logica e dell’esperienza. La ragione non ha un
uso legittimo solo entro e per la fede, come vogliono gli agostiniani,
può certamente essere di ausilio alla fede, ma non può dimostrare ciò
che è di pertinenza specifica della fede, altrimenti la fede stessa
perderebbe di significato. Tuttavia, può servire alla fede in tre
diversi modi:
1) può dimostrare i preamboli della fede, cioè quelle verità la cui dimostrazione è necessaria alla fede stessa;
2) può essere adoperata per chiarire mediante similitudini le verità della fede;
3) può controbattere le obbiezioni che si fanno alla fede, dimostrando che sono false o che non hanno forza dimostrativa.
La ragione e la fede non possono, quindi, trovarsi in contraddizione:
la ragione ha una sua verità, dei principi intrinseci che sono
verissimi ed è impossibile pensare che siano falsi dal momento che Dio
stesso è l’autore della natura umana.
La verità di ragione non sarà,
quindi, in contraddizione con la verità rivelata poiché la verità non
può contraddire la verità. La ragione può indurre all’errore ed in quel
caso la fede deve essere la regola del corretto procedere della
ragione. Inoltre, l’altezza della scienza antica, di cui
l’aristotelismo ne è espressione notevole, mostra che la ragione può
procedere assai oltre da sola, senza l’ausilio della rivelazione. Ciò
non significa, però, come vogliono gli averroisti, che la ragione e la
fede debbano totalmente ignorarsi o addirittura opporsi. La natura,
infatti, di cui la stessa ragione è parte, e la rivelazione provengono
entrambe da Dio, sicché esse devono trovare in ultimo una coerente
fusione.
A questo punto è utile citare ancora una volta l’enciclica di Giovanni
Paolo II, in cui si evidenzia chiaramente il pensiero tomistico,
infatti per Tommaso:
“La fede […] non teme la ragione, ma la ricerca e in essa confida. Come
la grazia suppone la natura e la porta a compimento, così la fede
suppone e perfeziona la ragione. Quest'ultima, illuminata dalla fede,
viene liberata dalle fragilità e dai limiti derivanti dalla
disobbedienza del peccato e trova la forza necessaria per elevarsi alla
conoscenza del mistero di Dio Uno e Trino” (FR n. 43).
Possiamo dire che ragione e fede secondo Tommaso sono come due vie
parallele che possono procedere in una relativa indipendenza e secondo
fini autonomi, ma come abbiamo detto appena sopra, è necessario
comunque che convergano in un fine unico perché unico ne è il principio generante: Dio.
Con questo accostamento tra ragione e fede è possibile per Tommaso
utilizzare in teologia la teoria aristotelica della scienza e della
dimostrazione scientifica. La speculazione teologica ha per oggetto i
dati della rivelazione, accettata per fede; da questi dati, il discorso
teologico muove secondo il metodo della dimostrazione aristotelica per
dedurre dalle premesse rivelate altre verità che traggono la loro
certezza dai principi donde muovono e dal rigore del ragionamento
apodittico, ovvero dotato del crisma della scientificità.
Per l’Aquinate, dunque, la ragione è appunto in grado di dimostrare che
Dio esiste ed è uno, anche se non è in grado di conoscere pienamente
che cosa sia Dio, infatti, sull’essenza di Dio ne può rispondere
soltanto la fede.
Per concludere, sulla figura di san Tommaso, nel suo tentativo di scoprire il rapporto tra ragione e fede, è significativo un passo estrapolato ancora
dalla enciclica Fides et Ratio in cui si afferma che egli “amò in
maniera disinteressata la verità [, …] la cercò dovunque essa si
potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità” (n.
44).
Bibliografia
- AA. VV., Le garzantine, Filosofia, 2005, Garzanti 3a ed.
- AA. VV., materiale reperito in Internet
- Carlo Sini, I filosofi e le opere, 1980, Principato 3a ed.
- Dizionario Enciclopedico Treccani, 1979, Ist. Encicl. Ital.
- Giovanni Paolo II, Fides et Ratio, 1998
- Roberto Rossi, Introduzione alla filosofia, 2001, EDB
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