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LA BIBBIA COME PAROLA DI DIO
liberamente
tratto dal testo di Valerio Mannucci
Cap. 11
a) Alla base di ogni opera letteraria ci devono essere delle esperienze
vitali; ma non necessariamente una esperienza vitale fa nascere un’opera
letteraria; non solo, bisogna anche comprendere le esperienze che facciamo.
b) Una grossa esperienza può dar luogo a tante interpretazioni di
essa. Le varie interpretazioni dipendono dalla ricezione psicologica
soggettiva, dai differenti punti di vista.
c) Variano anche le intuizioni, ed anche una stessa intuizione può
essere espressa in tanti modi diversi.
d) A volte l’esperienza può essere tanto grande da essere
incomunicabile
Fatte
queste premesse iniziamo ponendo un grosso interrogativo: l’ispirazione
c’è per il primo o per l’ultimo libro della Bibbia?
L’ispirazione
di Dio ha guidato l’intero processo redazionale.
Il
processo redazionale dei libri della Bibbia sfugge alla moderna concezione
letteraria; tuttavia nella sua formazione ogni libro ha goduto
dell’assistenza costante dello Spirito Santo. Ispirazione di tutti gli
autori che garantivano l’inerranza finale.
Tuttavia
il carisma dell’ispirazione assume un carattere ben più vasto quando
pensiamo alla molteplicità del popolo di Dio costituito dai Profeti,
Apostoli, Sacerdoti, Scribi, Cantori, Pastori, etc.; cosicché quando alcuni
libri non derivino direttamente da Apostoli o Profeti, essi sono stati
ispirati con una ispirazione innestata in un carisma funzionale o ministeriale
già esistente; l’azione di Dio non è disincarnata dalla storia
dell’uomo.
C’è
dunque una dimensione comunitaria dell’ispirazione, ma non una ispirazione
collettiva; l’autore ispirato o i redattori (anch’essi ispirati) sono
figli della loro comunità, nella lingua, nelle forme letterarie, nei
sentimenti e nei desideri per cui l’autore o gli autori sono portavoce,
dando quello specifico carattere ecclesiale degli Scritti Sacri. Insomma un
rapporto di interazione in cui lo scrittore da figlio del popolo diventa poi
stimolo (a volte con conflitti drammatici)
1
-Tesi di K. Rahner
Questa
tesi come le altre, parte dal desiderio di approfondire il dato del Magistero
con una riflessione di carattere teologico su Dio vero autore e sull’uomo
anch’esso vero autore.
a) Dio vuole e crea la Chiesa come fonte e norma depositaria per tutti
i tempi posteriori (sede della presenza salvifica di Cristo)
b) Tra gli elementi costitutivi della Chiesa c’è l’oggettivazione
della sua fede in forma concreta, cioè la Scrittura.
c) Dio, allora, è autore sia della Chiesa che dei libri sacri; Dio è
vero autore nel senso che predispone e segue questo “depositum fidei”
costituito dallo scritto e dalla Tradizione. La predisposizione creativa di
Dio è fatta con il rispetto totale dell’umanità degli uomini che diventano
anch’essi veri autori nella pienezza delle loro facoltà.
d) L’autore sacro non è certo sempre della sua ispirazione, ma è
certo che le sue affermazioni sono date dalla Rivelazione di Dio in Cristo
avvenuta nella sua generazione e nella sua comunità.
e) Il Nuovo Testamento è illuminante l’Antico sia per la centralità
dell’Incarnazione del Figlio di Dio, sia per la presa di Coscienza che ha la
Chiesa che si riconosce in quei libri nati dal suo seno. E’ indispensabile
per questa autocoscienza della Chiesa l’assistenza dello Spirito Santo che
la illumina per l’infallibilità del Magistero nel conservare il
“depositum fidei”. Il Canone sarebbe, allora, l’autocoscienza della
Chiesa illuminata dallo Spirito Santo.
2
- Tesi di Benoit
Tutto
il lungo e complesso processo letterario, che porta alla comprensione
dell’opera e nel quale giudizi speculativi si intrecciano con peso e
sfumature diverse, deve porsi sotto il carisma divino; sarebbe infatti
semplicistico dire: “Dio pone le idee e il pensiero e lo scrittore sacro le
parole e lo stile”.
3
- Tesi di Schokel
Da
alcuni la posizione di Benoit è considerata troppo rigida e complessa e
rischia di trascurare i momenti creativi e personali dell’autore umano,
cosicché Schokel confrontandosi con l’esperienza di autentici scrittori
divide così la creazione letteraria:
a) Materiali: la materia può essere anche un’esperienza vitale
dell’autore umano (Osea) o esperienza di altri o esperienze dettate da
conoscenza pura o, ancora, materiali letterari preelaborati. Questo stadio non
cade necessariamente sotto l’ispirazione.
b) Intuizione: è il vero momento iniziale dell’opera letteraria e
per l’autore ispirato tale intuizione è sotto l’impulso dello Spirito
Santo (l’intuizione coglie il significato salvifico dei fatti, ma rimane
solo un fatto interiore; l’ispirazione vera e propria comprende infatti,
anche un altro momento)
c) Esecuzione: tale fase segue subito l’intuizione e dobbiamo
dichiararla sotto l’influsso dello Spirito Santo, anche se è un momento
creativo. Infatti Dio stesso collaborerà per scegliere un linguaggio adeguato
per farsi capire - conoscere dagli interlocutori. L’ispirazione completa
contiene le fasi b-c (e volendo anche la fase a)
Inoltre
Schokel precisa che tutta la vocazione, come esperienza dell’autore umano,
è finalizzata all’opera come suo termine.
Si
pone un’altra questione e cioè se la Bibbia è veramente Parola di Dio.
K.
Barth e altri teologi protestanti fanno un distinguo tra:
a) Parola di Dio accaduta, che è la persona di Cristo
b) Parola di Dio testimoniata, quando gli Apostoli testimoniano che
Cristo è il Salvatore
c) Parola annunciata, attraverso la predicazione della comunità
Una
distinzione più accurata la pone C. M. Martini:
a) La Parola di Dio è innanzitutto il Logos (Gv 1, 1-2) la
comunicabilità di Dio
b) La Parola di Dio per eccellenza è Gesù Cristo, il Verbo in mezzo a
noi ( Gv 1, 14). Dio
storico che con la sua Signoria Gloriosa è l’alfa e l’omega di tutte le
cose
c) La Parola di Dio è un insieme di “parole dette” parlate nella
storia dai Profeti e dagli Apostoli
d) Parola di Dio è l’insieme di parole scritte da tutti coloro che
hanno scritto per ispirazione divina.
e) Parola di Dio è la parola della predicazione cristiana viva.
Tiriamo
ora le conclusioni:
1) La parola della scrittura sacra non è identificabile immediatamente
con la Parola (il Logos) o la Rivelazione di Dio nella storia e nel mondo, che
ha avuto culmine in Gesù Cristo; essa è infatti, l’immagine canonica della
Rivelazione in tal caso è Parola di Dio in sé stessa, sul mondo, su ogni
essere vivente
2) La Parola di Dio scritturale è la parola che ha una forza viva e
permanente di manifestazione di Dio per tutti i tempi, insomma è Parola di
Dio “formalmente”, poiché immediatamente la è solo il Logos (D.V. 24)
3) E’ Parola sempre viva ed efficace che santifica.
4) E’ Parola di Dio in aspetto servile e nascosto (non glorioso - Fil
2 -) nascosta nel libro similmente al Verbo ”nascosto” nella carne.
Poniamo
ora un’altra questione:
la Parola di Dio è tale perchè ispirata da Dio
o perchè “ispirante” Dio?
Per
Lutero e Calvino, padri della riforma protestante, l’azione dello spirito
Santo non è solo nell’Ispirazione verso il soggetto (autore passivo) ma
anche nel predisporre il cuore del credente nel momento della predicazione o
della lettura. Testimone della canonicità della Scrittura è la Scrittura
stessa (Soggettivismo Religioso)
Anche
K. Barth si pone in linea con tale teologia considerando “l’autore”
umano solo come soggetto passivo, ponendo sempre l’accento sulla forza della
Parola di dio anche nei confronti dell’eventuale uditore, e nella potenza
della fede.
Brunner
riconosce invece una certa qualità all’uomo quando li definisce “Immago
Dei”; qualità che nemmeno il peccato originale ha cancellato ed è tale
qualità che rende l’uomo capace di accogliere la Parola di Dio. Ancora
Brunner arriva a dire che la Bibbia non è in sé Parola di Dio, ma lo è nel
rapporto Dio che parla - Fede dell’uomo.
Come
abbiamo visto, mentre la teologia cattolica parlava dello spirito Santo che
ispira la Bibbia, la teologia protestante metteva in risalto l’ispirazione
che dalla Bibbia esce e passa alla vita.
Precisando
possiamo dedurre che:
a) La Bibbia ispirata è già di per sé stessa Parola di Dio
(dimensione oggettiva)
b) Attende però di diventare viva ed efficace per la salvezza
dell’uomo tramite l’ascolto e un’accoglienza di fede (dimensione
soggettiva)
c) La fede di per sé è insufficiente per accedere alla Bibbia se non
vi è una illuminazione da parte dello stesso Spirito di Dio che l’ha
ispirata.
4 - I
libri sacri nelle grandi religioni
In
che maniera si può parlare di “Ispirazione” in riferimento ai libri sacri
delle grandi Religioni?
Le
massime Religioni viventi presentano i seguenti libri sacri:
Corano
(Islam), Veda (Induismo), Tripitala (Buddhismo), Kojki e Nihonshoki
(Shintoismo)
In
linea con il Concilio Vaticano I dobbiamo dire che Dio sin dai primordi della
creazione non ha cessato di dar prova di sé con segni di ogni genere e con
una Rivelazione che possiamo chiamare Naturale; data in vista di quella
completa Vetero - Neotestamentaria.
Quindi
lo Spirito di Dio (sempre parlando in termini di rivelazione naturale) ha
suscitato alcuni uomini leader fondanti le grandi religioni contemporanee.
L’atteggiamento
della Chiesa e di ogni credente è innanzitutto di rispetto per queste
religioni, cercando poi di sgrossare con la professione di fede tutto ciò che
si allontana dalla Verità della Rivelazione Biblica per portare a piena
maturazione e compimento ogni popolo e persona alla statura di Gesù Cristo.
E’
da escludersi una “Ispirazione dei libri delle altre religioni (almeno così
come la intendiamo per la Bibbia); essendo piuttosto, nello scrittore di altre
religioni, presente una ispirazione di tipo numinosa, ma gli uomini restano
gli unici autori; ed inoltre manca quella garanzia ecclesiale che invece
l’ispirazione biblica richiede per sua natura.
La
posizione del seminario di ricerca del Bangalore si spinge a considerare dono
di grazia le scritture non bibliche e a paragonarle addirittura ai libri
dell’Antico Testamento come propedeutici al Cristo Gesù. Tuttavia tale
posizione è insostenibile (Gn 12, 3). Semmai un parallelismo può esserci con
quella storia religiosa universale di cui in Gn 1, 11 prelude alla storia di
Abramo che rimane però, invece, unica e irripetibile (e garantita da una
certa storicità).
Certo
lo Spirito “soffia dove vuole” (Gv 3, 8); ma come riconoscerlo si da
poterne affermare storicamente la sua presenza, sulla base di alcuni criteri
che siano in qualche misura oggettivamente verificabili?
Possiamo
però dire che tutto ciò “che c’è di vero, nobile e giusto” (Fil 4, 8)
non può che venire dallo Spirito di Dio e che come tutto ricapitola in Cristo
di Lui esiste seme in ogni dove, affinché si compia il Cristo Totale; non è
un invito al sincretismo religioso o al relativismo, ne alla accettazione
passiva di due tipi di Verità religiose destinate a camminare parallele nel
tempo; per noi cristiani è utile e bello scoprire le vestigia di Cristo
nascoste sotto le grandi religioni; per i non credenti è fondamentale notare
che solo in Cristo Gesù c’è salvezza.
Cap.
12
Il canone della Sacre Scritture
1
- Il canone dell’Antico Testamento
Storia
e significato di una terminologia:
-
Canone dal greco Xanon = metro, norma, regola.
-
Dal III secolo s’intende che rianima l’ortodossia della fede.
-
Dal IV secolo (vedi Concilio di Laodicea 360 d. C.) s’intende i libri
ispirati da Dio e riconosciuti
dalla Chiesa come tali (i quali contengono la norma della Verità Cristiana).
Sisto
da Siena (Concilio di Trento 1569) per distinguere i libri che non sono stati
accolti dal canone dei riformatori, opera la distinzione: PROTOCANONICI -
DEUTEROCANONICI.
I
Deuterocanonici sono 7 per l’Antico Testamento e 7 per il Nuovo Testamento
Antico
Testamento:
Tb;
1 e 2 Mac; Bar; Sir; Gdt; Sap (+ epistola di Ger. - Bar 6); (+ alcune sezioni
scritte in greco nei libri di Dn 13-1 e Est 10, 4-16, 24)
Nuovo
Testamento:
Eb;
Gc; 2 Pt; 2 e 3 Gv; Ap; Gd
Il
canone degli Ebrei esclude dall’Antico Testamento i deuterocanonici sopra
elencati.
I
protestanti ora (a differenza del passato in cui non accettavano i
deuterocanonici del Nuovo Testamento) non accettano solo i deuterocanonici
dell’Antico Testamento e li chiamano apocrifi (per distinguere i “loro”
apocrifi dell’Antico Testamento dai nostri apocrifi dall’Antico
Testamento, chiamati questi ultimi Pseudo Epigrafi).
2
- Il canone dell’Antico Testamento presso gli Ebrei
Un
primo abbozzo di canone lo abbiamo con il libro del Sia (130 a. C), in cui nel
prologo sono elencati - la Legge, i Profeti (compresi i 12 minori) e altri
scritti (Sir. 1, 7-9, 25) (Sir. 25). Il problema sussiste proprio per gli
altri scritti visto che nella storia interna dei Padri e dei Profeti non
vengono citati né Esdra, né Ester, né Daniele.
Si
pensava di determinare il canone su duplice via:
a) Canone Alessandrino (III sec. a. C.)
b) Canone Palestinese (I sec. d. C.)
Si
pensa che il canone Palestinese (più corto perchè senza i deuterocanonici)
sia stato fissato definitivamente nel Sinodo di Jamnia (fine I sec. d. C.)
Si
pensa che il canone Alessandrino sia testimonianza della Versione dei LXX (con
canone regolare)
a)
Tuttavia il canone Alessandrino non presenta adeguata sussistenza:
- sia perchè i LXX sono frutto di tre secoli di lavori
- sia per il carattere leggendario - miracolistico che avvolgeva la
relazione
b)
Anche l’esistenza di un canone Palestinese risulta pressoché dubbia.
- La testimonianza di Giuseppe Flavio non risulta troppo probante; egli
testimonia 22 libri sacri ma non esprime l’unanime opinione del Giudaismo
del suo tempo, anche perchè nei suoi libri o scritti cita per es. 1 Mac che
non è citato nei 22.
Non
siamo sicuri neanche se esisteva un canone di Qumram prima dal 70 d. C. La
biblioteca di Qumram dà l’impressione di una certa selettività, ma è
difficile parlare di un canone chiuso, difatti vi si trovano anche frammenti
di libri apocrifi.
Per
quanto riguarda il sinodo di Jamnia non ci sono prove che ivi sia stato
compilato un canone e comunque anche se vi fosse stata una certa selettività
essa non influenzava tutto l‘ambiente palestinese con l’autorità di un
canone.
Sia
la tesi del canone alessandrino come del canone Palestinese appaiono
insoddisfacenti:
1) Con la distruzione del tempio nel 70 d. C. la religione giudaica
divenne per forza di cose sempre più la religione del “Libro”, ma la
strada del canone è lunga e complessa.
2) Le dispute all’interno del Giudaismo devono aver affrettato la
stesura del canone.
3) Anche se già dal I sec. d. C. c’era la “rosa” di quei 22 / 24
libri sacri ancora non era fissato il canone, bisognerà aspettare la fine del
II e il III sec. d. C.
4) L’assunzione da parte dei Cristiani del canone più ampio tramite
la versione greca dei LXX può essere stato il motivo ultimo in base al quale
il giudaismo limita il canone dell’Antico Testamento ai libri più antichi e
a quelli che di fatto circolavano in ebraico e aramaico.
3
- Il canone dell’Antico Testamento presso i Cristiani
Nel
Nuovo Testamento compaiono 350 citazioni dell’Antico Testamento (di cui solo
300 vengono dai LXX) le altre fonti tra cui dei libri apocrifi; così come non
c’era un canone giudeo nel I sec. similmente e parallelamente non ve ne era
uno ben preciso per la prima comunità cristiana.
Parallelamente
nel II sec d. C. (quando nella Palestina inizia ad instaurare un canone) i
padri apostolici hanno particolare familiarità con quelli che saranno poi
definiti deuterocanonici; la Didachè cita Sir. e Sap., Clemente Romano nella
sua 1 Cor. cita Sap., Sir., Gdt., Dan., e brani di Ester in greco.
Tuttavia
il formarsi di un canone ristretto, nel giudaismo, ebbe ripercussioni
particolari nel mondo cristiano; S. Giustino, infatti, nelle dispute con i
giudei preferisce far riferimento ai soli protocanonici; Melitone di Sardi
presenta la più antica lista dei libri dell’Antico Testamento usati dai
cristiani. Tale lista equivale praticamente al ristretto canone ebreo. D.
Girolamo, in particolare, nel lungo soggiorno a Betlemme vide che alcuni libri
deuterocanonici erano considerati apocrifi tra gli Ebrei; e tale prestigio di
Girolamo influì sino al Concilio di Trento.
Nei
successivi Concili si ebbero posizioni non chiare:
a) In quello di Laodicea si difenderà il canone ristretto ebraico
b) In Occidente, invece, papa Innocenzo I cita il canone completo
c) Solo nel XV sec. d. C. con il Concilio Ecumenico di Firenze si
assumerà il canone intero che sarà confermato, non senza difficoltà (vedi
Card. Caietano) al Concilio di Trento
Il
Concilio Tridentino offriva 2 criteri sui quali fondare la solenne
dichiarazione del canone:
1) La lettura liturgica dei libri sacri della Chiesa
2) La loro presenza nell’antica versione latina della Vulgata
Successivamente
non si ritratterà più la questione, il Vaticano I citerà il Concilio
Tridentino ed il Vaticano II citerà il Vaticano I.
Con
la D. V. 8 avevamo:
“E’
la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone dei libri
sacri, e in essi fa più profondamente comprende e rende ininterrottamente
operanti le stesse sacre lettere”
Cap.
13
Il Canone del Nuovo Testamento
1
- Il periodo dell’età apostolica
In
2 Pt 3, 16 si legge che le lettere di Paolo sono paragonate alle altre sacre
scritture.
Anche
l’espressione 1 Tm 5, 18 può riferirsi indirettamente al Vangelo di Luca
(Loghion)
Inoltre
altre lettere hanno carattere dogmatico ed etico di destinazione universale
(vd. Rm, Ef, Gc, 2 Cor, 1 Pt, etc.)
Queste
poche notizie ci fanno capire che nel I sec. d. C. le comunità non avevano un
canone preciso, tuttavia alcune erano destinatarie e leggevano con validità
alcune lettere ed anche i Vangeli (in particolare le comunità a cui erano
destinati).
2
- Tradizione post - apostolica e il canone del Nuovo Testamento
S.
Giustino (II sec. d. C.) testimonia che i Vangeli erano letti insieme con gli
scritti dei profeti, durante la Liturgia Eucaristica.
La
seconda lettera di papa Clemente ai Corinti (circa 150 d. C.) dopo aver citato
Is. 54, 1 cita anche Mt. 9, 13.
Questi
due testi assieme alla 2 Pt 3, 16 fanno già pensare ad un concetto di Nuovo
Testamento. Macione inoltre con il suo rifiuto dell’Antico Testamento in
favore di una collezione limitata di 10 lettere di Paolo e del Vangelo di
Luca, fa emergere che gli scritti cristiani formassero una unità accanto a
quelli dell’Antico Testamento.
Un
altro fatto che sembra aver contribuito ad accelerare i processo del Canone
sembra sia stata la raccolta di Taziano chiamata Diatessarno (consisteva in
una “paccottiglia” riarrangiata dei quattro Vangeli)
Melitone
di Sardi (circa 170 d. C.) elencando le scritture giudaiche lascia intendere
che ne esista uno nuovo.
Il
primo ad usare il termine Nuovo Testamento fu Tertulliano (circa 200 d. C.).
Dello stesso periodo la comparsa di liste dei libri del Nuovo Testamento nel
Frammento Muratoriano e in Origene.
Eusebio
di Cesarea verso il 310 d. C., dopo aver indagato sulle testimonianze della
Tradizione circa i libri del Nuovo Testamento distingue esplicitamente (i
libri riconosciuti da tutti “omologoumenoi”, i libri discussi
“antilegoumenoi”, e i libri spuri “notha”). Tra i secondi citerà Gc.
e Gd.
In
Occidente si avranno liste complete soltanto alla fine del IV sec d. C., con
Agostino, Atanasio, Girolamo - Concili di Ippona e Cartagine -; così da avere
un accordo in gran parte della Chiesa d’Occidente.
Come
si vede la storia del Canone del Nuovo Testamento non è così semplice e
lineare come si potrebbe pensare. Queste in sintesi le difficoltà:
* Alcuni scritti erano indirizzati a comunità particolari
* Difficoltà di comunicazione tra la varie Chiese
* La canonicità era determinata dalla paternità apostolica che non
sempre era sicura
La
Paternità Apostolica si riconduceva:
a) L’origine apostolica reale o apparente del libro
b) La conformità di uno scritto con la “regola della Fede”, ovvero
col pensiero degli Apostoli
fondatori
Tuttavia
di tale Paternità Apostolica non era molto semplice servirsene. Si rischiava
di ammettere nell’alveo certe opere pseudo epigrafe, o di legare la
canonicità alla stretta autenticità letteraria. Questi opposti pericoli
mostrano l’insufficienza dei criteri oggettivi usati da soli.
Oggi
sappiamo che il problema della paternità letteraria è un problema storico
che va risolto in base ai criteri scientifici di stile e di contenuto di uno
scritto, e che ad esso non può essere indissolubilmente legato il carattere
ispirativo e canonico di un libro. Per questo motivo, “la Chiesa si è
saggiamente astenuta da affermazioni dogmatiche a proposito della paternità
letteraria dei libri sacri. I decreti della Pontificia Commissione Biblica tra
il 1905 e il 1915, che concernono la paternità letteraria non sono dogmatici
ma prudenziali, ed in seguito è stata data piena libertà agli studiosi
cattolici nei confronti di questi decreti”. (J. C.Turro - R. E. Brown,
Grande Commentario Biblico, pag. 1520)
3
- Carattere definitivo del Canone di Trento
Il
Concilio di Trento cercò di garantire la canonicità di brani o brevi sezioni
del Nuovo Testamento che venivano messe in discussione:
* Mc 16, 9-20 (lunga finale di Marco con il racconto dell’Ascensione)
* Lc 22, 43-44 (il sudore di sangue)
* Gv 7, 53; 8, 11 (episodio dell’adultera)
I
tre brani infatti pur non godendo di perfetta concordanza nei “testimoni”
greci (codici e papiri) si trovavano nella Vulgata che rimaneva uno dei veri
motivi validi per la canonicità (avviati dalla tradizione cattolica).
Anche
per Gv 5, 4 (l’angelo che agita le acque nella piscina di Betsaida) e 1 Gv
5, 7-8 (comma Giovanneo) esisteva problema visto che li contiene la Volgata
Sisto -Clementina e non la Vulgata di S. Girolamo; tuttavia il problema della
loro canonicità sembra doversi risolvere sulla base della scienza critica
testuale, piuttosto che ricorrendo ad una applicazione meccanica del Concilio
di Trento.
Il
Concilio Vaticano I si rifà al Concilio di Trento con una parte che però
spiega la canonicità, come riconoscimento magisteriale.
Il
Concilio Vaticano II si rifà al precedente affermando espressamente che
“E’ la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone
dei libri sacri” (D.V. 8)
4
-
Criterio definitivo della fissazione del canone dei libri sacri
Nel
sopracitato della D.V. 8 non si afferma solo un dato di fatto (innegabile sia
per l’Antico che per il Nuovo Testamento), ma anche un dato di fede.
Il
problema dei “criteri di canonicità” si pose espressamente all’epoca
della Riforma, quando i riformatori sostituirono ai criteri esterni, legati
all’autorità della Chiesa Magisteriale e della Tradizione, dei criteri
interni capaci di imporsi ad ogni credente e alla stessa Chiesa.
Lutero
si appellava alla testimonianza resa dalla Scrittura a Cristo distinguendo così
diversi gradi di autorità nei libri sacri.
Calvino
parlava di una sovrana decisione di Dio che ha causato un consenso pubblico
nella Chiesa primitiva circa i libri sacri.
Le
successive confessioni riformate accentuarono ancora di più l’azione
garante dello Spirito Santo nel soggetto.
Però
a partire dal XIX secolo d. C. si ritornò a dare peso ai criteri oggettivi; i
vari: T. Zahn, A. Von Harnack, K. Barth, O. Culmann, M. Lods, non fanno altro
che riconsiderare la Chiesa visto che non considerarla sarebbe affrontare
superficialmente e aprioristicamente il criterio della canonicità.
E’,
in ultima istanza, la concezione della Chiesa che divide i cattolici e i
protestanti, molto più di quanto non li divida il problema del canone. Anzi,
è proprio la nozione della Chiesa nelle varie confessioni riformate, per noi
insufficiente e incompleta, che rende loro problematica a tutt’oggi la
questione del canone, tanto da poterla (o doverla!) ritenere una questione
ancora aperta, nei termini di “un Canone nel Canone”. (vd cap. 14)
Vediamo
ora di chiarire l’affermazione del Concilio Vaticano II in D.V. 8.
Nei
manuali di teologia, prima del Vaticano II, Sacra Scrittura e Tradizione erano
presentate come 2 forme materialmente distinte della Rivelazione, e la
Tradizione costituiva fonte più ampia: alcune verità rivelate a cominciare
dalla Verità del Canone di libri ispirati, sarebbero contenute nella
Tradizione e non nella Scrittura.
Se
invece leggiamo la D.V. 9 vediamo che il Concilio ha parlato della Sacra
Scrittura e della Sacra Tradizione come due modi diversi, ma anche tra loro
congiunti e comunicanti, di trasmettere l’unico e medesimo oggetto che la
Divina Rivelazione; in altri termini, non ha parlato di due fonti
materialmente distinte come facevano alcuni teologi. Anzi, le dimensioni e gli
altri atti del Concilio dimostrano che i Padri conciliari non hanno voluto
dirimere la questione della distinzione solo formale o anche materiale, ma
semmai si sono orientati - è la Spirito del capitolo II della D.V. - verso la
soluzione della distinzione soltanto formale, in armonia con la
costante prassi della Chiesa, la quale, nel definire le Verità di fede nel
suo Magistero solenne, le ha sempre giustificate con un richiamo più o meno
diretto alla Scrittura
Dunque
criteri obiettivi dell’uso di uno scritto apostolico diretto ad una Chiesa
ufficiale e l’origine o l’approvazione apostolica di uno scritto sono
importanti ma non sufficienti a risolvere la questione.
Fa
bene la teologia protestante ad affermare l’azione di discernimento per
opera dello Spirito Santo, tuttavia bisogna vedere qual è il destinatario, il
soggetto di questo dono soprannaturale; di fatti la concezione che dà la
teologia protestante è troppo povera per essere accettabile; come può il
singolo credente avere in sé il parametro del Canone se tale parametro non
l’aveva con assoluta precisione la Chiesa del II sec. d. C.?
E’
proprio l’assistenza dello Spirito Santo che continuò e continua ad
assistere la Chiesa perchè conservi con integrità ciò che le è stato
donato nel deposito apostolico. In questo campo, come in qualsiasi altro, il
suo Magistero gode dell’infallibilità soltanto per conservare (non per
modificare e ampliare) il dato originale.
Infatti,
tutte le variazioni che presenta la Tradizione ecclesiastica sul Canone sono
da imputarsi a:
* Appello ai criteri interni (autenticità etc...)
* Ricorso all’autorità del Canone ebraico
Per
Grelot, dunque, la definizione del Canone costituisce il primo (in senso
logico) atto solenne del Magistero della Chiesa post - apostolica nei
confronti della Rivelazione, che essa è chiamata a conservare e custodire per
proclamarla agli uomini di tutti i tempi; nel custodire e proclamare è
guidata con assoluta infallibilità dallo Spirito Santo che l’aiuta anche
nell’attualizzazione fedele.
Per
Rahner, le Scritture, quando nascono come genuina autorappresentazione della
Chiesa Apostolica, e solo quelle, sono per ciò stesse ISPIRATE e CANONICHE,
anche se il definitivo esplicito riconoscimento dell’ispirazione e della
canonicità avverrà più tardi, distinguono dunque tra:
* Rivelazione
* Percezione riflessa e formulata.
Due
momenti tra i quali può correre benissimo un buon lasso di tempo.
La
definizione di Canone è un atto, il primo in senso vero, di autocoscienza da
parte della Chiesa che ha per oggetto un aspetto fondamentale del suo essere,
appunto le Sacre Scritture. Ciò vale anche per l’Antico Testamento, il cui
Canone viene stabilito soltanto dalla Chiesa Cristiana.
5
- Possono esistere libri ispirati ma non canonici?
Quando
un testo deriva da un Apostolo, possiede già in sé stesso il carattere
ispirato e normativo, tuttavia, se andato perso, non aggiungerebbe nulla di
nuovo alla Rivelazione e dunque la Chiesa non sarebbe costretta a riaprire il
Canone pur riconoscendolo ispirato .
Se
in un libro canonicamente riconosciuto (vedi per es. Gd) viene citato un libro
apocrifo, non vi è però nessuna affermazione della quale si possa dire che
Dio abbia voluto insegnarla agli uomini attraverso questa lettera, ma solo
come mezzo epocale con cui Dio ha voluto trasmettere la Verità Infallibile
L’ispirazione
biblica riguarda soltanto gli scrittori sacri e oggetto dell’ispirazione
sono i testi usciti dalle loro mani; non è dunque attendibile una
dichiarazione di ispirazione nel senso sopraddetto per la Versione greca dei
LXX:
a) E’ vero che tale versione dei LXX è stata nella storia
provvidenziale, ma ciò non è necessario per affermare l’ispirazione
b) Certamente non è mancata l’assistenza dello Spirito Santo nel
concetto “articolato di ispirazione”, ma non si può concludere che gli
scrittori della LXX sono stati ispirati alla maniera degli scrittori sacri
c) L’uso che ne fanno gli autori del Nuovo Testamento non prescinde
da ciò che è sopraddetto; l’ispirazione del Nuovo Testamento può
prescindere dall’ispirazione dei LXX.
d) L’argomento più probativo per l’ispirazione dei LXX è quello
sostenuto da P. Grelot, e cioè, che i libri deuterocanonici accolti nel
Canone e facenti parte dell’Antico Testamento, provengono (più o meno)
tutti dalla versione greca dei LXX, infatti se ne è perso l’originale
ebraico o aramaico; il Manucci tuttavia non accoglie con totalità questa
opinione poiché la Chiesa ha accolto nel Canone l’Antico Testamento
ispirato e canonico con quella estensione greca (e poi latina) facente parte
di una tradizione giudaica; comunque il caso sembra da risolvere più con la
critica testuale che con criteri teologici.
Cap. 14
Il Canone della Bibbia nel protestantesimo odierno
Finora
il dialogo tra cattolici e protestanti interessa soprattutto due problemi di
fondo, preliminari ad ogni altra discussione:
a) RAPPORTO SCRITTURA e TRADIZIONE
b) ESTENSIONE DEL CANONE NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO
Tuttavia
oggi il problema si pone in termini diversi perchè tutte le confessioni nella
riflessione teologica hanno compreso che SCRITTURA e TRADIZIONE non sono due
realtà dissociabili tra di loro; la Tradizione precede la Scrittura, la
Scrittura è il momento privilegiato della Tradizione; la Tradizione continua
anche dopo la Scrittura.
Per
il secondo problema, si è visto recentemente nella riflessione teologica
protestante che si possono distinguere nel Nuovo Testamento già i segni
tipici del Cattolicesimo, che l’esegesi protestante chiama Protocattolici.
Questi
due punti pongono i protestanti al bivio:
* Accettare tutto il Nuovo Testamento
* Rimanere fedeli alla Riforma optando per un Canone nel Canone
1
- Le bibbie protestanti oggi
Portano
in appendice i deuterocanonici dell’Antico Testamento (che Lutero
considerava apocrifi), corredati da una prefazione speciale che li specifica
come libri esclusi dal Canone degli Ebrei.
Contengono
nel Nuovo Testamento anche i deuterocanonici nel loro ordine tradizionale;
anche se Lutero ne aveva eliminati alcuni (Eb, Gc, Gd, Ap) anticipando in
qualche modo la questione odierna del Canone nel Canone (Vedi opinione
positiva di O. Culmann, Il Nuovo Testamento, pag. 115).
2
- Il Canone nel Canone. Il protocattolicesimo del Nuovo Testamento
Anche
la D.V. riconosce particolare dignità ai Vangeli del Nuovo Testamento (D.V.
18), ciò non toglie che bisogna operare un Canone nel Canone, riconoscendo
alcuni libri come più ispirati e altri meno, o alcuni come ispirati e altri
no; anche sul piano dottrinale, le varie correnti teologiche del Nuovo
Testamento non sono mai totalmente in antitesi, ma presentano alcune diversità
nel piano proposto in base al soggetto a cui erano indirizzate.
L’espressione
Protocattolicesimo fu coniata da A. Von Harnack (1851-1930) e designa in
questi autori gli stadi iniziali del sacramentalismo, della gerarchia, dei
ministeri ordinati, del dogma:
I
padri della Riforma erano particolarmente influenzati dalla situazione
ecclesiale del loro tempo, tanto che, per essi, il cattolicesimo aveva preso
una identità solo nel Medioevo.
A.
Von Harnack, invece, considerava che la cosiddetta “degenerazione
cattolica” aveva preso corpo nel II secolo quando si consumò il “peccato
originale” tra Ellenismo e Cristianesimo che poneva fine al periodo
apostolico e introduceva quello del protocattolicesimo o cattolicesimo
primitivo.
Per
R. Bultmann il cattolicesimo inizia ancora prima: è già in essere nel Nuovo
Testamento moderno, con i vari elementi riconoscibili, per esempio nelle
lettere pastorali (1 e2 Tm; Tt) di passaggio dall’ “Ufficio carismatico”
a quello “Istituzionale”.
E.
Kasemann, H. Conzelmann, H Braun e W. Marxsen portano all’ultima conseguenza
il discorso bultmaniano, trovando tali elementi protocattolici nel Vangelo di
Luca e negli Atti oltre che nelle sopracitate lettere pastorali.
Dunque,
là dove si riscontrano nei libri o nelle sezioni del Nuovo Testamento:
a) Il passaggio dal Carisma alla Istituzione
b) La diminuzione della tensione escatologica
c) L’evoluzione della presentazione della morale cristiana
Ivi
gli autori parlano di penetrazione spuria del Protocattolicesimo e quindi di
“contaminazione” dell’Evangelo puro, con nuove e gravi conseguenze per
il problema del Canone.
L’attuale
Nuovo Testamento è troppo vasto e comprende elementi che non sono più puri:
si dovrebbe ridurlo per ritrovare, dentro il Canone attuale e tradizionale, la
purezza dell’Evangelo.
Ma
con quale criterio si può individuare il centro del Nuovo Testamento?
Per
Lutero è “ciò che spinge a Cristo”
Per
E. Kasemann e H. Conzelmann è “la giustificazione del peccatore in virtù
della fede”; Kasemann poggia le sue tesi su tre argomenti:
1) La variabilità dello stesso Kerigma neotestamentario nei Vangeli
(4)
2) La straordinaria quantità di posizioni teologiche
3) L’incompatibilità delle varie teologie del Nuovo Testamento
Da
questi argomenti, Kasemann trae una conclusione per lui inequivocabile: “Il
Canone del Nuovo Testamento non stabilisce, in sé e per sé, la base
dell’unità della Chiesa. Al contrario, nella sua struttura, cioè negli
elementi compositivi che lo storico vi può rilevare, esso costituisce il
fondamento della pluralità delle confessioni cristiane”
Si
deve applicare al Nuovo Testamento, secondo Kasemann, il paolino
“discernimento degli spiriti”: “gli spiriti buoni “ del Nuovo
Testamento sono soltanto quelle testimonianze che sono è possono diventare
“Vangelo”, cioè che annunciano “la giustificazione per fede”; gli
altri scritti sono “Spiriti cattivi”.
Kasemann,
il quale inizialmente non vorrebbe eliminare dal Canone del Nuovo Testamento
certi libri o certi testi, conclude con una scelta di un Canone nel Canone, un
nuovo e parziale e riduttivo Nuovo Testamento.
3
- Una risposta al problema del “Canone nel Canone”
La
maggioranza dei teologi ed esegeti del Protestantesimo odierno accetta
l’intero canone tradizionale e rimprovera a Kasemann ed Amici di aver
esagerato fino all’estremo le diversità che esistono all’interno del
nuovo Testamento.
Per
O. Culmann la storia della salvezza non è un fenomeno del Protocattolicesimo,
ma costituisce l’essenza stessa della Rivelazione e ciò che unisce i vari
libri sacri e ne fa la Bibbia. Non si tratta di eliminare la storia della
salvezza dalla Bibbia e con essa i libri che la riflettono, bensì di
integrarla agli altri elementi essenziali; si rischia altrimenti di ridurre di
nuovo a “ciò che porta e comunica a Cristo” a “ciò che ci
interpella” giungendo magari al punto di eliminare libri come
l’Apocalisse.
J.
D. Kastli dedica un capitolo di una sua tesi al Protocattolicesimo di Luca;
egli riconosce che Luca fa subire alla tradizione evangelica una
storicizzazione, ma intende mostrare che questa storicizzazione fa parte del
Kerigma stesso e risponde a una intenzione teologica legittima.
H.
Diem dà ragione a Kasemann quando dice che gli scritti del Nuovo Testamento
non costituiscono una dottrina unitaria, ma respinge l’idea del Canone nel
Canone; tuttavia, non accettando di fatto gli elementi protocattolici nel
Nuovo Testamento e minimizzandoli, considera il Canone nel Canone non una
dottrina ma un dato imprescindibile di processo nel quale, attraverso la
storia della Rivelazione, la giustizia di Cristo è superata dal credente.
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