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| Riflessioni filo cattoliche a margine del referendum del 12-13 giugno 2005 |
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Riflessioni filo cattoliche a margine del referendum del 12-13 giugno 2005
sull'abrogazione di quattro articoli della legge 40/2004
insieme al quotidiano "Il Riformista" a partire dalla metà di aprile 2005.
Sollecitare l'astensione, proprio per queste ragioni, è una scelta ancora più coerente del votare no. Se infatti la legge, in alcuni dei suoi articoli, è contraria alla morale cattolica, dichiarare di non volerne l'abolizione significa, a rigor di logica, avallarne anche i contenuti contrari alla propria morale. Astenersi è la più chiara manifestazione di come tale legge non sia stata partorita all'interno del contesto etico e antropologico del mondo cattolico. D'altra parte, come da più parti si è ribadito, lasciare intatta questa legge, pur con le sue incongruenze, è solo un primo passo. Una prima conquista riguarda infatti il riconoscimento del concepito come portatore di diritti. Non è un mistero che su tale questione, sin dal referendum sull'aborto, la Chiesa non abbia mai cambiato idea. Il passo successivo, nelle intenzioni dei cattolici, riguarda il reale ripristino di tale assunto anche nella prassi dell'aborto. E affermare di non saperlo è quantomeno un'ipocrisia. Sono 27 anni che ogni prima domenica di febbraio, in occasione della "Giornata per la vita", Giovanni Paolo II, il Papa tanto amato anche da Bertinotti, dice sempre le stesse cose. Ed è questo che, da sempre, dà fastidio tanto da portare i più grandi sostenitori delle garanzie libertarie, i radicali, a ipotizzare un imbavagliamento della Chiesa cattolica circa le questioni inerenti i temi della bioetica. La Chiesa del silenzio La si chiamava così nel recente passato. Qualcuno nega che sia mai esistita, d'altronde è difficile dimostrarne l'esistenza, se non testimoniandolo direttamente, cosa alquanto rara poiché i passati regimi comunisti ne hanno scientemente e "sapientemente" occultato le prove "viventi". Ma la storia ormai ce ne parla e ancora oggi, in alcuni regimi totalitari, la Chiesa del silenzio è una realtà. Ne sono consapevoli anche i radicali che da anni fanno una battaglia contro gli abusi che nel Vietnam del Nord il regime comunista commette contro il popolo cattolico dei Montagnard. Così come lo sa il vice presidente del parlamento europeo Mario Mauro, che sta portando all'attenzione delle istituzioni europee la situazione dei diciannove vescovi e dei diciotto preti ancora rinchiusi nelle carceri cinesi. Ma forse il vietnamita e il cinese non sono lingue facilmente abbordabili dall'opinione pubblica occidentale e dunque difendere la libertà di espressione religiosa in Paesi così lontani non è poi tanto pericoloso e si fa sempre una buona figura (come quando si è più gentili con gli ospiti che con i propri congiunti). Quello che invece ben si capisce è il linguaggio, pacato nei toni ma determinato nella sostanza, del card. Camillo Ruini che invita cattolici e laici a utilizzare il referendum abrogativo, costituzionalmente previsto fin dal 1947 come diritto di espressione diretta del popolo, in una delle sue tre possibili opzioni: l'astensione per far mancare il quorum. Tale strategia non è nuova; lo stesso Fassino, in occasione del referendum sull'estensione delle garanzie dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori anche alle piccole aziende, sollecitò l'astensione proclamando che: "se un referendum è sbagliato bisogna ridurne i danni: far mancare il quorum in modo da non pregiudicare misure legislative che affrontino la materia". "Anche questo atteggiamento esprime una volontà precisa prevista dalla Costituzione", che, infatti, "richiede un quorum per rendere efficace il referendum". L'astensione, quindi, non rappresenta la rinuncia all'esercizio di un diritto, né "l'invito qualunquistico ad andare al mare". Si tratta, concludeva il segretario DS, di un "astensione attiva". Quello che si contesta è che il cosiddetto "partito d'oltretevere" sia sceso direttamente in campo. Va precisato che il Cardinal Ruini è il presidente della Conferenza Episcopale Italiana e che rappresenta, per questo, la Chiesa italiana e non il Vaticano (con il quale comunque è in piena sintonia) e in quanto tale non gli si può negare il diritto, come libera espressione della società civile e di parte della cultura italiana, di intervenire come e quando crede. "Si può essere in accordo o in disaccordo con la legge" - scrive Alessandro Corneli dalle pagine de «il Giornale» del 5 marzo - "ma se si è liberali - un concetto ben più ampio di quello di essere laici - si deve ammettere che la Chiesa ha il diritto di dire. A salvaguardia della laica libertà di ciascuno". Quello che sconcerta di più è la posizione di parte del centro-sinistra che, con il presidente dei senatori diessini Gavino Angius - secondo il quale le dichiarazioni di Ruini "ci riportano molto indietro nel tempo, sembra di tornare alla guerra fredda" - ritiene l'intervento della CEI a favore dell'astensione quantomeno inopportuno mentre nel caso dell'Iraq le parole di critica alla guerra del Papa sono state sempre utilizzate come supporto alle proprie posizioni. Come a dire che la Chiesa quando è di supporto al regime può anche esprimersi. L'importante è che taccia quando è in dissenso. Già qualche tempo fa ci pensava Filippo Gentiloni, dalle colonne del Manifesto, a definire la posizione che sarebbe più opportuna per la Chiesa: "meglio una presenza cristiana valida e autentica, ma discreta e silenziosa". L'obbiettivo dovrebbe essere quello "di un'esperienza religiosa che accetti di non essere incarnata come parte essenziale della società". Ma più di un secolo di dottrina sociale ha ormai insegnato ai cattolici come popolo in cammino, e non solo a quelli rappresentati dalla, pur autorevole, gerarchia ufficiale o dagli affiliati al pacifismo a buon mercato di don Gallo & C, che la storia non è fatale ma si costruisce con scelte coerenti, coraggiose e consapevoli. È di questi ultimi mesi un risveglio profondo, quasi un sussulto che ha scosso "la base", stufa di passività e rassegnazione ai venti altrui. Grande protagonista di un tam tam orgoglioso e volitivo è la rete di internet, autentica e forse unica garanzia di pluralismo, di libertà di espressione e di verità. È attraverso la rete che articoli e posizioni di insigni studiosi, di scienziati e filosofi, relegate nelle pagine interne dei giornali meno letti e ignorate dai salotti televisivi più esclusivi, hanno cominciato a girare e a informare correttamente perché non soggette alla censura delle lobbies dei potenti. Grande diffusione, per esempio, ha avuto in rete l'articolo "Bugie staminali" del prof. Angelo L. Vescovi, uno dei più importanti studiosi del mondo nel campo delle cellule staminali, pubblicato da «Il Foglio» del 23 gennaio sui "problemi e le prospettive della procreazione assistita". Ecco alcune delle sue affermazioni: "non esistono terapie, nemmeno sperimentali, che implichino l'impiego di cellule staminali embrionali"; "esistono numerose terapie salvavita che rappresentano realtà cliniche importanti, quali le cure per la leucemia, le grandi lesioni ossee, le grandi ustioni, il trapianto di cornea. Tutte queste si basano sull'utilizzo di cellule staminali adulte"; "le terapie cellulari per le malattie degenerative non si basano solo sul trapianto di cellule prodotte in laboratorio. Esistono tecniche altrettanto promettenti basate sull'attivazione delle cellule staminali nella loro sede di residenza"; "la produzione di cellule staminali embrionali può avvenire senza passare attraverso la produzione di embrioni". E questa la sua conclusione: "Da quanto descritto sopra, emerge molto chiaramente la seguente conclusione: il dibattito riguardante la legge sulla fecondazione assistita deve avvenire in assenza delle pressioni emotive e psicologiche che, artatamente, vengono fatte scaturire dalla supposta inderogabile necessità di utilizzare gli embrioni umani per produrre cellule staminali embrionali che rappresenterebbero l'unica o la migliore via per la guarigione di molte malattie terribili e incurabili. Questa affermazione è incauta non solo perché fondata su concetti facilmente questionabili ma anche in relazione all'esistenza di linee di ricerca, di sviluppo e di cure almeno altrettanto valide, molto più vicine alla messa in opera nella clinica corrente e prive di controindicazioni etiche. Il dibattito sulla legge deve quindi incentrarsi sugli aspetti relativi alla dignità dell'embrione e al suo riconoscimento come vita umana a tutti gli effetti. In questo contesto, mi permetto di concludere che, nella mia scala di valori di laico e agnostico, il diritto alla vita dell'embrione precede inequivocabilmente il diritto alla procreazione". Sconcerta che tali sue affermazioni, pur non confutate, nonostante la loro rilevanza nel dibattito in corso, non abbiano trovato alcuna risonanza da parte dei media principali. Anzi la campagna referendaria ha continuato a battere su tali assunti di stampo esclusivamente emotivo che il professor Vescovi nel suo intervento all'Accademia dei Lincei del 31 gennaio scorso ha pubblicamente sconfessato. Se si inserisce il titolo dell'articolo pubblicato su "Il Foglio" nel motore di ricerca di Google, vengono fuori più di cinquanta risultati. Se poi si inseriscono il nome e il cognome dello scienziato italiano ne escono poco meno di mille. A differenza del quotidiano "La Repubblica" che, in tempi non sospetti, lo ha citato due volte (nel 2000 e nel 2003) e del "Corriere della Sera" che riporta cinque righe di un suo intervento in un articolo dell'ottobre 2004 sulla ricerca sul cancro e l'apporto delle staminali. Ma di interventi autorevoli in rete se ne trovano molti, molti di più di quelli che invadono le colonne dei quotidiani di parte, più attenti ad accontentare "il cliente" che a fare informazione seria e coraggiosa. La scienza e la libertà di ricerca Nel 1665, Isaac Newton a causa di una grave epidemia di peste, è costretto a lasciare la sua università e a rifugiarsi nella sua fattoria. Comincia per lui un isolamento che durerà due anni. Ma due anni che, come ci racconta la leggenda della mela che cade dall'albero, frutteranno al grande scienziato inglese la scoperta della più importante legge della fisica, quella della gravitazione universale. Quale il segreto di tale rivoluzione che ci porta a dire che la scienza moderna parte da lì, con Galileo e tutti gli altri empiristi? La parola chiave è "osservazione". La scienza parte dall'osservazione del fenomeno (dal greco phainómenon: mostrarsi, apparire; nel linguaggio corrente: qualsiasi fatto o evento suscettibile di osservazione o considerazione diretta o indiretta, provocato o meno dall'uomo). La scienza dunque si occupa di capire i meccanismi della realtà a partire da ciò che è reale, in quanto osservabile. Il sostantivo ricerca, abbinato all'aggettivo "scientifica", in tale contesto, evidenzia ancora di più che la ricerca parte dalla natura e dalle sue leggi. Ma qual è, nelle intenzioni dello scienziato, l'obiettivo ultimo della ricerca scientifica? L'obiettivo della scienza è stato sin dall'inizio quello di cercare le leggi che governano la realtà con lo scopo di utilizzare tale conoscenza per migliorare la qualità della vita umana. Già nella medicina di Ippocrate, intesa come scienza e dunque conoscenza dei meccanismi che regolano le attività del corpo per la cura delle malattie, si insiste sulla finalità ultima che è ben evidente nel giuramento antico: "In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi". Diverso il concetto di tecnologia e non necessariamente connesso a quello di scienza moderna, perché precedente. La tecnologia è infatti il mezzo attraverso il quale realizzare un determinato processo. La tecnologia la usavano anche gli uomini primitivi per costruire le punte di freccia o per accendere il fuoco. Niente, in questo ambito, è più "mezzo" di quanto lo sia la tecnologia. Il fine ultimo dunque, nelle tecnologie applicate alla ricerca scientifica, rimane sempre la conoscenza dei meccanismi che regolano la natura. Se questo è il fine della scienza moderna, la libertà di ricerca scientifica non potrà mai essere come una cambiale in bianco, priva di qualsiasi importo, ma dovrà rispondere della finalità ultima: il miglioramento della qualità della vita umana. Ma a partire dal concetto che il termine di riferimento fondante è "vita umana" e non "qualità". Dunque non si può pensare che la qualità della vita di uno venga prima del diritto alla vita di un altro. Bisogna sempre considerare quali siano i "costi" di un eventuale miglioramento prima di intervenire. Torneremmo altrimenti alla legge della giungla dove gli interessi del più forte tendono a sopraffare quelli del più debole. Non si capisce in questo contesto come proprio un certo numero di coloro che hanno promosso il referendum e che suggeriscono il principio di precauzione quando si tratta di "tutelare" dalle biotecnologie melanzane o granoturco, non si preoccupino per nulla di applicare lo stesso principio all'embrione, che è già un programma biologico unico e irripetibile e che darà origine a quel bambino che desideriamo al punto di produrlo in provetta. Quando parliamo di qualità possiamo riferirci a diversi parametri, in parte oggettivi e in parte soggettivi. Ma in ogni caso dobbiamo escludere di parlare di quantità. Migliorare la qualità della vita non ha dunque una relazione necessaria con allungarne la durata, come vorrebbero i "transumanisti" nel loro pericolosissimo delirio di onnipotenza: "l'infanzia della razza è alla fine e bisogna riscrivere il linguaggio di Dio". Un proverbio recita così: meglio un giorno da leone che cento da pecora. Sicuramente soggettivo perché si può allo stesso modo decidere in piena consapevolezza di viverne cento da pecora. Ma la questione rimane: per quanto si possa allungare il brodo, la morte dell'individuo è l'ultima delle prospettive. La scienza infatti punta alla qualità perché l'infinito non è alla sua portata in quanto "drammaticamente" non osservabile. Quale dunque il limite della ricerca scientifica? Il limite è insito nel suo stesso statuto epistemologico: quando la qualità della vita umana viene compromessa la ricerca deve essere fermata. Fin qui si può essere d'accordo, ognuno per i suoi fini propagandistici, a partire dall'idea che si ha della "vita umana". Si contesta al Pontefice la sua dichiarazione che la scienza abbia ormai dimostrato che la vita umana parte dal suo concepimento. Giovanni Sartori, uno dei grandi "sacerdoti", insieme a Paolo Mieli e Enzo Biagi, del laicismo italiano, in un suo recente articolo sul "Corriere della Sera" dichiara che tale assunto del Pontefice altro non è che una dichiarazione di "fede" perché la ragione deve necessariamente asserire il contrario. Ma poi, non si capisce bene il perché, a sostegno della sua affermazione, cita Edoardo Boncinelli (biologo): la domanda su quando "un embrione diventa persona e gode dei diritti spettanti a una persona... è domanda che esula dalla biologia e dalla scienza in generale". Ma qui il buon Sartori sta parlando di persona e non di "vita umana". Dunque il titolo dell'articolo "la vita umana secondo ragione", con continui riferimenti alla logica, lascia un po' sconcertati vista l'autorevolezza (presunta) del guru Sartori. È evidente che la biologia non si occupi del concetto di persona. Mentre non è evidente che non si occupi del concetto di "vita umana", concetto al quale Papa Woytila (filosofo e non costituzionalista) si riferisce. Confondere il concetto di persona umana col concetto di vita umana, se non è da ridere è comunque da piangere. La vita umana è un concetto inerente all'aspetto biologico dell'essere, mentre la persona è in rapporto all'ontologia e quindi, pur partendo dal biologico, si estende in tutte le dimensioni dell'essere. La biologia non potrà mai parlare di vita umana al di fuori delle coordinate scientifiche di spazio e tempo, veicoli essenziali per l'osservazione scientifica e mai potrà negarne, per rigore logico, l'origine nella fecondazione e il termine nella morte dell'individuo: "dal punto di vista biologico, non c'è in sostanza nessuna discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre", sempre per citare Boncinelli. Del concetto di persona, però, non se ne occuperà mai, perché la persona non è osservabile secondo i suoi parametri rigorosi. Chiamare in causa i biologi per far dire punti di vista personali è la stessa cosa che chiamare in causa i fornai (con tutto il rispetto per la categoria) e le pornostar (che nei salotti - escludenti più che esclusivi - ci vanno spesso, comunque più dei ricercatori come Angelo Vescovi). La persona umana Volendo considerare la confusione di Sartori tra vita umana e persona solo una svista, vediamo cosa ci dice della persona, poiché indubbiamente il concetto (che è filosofico e non biologico - è meglio ribadirlo) nel dibattito attuale riveste un suo ruolo. Sartori afferma nel suo articolo (continuando a saltare dal concetto di persona a quello di vita umana indifferentemente - ma lasciamo stare) che "la vita umana comincia a diventare diversa, radicalmente diversa da quella di ogni altro animale superiore quando comincia a rendersi conto ". Sono diverse le considerazioni da fare di fronte a tale assunto. Innanzi tutto leggiamo ‘persona' e non ‘vita umana' (che è un concetto ineludibilmente biologico). Cosa si intende, inoltre, per ‘cominciare a diventare'? Qui si sta utilizzando il concetto del ‘divenire' inteso come la filosofia ci impone sin dai presocratici e cioè in un continuum senza interruzioni. È significativa e sintetica la definizione di Borges: "Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco". E quando, bontà sua, il professore ritiene di posizionare l'inizio (ma è una contraddizione logica parlare di inizio in tale contesto di divenire) in questo ‘cominciare a'? La risposta sembra essere: quando c'è autoconsapevolezza, cioè capacità di riflettere su se stessi. Giusto. Sembra logico (finalmente). Vediamo un po' allora quando e in quali situazioni si può parlare di autocoscienza e quindi di vera ‘vita umana', come dice Sartori (io direi ‘persona umana'). Secondo Piaget l'indistinzione dell'io dal mondo esterno e dunque la mancanza di autocoscienza si protrae nel bambino (già nato) per i primi mesi di vita. Dunque il bambino, secondo l'assunto di Sartori, non può ambire alla dignità di "vita umana" (leggi persona) finché non raggiunge lo stadio dell' autocoscienza. In tal caso quanto diventa lecito utilizzarlo a fini terapeutici, ad esempio per salvare un individuo adulto (e perfettamente autocosciente) da morte certa? Sì perché anche l'adulto va inteso come consapevole del proprio io. Altrimenti anch'egli non può essere considerato persona. Come la mettiamo allora con i casi giudiziari nei quali il ‘colpevole' risulta scagionato da ogni responsabilità in quanto ‘incapace di intendere e di volere'? Secondo quale logica all'handicappato mentale vengono concessi ‘privilegi' e sostegno particolari se è inconsapevole di sé? Non sarebbe più semplice farne a meno ed eventualmente utilizzarlo a fini terapeutici o per la ricerca scientifica? Si vede bene che la definizione del professor Sartori non regge nemmeno alla prova del ‘buon senso'. Un obiezione comune a tale provocazione è che si esiste in relazione agli altri. L'handicappato (o diversamente abile, come molto ipocritamente si dice oggi, quando poi ci si adopera, attraverso la selezione eugenetica, affinché prima o poi la scienza produca solo "vite umane" di ottima fattura) instaura - da sé o per i contatti fisici o psichici che i vicini hanno comunque con lui, anche se in stato incosciente - una relazione con più soggetti. L'embrione no, a maggior ragione se "fabbricato" in laboratorio e non "secondo natura". Ma anche questa spiegazione non regge perché la relazione con gli altri è, in termini filosofici, un accidente della sostanza, senza la quale la relazione non potrebbe essere. In parole povere prima c'è la sostanza e poi l'essere in relazione. Se si decide, al contrario, di dare maggiore rilevanza all'aspetto relazionale della persona e lo si assolutizza come atto costitutivo della stessa, bisogna coerentemente ritenere che esseri umani privi di capacità relazionale (vedi gli autistici, totalmente incapaci di entrare in rapporto con ciò che è altro da sé, motivo per il quale non sono consapevoli nemmeno della propria identità) non possono essere definiti persone. E, come loro, tutti i bambini che, secondo quanto definito da Piaget, sono ancora, pur essendo "venuti alla luce", incapaci di distinguere il sé dall'altro (e questo ha riguardato la fase iniziale della vita di ciascuno di noi). Potrebbe essere un modo per legittimare l'infanticidio, purché in età precocissima. E che dire degli orfani o di quei bambini abbandonati che non hanno avuto la fortuna di conoscere un padre e una madre? Potremmo considerarli persone? E' evidente che portando il concetto alle estreme conseguenze logiche si arriva al paradosso. In conclusione Di parole se ne stanno producendo veramente tante. Ma quante di esse sono solo alibi - nutriti di sofismi che vogliono convincere gli ignoranti, e contrari ad ogni buon senso - prodotti per giustificare, alla stregua dei transumanisti, una ‘fiera degli orrori' ad uso e consumo del solito "più forte" nell'illusione che si possa un giorno ambire a portare i propri giorni sulla soglia dell'infinito? In una materia così complessa e pericolosa si può immaginare un referendum popolare che affidi alle crocette di un questionario a ‘scelta meno che multipla' di un cittadino disinformato o male informato, la sorte dell'intero genere umano? Forse sì, ma solo in assenza di una vera democrazia. Perché in questo caso, di sovranità popolare, non c'è neanche l'ombra. Paolo Aragona
Nell'imminenza del Referendum qualche altra considerazione
In queste ultime settimane, quando ormai manca meno di un mese alla data dei referendum abrogativi del 12 e 13 giugno, le posizioni di chi sostiene la legge e di chi invece la vuole abrogare si confermano distantissime.
Quale la regola che vige dunque in tale confusionario contesto? Sembra prevalere proprio la regola del comodo, dell'utile, del minor impegno a dispetto e detrimento della categoria del giusto, che non viene neanche più considerata tale. Il giusto è relativo ed è relativo non solo al soggetto, che già sarebbe - ed è - un vero problema per la coesistenza sociale, ma addirittura al soggetto in contesti e finalità differenti. Per parlar chiaro: quello che è giusto per me oggi in tale situazione, potrebbe non esserlo per me domani quando cambiano le mie prospettive e i miei bisogni. E questo non in merito a questioni di poco conto - che so su una regola del campionato di calcio - ma sul senso e le finalità ultime dell'esistenza dell'uomo! Come non vedere in ciò un ritorno al drammatico passato che già più volte nella storia dell'umanità ha prodotto, per ragioni allo stesso modo superficiali e di comodo, la tratta degli schiavi, le stragi degli innocenti e i campi di sterminio? Paolo Aragona
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