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| Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? |
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La temperanza Una virtù decisiva quella della Temperanza, soprattutto nei nostri tempi. L'uso del termine si è per così dire degradato ai soli aspetti "fisiologici" anche se essa riguarda sia questi che soprattutto quelli psico-affetivi della sfera spirituale. Essa riguarda il buon uso delle capacità "appetitive" ma anche quelle vocazionali ed esistenziali senza cadere in eccesso o in difetto nella misura di Cristo. Per cui si può essere temperanti per esempio sul mangiare e sul bere ma mettere al centro della propria esistenza il lavoro o addirittura i doni di Dio cadendo nel grave errore di considerare zelo quello che è solo una "lussuria" camuffata. Paradossalmente il relativismo stesso si può vestire di zelo quando non è supportato da una "fede recta", per dirla con Francesco di Assisi. L'errore in cui cadono i "figli del tuono", i boanarghes Giovanni e Giacomo che chiedono un fuoco dal cielo per coloro che non accolgono Gesù. E' l'errore dei neo-convertiti, oppure di coloro che "convertiti" da molto tempo, si sono fermati a quello stadio adolescenziale ed immaturo, psico-spiritualmente, che vogliono cambiare la realtà con la propria prepotenza ed il proprio (spesso ansiogeno) "fare" e che, in realtà, sono incapaci di accogliere il conflitto che portano dentro di sé. Prepotenza che è, sempre, spesso in buona fede e all'oscuro degli interessati, una forma velata di lussuria zelante che, anche se apparentemente lontana per metodologia, si colloca accanto al relativismo culturale dei nostri tempi. La matrice infatti è la stessa dell'io ego-centrato e non Teo-Centrato. La temperanza necessita di una disciplina costante.
Un calciatore mediocre può occasionalmente fare un buon tiro in porta ma non per questo è un bravo calciatore ma solo uno che "c'ha preso". E' proprio sul versante della conoscenza di sé, che in genere cresce con una forte e sistematica direzione spirituale, dove tanti di noi cadono, per cui pur pregando molto e nutrendo molto la mente e il cuore con i sacramenti e la parola di Dio non entriamo nella porta stretta della conoscenza di sé e rischiamo di essere il più delle volte degli intemperanti che si vestono di zelo. Abbiamo parlato di "lussuria" ed infatti è sempre la dimensione affettiva che la gioca da padrone nella nostra vita di fede per cui confondiamo fermezza con rigidità. La prima è necessaria, indispensabile verso di sé e verso il giudizio delle situazioni (è quindi totalmente contraria ad ogni forma di relativismo) la seconda denuncia una psiche patogena incapace di amare e di avvolgere di misericordia le parti oscure del nostro cuore e della vita e degli errori degli altri; la rigidità è infatti espressa magistralmente nella figura del figlio maggiore della Parabola del "Padre misericordioso". Fermezza e rigidità, due atteggiamenti antitetici
Essere fermi è difficile, occorre tanta auto-disciplina e una vita di fede sempre più robusta.
Occorre avere il cuore carico di speranza in Dio. Incapaci di accettare le zone oscure del nostro cuore proiettiamo verso gli altri, fuori di noi, una incapacità di amarci alla luce di Dio diventando implacabili, censori, incapaci di misericordia.
Ora se è vero che pastoralmente, verso se stessi e gli altri, è necessario il principio della gradualità, cioè tenere fermo il punto di partenza e di arrivo di un valore evangelico ma camminando con la nostra povertà (chiamando dunque le cose con il proprio nome: peccato come peccato, virtù come virtù, grazia come grazia, ecc.) ed è invece deviante, come relativismo insegna, avere la gradualità del principio che si sposta sempre a vantaggio intemperante delle nostre pulsioni, magari talvolta sante e "benedette", è altrettanto pericolosa la rigidità come una patologia dello spirito che in realtà fa una violenza. La rigidità è incapace della gioia. La rigidità educa, se stessi e gli altri, alla mancanza di responsabilità; la fermezza al contrario cammina con le proprie povertà alla luce di Dio, senza sconti, con profondo senso di responsabilità ma anche con la coscienza che l'immagine di Dio è presente in ogni persona ed è più importante di ogni sua efferata azione.
La rigidità dunque si pone come una scorciatoia dello spirito mentre la fermezza necessita di tanta fatica, sapienza e pazienza, verso sé e verso gli altri.
Ma la pazienza non è una scusa per un facile buonismo, un insipido relativismo morale, un annacquare il dono di Dio con la mentalità del mondo... anzi! Capita più volte di entrare nel dramma di Abramo di "sacrificare il proprio figlio unigenito", cioè qualcosa a cui teniamo grandemente, magari anche un dono ricevuto da Dio oppure un incarico pastorale... Ma questo è il cammino fermo della temperanza. La distinzione è tutta chiara in quella differenza che abbiamo fatto più volte tra coscienza di colpa (qui risiede la temperanza) e senso di colpa (qui risiede l'intemperanza e la "lussuria" vestita da zelo).
La rigidità pensa che Dio desideri l'osservanza di determinate regole mentre Dio vuole (e quindi rende possibile con la nostra collaborazione temperante, ferma e chiara) che attraverso l'osservanza gioiosa e faticosa di alcune regole diventiamo persone rinnovate nel Suo Spirito.
Anzi è l'arte più diffcile.
Ecco perchè sono pochi i robusti insegnanti di morale e molti i moralisti o dall'altra i "progressisti" e, soprattutto, sono pochissimi i pastori che incarnano con equità ed equilbrio la missio di "Mater et Magistra" della Chiesa. Il relativismo, l'intemperanza e il falso zelo Che il relativismo culturale, morale, adolescenziale, edonistico in cui siamo immersi sia intemperante non è difficile valutarlo. Tutto sembra un immenso salotto di gossip in cui ognuno dice la sua verità sconfessando la Verità stessa e la ricerca verso la medesima. Perché così fa comodo alla menti infantili che, al di la dell'età e dell'esperienza professionale, si sono ritagliate un mondo per fare il "porco comodo proprio". I massmedia sono un veicolo costante di questo relativismo che costruisce una morale fai-da-te e la vuole imporre come costume e come cultura facendo passare il degrado come "normale" e il vizio come virtù.
Questa ondata di pressapochismo etico invade anche i cammini di fede delle persone che, come in altre epoche storiche, sono affascinate dalla via semplice e pericolosa dell'opportunismo morale.
Anche perché, sembra strano a dirsi, ma il fai da te si sposa bene con la Gnosi e con una vana credenza di un "logos".
Così come le sparate laiciste dei vari ex-direttori di giornale, pesudo-matematici, micro-mega e compagnia bella.
Pertanto la richiesta e la coltivazione del dono della Temperanza ci sembra doveroso per tutti noi sempre pronti a prendere la china della strada che porta alla perdizione.
Questo è un dono da chiedere con forza verso la gioiosa Pentecoste. Temperanza ed insieme fortezza. L'autogol cattolico Tuttavia come già accennato anche lo zelo può essere una copertura per l'intemperanza.
Prendiamo ad esempio le affermazioni sul condom e sulla Fecondazione Assistita del Card. Martini di diverso tempo fa.
A chi possono essere utili certe osservazioni?
Quale senso ecclesiale rivelano?
Vati moderni del nulla a servizio della stampa nazionale e delle lobby che la finanziano. La critica che ne è scaturita, dagli interventi del Card. Martini, è stata dunque doverosa ma non sempre temperante. Doverosa perché nessuno può de-pauperare il dono che Cristo ha fatto alla chiesa delle "vie" di rispetto di "sé" e della vita da seguire per essere felici e figli di Dio. Altresì non sempre è stata temperante. Abbiamo apprezzato e ringraziato il Signore dell'intervento ad hoc del Card. Maggiolini alle dichiarazioni del Card. Martini. Chiare, puntuali precise e fatte con sensibilità pastorale. Abbiamo apprezzato di meno le modalità intemperanti delle preziose firme, che pur seguiamo con stima e affetto, in campo laico. Giuste nella sostanza sbagliate nel metodo.
Quando Socci parla di una affinità del Card. Martini con la sinistra ulivista e relativista e Cammilleri parla dello stesso porporato come uno che voleva il Concilio Vaticano terzo sono caduti in quello zelo intemperante che non si addice a delle preziose firme così in vista nel mondo cattolico.
Insomma fate critica alla dottrina e alla prassi relazionale del Card. Martini, in questa occasione, senza fare battute fuori luogo che depauperano la figura del Card. Martini come Porporato e sacerdote della Chiesa; lasciate le battute, se proprio ci devono essere ad un suo pari, per esempio al card. Maggiolini. Forse si pensa che essendo giornalisti possono dire tutto e di più e dirlo come ritengono meglio ma è evidente, anche al discernimento morale più elementare, che non tutto ciò che posso dire è giusto e non è detto che lo dica bene. Altrimenti si rischia di fare un danno maggiore con scarso senso di Chiesa e tutto sommato di fede scambiando la rigidità per fermezza e il giudizio per umorismo.
C'è il sospetto che alcuni firme laiche autorevoli del mondo cattolico, rischiano di cadere nel mestiere pericoloso del "battitore libero", il quale, si sa, in genere non ha mai fatto un vero cammino di Direzione spirituale e di obbedienza a Dio e alla Chiesa; può sembrare zelo ma non lo è; chiamiamo le cose per nome: è poca fede!
Già uno di questi ha fatto quella "sparata" insensata sulle scuole cattoliche tempo fa, non ne servono certo altre.
Davanti a situazioni, accertate e sicure, di scandalo morale e civile di un sacerdote il vero problema non sono i laicisti ma i laici cattolici. Senso pastorale e buon senso che, a nostro avviso, non sono mancati al Card. Maggiolini. Se, infatti, partecipiamo al linciaggio morale di un sacerdote siamo dualisti e manichei come la società relativista in cui siamo immersi, il quale cerca sempre un "capro espiatorio" e desidera porre il male "fuori di sé" prima che riconoscerlo "dentro di sé". Non siamo sale della terra ma ci confondiamo con il sapore vanesio del relativismo mondano. Sta proprio al cristiano stare dalla parte, con temperanza e senza giustificare, di colui che è indifendibile.
Certo serve più fatica, la fatica della fede appunto. Se poi qualcuno confonde la temperanza e la sobrietà evangelica con il "politically correct" ha sicuramente qualcosa che non va nel suo rapporto con Dio e con la Chiesa e sta ancora men che all'inizio del cammino spirituale e di conoscenza di sé.
Lo zelo autentico dunque, che nasce dalla temperanza, è cosa estremamente seria e non improvvisata; anche su questo si misura la maturità del nostro rapporto con Cristo e con i fratelli, si misura il senso di Chiesa.
E' dunque pastoralmente errato e dannoso fare pubblicità esagerata di queste firme laiche nei vari portali cattolici.
C'è infatti il rischio di pensare di lavorare tanto per il Regno di Dio e di "bruciare di zelo" nel mettere a servizio i propri doni che l'intemperanza è alle porte se non a fondamento del nostro essere cristiani, laici, catechisti, sacerdoti. Per non parlare della vanità "lussuriosa" di sentirsi protagonisti.
Raramente chi vive così potrà capire la vocazione contemplativa e adorante dei monaci e delle monache. Raramente chi vive così saprà obbedire nella direzione spirituale scomoda.
Raramente chi vive così saprà sacrificare il figlio unico a Dio che lo chiede (Genesi 22,2-10).
Raramente chi vive così avrà senso di Chiesa, di amore e di appartenenza cattolica.
Il potere infatti appartiene a Dio (Sl. 62,12) e noi siamo solo (e già basta alla gioia) "servi inutili!".
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