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Fede, dolore e crescita PDF Stampa E-mail
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mercoledì 30 maggio 2007
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Bereshit 5

cristo_re Luca 2, [41]I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. [42]Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; [43]ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. [44]Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; [45]non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. [46]Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. [47]E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. [48]Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». [49]Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». [50]Ma essi non compresero le sue parole.

[51]Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. [52]E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

I suoi genitori: Nazareth come ogni mistero, non è nascondimento, bensì rivelazione di Dio. I vangeli quasi nulla ci dicono di questi trent'anni, come i libri quasi nulla dicono della vita quotidiana di tutti gli uomini. Lì il Signore ha imparato:

ad essere abbracciato e baciato, allattato e amato, a toccare e parlare, a giocare, camminare e lavorare, a condividere i minuti, le ore, le notti e i giorni, le feste e le stagioni, gli anni e le attese, le fatiche e l'amore dell'uomo. Nel silenzio, nel lavoro, nell'obbedienza alla Parola, in comunione con Maria e Giuseppe e i suoi parenti, Dio ha imparato dall'uomo tutte le cose dell'uomo. Il mistero di Gesù a Nazareth è il mistero dell'assunzione totale della nostra vita da parte di Dio: ci ha sposato in tutto, facendosi un'unica carne con ogni nostra situazione concreta. Nazareth è il mistero che redime la creaturalità dall'insignificanza del suo limite. Nel limite del tempo troviamo l'Eterno, nel limite dello spazio troviamo l'infinito.

tutti gli anni a Gerusalemme: E' stupefacente come Maria, la tutta santa, e Giuseppe suo sposo sono fedeli alla legge. La loro predilezione da parte di Dio non li esime dal partecipare alla vita della Comunità. Chi più ha più è umile e nascosto.

  Quando egli ebbe dodici anni: Tutta la vita di Gesù è un pellegrinare al tempio di Gerusalemme. Vi era stato 12 anni prima ed ora vi giunge per diventare adulto e assumersi la responsabilità morale di se stesso e delle sue azioni deve essere sottoposto all'esame dei dottori.

  mentre riprendevano la via del ritorno: Si attinge da Gerusalemme e si torna a casa, alla ferialità; si attinge ad una giornata particolare per tornare a casa e per donare quanto si è ricevuto. Se hai incontrato l'Eterno non puoi essere più lo stesso. Inoltre questa affermazione ricorda che Gesù aveva superato l'esame, era ormai adulto secondo la legge e dunque perché rimane a Gerusalemme finita la Pasqua?

  il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero: La Pasqua è per gli uomini una fugace presentazione a Dio per ritirarsi indietro. Gesù, invece, "il servo", rimase, meglio "resistette" a Gerusalemme. I suoi non se ne accorgono perché Gesù è sempre fuggevole nei grandi salti di qualità della tua vita pur essendo straordinariamente presente; neanche Maria e Giuseppe se ne accorgono, anche per loro vi è un momento di crescita. Gesù dunque talvolta destabilizza la coppia perché la coppia lo cerchi.

  Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio: Gesù è il Dio del terzo giorno solo andando al tempio il terzo giorno lo puoi trovare. Tu singolo o coppia lo trovi, passando per il Venerdì e il Sabato santo, il terzo giorno cioè l'ottavo giorno, il giorno nuovo e lo trovi solo nel tempio, nella Sua chiesa che te lo dona o te lo conferma...è una pia illusione di sempre potersi salvare da soli; solo nel Suo tempio trovi Gesù.

  E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte: Cosa fa Gesù al tempio visto che già aveva sostenuto tre giorni prima brillantemente l'esame della sua maturità? Non lo sappiamo ma probabilmente disputava con i dottori per aiutarli a conoscere l'avvento del Messia nella sua giusta cornice spirituale e li stupiva proprio perché supera la loro concezione troppo umana dell'avvento del Cristo. Concezione carnale che abbiamo anche noi abituati a gestire le situazioni nella prepotenza, nel ricatto, nella violenza, nel sopruso in una nostra misera concezione di giustizia che non ci fa cogliere il vero dramma dell'uomo che è il peccato.

 

Figlio, perché ci hai fatto così?: E' l'unica volta in cui Maria domanda il perché e da questo momento supererà se stessa e imparerà a non chiederlo più. Anche Maria ha operato una "trasferenza", se così si può dire, dal punto di vista psicologico,  nei confronti di Gesù; Maria aveva verso il suo figlio un'attesa, un'immagine di figlio obbediente, vicino, che Gesù in qualche modo delude. Quanto è preziosa la delusione di Dio! Maria è figura del credente che viene deluso da Dio e che a motivo di questa delusione è chiamato a crescere. Chi non ha mai "sofferto" Dio non può conoscere Dio.

Gesù dunque abbatte un'attesa per dare a Maria (e al credente) una più alta e giusta visione di Dio. Gesù dunque si pone come pietra d'inciampo.

Questo contrasto è segno anche del contrasto che si pone tra i coniugi a motivo della fede: il coniuge credente delude e crea fraintendimento verso il non-credente. Poiché spesso questa distinzione non è mai assoluta è vero che l'un altro i coniugi si devono deludere in Cristo per maturare una sempre più corretta immagine di Dio.

Lo stesso dicasi nel rapporto tra genitori e figli, i genitori devono aiutare i figli a cogliere una corretta immagine di Dio e anche..a lasciarli liberi di seguire Dio!

Inoltre il limite, anche dell'educatore, del pastore, del Direttore, del genitore è ineludibile per una corretta crescita del medesimo, si educa solo alla scuola di Gesù!

 

tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo. Perché mi cercavate?

Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?: Gesù qui si comporta come un perfetto direttore d'anime perché si "desatellizza" e chiama l'anima di Sua madre a crescere nella fede con un appello alla trascendenza che passa inevitabilmente per il limite (se non per l'errore) stesso di Maria. Gesù non rimprovera per la ricerca, rimprovera il modo. Gesù era tutto per Maria: maestro, compimento, la sua carne, Dio, sposo, figlio eppure Gesù non le risparmia il travaglio della prova, e proprio così dimostra di amare straordinariamente la madre. Una cosa è certa: Maria desiderava Gesù come l'aria ed è proprio per questo e grazie a questo desiderio che Gesù può farla crescere e camminare nella fede.

Questa consapevolezza non può che passare attraverso il dolore e la crisi (angoscia per Maria) 48  kai. ivdo,ntej auvto.n evxepla,ghsan\ kai. pro.j auvto.n h` mh,thr auvtou/ ei=pe( Te,knon( ti, evpoi,hsaj h`mi/n ou[twj* ivdou.( o` path,r sou kavgw. ovdunw,menoi (angoscia, ansia, preoccupazione, tormento infernale), evzhtou/me,n se) E' dunque indispensabile il dolore "infernale" per conoscere Dio e per farlo conoscere a chi portiamo nel cuore. Dolore che prova Maria ma che ha provato certamente anche Gesù perché amava lei e suo padre come nessun altro...ma chi ama passa a fa passare per questo crogiolo di purificazione: questo è amare come Dio, questa è la misericordia, questo è l'amore materno e paterno di Dio che noi purtroppo conosciamo poco vivendo in una società senza padre; da un lato, infatti viviamo una paura del Padre e dall'altra la pretesa di poterne fare a meno; da una parte una dipendenza eccessiva ma con l'intento di renderlo "materno", innocuo (e manipolarlo).

  Ma essi non compresero le sue parole: Anche qui i genitori di Gesù sono i perfetti credenti, camminano nella fede, come noi! Proprio come noi, tante volte delusi da Gesù, che non lo capiamo e ci risulta lontano e scostante. Impariamo dunque da Giuseppe e Maria a vivere di fede nel Dio che delude ma che proprio per questo non delude mai!

Tante volte il coniuge non capisce l'altro coniuge quando deve occuparsi delle cose del Padre, tante volte i genitori non capiscono i figli che sono chiamati ad occuparsi delle cose del Padre; si oppongono, in entrambi i casi, mille motivi umani ma il Regno di Dio ha le sue urgenze che creano scandalo e divisione...per una crescita del sistema famiglia secondo il cuore di Dio.

  Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso: Ora Gesù ha compiuto la sua lezione ai suoi e a noi e può tornare nel nascondimento anche perché né Lui, né Maria e Giuseppe saranno più gli stessi. Dunque dopo la prova Egli ritorna con noi nel nostro quotidiano perché dalla nostra trasfigurazione noi trasfiguriamo la realtà; questo è il compito della preghiera e della prova: trasfigurare la realtà!

  Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore: Maria è proprio l'immagine perfetta del credente. Non scalpita, non alza il tono della voce, non si ribella ma china il capo non tanto con rassegnazione ma con amore sapendo che Dio, nella Sua oscurità, non delude mai i suoi piccoli, la Sua Parola per quanto nascosta e inscrutabile diventa chiara nel cammino della fede..occorre pazienza nel Dio della storia!

  E Gesù cresceva: Anche Gesù è cresciuto dopo questa prova: è diventato più uomo. Se Maria è la perfetta immagine del credente, Gesù è la perfetta immagine del Sacerdote che sposa l'umanità per assumerla e portarla a Dio. Segno del futuro sacerdozio battesimale e soprattutto di quello ministeriale.




 L'educatore cristiano

in un tempo di crisi della paternità

e povertà di valori.  Prospettive psico-pedagogiche e spirituali.

 

              Introduzione


            Le riflessioni che seguono danno per presupposto che chi ascolta sia impegnato non solo come educatore, come genitore, come pastore, ma anche come cristiano; non è quindi un annuncio cristiano il mio, ma una riflessione rivolta a persone già inserite in un cammino di fede di qualche tipo e che si fanno domande sul loro essere educatori/guida.

            Metodologicamente intendo partire da una breve analisi psico-sociologica delle problematiche attuali del mondo giovanile (è questa una scelta di campo) per coglierne luci e ombre. Di qui, in un secondo momento, tenterò di rispondere alla domanda sull'identità dell'educatore cristiano nel nostro tempo. Terminerò con alcune indicazioni psico-pedagogiche e spirituali, che non sono la risoluzione di problemi specifici, ma valgono come impostazione educativa.

            I dati che ora analizzerò devono essere presi come punto di partenza, potremmo dire dovremmo guardarli con il senso biblico della 'visita di Dio'; chiedendoci cioè che cosa questa realtà dice a noi oggi, noi educatori.



            1. La crisi della paternità


            Con questa espressione intendo mettere in luce un dato culturale del nostro tempo, del quale è possibile trovare riscontro in diverse analisi sociologiche e psicologiche. Simbolicamente quando si parla di padre, di paternità, si intende, a diversi livelli, un riferimento con qualcosa di stabile, di rigido, a volte autoritario, che dà la legge, che chiede una obbedienza, che richiede una dipendenza. Insomma si fa metaforicamente riferimento a un punto fisso di riferimento. Ora, mi pare di poter dire che la realtà giovanile si presenta oggi come refrattaria a questa dimensione di stabilità e autorità. Quanto dirò di seguito sono alcuni dati, desunti da ricerche affermate, che evidenziano questo.

            Garelli[1], in alcune ricerche sulla condizione giovanile, ha riscontrato come le giovani generazioni rifiutano i modelli già precostituiti, le soluzioni che i genitori danno loro, in nome di una indipendenza e autonomia che li rendono più protagonisti della loro vita. Esiste come un 'rifiuto dei padri' inteso come rifiuto di tutto ciò che è calato dall'alto come verità per la vita, tutto ciò che vincola in un impegno che perdura nel tempo. Facilmente i giovani vedono come 'sorpassati' certi codici di moralità o di impegno dei loro genitori e sentono che il loro linguaggio è fuori moda. Questa autonomia, dice Garelli, se da una parte fa pensare a una maggiore desiderio di essere protagonisti e responsabili della propria vita dall'altra si trova in coppia con un altro tratto del mondo giovanile: il rinvio. Si rivendica una certa libertà di scelta, ma dall'altra parte si rimandano in continuazione le scelte che nella vita tendono a vincolare.

            Questo rifiuto dei padri non è solo all'interno della dinamica famigliare, ma si riscontra anche nel sociale, nella cultura, nelle istituzioni; le tradizionali agenzie di socializzazione, cioè le entità sociali che favoriscono l'inserimento dei giovani nel mondo degli adulti, sono in crisi (tutto questo ha delle cause molto complesse, sulle quali non ci soffermiamo troppo). L'esperienza comune, ma anche i dati di ricerca, ci mostrano come c'è la tendenza a vedere le istituzioni, specie quelle che presentano un certo verticalismo, come una minaccia alla propria libertà e creativi. Le ideologie, dopo i fatti recenti dell'89, si sono dimostrate fasulle, non credibili, non affidabili per un progetto a lunga scadenza, di qui una sfiducia nei confronti della politica e dell'impegno politico. La società in genere ha perso il riferimento a valori comuni, intorno ai quali radunare le grosse masse, la scuola di conseguenza non è più il luogo della trasmissione di valori largamente condivisi; essa a sua volta non è accettata dai giovani come 'istituzione totale' come era in passato. La famiglia, come istituzione, non ha più la presa che aveva alcuni decenni fa, ma è vista con sospetto a causa dell'impegno a lungo termine che richiede, o è usata come parcheggio per rinviare la scelta di impegno nella società.

            Una sorte non meno felice è toccata alla religione, in particolare le religioni tradizionali. Nei giovani oggi c'è una tendenza alle esperienze religiose, ma parallelamente vi è un rifiuto della religione istituzionale. Potremmo dire, come ha sottolineato qualcuno che, se prima l'atteggiamento religioso poteva essere definito come: Cristo sì, Chiesa no; oggi si potrebbe riassumere nel motto: Cristo no, Chiesa no, esperienza religiosa sì. Cioè vi è una tendenza all'esperienzialismo religioso, inteso come una forte esperienza (emotivo-affettiva) di Dio e un rifiuto della religione istituzionalizzata e dei suoi dogmi (il titolo emblematico di uno studio a livello di sociologia della religione era: Religione senza istituzione)[2]. Nei giovani che si definiscono cristiani o cattolici, poi, si nota un altro fenomeno interessante: vi è l'affermazione di ideali religiosi elevati insieme a uno scollamento della vita dai valori affermati. E' una specie di nel riflusso privato, dove si dà credito alla Chiesa e alle sue posizioni in materia di fede e di morale, ma poi si pensa che le questioni esistenziali vadano risolte con il proprio buon senso.

            Anche la religione, dunque, si inserisce in questo 'bisogno di autonomia' del mondo giovanile, esso ha come conseguenza il conflitto con tutto ciò che è pre-cotto, già preparato, dogmatico, verità assoluta. Nei termini psicologici potremmo dire che vi è una certa preferenza verso una religione materna e una opposizione verso una religione paterna. Un noto studioso di psicologia della religione[3] ha individuato come il 'fatto religioso' possa avere una differente percezione nelle persone: la religione materna risulta così essere quella che viene incontro ai miei bisogni, che risponde a tutte le mie domande e desideri, che rassicura le mie ansie, che mi presenta Dio soprattutto nei suoi attributi femminili (accoglienza, perdono, condivisione, etc.). La religione paterna invece è quella che non soddisfa sempre il desiderio, che è 'altra', che propone una verità che non sempre combacia con i desideri dell'uomo[4]. Ecco, nei giovani di oggi non vi sarebbe l'assenza della domanda e del desiderio religioso, solo che la religione che è più 'di moda' è quella di tipo materno[5].

            Ora, la domanda che tutti ci facciamo è intorno alle cause di questa situazione. Non è possibile rispondere qui a un problema così complesso, vi entrano fattori che non sono solo sociologici o psicologici, ma anche storici, filosofici, teologici etc. Possiamo però dare alcune piste di lettura. L'oggettività vuole che, al contrario di ciò che dicono alcuni, valutando subito negativamente la situazione o colpevolizzando le giovani generazioni, si riconosca che i fattori sono molteplici e tutti siamo interessati. A un livello globale si riscontra la costituzione di una società complessa[6], a più strati, con diversi ambiti di appartenenza. Lo sviluppo dell'informazione, della ricerca scientifica, della tecnica, ha creato un pluralismo di posizioni, questo di conseguenza ha preparato il terreno per le posizioni personali, le libertà individuali. Diciamo che sono stati erosi i comuni punti di riferimento e sono nati dei nuovi paradigmi dove esiste la democrazia e la libertà di pensiero. Tutto ciò ha portato a un certo rifiuto di tutto ciò che è troppo stabile e definito.

            Le diverse appartenenze che i giovani oggi sperimentano (la scuola, il gruppo sportivo, gli amici in discoteca, il gruppo dei giovani in parrocchia) creano un decentramento dei valori: non esiste più un unico punto di riferimento ma molti, e spesso tutti molto esigenti. Non è difficile capire come non sia facile prendere una posizione in un clima di relativismo e come sia più facile soggettivizzare la propria esperienza di vita, per non dire di quando si arriva a individualizzarla in modo radicale in opposizione a una qualsiasi autorità che, a questo punto, è percepita come una minaccia. Questo pluralismo e questa complessità sono dunque due fattori importanti dell'odierna 'crisi della paternità', ma non sono gli unici.

            Se l'autorità è in crisi, se la paternità non ha un ruolo chiave nella vita dei giovani, ciò è da attribuirsi anche a elementi interni alla stessa dinamica famigliare. Uno psicologo e studioso del mondo giovanile si è interrogato alcuni anni fa sull'attuale situazione del mondo giovanile, ha intitolato il suo studio con uno slogan: 'Interminabili adolescenze'[7]. Egli si è reso conto come il giovane della società occidentale, entra nella fase critica della vita denominata adolescenza (quella fase appunto si rivendica una certa autonomia dall'autorità dei genitori in vista di una identità più definita), ma non vi esce facilmente. Potremmo dire, riprendendo Garelli, vive in modo permanente la cosiddetta fase del 'rinvio'. Gli impegni costringenti della vita (lavoro, famiglia, impegno nel sociale) vengono demandati all'indefinito e si preferisce una situazione di parcheggio (scuole che non finiscono mai, convivenze senza obblighi, dipendenza dalla famiglia per lungo tempo). Le risposte che lui si dà sono quelle che ci diamo anche noi, forse le più ovvie: una società che non garantisce il lavoro, una scuola che non prepara etc. Ma poi fa un passo più in là: che cosa succede nelle famiglie? La sua indagine mostra come i 'padri', quelli che gli adolescenti rifiutano, spesso hanno delegato il loro compito, vogliono talvolta imitare i giovani e così non offrono un modello autentico di realizzazione, o ancora rinunciano a impostare una educazione intorno al bene e al male[8]. Insomma, la crisi della paternità non è una crisi che riguarda il mondo dei giovani, ma coinvolge e responsabilizza i cosiddetti adulti.



            2. La povertà dei valori


            Se da una parte i giovani rivendicano una maggiore autonomia, una libertà maggiore dai vincoli 'paterni' dobbiamo anche dire che questo non ha come conseguenza un rafforzamento della loro identità e dei valori sui quali giocare la propria vita. Ecco allora un altro fenomeno che ho voluto definire con 'povertà di valori', cioè di obiettivi, di ideali significativi sui quali impegnare se stessi. Siamo in un'epoca definita dagli specialisti come post-moderno, nella quale i valori della modernità (cioè della società industriale) sono sempre più in crisi e non vi sono altri valori pronti a sostituirli. O meglio, vi sono, ma sono valori di piccola gittata. Vaccarini[9] individua nei giovani una prevalenza dei valori espressivi su quelli più consolidati, intendendo con i primi quei valori che hanno a che fare con la realizzazione di sé, rispetto a quelli che riguardano il bene della collettività. Qualcuno ha definito questa tendenza come il nichilismo dei valori, caratteristica del post-moderno.

            A ben guardare, quindi, non vi è una vera assenza di valori, solo che questi sembrano avere delle caratteristiche ben precise: sono fondamentalmente soggettivi. Mentre la generazione del '68 rivendicava alcuni valori che avevano come comune denominatore il 'noi', oggi il comune denominatore dei valori è l''io'. Qualcuno ha detto che nel linguaggio corrente il pronome che più ricorre sia appunto io, come per dire che il nostro stesso clima culturale occidentale sia di riferimento alle esigenze della persona, dell'individuo. Uno psicologo[10] notava come nel periodo della contestazione vi era la tendenza a criticare le strutture superiori del sociali in nome di una nuova struttura, una nuova società che doveva nascere, ora la contestazione non c'è più, c'è piuttosto l'indifferenza. Se allora i giovani si trovavano insieme intorno ad un idea per cui lottare, ora si ritrovano insieme per ascoltare della musica ... il giudizio critico dello studioso arriva a dire che 'è finito il regno del super-io, regna l'es'. Si potrebbe quasi dire che il desiderio, il proprio mondo affettivo-emotivo, diviene criterio per affermare i valori.

            Quindi non una assenza dei valori, ma più propriamente una debolezza di valori. Il tutto rientra in un altro fenomeno, tipico del nostro tempo e delle nostre culture occidentali: il narcisismo[11]. Questa parola 'narcisismo', desunta dalla psicologia clinica, significa in breve 'amore di sé' ed è passata ad indicare un atteggiamento ricorrente dell'uomo contemporaneo. La nostra epoca ha un marcato accento antropologico, cioè un'attenzione notevole all'uomo e alla sua realtà (fisica, sociale, psicologica etc.) e questo, se da una parte è un indice positivo, dall'altra porta con se un modo di vita sempre più centrato sull'attenzione a sé, che a volte diventa patologico.

            Dal punto di vista comportamentale questo narcisismo si riscontra in alcuni atteggiamenti pratici che molti giovani oggi hanno. Un'attenzione forte per il presente che diviene l'unico spazio che merita di essere vissuta pienamente; il passato viene dimenticato (anche il passato personale e famigliare), esso non c'è più, non ha niente da dire alla mia esperienza di oggi; il futuro poi non c'è ancora, non vale la pena impegnarsi per un progetto o un ideale che vincoli la mia vita per un tempo che deve ancora venire. Ciò che conta è il presente: io lo vivo, lo sperimento, è una realtà sensibile con la quale mi devo misurare. Un altro tratto comportamentale è la mancanza di empatia: si riscontra in alcuni giovani una incapacità a commuoversi o a sentirsi chiamati in causa dalle emozioni e dalle sofferenze degli altri, una specie di ego-centrismo emotivo che fa del proprio vissuto la cosa più importante e di quello degli altri una cosa esterna a me, che non mi riguarda. Insomma questo fenomeno del narcisismo culturale sembra essere in relazione con la debolezza dei valori: questi sono il risultato di un uomo fortemente preso dalla preoccupazione per sé.

            Ma quali sono le conseguenze di questa povertà di valori? Nei giovani possiamo riscontrare come questa assenza di valori, di principi direttivi della propria vita, condiziona molto la formazione della loro identità umana e cristiana. L'identità è debole (non profonda, non dura nel tempo) e frammentata (legata alle diverse appartenenze). La ricerca dei nuovi culti, delle nuove religioni è in questa linea: il giovane cerca qualcosa che gli dia una risposta immediata alla sua esigenza immediata di capirsi e di definirsi. L'identità personale è sempre più debole perché fondata non su valori stabili e profondi, ma su ideali intermedi e ego-centrici. Ne segue che il giovane si ritrova confuso, insoddisfatto, incapace di vedere un senso in quello che fa.

            Dal punto di vista etico[12] la povertà di valori ha dei risvolti negativi non solo sui giovani, ma su tutti gli strati sociali. Da un punto di vista della coscienza personale si assiste, come si notava anche prima, a una soggettivizzazione e una privatizzazione della coscienza, dove è vero ciò che io sento e falso ciò che non mi interessa[13]. L'individualismo de valori ha condotto a una sorta di critica diffusa verso tutti quelli atteggiamenti virtuosi, di autocontrollo, di altruismo, di sacrificio di sé per il bene comune, che erano più in voga in passato[14]. La crisi dei valori insomma va di pari passo con la crisi etica, ci sono studi che evidenziano come ci troviamo in un tempo di vera e propria notte etica, alcune cifre per sbalordirci un po' e per pensare. La famiglia si presenta sempre più come una istituzione in via di fallimento, i divorzi e le separazioni sono in aumento, le convivenze vengono preferite perché rispondono meglio alla mentalità di non-vincolarsi in un progetto a lungo termine. Questo disagio della famiglia ha delle conseguenze sui figli notevoli a livello di adattamento psichico, sociale e scolastico. Un'altro segnale della crisi etica è l'aumento della violenza e la mancanza di autocontrollo, alcune cifre[15].

            Per riassumere i valori del mondo giovanile sono deboli, tendono a esser il frutto di personalità ego-centrate e perciò risultano essere soggettivi più che altruistici. Tutto ciò è frutto del clima culturale dominante e ha delle conseguenze a livello etico che non possono essere passate sotto silenzio.



            3. Segni di speranza


            Non vogliamo fermarci qui, ma considerare questo come il nostro tempo, il tempo nel quale ill Signore ci ha dato una missione da compiere. E' dunque un tempo di crisi il nostro, ma anche un tempo di grandi opportunità (la parola crisi in cinese ha questo doppio significato: rischio-opportunità); può allora essere letto in un orizzonte di possibilità, che come educatori possiamo e dobbiamo saper vedere.

            Innanzi tutto nella ricerca di una autonomia dei giovani d'oggi, dobbiamo poter vedere non solo una critica ai modelli patriarcali superati, ma una esigenza di autenticità, un desiderio di passare da una vita fatta di doveri a una di responsabilità. Il voler essere protagonisti e responsabili della propria vita può spingere a dare in qualità, molto più di quanto non si dia per dovere o per paura (Garelli nota come i giovani impegnati per un ideale siano veramente oblativi, desiderosi di dare tutto se stessi).

            Nella spiccata attenzione per se stessi deve essere visto non solo il narcisismo culturale (nel senso di una soggettività negativa), ma anche una maggiore attenzione ai problemi dell'uomo e alla consapevolezza nelle scelte (una soggettività in senso positivo). L'essere umano, la persona acquista sempre più dignità[16], l'individuo vuole capirsi sempre più. Questo ci mette di fronte a individui sempre più desiderosi, più o meno consciamente, di trovare un senso esistenziale. Questo guardare dentro se stessi, se da una parte può esser un auto-gratificazione, dall'altra rende maggiormente sensibili, capaci di percepire la propria inquietudine e più aperti alla ricerca di un senso. I giovani di oggi sono in qualche modo più a contatto con la loro insoddisfazione, quindi indirettamente più bisognosi di trovare un approdo a questa loro inquietudine.

            Un altro vantaggio ci viene dall'informazione: mai come in passato l'uomo ha a disposizione un volume di conoscenze così vasto e alla portata di tutti. Le diverse appartenenze rendono l'uomo maggiormente informato e specializzato in vari campi, ma spesso non sa cosa fare di tutto questo. Prima era la natura a dominare e impaurire l'uomo, ora è l'uomo a dominare e a manipolare la natura. Si dice che siamo nell'era della tecnica[17], della trasformazione della materia, ma nonostante tutte queste possibilità l'uomo avverte che tutto ciò non basta, ha bisogno di una ragione, di un logos, di un punto di riferimento. Ecco allora che le diverse informazioni e possibilità scientifiche sono come in attesa di un punto di riferimento.



            4. Cosa fare o piuttosto chi essere e come?


            Di fronte allo scenario di luci e ombre è opportuno farsi ora la domanda: cosa dobbiamo fare noi educatori cristiani? Credo che la domanda sia mal posta, infatti non è possibile aiutare le giovani generazioni se prima noi, io personalmente, non siamo passati positivamente attraverso questa crisi epocale e abbiamo trovato delle risposte per noi. Dobbiamo essere perfetti? No, non si richiede all'educatore la perfezione, ma l'autenticità; autentico è chi riesce a far corrispondere il suo volto esterno al suo cammino interno. Autenticità è quel tratto che dà autorevolezza a ciò che dico, che rende genuino il mio modo di pormi di fronte ai giovani, che mi fa essere vero e per ciò stesso credibile e degno di fiducia. Il giovane ha bisogno di trovarsi davanti innanzi tutto una persona autentica, che trasmette non parole o emozioni, ma esperienze realmente vissute. In fondo gli apostoli hanno prima vissuto, in tutta la loro fragilità e debolezza, il tempo della Passione e Risurrezione, poi, ricevuto lo Spirito, sono stati mandati a predicare, a fondare comunità. La loro autenticità veniva dalla vita cristiana che non solo proclamavano, ma vivevano.

            Bisogna dunque che noi ci lasciamo soprattutto educare, educare dal Signore a passare nelle crisi del nostro mondo e a fare, in questo mondo, esperienza della visita di Dio. E qui allora, a partire da quanto abbiamo detto, alcune domande per noi. Abbiamo fatto i conti con l'area della paternità? In che misura noi, chiamati a diventare padri di altri, abbiamo risolto i nostri problemi con l'autorità? Esiste in ognuno la tentazione di vivere un rapporto con Dio basato sull'utilità e non sulla sua verità, cioè si ragiona più o meno così: 'Mi piace questa esperienza di fede, perché qui mi sento bene, perché qui ho provato emozioni nuove'. Tradotto in termini pratici questa è la religione funzionale, la religione materna, la fede del bisogno. Fare i conti con la paternità significa riuscire a chiedersi: fino a che punto io accetto che Dio sia altro da me? Fino a che punto accetto di dover ancora crescere nel mio rapporto con Dio? Godin dice che una autentica esperienza di Dio accetta che lui si riveli anche in modo diverso da come io me lo sarei aspettato, che lui mi deluda e mi sorprenda un po', allora ho veramente incontrato Dio.

            Il secondo confronto potrebbe essere sui valori: i valori che ho scelto sono veramente quelli di Cristo o sono degli pseudo-valori, magari molto alla moda? I valori cristiani non sono mai facilmente condivisibili, creano sempre un certo disturbo nella mia vita, ma sono i soli che realmente mi riempiono di gioia. Anche noi viviamo in un clima di soggettivismo, di individualismo, di relativismo etico, di narcisismo, e anche noi possiamo arrivare a distorcere ciò che fonda la nostra identità. Una domanda intorno ai valori può aiutarci a vedere se anche noi viviamo una oggettività o siamo in clima di un pensiero debole. Per farmi capire, ci sono parole che oggi vanno molto di moda, anche tra i cristiani, ma che non necessariamente sono orientamenti cristiani, pensiamo per esempio a: solidarietà, partecipazione, accoglienza, libertà, condivisione, pace ... molto belle, forse sono presenti anche nella nostra vita, ma forse non bastano per essere cristiani. I valori cristiani sono molto più esigenti, ci toccano in profondità ed esigono una presa di posizione nella nostra vita, si pensi per esempio a: castità, obbedienza, sequela di Cristo, mitezza, amore al nemico, povertà etc. Tutti questi provocano qualcosa in noi, toccano le sfere profonde del nostro essere, fanno luce dentro di noi, o meglio, separano le tenebre dalla luce. Ecco allora, è importante che un educatore cristiano, per essere efficace, si confronti soprattutto con l'oggettività di questi valori.

            L'autenticità dell'educatore è dunque data dal fatto che egli viva nella propria vita una vera esperienza di Dio (abbia cioè fatto i conti con l'area della paternità) e una oggettività di valori (tenda cioè verso degli obiettivi autenticamente cristiani). Ma non basta. Occorre che egli abbia una solida identità personale, a livello umano-cristiano, è questo un terzo confronto. L'identità può essere definita come un senso di sé realistico e stabilmente positivo. Essa è costituita dai valori che uno persegue (il cosiddetto io-ideale) e dalle proprie dotazioni e limiti (il cosiddetto io-attuale). L'identità di una persona è data quindi da questi due poli: da una parte le mete ideali e dall'altra ciò che uno è. Ora, ognuno è chiamato a conoscersi in questo, questi due poli costituiscono come due piedi sui quali poggiare la propria esistenza e il proprio lavoro di educatore. Essi in sintesi corrispondono a due domande: Verso dove sto andando? (e dall'altra parte) Chi sono io di fronte alla strada che ho scelto? Se sulla prima domanda abbiamo già riflettuto parlando dei valori (dove l'identità cristiana è fatta dai valori cristiani), alla seconda rispondiamo dicendo che nelle diverse situazioni della vita uno si mette alla prova e impara a vedere di che pasta è fatto. La maturità vuole che riusciamo a vederci per ciò che veramente siamo, con i nostri limiti e con i nostri doni, accettando quelle parti di noi che oggettivamente rallentano il nostro cammino verso Dio, accettando tutto il nostro essere, il corpo, il mondo dei nostri bisogni, delle nostre relazioni, dei nostri desideri, dei nostri pensieri. Solo così si consolida l'identità personale e si creano le premesse per una autenticità educativa.



    [1] A titolo riassuntivo si veda, Garelli F., 'Quasi sospesi tra disagi e valori' in Jesus 1/1995.

    [2] Vedi Dall'Osto A., 'Ancora cristiani?', Testimoni 19/1993.

    [3] Vergote A., Psicologia religiosa, Borla.

    [4] In altro modo, come fa Godin A. (Psicologia delle esperienze religiose, Queriniana), si potrebbe parlare di religione funzionale e non-funzionale: cioè una religione che mi serve, che è in funzione delle mie domande, o una religione che è al di là di me (sono queste le religioni cosiddette 'rivelate').

    [5] Vanzan P. ('Crisi della modernità e ambiguo ritorno al sacro', Civiltà Cattolica, 4/1995) fa notare come il cosiddetto 'ritorno al sacro' della società contemporanea abbia qualche ambiguità: tra ateismo e religioni tradizionali (dogmatiche) vi è una tendenza a scegliere i nuovi culti, le sette, come meno strutturati ideologicamente e più appaganti esperienzialmente.

    [6] Si veda Margaritti A., 'Il disagio della complessità', La rivista del clero italiano 6/1993.

    [7] L'autore, psicologo francese, è Anatrella T.

    [8] Si veda, ad esempio, l'articolo su Avvenire del 25.11.1995 intitolato: 'Soli nella cameretta, ma con la tv' e anche 'Un figlio? Un affare da sette milioni all'anno'.

    [9] Vaccarini I., 'I valori giovanili nelle società occidentali', Aggiornamenti Sociali 9-10/1984.

    [10] Manenti A.

    [11] Lasch C., La cultura del narcisismo, Bompiani.

    [12] Vedi Vaccarini I., 'Alcuni indicatori di crisi nella società occidentale', Aggiornamenti Sociali 6/1995.

    [13] Si è parlato a tal proposito di emotivismo.

    [14] Vedi Mc Intyre, Oltre la virtù, Feltrinelli, 1988.

    [15] Si veda l'articolo citato.

    [16] La tendenza antropologica del nostro tempo ha consolidato anche tutta una serie di valori umani (i valori della solidarietà e del rispetto) sui quali oggi si discute meno. Negli stati e nelle religioni tradizionali si sente sempre più il desiderio di dialogare e di operare concordemente per la pace e per la dignità della vita umana. E' vero che forse manca ancora molta strada, e si è ancora lontani da una vera coscientizzazione e realizzazione di questi valori, ma si stanno notando delle aperture.

    [17] Vedi Galimberti U., 'L'uomo nell'età della tecnica' in Credereoggi (Ed.Messaggero) n.75.



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Ultimo aggiornamento ( mercoledì 30 maggio 2007 )
 

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