| DA DELITTO A DIRITTO |
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| lunedì 25 agosto 2008 | |
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L' "eclissi" del valore della vita.
L' "impegno" del Parlamento europeo
Il ruolo dell'intero sistema delle Nazioni Unite. Un'iniziativa "globale" per legalizzare l'aborto. La Commissione sullo stato delle donne dell'ONU rifiuta di inserire in un documento il divieto di infanticidio e di aborto finalizzato alla selezione del sesso del nascituro Il Protocollo di Maputo. I numeri. Esempi di legislazioni.
"Una ferita nelle nostre società". L' "eclissi" del valore della vita Città del Vaticano (Agenzia Fides) - In quella straordinaria Enciclica che è l'Evangelium Vitae, del 25 marzo 1995, Giovanni Paolo II scriveva (n.11): "Ma la nostra attenzione intende concentrarsi, in particolare, su un altro genere di attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto», al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l'intervento gratuito degli stessi operatori sanitari. Tali attentati colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi, in larga parte, sono consumati proprio all'interno e ad opera di quella famiglia che costitutivamente è invece chiamata ad essere «santuario della vita». Come s'è potuta determinare una simile situazione? Occorre prendere in considerazione molteplici fattori. Sullo sfondo c'è una profonda crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti stessi del sapere e dell'etica e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza il senso dell'uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri. A ciò si aggiungono le più diverse difficoltà esistenziali e relazionali, aggravate dalla realtà di una società complessa, in cui le persone, le coppie, le famiglie rimangono spesso sole con i loro problemi. Non mancano situazioni di particolare povertà, angustia o esasperazione, in cui la fatica della sopravvivenza, il dolore ai limiti della sopportabilità, le violenze subite, specialmente quelle che investono le donne, rendono le scelte di difesa e di promozione della vita esigenti a volte fino all'eroismo. Tutto ciò spiega, almeno in parte, come il valore della vita possa oggi subire una specie di «eclissi», per quanto la coscienza non cessi di additarlo quale valore sacro e intangibile, come dimostra il fatto stesso che si tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o terminale con locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo sguardo dal fatto che è in gioco il diritto all'esistenza di una concreta persona umana". "Da delitto a diritto". Con una specie di gioco di parole, Giovanni Paolo II delineò così la ferita al valore della vita che l'orizzonte della "modernità" stava consumando ai danni della persona umana, della sua dignità, dal concepimento alla sua morte naturale. Questa "eclissi" - come la chiamava il Papa - ha avuto ed ha i suoi responsabili. I "manipolatori della coscienza collettiva", negli ultimi decenni, sono stati innumerevoli e, tra questi, non si possono non annoverare le istituzioni internazionali. Sotto l'usbergo della "salute riproduttiva" delle donne e la truffa dell'esplosione demografica, che non è mai esistita, hanno condotto politiche antinataliste, delineando e consegnando un mondo fatto di vecchi, che non promuove né le nascite né la difesa dell'entità familiare. Queste istituzioni, in buona sostanza, registrano dei fenomeni sociali e di fatto non governano la complessità del mondo che viviamo, disinteressandosi del piano dell'etica, che è a fondamento della stessa concezione di essere umano. Sull'aborto, la politica dice che se non ci fossero le leggi che lo regolamentano, ci sarebbe un numero altissimo di aborti clandestini. A parte la falsità di quest'affermazione, c'è da considerare che la politica di queste istituzioni, di uomini e donne "legislatori", sceglie, dal suo punto di vista, il male minore, quello dell'aborto non clandestino, non soffermandosi minimamente sulla difesa del bene vita. Se l'aborto è un male in sé, sempre una tragedia - soprattutto per le donne, come giustamente viene detto - è questo che dovrebbe essere insegnato, se si vuole difendere la cultura della vita. Il "riparo" della politica è legittimare le scelte individualiste più sfrenate, che blandisce. E' anche "comodo" agire così. Solo che agendo così, non vengono preservati il diritto alla vita e la dignità del vivere, che non sono salvaguardati come beni in sé, per tutti e per ciascuno, ma sono, di volta in volta, bilanciati con l'interesse di terzi, della maggioranza. Si consuma una sorta di dominio dell'utilitarismo. Quel che serve, va conservato, quel che non serve, anche l'essere umano, va gettato via e si introduce nella coscienza collettiva - che tende ad essere annullata - un elemento di formidabile pericolosità intellettuale e civile, che stravolge il concetto stesso di bene comune, che viene inteso come sommatoria dei beni individuali. Io, come individuo, posso anche essere annullato, purchè rimanga o aumenti un interesse di un maggior numero di persone. Pensiamo alla diagnosi prenatale, che è diventato strumento selettivo sulla natalità o all'eutanasia. Nella vita associata, che è definita dalle regole e dai principi che una politica attenta alla morale si dà, è compito di ciascuno salvaguardare il bene della vita di ciascuno e questo bene costituisce il principio. Tutti gli altri beni, anche quelli apparentemente più utili socialmente, rimangono, rispetto ad esso, in secondo piano. L'"impegno" del Parlamento europeo L'"impegno" che il Parlamento europeo ha profuso nel favorire e promuovere una cultura di negazione del diritto alla vita, è stato esemplare. Nel caso dell'aborto, utilizzando il paravento della salute della donna e dei diritti riproduttivi, il Parlamento europeo si è "esercitato" più volte. Con raccomandazioni e risoluzioni innumerevoli, che, anche se non vincolanti per gli Stati, hanno concorso in maniera evidente a formare e radicare nell'opinione pubblica europea un'idea di vita che nulla ha a che fare con l'etica. Un esempio? Un rapporto dell'EU Network of Independent Experts on Fundamental Rights (EUNIEFR, Commissione dell'Unione Europea di esperti indipendenti sui Diritti Fondamentali, istituita nel 2002 come conseguenza di una Raccomandazione del Parlamento Europeo e dipende dalla Direzione Generale per Giustizia, Libertà e Sicurezza), pubblicato il 15 dicembre 2005, condannò una bozza di trattato tra Slovacchia e Santa Sede che garantiva l'obiezione di coscienza ai medici e paramedici che non intendevano praticare aborti. Fu addotto il motivo che l'obiezione di coscienza non può ledere i diritti delle donne alla salute. Il rapporto riconobbe l'esistenza di un diritto all'obiezione di coscienza garantito dalle Convenzioni internazionali, ma sostenne che esso "non è illimitato", ovvero "può confliggere con altri diritti ugualmente riconosciuti dal diritto internazionale. In queste circostanze deve essere trovato un equilibrio tra queste esigenze conflittuali, per cui un diritto non deve essere sacrificato a un altro".
Sono due gli elementi che più inquietano, ma fino ad un certo punto, della visione che l'Assemblea di Strasburgo propone su questo tema. Il primo riguarda una mistificazione, culturale, politica, legislativa e quindi sociale: nessuna legislazione al mondo parla di diritto all'aborto. E' un diritto che è stato invocato, certo. Come non ricordare, a questo proposito, la presa di posizione della benemerita Amnesty dell'agosto 2007, che nella sua assemblea mondiale ha inteso annoverare il diritto all'aborto come diritto umano. Sta di fatto, però, che nessun legislatore ha scritto nelle sue leggi che quello all'aborto è un diritto. Proclamarlo, in una sede così prestigiosa, significa compiere una vera e propria una manipolazione della coscienza collettiva. Tanto più se si riflette sul fatto - e questo è il secondo elemento che la prestigiosa Assemblea non considera - che non può esistere in natura l'esercizio di un diritto la cui estrinsecazione comporta la soppressione di un altro essere umano, in questo caso, per giunta, il soggetto più debole, il concepito. L'Assemblea di Strasburgo, se volessimo considerare come stanno le cose, avrebbe fatto e farebbe bene - perché sarebbe suo compito - a dare risposte concrete alla crisi della natalità, all'invecchiamento della popolazione, alla strage di aborti che viene compiuta in Europa, dove si consuma, in base alle statistiche e ai rapporti depositati presso il Parlamento europeo, un aborto ogni venticinque secondi. E' anche vero - e questo va comunque considerato - che queste risposte potrebbe darle un'Europa certa della sua identità e dei valori cristiani. Il ruolo dell'intero sistema delle Nazioni Unite L'Organizzazione Mondiale della Sanità e il Fondo Mondiale delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) sono le principali agenzie ONU di riferimento per conoscere le condizioni di vita e lo stato di salute della popolazione del mondo. I dati raccolti ed i suggerimenti contenuti negli innumerevoli rapporti forniti da WHO e UNFPA costituiscono un punto di partenza per qualsiasi politica di sviluppo e di welfare, nazionale e sovranazionale. Molte pubblicazioni ufficiali di UNFPA e di WHO sono fatte in collaborazione o comunque attingono ampiamente a studi e lavori di due grandi organizzazioni non governative: la Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare (IPPF, International Planned Parenthood Federation) e l'istituto di ricerca da essa nato, l'Alan Guttmacher Institute. I dati Oms sulla mortalità delle donne relativi all'aborto in condizioni di non sicurezza, la diffusione e l'uso delle varie tecniche contraccettive, programmi di educazione sessuale e prevenzione dell'HIV: difficile trovare qualcosa che non porti anche il marchio di IPPF e Alan Guttmacher Institute nell'ambito della cosiddetta "salute riproduttiva". L'Ippf - racconta Assuntina Morresi su "Il Foglio del 22.6.2005 - nasce nel 1952 a Bombay, in India, ed è una federazione di otto associazioni nazionali di pianificazione familiare (Family Planning Associations, FPA), quasi tutte di stampo eugenista; la FPA di Hong Kong era nata nel 1936 come Lega Eugenetica, ed aveva cambiato nome nel 1952, analogamente a quella olandese, che nel 1946 da Lega Neomaltusiana Olandese era diventata Società Olandese per la Riforma Sessuale. Le presidenti delle FPA di India e Singapore aderiscono alle rispettive Società Eugenetiche; nel Regno Unito la FPA ha sede al 69 di Eccleston Square a Londra, quartier generale della Società Eugenetica, ha fra i sostenitori Bertrand Russel, H.G. Wells (il famoso autore de "La guerra dei mondi") e Marie Stopes, la quale nel 1921 aveva fondato la Società per il Controllo Costruttivo delle Nascite e il Progresso Razziale. L'affiliata tedesca Ippf della Germania Ovest, si chiama Pro Familia (nome che successivamente sarà adottato dalla FPA della Colombia), fondata nel 1952 dal Medico Hans Harmsen, che ne rimane presidente fino al 1967 e presidente onorario fino al 1984. Nel 1931 Harmsen aveva elaborato un progetto di politica della popolazione che poi sarebbe diventato la base teorica della politica razziale nella Germania nazista. Aveva quindi supportato la sterilizzazione forzata dei disabili, curandone l'applicazione anche all'interno della Innere Mission, una rete di ospedali e cliniche protestanti di cui era amministratore medico. Noto e influente, insieme a Franz Lohse, curò gli atti del Congresso Internazionale della Scienza della Popolazione, tenuto a Berlino nel 1935. La FPA americana, fu fondata nel 1942 da Margaret Sanger, che diventerà anche presidente onorario della Federazione internazionale. Pioniera del movimento di controllo delle nascite, la Sanger è anche un'entusiasta aderente alla Società Eugenetica Americana e ha frequenti contatti con gli eugenisti e i neomaltusiani europei. Fondatrice di numerose associazioni promotrici del controllo delle nascite, organizza a Ginevra nel 1927 la Prima Conferenza Mondiale sulla Popolazione. Nel 1930 a Zurigo, durante la settima Conferenza internazionale per il Controllo delle Nascite, fonda il Centro Informativo Internazionale per il Controllo delle Nascite, con lo scopo di "diffondere la conoscenza sul controllo delle nascite in tutto il mondo". L'attività internazionale viene supportata da corrispondenti in 30 nazioni. Non a caso gli storici, sottolineando la trasnazionalità del movimento eugenetico, ne hanno segnalato la presenza in ben trenta paesi nel mondo nel corso del XX secolo. Nel 1934 la Sanger effettua viaggi informativi in Scandinavia ed Unione Sovietica, ed insieme all'inglese Edith How Matryn nel 1935-1936 intraprende un tour mondiale per diffondere idee e metodi per il controllo delle nascite. Da uno dei suoi scritti, "Il cardine della civiltà", pubblicato nel 1922 con prefazione di H. Wells: "Il problema degli elementi dipendenti, delinquenti ed imperfetti nella società moderna, ripetiamo, non può essere minimizzato per la piccola proporzione numerica addotta rispetto al resto della popolazione. La proporzione sembra piccola...I pericoli attuali possono essere pienamente compresi quando abbiamo acquisito informazioni definite sul costo finanziario e culturale di queste classi per la comunità, quando diventiamo pienamente coscienti del peso dell'imbecille sull'intera razza umana; quando vediamo i fondi che dovrebbero essere disponibili per lo sviluppo umano, per la ricerca scientifica, artistica, filosofica, essere stornati ogni anno, per centinaia di milioni di dollari, per la cura e la segregazione di uomini, donne e bambini che non dovrebbero essere mai nati." E ancora: . "Il problema d'emergenza della segregazione e sterilizzazione deve essere affrontato immediatamente. Ogni ragazza o donna affetta da deficienza mentale di tipo ereditario, specialmente se idiota, dovrebbe essere segregata durante il periodo riproduttivo. Altrimenti, quasi certamente genera bambini imbecilli, che a loro volta certamente ne generano altri inferiori. I maschi imperfetti non sono meno pericolosi. La segregazione portata avanti per una o due generazioni dovrebbe darci solo un controllo parziale del problema. D'altra parte, quando ci rendiamo conto che ogni persona debole di mente è un potenziale inizio di un' infinita progenie di imperfezione, preferiamo la politica della sterilizzazione immediata, della sicurezza che la maternità sia assolutamente proibita ai deboli di mente. Questa è una misura di emergenza". Alan Guttmacher (e qui torniamo all'Alan Guttmacher Institute, che supporta con il suo lavoro informativo l'Oms) è un collaboratore di Margaret Sanger. Medico affermato, fin dagli anni venti è stato esponente di spicco del Movimento del controllo delle nascite e convinto sostenitore dell'uso della spirale nei paesi sottosviluppati. Vice presidente della Società Eugenetica Americana dal 1956 al 1963, è comunque nel board nel 1955 e dal 1964 al 1966. E' Presidente della FPA americana dal 1962 al 1974. Insieme a Clarence Gamble e Robert Latou Dickinson, fu coinvolto nel gruppo eugenetico "Birthright" (più tardi Human Betterment Association of America), attivo nella promozione della sterilizzazione. In qualità di Responsabile del Comitato Medico della Ippf intraprese numerosi viaggi in Asia, Africa ed America Latina. In particolare, nel 1968 fu designato dall'Ippf ad assistere il governo del Botswana nello sviluppo di politiche di pianificazione familiare. Intervistato come rappresentante della Planned Parenthood, dichiarò: "Se vai a reprimere una popolazione, è molto importante non farlo come un dannato Yankee, ma per conto delle Nazioni Unite. Perché in tal modo non è considerato un genocidio". E aggiunse "Se gli Stati Uniti si rivolgono ai neri o ai gialli e dicono loro di rallentare il tasso riproduttivo, siamo sospettati immediatamente di avere motivi per mantenere il dominio dell'uomo bianco. Se puoi mandare una forza di colore delle Nazioni Unite, avrai una maggiore influenza". In suo onore nel 1968 è stato istituito l'Alan Guttmacher Institute, di fatto l'istituto di ricerca dell'Ippf ed ente no profit con un budget attuale di 10 milioni di dollari, provenienti da donazioni private, da fondazioni ma anche da contributi di agenzie governative e intergovernative. Nei siti ufficiali delle suddette associazioni la parola eugenetica non compare quasi mai. L'Alan Guttmacher Institute, l'Ippf e le associazioni affiliate di pianificazione familiare non si sono mai preoccupati di prendere pubblicamente le distanze dai loro padri fondatori; piuttosto continuano a negarne l'appartenenza alle organizzazioni eugenetiche. Un'iniziativa "globale" per legalizzare l'aborto Nell'ottobre del 2007, diverse agenzie dell'ONU e Organizzazioni Non Governative, hanno lanciato a New YorK un'iniziativa, definita "globale", che include un invito a legalizzare l'aborto.
Tra i patrocinatori dell'iniziativa - denominata Deliver Now for Women and Children (Agisci ora per donne e bambini) - c'è anche il Fondo delle Nazioni Unite per i bambini (UNICEF), un'agenzia che ufficialmente continua a negare il proprio sostegno all'aborto sotto qualsiasi forma. La campagna elenca un numero di serie malattie che hanno conseguenze sulla salute materna e conclude che "la maggior parte delle morti potrebbe essere prevenuta se le donne avessero accesso a cure professionali". C'è chi ritiene che l'attenzione all'aborto sicuro, basata su dati inaffidabili riguardo alla mortalità materna, distolga attenzione e risorse dai veri rischi per la salute delle donne incinte nei Paesi in via di sviluppo che - secondo gli esperti - sono emorragie, eclampsia e travaglio ostruito. Per stessa ammissione dell'UNFPA, nel Rapporto del 2004, i più importanti mezzi per ridurre la mortalità materna sono la presenza di personale sanitario preparato e l'accesso alle cure ostetriche d'emergenza. I sostenitori dell'aborto spesso legano aborto "insicuro" e mortalità materna per spingere alla legalizzazione del cosiddetto aborto "sicuro".
La Commissione sullo stato delle donne dell'ONU rifiuta di inserire in un documento il divieto di infanticidio e di aborto finalizzato alla selezione del sesso del nascituro Riunita a New York per la propria sessione annuale dal 26 febbraio al 9 marzo 2008, con all'ordine del giorno l'"eliminazione di tutte le forme di discriminazione e violenza contro giovani donne e bambine", la Commissione sullo status delle donne (Csw), l'organismo delle Nazioni Unite che si occupa dell'"uguaglianza di genere" e della situazione femminile nel mondo, ha bocciato la richiesta avanzata dalla delegazione americana perché fosse inserito nel documento finale un chiaro divieto di infanticidio e di aborto finalizzato alla selezione del sesso del nascituro. Alla decisione hanno concorso tutti i paesi che praticano l'aborto selettivo, perché di questo si tratta, ma anche il Canada e i paesi europei. Della proposta formulata dagli Stati Uniti sono rimaste solo tre righe, nelle quali si definiscono "non etiche" le pratiche di infanticidio delle bambine e di selezione prenatale del sesso. Questa la risposta della Commissione ONU sulla salute delle donne rispetto ad un problema terribile, denunciato da due decenni. Amartya Sen, Nobel per l'Economia, negli anni '90, per primo parlò, in un famoso saggio sulla New York Review of Books, di cento milioni di "bambine sparite" in Asia. Il Protocollo di Maputo
Dal 30 giugno al 4 luglio 2007, si è svolto presso il Centro Internazionale di Animazione Missionaria, in Vaticano, il XV Meeting di Missiologia sul tema Fare missione oggi - fra spiritualità e sfide bioetiche.
Proteste vigorose contro il Protocollo che autorizza l'aborto sono venute dall'Associazione delle Conferen-ze Episcopali dell'Africa Centrale (ACEAC). Secondo quanto riportato dall'agenzia "Fides" i Vescovi di Bu-rundi, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo hanno scritto nel corso della loro Nona Assemblea Plenaria (21 e 22 giugno 2007) che "contrariamente a quello che pretende di cercare, la preservazione dei valori afri-cani quali la legalità, la pace, la libertà, la dignità, la giustizia, il Protocollo di Maputo distrugge i valori africani in generale e della donna in particolare". I numeri Se si considerassero in valore assoluto, gli aborti nel mondo sarebbero in calo e le donne abortiscono mediamente di meno rispetto a dieci anni or sono. Lo si rileva da uno studio pubblicato dalla rivista "Lancet" dell'ottobre 2007, finanziato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e dalla Banca Mondiale, commissionato a ricercatori della stessa Oms e del Guttmacher Institute, un centro di ricerca legato alla Ippf - International Planned Parenthood Federation: Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare - la maggiore organizzazione non governativa che nel mondo gestisce cliniche e strutture con servizi riguardanti soprattutto contraccezione e aborto.
Gli aborti legali nel 2003 sono stati circa ventidue milioni, e quelli illegali venti, quasi tutti nei Paesi in via di sviluppo. Solo sulla metà degli aborti conteggiati nel mondo esistono quindi dati certi, e non stimati.
Gli aborti unsafe sono valutati indirettamente, in modo diverso da Paese a Paese: ci si basa sui ricoveri ospedalieri per complicanze dovute all'aborto, sul numero di aborti spontanei registrati, sulla mortalità materna, sul tasso di fertilità, sulla diffusione di contraccettivi, su rapporti effettuati da organizzazioni non governative, da rappresentanze di donne e da personale che pratica l'aborto in strutture private.
Complessivamente, la metà degli aborti nel mondo si consuma in Asia, soprattutto in Cina e India.
Esempi di legislazioni "Diventare madre è una questione che riguarda le donne e dipende dalle loro decisioni personali. Entro i primi tre mesi di gravidanza su richiesta della madre, o quando necessario in presenza di malattie senza alcuna considerazione dell'avanzamento della gravidanza, l'aborto è eseguito dal personale medico in condizioni di ricovero ospedaliero. L'elenco delle malattie che giustificano l'interruzione della gravidanza è approvato dal Ministro della Salute».
La seconda tipologia invece sottolinea la generale proibizione dell'aborto, tranne che in alcuni precisi casi ed entra quindi nel dettaglio dei motivi per i quali si può abortire senza incorrere in sanzioni penali: in questa categoria si trovano tuttavia normative con motivazioni tanto ampie da rendere praticamente impossibile negare l'aborto - come dimostra l'esempio dell'India - ma vi sono anche alcune legislazioni più restrittive.
In Svezia la normativa è molto semplice: l'aborto si può effettuare su richiesta fino a 18 settimane, limite che può essere superato in presenza di grave pericolo di vita o per la salute della donna. In Olanda è permesso, su richiesta della donna, fino a che il feto non è "viable", espressione che si può tradurre con "possiede vita autonoma", limite che la legge individua nelle 24 settimane, ma nella prassi è ridotto alla ventiduesima. Anche nella lontana Singapore una richiesta scritta della donna è sufficiente fino a 24 settimane , ma si può abortire anche dopo nel caso di grave pericolo per la sua vita o la sua salute fisica e mentale. In Portogallo, nelle prime dieci settimane di gravidanza si può abortire su richiesta, fino alla ventiquattresima settimana in previsione di malformazioni del nascituro e senza limiti per feti valutati troppo gravi, in caso di pericolo di vita o per danni irreversibili o prolungati alla salute fisica e psichica della madre. In Norvegia è su richiesta fino a 12 settimane, successivamente se la gravidanza, il parto o la cura del bimbo possono danneggiare la salute fisica e mentale della donna, o crearle "circostanze difficili", se c'è rischio elevato che il figlio soffra una seria malattia, se la gravidanza è dovuta a stupro o se la donna ha malattie o ritardi mentali. Dopo le 18 settimane l'aborto è ammesso per motivazioni eccezionali, ma è comunque vietato se il feto è "viable". In Danimarca si può abortire su richiesta fino a 12 settimane e, senza particolari autorizzazioni, anche successivamente se c'è rischio per la vita o la salute fisica e mentale della donna; con l'autorizzazione di un comitato medico, la gravidanza può essere interrotta se si accertano seri disordini fisici e mentali del nascituro, per particolari circostanze sociali ed economiche, o se la donna non è giudicata in grado di prendersi cura del figlio, perchè incapace o immatura. In Finlandia si può abortire fino a 12 settimane in caso di stupro, se la donna ha meno di 17 o più di 40 anni, se ha già quattro figli; inoltre, se la prosecuzione della gravidanza o la nascita del figlio mettono in pericolo la vita o la salute della donna nel caso in cui questa abbia qualche malattia, difetto fisico o "debolezza", o possono procurare uno stress notevole alla donna, considerando le sue condizioni di vita, quelle della sua famiglia, e altre circostanze; se ci sono condizioni per presumere che il bambino sarà mentalmente ritardato o avrà, o svilupperà, una malattia o un difetto fisico severi. L'aborto può essere eseguito anche dopo le 12 settimane in presenza di malattia o difetto fisico della donna e, fino a 24 settimane, se mediante diagnosi prenatali sono state individuate patologie o disabilità serie nel nascituro. In Gran Bretagna l'aborto non è formalmente su richiesta, ma le condizioni per interrompere la gravidanza sono tali da renderlo praticamente libero nelle prime 24 settimane: lo si può effettuare a salvaguardia della salute fisica e mentale della donna o di altri bambini già nati e componenti della sua famiglia, se la donna rischia la vita e, come sempre, se c'è il rischio che il nascituro abbia anomalie fisiche o mentali o sia seriamente handicappato. È da notare che proprio in questi giorni la Camera dei Comuni ha rigettato un emendamento, proposto dal governo laburista, per ridurre il limite a 22 settimane. "Una ferita nelle nostre società" La legge 194, che dal 1978 ha legalizzato l'aborto in Italia, "non ha risolto i problemi", ma ha aperto un'ulteriore "ferita nelle nostre società". Sono le parole che ha usato Benedetto XVI il 12 maggio 2008 nel corso dell'udienza ai delegati del Movimento per la Vita.
___________________________________________________________________________________ Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 18/8/2008; Direttore Luca de Mata Seconda parte del Dossier L’infanticidio femminile e l’aborto selettivo.Il caso indiano.La moratoria sull’aborto.La denuncia dell’Istituto di Politica Familiare sull’aborto in Spagna, prima causa di mortalità.Intervista alla Prof.ssa Maria Luisa Di Pietro, Co-Presidente dell’Associazione “Scienza e Vita” L’infanticidio femminile e l’aborto selettivo Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Si racconta e si documenta che i metodi per raggiungere lo scopo siano vari. Generalmente si adopera una delle molteplici tecniche di soffocamento inserendo nella gola della neonata del tabacco, dei grani di riso o degli impasti ottenuti mescolando insieme acqua e cereali. In alternativa si utilizza un panno bagnato, un cuscino, si annega la neonata in un secchio d'acqua o la si seppellisce in un vaso di terracotta, successivamente sigillato, dove la piccola può resistere fino a due ore prima di soffocare. A volte vengono anche impiegati veleni e pesticidi che provocano il decesso della neonata attraverso convulsioni ed emorragie. E’ l’infanticidio femminile, praticato da secoli in alcune aree del mondo e “sostituito” – grazie al soccorso della moderna tecnologia – con la pratica dell’aborto selettivo. “Un numero imprecisato di donne non ha nemmeno diritto alla vita. Nessun paese, nessuna cultura, nessuna donna giovane o vecchia è immune da questo flagello. Per troppo tempo i crimini sono rimasti impuniti e i perpetratori hanno camminato liberamente”. Sono parole pronunciate nel marzo 2008 dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, durante l’annuale sessione della Commissione Onu sullo status delle donne nel mondo.Si tratta di infanticidio femminile, di aborto selettivo, praticato in molti paesi del mondo. Tra gli altri, India, Cina e Corea del Nord – insieme ad alcuni paesi del nord Africa - sono le realtà in cui questa pratica eugenetica è stata ed è diffusa. A parere del Premio Nobel Amartya Sen, che così si è espresso nel 1992, supererebbero i cento milioni in tutto il mondo le donne “mancanti”. “Mancheranno un milione di donne per ogni censo annuale – disse Sen. E’ una rivoluzione tecnologica di tipo reazionario. Il sessismo dell’aborto selettivo”. Sen parla di “strage delle bambine”: “In paesi come Cina e India, le nascite di bambine sono in diminuzione rispetto a quelle maschili. Il progresso scientifico consente adesso la determinazione prenatale del sesso, così le donne subiscono questa altra offesa, una sorta di discriminazione high tech, l’aborto selettivo”. L'Istituto di Politica Familiare (IPF), insieme ad altre 17 organizzazioni, tutte con status consultivo all'ONU, hanno presentato una relazione durante la 51ª Sessione della Commissione sulla Situazione della Donna, celebrata alle Nazioni Unite dal 26 febbraio al 10 marzo 2008, sulla situazione delle bambine nei diversi paesi del mondo, per chiedere l'urgente eliminazione della violenza e della discriminazione contro le bambine per mezzo dell'aborto selettivo. L'Agenzia Fides, il 13 marzo 2008, ha rivolto alcune domande a Lola Velarde, Presidente della Rete Europea dell'IPF.Quali sono i punti essenziali e il contenuto della relazione presentata all'ONU? La relazione cerca di evidenziare la situazione delle bambine in diversi paesi, con speciale attenzione alla discriminazione che soffrono per il fatto di essere bambina, inclusa la privazione del diritto a nascere. Tratta dunque del problema dell'infanticidio femminile e dell'aborto selettivo femminile in diversi paesi. Per dare una cifra, in questo momento nel mondo ci sono circa 100 milioni di donne in meno a causa dell’infanticidio selettivo e dell'aborto delle bambine. L'aborto selettivo sta diventando una nuova forma, più silenziosa, di infanticidio. Nei paesi in cui avere una figlia è considerato perfino una maledizione per questioni sociali, economiche, culturali, politiche o per tradizioni, vengono lasciate morire oppure, con le nuove tecniche che permettono di scoprire il sesso, vengono abortite prima di nascere. In concreto, cosa intendete dimostrare con la vostra relazione? In primo luogo evidenziare i dati e allo stesso tempo le conseguenze di questo squilibrio nella popolazione mondiale. Normalmente si dovrebbe avere il 50 per cento di uomini e il 50 per cento di donne, ma per ogni 100 donne che nascono ci sono 105 uomini. Tuttavia, per questa discriminazione, ci sono paesi e regioni che arrivano ad avere 120 o 130 uomini per ogni 100 donne. Questo porta gravi conseguenze: oltre al problema che molti uomini non troveranno una donna, la situazione sta generando violenza, depressione, alcolismo e, quello che è più grave, violenze, sequestri di bambine, traffico di donne, compra vendita di bambine... L'obiettivo che cercavamo di raggiungere era di evidenziare questi dati. In secondo luogo, volevamo chiedere alle Nazioni Unite di sollecitare gli Stati membri perché prendano misure adeguate per evitare questa discriminazione e sostengano le famiglie sulle quali nascono bambine e le iniziative delle ONG locali che aiutano in questo campo. Abbiamo ricordato inoltre che la Convenzione sui Diritti dal Bambino nel suo preambolo contempla che il bambino ha bisogno di protezione legale e giuridica, tanto prima come dopo la nascita. Abbiamo chiesto che si faccia riferimento a questo paragrafo quando si parla di violenza contro le bambine, e si dica espressamente ‘tanto prima come dopo la nascita’. È molto importante far capire che si sta privando un essere umano del suo diritto basilare, il diritto a nascere. Com’è stata accolta all’ONU la vostra proposta? Sebbene questa sessione fosse centrata sulla situazione delle bambine, nella bozza iniziale non c'era nessun riferimento a questa discriminazione selettiva. Grazie alla nostra proposta è stato incluso un breve paragrafo nel testo finale che si riferisce alla "eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le bambine e delle cause della preferenza per il figlio maschio, che ha come conseguenza pratiche dannose e contrarie all'etica, come l'infanticidio femminile e la selezione sessuale prenatale, le quali possono avere una ripercussione significativa sull'insieme della società". Avrei preferito un testo più ampio e più chiaro, ma la dichiarazione è già un passo in avanti. Il caso indiano In base alle stime eseguite dalle Nazioni Unite, solamente in India sarebbero oltre 50 milioni le donne “mancanti”. Altri dati, dicono oltre 60 milioni. Uno studio eseguito alcuni anni or sono dal National Family Health Survey dimostra che la composizione ideale della famiglia indiana è di due figli maschi e una figlia femmina e durante il sondaggio solo il 7% delle intervistate ha risposto che il sesso del nascituro non ha importanza. A parere degli studiosi, le motivazioni della preferenza per il figlio maschio derivano da una serie di fattori, primo fra tutti il fatto che la società indiana si fonda su un modello familiare patriarcale in cui i figli maschi rimangono nella casa natale, innestando il proprio nucleo su quello preesistente, mentre le figlie femmine si sposano appena raggiunta la pubertà, sparendo dall'orizzonte familiare. In generale, un nucleo riceve un maggiore ritorno economico dai figli maschi in quanto essi, più delle loro sorelle, amministreranno le proprietà o gli affari, indipendentemente dalla loro quantità o qualità, porteranno un salario e si occuperanno dei genitori durante la vecchiaia. A questo si aggiunge che un figlio maschio con il matrimonio darà alla casa una sposa che, oltre a fornire un aiuto domestico non retribuito, arricchirà la nuova famiglia con la cospicua dote che è costretta a portare con sé al momento del suo ingresso. Biologicamente non è sempre possibile ottenere la composizione familiare desiderata e, nel tentativo di partorire l'indispensabile progenie maschile, molte donne continuano la procreazione dando alla luce un numero di bambine superiore a quello auspicato. L'infanticidio è una pratica storicamente conosciuta in diverse culture compresa quella indiana, dove sembra antica di secoli. All'arrivo degli inglesi come governatori, nella seconda metà del '700, l'infanticidio era una pratica fiorente tra alcune caste dell'India settentrionale. Il primo incontro con l'usanza gli inglesi lo ebbero in Bengala nel 1789. Successivamente si resero conto che essa era diffusa in tutti gli stati del nord e del centro tra le caste alte e di origine guerriera, quali i Rajput, i Jat, gli Ahir, i Gujar e i Khutri. I resoconti erano preoccupanti: nel 1808 nella provincia di Baroda (oggi Vadodara), nel Gujarat, 1.250.000 di famiglie di Jadeya Rajput ogni anno eliminavano circa 20.000 neonate di sesso femminile, nel 1851 in Punjab si registrò che tra i Bedi, una casta Sikh, non nascevano femmine da 400 anni, nel 1856 in Uttar Pradesh in 78 villaggi controllati dai Suryavamsh Rajput, su 721 maschi tra 0 e 6 anni c'erano solo 129 femmine. Per cercare di porre un freno alla pratica, nel 1870 venne promulgato il Female Infanticide Act da parte del Consiglio del Viceré, che lo sancì come un'azione criminale punibile dalla legge. Questa presa di posizione del Governo Britannico, invece del risultato sperato, ebbe come unico effetto quello di rendere la pratica più segreta. Esistono dati disponibili su questa pratica, riguardanti aree ristrette, provenienti da studi eseguiti da organizzazioni accademiche, associazioni non governative, ricercatori indipendenti o commissionati da uffici governativi specifici dei singoli stati. Generalmente queste indagini si sono concentrate in aree problematiche e hanno dimostrato che di solito le zone in cui si pratica l'infanticidio tendono ad essere contigue con un centro, in cui il fenomeno si registra con maggiore intensità, e una periferia verso la quale esso si irradia. Un esempio si trova in Madhya Pradesh, uno stato del centro nord, dove il censimento del 1991 aveva registrato il dato di 837 femmine alla nascita ogni 1000 maschi. Nel 1997, due ricercatori (Premi e Raju, 1998), riconfermando con qualche piccola variazione le statistiche rilevate dal censimento, decisero di verificare se l'ampia discrepanza potesse essere attribuibile all'infanticidio. Lo studio si concentrò sui cinque villaggi del distretto di Bhind. I risultati della loro ricerca mostrarono che tra alcune caste il numero di donne era particolarmente basso: tra i Gujar si contarono 392 donne ogni 1000 uomini; seguivano gli Ahir con 400 e Rajput con 417. Durante lo studio furono inoltre esaminati i Village Death Ragister, dai quali si rilevò ad esempio che nel 1997 di 43 decessi infantili registrati, 36 riguardavano neonati di sesso femminile e 21 di essi erano avvenuti entro il settimo giorno di vita. La causa della morte era generalmente attribuita alla polmonite, anche se essa era sopravvenuta durante il primo giorno di vita, oppure ad un cambiamento repentino nel colore dell'incarnato. L'inesistenza di spiegazioni scientifiche che giustificano l'occorrenza di tali patologie unicamente sui neonati di sesso femminile, sommata alle testimonianze raccolte durante lo studio, lascia presupporre che nella maggior parte dei casi si tratta d'infanticidio. Nel vicino stato del Bihar, uno dei più poveri e arretrati dell'India e abitato da circa il 10% della popolazione indiana, opera un'organizzazione non governativa chiamata Adhiti. Fondata nel 1988 da Viji Srinivasan e finanziata da diverse organizzazioni internazionali, Adhiti ha lo scopo di migliorare le condizioni di vita degli abitanti del Bihar attraverso molteplici programmi d'istruzione e di finanziamento diretti alle donne. Negli anni '90 iniziò un programma di addestramento sanitario diretto al vasto numero di levatrici di sette distretti contigui del Bihar dalle quali cominciò ad emergere la realtà dell'infanticidio. Una levatrice tradizionale, viene pagata il doppio della sua tariffa se a nascere è un maschio anziché una femmina e dieci volte tanto se solleva la famiglia dall'onere di aver dato alla luce un bambino del sesso sbagliato. Nei sette distretti in cui opera Adithi ci sono circa 68.000 levatrici e secondo le loro stesse stime ognuna di loro uccide almeno due bambine al mese producendo un totale annuo di 1.632.000 infanticidi (Sudha e Raja, 1998; Jordan, 2000). Il Bihar e il Madhya Pradesh non sono gli unici stati del nord in cui è diffuso l'infanticidio. In Rajasthan ad esempio ci sono interi villaggi in cui non nascono bambine da decine di anni. Da quando nel 1986 si venne a sapere attraverso la stampa che nel distretto di Madurai, in Tamil Nadu si erano verificati diversi casi d'infanticidio varie indagini sono state eseguite per verificarne l'estensione. Uno studio cominciato nel 1987 (George, Abel e Miller, 1998) su un campione di 12 villaggi non contigui nel distretto di Ambedkar ha monitorato per 3 anni, con visite regolari ogni 10-12 giorni, tutte le gravidanze avvenute su una popolazione di 13.000 abitanti. In tre anni i ricercatori hanno accertato che nei 12 villaggi studiati l'infanticidio ha costituito il 72% dei decessi femminili e il 33% dei decessi complessivi.Uno studio successivo eseguito nel 1996 (Chunkath e Athreya, 1997) dall'allora commissario per il Maternal and Child Health and Welfare del Tamil Nadu, ha allargato il panorama sull'estensione dell'infanticidio femminile evidenziando quattro distretti del Tamil Nadu in cui l'infanticidio femminile è molto diffuso, Dharmapuri, Madurai, Salem e Ambedkar che formano una specie di centro d'irradiazione da cui il fenomeno si espande in modo meno intenso verso altri quattro distretti contigui. Dei 24 distretti del Tamil Nadu solo in 8 è stata registrata la pratica dell'infanticidio, ma dove la pratica è in vigore, la percentuale dei casi di infanticidio sul tasso di mortalità femminile neonatale è considerevole. La legalizzazione dell'aborto e l'arrivo in India dell'amniocentesi, entrambi avvenuti a pochi anni di distanza negli anni '70 e successivamente delle altre tecniche che permettono di conoscere il sesso del nascituro, hanno provocato l'insorgere del fenomeno dell'aborto selettivo come mezzo per liberarsi delle figlie indesiderate. Attualmente, sebbene la legge lo abbia vietato nel 1994, il test per l'identificazione del sesso del feto, eseguito con varie tecniche, è ampiamente disponibile anche nelle aree rurali più remote. L'amniocentesi, che resta ancora oggi il metodo più diffuso, è praticata in migliaia di ospedali, cliniche e ambulatori, sebbene spesso tali luoghi non siano altro che strutture improvvisate prive perfino delle attrezzature mediche essenziali. Accanto all'amniocentesi, si trova l'ecografia che grazie alla sua maneggevolezza, alla semplicità di attuazione e al basso costo si sta rapidamente diffondendo anche se, rivelando il sesso del feto attraverso l'immagine, è utilizzabile solamente ad uno stadio avanzato della gravidanza, portando ad aborti tardivi e rischiosi. Malgrado ciò, poiché in India l'aborto è praticabile a discrezione del medico fino alla ventesima settimana, l'ecografia viene comunque utilizzata a questo scopo. Da quando, nel 1979, è stata aperta la prima clinica specializzata, la scienza medica e la tecnologia moderna sono state abusate in tutti i modi possibili per soddisfare le richieste sociali che impongono ad ogni donna di partorire almeno un figlio maschio. Le cliniche che effettuano i test si sono moltiplicate e sono tuttora in crescita, rendendo possibile ad ogni donna conoscere il sesso del bambino che porta in grembo. Prima che la legge lo rendesse illegale le cliniche, gli ospedali e tutti coloro che erano disposti ad eseguire il famigerato test si lanciarono in un'aggressiva campagna pubblicitaria che tramite poster, volantini, mediatori e qualunque altro mezzo possibile, propagandavano il servizio a prezzi stracciati. Ma fu l'ecografia a segnare il momento di svolta, offrendo la possibilità anche alle donne residenti nelle zone rurali più remote di accedere al test grazie ad automezzi itineranti attrezzati allo scopo. Il divieto di servirsi di qualunque tipo di tecnica per l'identificazione del sesso del nascituro, imposto dallo stato indiano, non ha ostacolato l'attività. Dalla sua promulgazione nessuno è stato condannato per aver infranto la legge (Mudur, 1999) né tra i medici, che rivelano il risultato solo oralmente e senza lasciare tracce, né tra le pazienti che se mai intendessero farlo, senza una prova scritta, non avrebbero alcuna possibilità di intentare una causa. L'aborto selettivo permette di raggiungere lo stesso scopo dell'infanticidio con un peso psicologico inferiore e con un atto permesso dalla legge. Avendo la possibilità di individuare una femmina precedentemente alla sua nascita si può eliminarla prima che tale atto diventi un crimine. E’ largamente diffuso in tutti gli stati del Nord dell'India dove la preferenza per il figlio maschio si esprime con punte particolarmente preoccupanti in Punjab, in Haryana e in Uttar Pradesh denominato da Agnihotri il "Bermuda Triangle where girls go missing". Generalmente coesiste con l'infanticidio femminile, anche se negli stati più prosperi, dove le strutture mediche e la tecnologia per l'identificazione del sesso del feto sono maggiormente diffuse, come l'Haryana e il Punjab, ha quasi totalmente sostituito l'infanticidio. In questi due stati è molto comune che una donna si sottoponga ripetutamente ai test e all'aborto finché non ha raggiunto il numero di figli maschi desiderati, nonostante questo metta in serio pericolo la sua salute. Uno studio retrospettivo ha stimato che tra il 1978 e il 1982 erano stati eseguiti in India 78.000 aborti avvenuti in seguito al test di identificazione del sesso del feto. Un'analisi successiva realizzata nel 1996 sui dati provenienti dal Registrar General of India, basati unicamente sulle registrazioni ospedaliere avvenute tra il 1993 e il 1994, riportava l'aborto di 360.000 feti di sesso femminile (Sudha e Raja, 1998). Negli anni immediatamente precedenti alla promulgazione del The Pre-natal Diagnostic Techniques (Regulation and Prevention of Misuse) Act, ricerche indipendenti eseguite da volontari e da giornalisti riportavano la presenza massiccia di cliniche per l'individuazione del sesso del nascituro operative in Uttar Pradesh, Madhya Pradesh, Delhi, Punjab, Haryana, Bengala, Goa, Gujarat e Maharashtra. Un'indagine compiuta nel 1996 in sei villaggi del distretto di Rothak, nello stato dell'Haryana, su un campione di 1.022 donne ha mostrato che il 16,8% dei feti di sesso femminile erano stati abortiti negli ultimi 5 anni tra le caste alte, puntualizzando che le donne si sottopongono al test non solo se hanno già delle figlie femmine ma anche se si tratta della prima gravidanza (George e Dahiya, 1998). I ricercatori hanno rilevato inoltre, che l'ecografia è estesamente abusata per conoscere il sesso del nascituro e che sempre più medici stanno acquisendo le attrezzature necessarie per eseguirla. Molti di essi allestiscono ambulatori mobili su autovetture per spingersi anche nelle zone più remote e l'unica differenza notata dopo la promulgazione della legge che rendeva i test illegali è stato il raddoppio del loro costo. Secondo il Wall Street Journal del 21 aprile 2007, alcune società, tra le quali la General Electric, hanno venduto talmente tanti apparecchi ecografici, che in India è possibile fare diagnosi ecografiche persino nei piccoli paesi che sono ancora privi di acqua potabile o di strade decenti. Il costo è di circa 8 dollari (5,6 euro) a ecografia, l’equivalente di una paga settimanale.
Il Card. Oswald Gracias, Arcivescovo di Mumbai, nel febbraio 2008, ha scritto il seguente messaggio a Giuliano Ferrara, Direttore del quotidiano italiano “Il Foglio”, promotore della Moratoria internazionale sull’aborto: “Con tutto il cuore do il benvenuto e il mio sostegno a una moratoria internazionale sull’aborto. Ciò è profondamente necessario per sensibilizzare la comunità mondiale nel creare e costruire una cultura della vita. L’aborto è un male orrendo ed è divenuto una delle minacce principali alla dignità umana perché costituisce un attacco contro la vita stessa. Bisogna infatti notare che l’aborto è un crimine commesso contro coloro che sono i più deboli e indifesi, quelli che possiamo definire davvero ‘i più poveri dei poveri’. Anche la moratoria sulla pena di morte, votata all’Onu, è stata benvenuta. Io dico sempre che abbiamo bisogno di promuovere una cultura della vita. Con la pena di morte si rischia di uccidere persone innocenti, si toglie la possibilità del pentimento, di cambiare vita. Per questo siamo sempre stati contro la pena di morte. L’aborto è la morte della vera libertà; affermare che l’aborto è un diritto significa attribuire alla libertà umana un significato perverso e cattivo: quello di un potere assoluto sugli altri e contro gli altri. La cultura dell’aborto, purtroppo è diffusa in tutto il mondo. Permettendolo in modo legale – nel senso che non vi è penalità per chi lo compie – la gente presume che esso è moralmente corretto. Ma questo non è vero: l’aborto è sempre la soppressione di una vita. Quanti milioni di vite sono eliminate, grazie a questa cultura di morte! Per questo io sostengo la moratoria: ogni persona deve cominciare con l’impegno a non uccidere – o collaborare a uccidere – intenzionalmente nessuna vita umana, per quanto essa possa essere spezzata, deforme, disabile, disperata.L’aborto è incompatibile con la dignità della persona umana, creata ad immagine di Dio. Esso è un grave atto di violenza contro la donna e il suo bambino non nato. Uccidere un bambino nel grembo della madre è uccidere una persona. In India si pratica spesso l’aborto selettivo, contro le bambine. E questo avviene non solo in India, ma in molte parti del mondo. Da molti decenni la Chiesa indiana, lotta per la cultura della vita. Attraverso i nostri servizi sociali, educativi, sanitari, diffondiamo una profonda coscienza in difesa della vita, un profondo rispetto per la persona umana in tutti gli stadi della sua esistenza. Spero proprio che questa campagna per un cultura della vita si diffonda in India e in tutto il mondo”. La moratoria sull’aborto – che ha ricevuto molti consensi internazionali e qualche voce di dissenso – aveva questi presupposti, che traiamo da una lettera, a firma di una dozzina di personalità de del mondo della scienza, della cultura e del diritto in Europa e in America, pubblicata dal giornale “Il Foglio” il 15 gennaio 2008 e indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon:“(…) Negli ultimi tre decenni sono stati effettuati più di un miliardo di aborti, con una media annua di circa cinquanta milioni di aborti. Secondo l’ultimo rapporto dello United Nations Population Fund, in Cina si corre il rischio di aborti, incentivati e anche coattivi, per decine di milioni di nascituri in nome di una pianificazione familiare e demografica di stato. In India, per una selezione sessista, sono state eliminate prima della nascita milioni di bambine in 20 anni. In Asia l’equilibrio demografico è messo a rischio da un infanticidio di massa che sta assumendo proporzioni epocali. In Corea del nord il ricorso all’aborto selettivo tende alla radicale eliminazione di ogni forma di disabilità. Anche in occidente, l’aborto è diventato lo strumento di una nuova eugenetica che viola i diritti del nascituro e l’uguaglianza tra gli uomini, portando la diagnostica prenatale lontano dalla sua funzione di preparazione all’accoglienza e alla cura del nascituro e vicino al criterio del miglioramento della razza, distruggendo così gli ideali universalistici che sono all’origine della Dichiarazione universale del 1948. Sottoponiamo alla Sua e alla Vostra attenzione una richiesta di moratoria delle politiche pubbliche che incentivano ogni forma di ingiustificato e selettivo asservimento dell’essere umano durante il suo sviluppo nel grembo materno mediante l’esercizio di un arbitrario potere di annichilimento, in violazione del diritto di nascere e del diritto alla maternità (…)”. La denuncia dell’Istituto di Politica Familiare sull’aborto in Spagna, prima causa di mortalità “In Spagna l'aborto si è trasformato nella principale causa di mortalità”, ha affermato nel novembre 2007 Eduardo Hertfelder - Presidente dell'Istituto di Politica Familiare (IPF) - nella presentazione della Relazione “L'aborto in Spagna: 21 anni dopo (1985-2006)”. Secondo la relazione, nel 2006 c’è stato un aborto ogni 5,3 minuti, cioè 270 aborti al giorno. Una su sei gravidanze termina in un aborto (il 15,8 per cento nell'anno 2.006).L'IPF denuncia la mancanza di trasparenza dell'Amministrazione, constatando la sua scarsa volontà di affrontare questo grave problema. Secondo l'IPF il “tremendo squilibrio demografico della Spagna che necessiterebbe almeno di 105.000 nascite di più all'anno, potrebbe colmarsi se una politica decisa permettesse di avere i figli a quelle madri che praticano l'aborto per mancanza di informazione e sostegno”. Per questo motivo, l'IPF chiede che si sviluppi una politica preventiva articolata intorno a quattro assi: la sensibilizzazione e consapevolezza sull'importanza e sul valore personale e sociale della natalità, della gravidanza e della maternità; l'aumento delle risorse pubbliche tanto di organismi come di dotazioni preventive; l'introduzione di misure di sostegno destinate alla donna incinte; una politica di informazione per la donna incinta. Numerose organizzazioni hanno chiesto di rivedere la legge sull'aborto, visti i numerosi abusi verificatisi. Come ha affermato Benigno Blanco, Presidente del Foro Spagnolo della Famiglia, “esistono prove più che sufficienti che in molte cliniche non si rispettano le ipotesi depenalizzate, né i termini fissati dalla legge per interrompere la gravidanza”. La Spagna da sola ha raddoppiato il numero di aborti tra il 1996 ed il 2006. Sono i dati contenuti nel rapporto IPF del 2008, che sostiene che a causa dell’aborto si perde ogni anno in Europa una popolazione equivalente a quella di Lussemburgo, Malta, Slovenia e Cipro. Uno ogni cinque bambini concepiti cioè il 20%, non vede la luce del giorno. Delle 6.390.014 gravidanze del 2006, 1.167.683 sono terminate in un aborto. Gli aborti di Francia, Regno Unito, Romania, Italia, Germania e Spagna rappresentano il 77% del totale. Intervista alla Prof.ssa Maria Luisa Di Pietro, Co-Presidente dell’Associazione “Scienza e Vita” Maria Luisa Di Pietro è laureata in Medicina e Chirurgia è specializzata in Endocrinologia e in Medicina Legale e delle Assicurazioni presso l'Università Cattolica del S. Cuore. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l'Istituto "Giovanni Paolo II" per Studi su matrimonio e famiglia della Pontificia Università Lateranense. Membro del Comitato Nazionale per la Bioetica (fino al 2006); Presidente del Comitato Etico dell'Ospedale Pediatrico "Bambino Gesù", Roma; Membro del Comitato Etico Istituzionale del Policlinico Universitario "A. Gemelli", Roma; Membro della Pontificia Accademia per la Vita; Segretario della FIBIP (Federazione Internazionale dei Centri di Bioetica di Ispirazione Personalista). Professore associato di Bioetica, Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore Roma; Professore straordinario di Etica della vita e della salute, Istituto Internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria "Camillianum", Roma, di cui è anche vicepreside; Professore incaricato di Bioetica e famiglia, Pontificio Istituto "Giovanni Paolo II" per Studi su matrimonio e famiglia, Pontificia Università Lateranense, Roma. La diagnosi prenatale, in molti paesi, sta diventando sempre più strumento per l’aborto selettivo. Qualcuno parla di “setaccio”, di ricerca ossessiva del “figlio perfetto” e di eugenetica del terzo millennio. Lei cosa ne pensa? L’Associazione Scienza & vita ha dedicato nel mese di maggio il IV Incontro nazionale delle Associazioni locali al tema “30 anni di Legge 194. Dall’aborto all’eugenetica”. Il tema è stato scelto per due ragioni. I numeri: il 2,9% degli aborti (ovvero 3.685 su un totale di 127.080) - con riferimento all’ultima relazione del Ministero della Salute italiano - sono stati effettuati dopo i 90 giorni di gestazione, quando la principale causa di aborto è la presenza di malformazioni o anomalie nel bambino non ancora nato individuati con tecniche di diagnosi prenatale. A questi si aggiungono anche gli aborti consumati, sempre per lo stesso motivo, nei primi 90 giorni di gestazione, periodo in cui è sufficiente già la sola previsione di malformazioni o anomalie. La mentalità: ciò che viene, oggi, fortemente rifiutato è il bambino non ancora nato e “malato” e la scelta se farlo vivere o morire viene fatta ricadere sulle spalle della madre o dei due genitori. Al dramma dell’aborto, che investe ogni bambino concepito, ma non ancora nato per volontà di altri e la madre, si aggiunge così il dramma di una società che non è in grado di accogliere e sostenere le condizioni di fragilità. Anche estreme, come quelle determinate dall’innocenza e dall’eventuale sovrapporsi di una malformazione o di un’anomalia. Ci troviamo di fronte a vere e proprie pratiche eugenetiche? Sì. E ciò che fa più paura è la radice della “nuova” eugenetica ovvero la totale perdita del senso dell’uomo che porta all’offuscamento dello “sguardo” sull’altro, alla ricerca dell’efficienza a tutti costi, all’inaridimento del cuore di chi preferisce non guardare, all’assenza di un sorriso per quei genitori che hanno deciso di accogliere - nonostante tutto - il figlio malato. E così, una mamma o due genitori impauriti dai test genetici e ecografici che restituiscono un’immagine inattesa del figlio, si chiedono cosa fare e avvertono su di sé la forte pressione di una società che quel figlio lo ha già rifiutato. Riflettere sulla “nuova” eugenetica e sulla possibilità di contenerne gli effetti significa, allora, interrogarsi innanzitutto sullo sguardo che ciascuno pone su ogni essere umano, sano o malato che sia. Perché l’accoglienza dell’altro parte proprio dal ri-conoscimento della peculiarità di ogni essere umano, che ne è anche la sua dignità. Di recente, l’Assemblea del Consiglio d’Europa, ha sancito il diritto all’aborto, invitando gli Stati che ancora non l’avessero fatto, a depenalizzarlo. Le istituzioni internazionali, Onu in testa, trattano l’aborto come fenomeno sociale, disinteressandosi del piano dell’etica. Condivide quest’affermazione? Il “diritto all’aborto” è stato chiamato in causa nei consessi internazionali già a partire dalle Conferenze Internazionali de Il Cairo e di Pechino, come elemento costitutivo dei “diritti sessuali e riproduttivi”. Ora, a parte il fatto che non è difendibile un eventuale diritto che nel suo esercizio preveda la lesione dei diritti altrui - nella fattispecie, del diritto fondamentale alla vita del bambino non ancora nato - rivendicare il diritto all'aborto e chiedere di riconoscerlo legalmente equivale anche - scrive Giovanni Paolo II al n. 20 della Lettera Enciclica “Evangelium vitae” - “ad attribuire alla libertà umana un significato perverso e iniquo: quello di un potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questa è la morte della vera libertà: In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato (Gv 8, 34)”. L’aborto rappresenta una profonda lacerazione per la società tutta e la pre-occupazione di uno Stato non deve essere certo quella di trasformarlo in diritto, quanto piuttosto di prevenirne il ricorso. Anche attraverso valide politiche familiari e sociali, strumenti normativi a tutela della vita nascente e tutte quelle iniziative che consentono di aiutare la donna e la coppia ad accettare e crescere il proprio bambino, prevedendo anche aiuti di tipo economico e assistenziale. Papa Benedetto XVI, recentemente, ha parlato di “congiura del silenzio” rispetto all’aborto. Come “legge” quest’espressione del Papa? La “congiura del silenzio” sull’aborto favorisce, di fatto, il diffondersi dell’aborto stesso. Laddove si lasciano la donna o la coppia soli a decidere sul destino del proprio figlio. Laddove si tacciono i danni psicologici dell’esperienza abortiva sulla donna e sulla sua famiglia. Laddove si sottovalutano i numeri per dimostrare che le leggi sull’aborto funzionano. Laddove si nasconde la verità con le parole: non più aborto ma interruzione volontaria di gravidanza. Laddove gli educatori non raccolgono la grande sfida della vita: per riportare al centro il valore dell’essere umano chiamato all'esistenza e il vero significato della sessualità e della procreazione responsabile. Il relativismo che pervade la cultura occidentale agita le bandiere della libertà della scienza contro chi – anche nel mondo scientifico – intende difendere il bene vita, dal concepimento alla morte naturale, come dice l’Associazione che Lei presiede. Può esistere, a Suo avviso, una scienza “libera” dall’”ingombro” delle leggi naturali? C’è un passaggio del Discorso di Benedetto XVI alle Nazioni Unite che risponde a questa domanda: “Questo non richiede mai una scelta da farsi tra scienza ed etica: piuttosto si tratta di adottare un metodo scientifico che sia veramente rispettoso degli imperativi etici”. Tra scienza sperimentale ed etica non c’è contrapposizione, ma necessaria complementarietà già per il solo fatto che la scienza sperimentale è frutto dell’agire umano e tutto l’agire umano - se libero e responsabile - è passibile di valutazione etica. Semmai si pone un altro interrogativo: a quale etica fare riferimento nel valutare l’operare della scienza? I valori di riferimento dovrebbero essere la logica conseguenza del significato e dei fini della stessa scienza sperimentale: essa non si contrappone alla persona e alla natura, ma si misura e si giustifica in base al servizio che reca all’uomo e alla vita tutta. Ed è la persona che interviene su un bene che non ha posto nel mondo e su leggi ed equilibri che la precedono e la coinvolgono; è la persona che, qualora il suo operare coinvolga altri esseri viventi, ha una responsabilità che non può essere assoggettata soltanto alle leggi dell’avere, del produrre e del mercato; è la persona che deve ridivenire capace di “vedere” la natura, di “sentirla”, uscendo dall’attuale visione tecnomorfica. La scienza sperimentale appartiene alla persona e ne rispecchia dignità e responsabilità; le conseguenze possono ricadere sulla persona stessa e, comunque, toccare gli equilibri dell’ecosistema e il bene delle generazioni future. La domanda di senso e di limite, la riflessione etica, sono, dunque, necessarie e giustificate in nome della dignità della persona umana e delle sue responsabilità. Lasciarsi guidare da una immagine integrale dell’uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere, è il vero modo di vivere la libertà: se si perde questa consapevolezza, si corre il grande rischio di arrivare alla negazione e alla distruzione della stessa umanità.___________________________________________________________________________________ Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 19/8/2008; Direttore Luca de Mata |


