«Il Paradiso sono gli altri»

cammino sull'amicizia

seconda parte

L’altro prezioso per vedere sé stessi

 

Con Cartesio c’è stato il fondamento filosofico del solipsismo che culminerà ideologicamente in una parabola discendente con E. Kant. Se si confonde il percepito con l'ontologico, se il fondamento della conoscenza è il soggetto e non si entra più in una oggettività che trascende il soggetto stesso, chi è l'altro? A cosa mi "serve"? Se l'ontologia è il mio ragionare, perché ragionare?... Io e soltanto io sono il termine ultimo della conoscenza ma, purtroppo, chi potrà conoscere un’immagine senza uno specchio? Sono dunque limitato e lo sono doppiamente per il fatto che non potrò vedere di essere limitato e finito, bello o brutto, dignitoso e cadente… senza uno specchio sarò costretto ad inventarmi ciò che non sono per conservare la stima di me stesso, la mia amabilità, per sopravvivere e non morire di un lento nulla.

Ecco da qui l'importanza di uno specchio significativo, amante critico della mia persona e del mio essere.

L’altro il mio amico, la mia amica sono così preziosi perché sono il mio specchio, mi danno la possibilità di conoscere i miei limiti, ma soprattutto la mia incancellabile dignità. In fin dei conti la mia dignità incontrovertibile, l’immagine dell’Altissimo Gesù Cristo, l’immagine di essere figlio nel Figlio non mi è dato di conoscerla senza l’altro e soprattutto da quell’altro o altra che mi dona di essere "amato per me stesso" e non per le mie proiezioni.

E la mia dignità sta nello scoprire con gioia e serenità il mio limite, questo “caro me stesso mio” circoscritto e non onnipotente accanto ad un altro o altra che come me è limitato/a e dunque bello proprio per questo.

Frutto di tutte le nevrosi è la mancanza di un altro bello, splendente, vero, perdonante e perdonato, che mi sta accanto e che mi evita l’oblio di cadere nel suicidio del sé, che è l’onnipotenza impazzita: questo è l’inferno. Così l’altro non solo diventa per me specchio, ma compagnia concreta; mi aiuta a scoprire i miei contorni, il mio volto, le mie preziose metamorfosi, scopro quanto il finito mi apra all’infinito non solo per necessità come può un fiume approdare al mare, ma proprio perché il mare si è circoscritto nel fiume per essere ricco.

Con sorpresa e lacrime scopro che l’altro come me e con me è segno e sacramento d’infinito e che essendo la carne di Cristo per me, mi apre non solo all’Altro ma anche alla più profonda dignità di me stesso.

Ecco che allora l’incontro con l’altro, con l’amica o l’amico è prezioso quando cerca l’autentico presente, “dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” questo dice Gesù per far capire che la Sua sacramentale presenza è data nell’incontro con un volto non solo della moltitudine della comunità ma anche in quello più umile, ma necessario dell’amicizia. I due orizzonti relazionali sono come le due facce di una medaglia. Senza la comunità l’amicizia diventerebbe una fuga e senza l’amicizia la comunità sarebbe atrofizzata proprio perché l’una illumina l’altra e l’una in qualche modo è fonte dell’altra.

Per questo Maria è figura della Chiesa e anche la Chiesa è figura di Maria non solo in rapporto ad ogni battezzato ma innanzitutto in rapporto a Gesù. L’uomo Gesù cosa sarebbe stato senza la sua relazione di figliolanza, di amicizia e in certo qual modo di sponsalità sempre con Maria? L’uomo Gesù, sacerdote, cosa sarebbe stato senza la comunità?

Queste due figure femminili, reali e archetipiche, Maria e la Chiesa, sono le due donne di Cristo. Questo prototipo relazionale illumina la coscienza di ogni battezzato nelle sue relazioni con la comunità e con le amicizie. Gesù è stato vero uomo grazie a questi due volti, alimentati e amati con totale gratuità, con distinzione, e senza mescolanza.

Per entrambi ha sofferto, per entrambi ha gioito, per entrambi è vissuto, per entrambi è stato uomo e sacerdote formante e formato. Qui ci illumina la coscienza sacerdotale non solo del battezzato ma anche del ministro.

Se un sacerdote ordinato non amasse la Chiesa e non avesse un’amicizia non riprodurrebbe in sé stesso il sacerdozio di Cristo in pienezza?

E’ per questo che Don Milani giustamente diceva, con parole forti,  che i preti rischiano di essere come le prostitute: amano  tutti per non amare nessuno. Ma questo è valido per ogni battezzato chiamato a fare un'autentica esperienza di amore ecclesiale. Colui che non ama qualcuno con il peso, la gioia, la temperanza, il rispetto e la donazione della relazione si difende e non ama più nemmeno la Chiesa, ma soprattutto non ama se stesso e non diventa ciò che è, icona di Cristo Gesù.!! 

 

continua....

 

pars I

 

 

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