LA BIBBIA COME PAROLA DI DIO

liberamente tratto dal testo di Valerio Mannucci

 

Parte prima - LA PAROLA DI DIO

Cap. 1 Il mondo della parola umana

 

     In nessun luogo della Bibbia noi incontriamo la Parola di Dio direttamente. Dappertutto essa ci viene donata per il tramite di tale o talaltro uomo, sempre alla maniera umana e in linguaggio umano; le Parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’Eterno Padre, avendo assunto la debolezza dell’umana natura, si fece simile all’uomo (D.V. 13). Tutto questo già rivela la volontà di Dio di stabilire un dialogo con gli uomini perché li ama.

 

1 - HOMO LOQUENS

     La parola è la soglia d’ingresso nell’universo umano; mediante la parola l’uomo      penetra nel groviglio del mondo e inoltre si appropria in qualche modo di sé stesso; parlando egli si avventura nel suo universo interiore che è confuso, molteplice, indistinto. Egli ha bisogno della disciplina della parola per comprendersi ed esprimersi. La parola inoltre permette all’uomo il suo inserimento nei rapporti umani e sociali, gli consente la comunicazione.

 

2 - Le tre funzioni della parola

     a) in rapporto alla natura, al mondo e alla storia è l’informazione;

     b) in rapporto a sé stessi è l’espressione;

     c) in rapporto agli altri è l’appello.

 

3 - La parola è creativa

     La parola personale possiede una forza creativa, colpisce, avvince, libera. Non è soltanto un suono e un soffio; nella reciprocità dell’IO e del TU la parola tende a creare l’unità del NOI.

 

  4 - Il linguaggio dell’amicizia e dell’amore

     Nel linguaggio dell’amicizia e dell’amore la triplice funzione della parola sopra descritta (informazione, espressione, appello) trova la sua più alta sintesi. Amici e sposi si parlano e trovano nel mistero della vicendevole parola la sorgente pura del loro dinamico coesistere.

 

 

Cap. 2 La parola amicale di Dio

     D.V. 2 = Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini “come ad amici” e si intrattiene con essi per invitarli ed ammetterli alla comunione di sé.

Il linguaggio dell’amicizia e dell’amore di Dio verso gli uomini: con questa categoria della parola o meglio del dialogo amichevole il Magistero descrive la Rivelazione di Dio.

 

1 -  Il concetto di Rivelazione nei concili ecumenici Vaticano I e II

A) il rapporto tra Rivelazione soprannaturale e naturale

Il Vaticano I parte dalla rivelazione naturale e dalla possibilità di conoscenza (non di dimostrazione!) di Dio alla luce della ragione umana, per concludere poi con la rivelazione soprannaturale. Esso difendeva la prima contro coloro che umiliavano la ragione umana negandole ogni possibilità di arrivare per via ascendente alla conoscenza di Dio; difendeva la seconda (riv. soprannaturale.) contro coloro che accordavano alla ragione umana piena autonomia e piena sufficienza, riducendo la riv. cristiana a realtà puramente immanente all’uomo.

LA PROSPETTIVA DEL VATICANO II E’ IN QUALCHE MODO CAPOVOLTA.

Il concilio vaticano II parla subito e diffusamente della Riv. personale e storica di Dio culminante in Cristo Gesù (D.V. 2-4), nonché della fede come adeguata risposta alla rivelazione soprannaturale : soltanto alla fine in D.V. 6 ricupera il dato del Vaticano I sulla rivelazione naturale e sulla possibilità per l’uomo di conoscere Dio attraverso la ragione.

 

B) Piacque a Dio...

Nella Dei Filius ha una precisa e legittima sfumatura, quella cioè di sottolineare il contrasto tra lo sforzo religioso dell’uomo alla ricerca di Dio e il dono che Dio fa all’uomo rivelando sé stesso in Gesù Cristo.

Nella Dei Verbum il “piacque a Dio...” pone l’accento sulla libera e gratuita iniziativa di Dio nel suo atto di rivelarSi. La rivelazione è grazia! D.V. 3 permette di intendere meglio UNITA’ e DISTINZIONE (grazie alla centralità cristologica) tra creazione e rivelazione. La distinzione con un “inoltre”: fa emergere una novità rispetto all’orizzonte precedente; l’unità è data invece “creazione nel Verbo”: poiché la creazione è avvenuta nel Verbo, essa possiede una intrinseca destinazione cristologica.

 

C) Rivelare sé stesso e manifestare il Mistero della Sua volontà 

Circa l’oggetto della Rivelazione la D.V. segue il Vaticano I sostituendo la parola “decreti” con il termine paolino di “mistero della Sua volontà”: si evoca tutto intero il disegno salvifico svelato e attuato in Cristo Gesù e sottolinea l’unità tra Rivelazione e salvezza.

 

D) Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile parla agli uomini come ad

amici

Di questo non vi è traccia nel Vaticano I. Si esprime la risonanza personalistica e amicale di tutta la Rivelazione biblica.

 

E) Questa Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi

E’ si Parola di Dio, ma anche inseparabile avvenimento, manifestazione e svolgimento del disegno di Dio in una storia, non come nel Vaticano I dove gli avvenimenti costituiscono soltanto l’occasione dello svelamento del contenuto della Rivelazione; l’oggetto formale (nel Vaticano I) della Rivelazione è l’insegnamento da parte di Dio delle verità che superano la capacità naturale della ragione.

 

2 - La Bibbia testimone del carattere dialogico - amicale della Rivelazione

 

Le citazioni bibliche che la D.V. porta a suffragio del carattere dialogico - amicale della Rivelazione sono le seguenti:

 

ESODO 33, 11 - “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla

                              con un suo amico”

Si esprime il rapporto di intimità Dio con Mosè attraverso la categoria del dialogo amichevole, veicolo della più profonda comunione.

 

BARUC 3, 38 - “la Sapienza è apparsa sulla terra e ha conversato con gli uomini”

All’epoca di Baruc (II sec. a. C.) la Sapienza è ancora la Parola-Rivelazione che Dio ha comunicato ai figli di Abramo: sarà Gesù Cristo in persona questa Sapienza di Dio apparsa definitivamente sulla terra, la nuova tenda del convegno della esperienza mosaica.

 

GIOVANNI 15, 14-15 - “voi siete miei amici... non vi chiamo più servi, ma vi ha chiamati amici

I discepoli di Gesù sono diventati davvero gli amici di Gesù in virtù della sua libera e gratuita scelta, garantita dall’atto supremo della sua agape, che è l’offerta della sua vita per amore. Gesù ha comunicato loro tutta intera la Rivelazione e mediante il dono dello Spirito Santo gliela farà comprendere.

 

3- Il dettato della Dei Verbum

 

E’ dunque dalla Bibbia stessa che il Concilio Vaticano II ha ricuperato il carattere interpersonale, esistenziale, dinamico e oblativo della Rivelazione - Parola di Dio. Rivelandosi Dio parla il linguaggio dell’amicizia e dell’amore:

- Dio chiama (funzione appellativa della parola) e coloro che rispondono, accogliendo e vivendo la Parola di Dio formano la “Ekklesia” ossia la comunità dei credenti

-  Dio racconta  interpreta l’uomo, l’esistenza e la storia; Egli insegna (funzione informativa della parola); l’uomo dunque conosce sé stesso alla luce dell’ascolto della Parola di Dio.

-  Dio si esprime, parla di Sé, rivela agli uomini Sé stesso e la Sua intima vita (funzione espressiva della parola) per ammetterli alla comunione con Sé.

Già nel proemio della Dei Verbum, che fa proprie le parole di Gv 1, 2-3 “Vi annunziamo la Vita Eterna che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi abbiate comunione con noi e la nostra comunione sia con il Padre e col Figlio suo Gesù Cristo”, troviamo chiaramente indicati a) l’oggetto; b) il modo; c) la trasmissione; d) le finalità della Rivelazione di Dio:

     a) - l’oggetto: è la Vita Eterna, cioè Dio stesso che si apre agli uomini e si comunica ad essi come verità e vita

       b) - il modo:    in Gesù, Dio non si fa solo udire ma vedere e toccare; Gesù e la definitiva teofania del Padre

      c) - la trasmissione: attraverso la Chiesa che prima di essere maestra è discepola ; prima di comunicare la Vita, la riceve. ”La Chiesa perpetua e trasmette tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (D.V. 8) attraverso gli strumenti della Tradizione che sono: la sua dottrina, la sua vita, il suo culto.

      d) - le finalità ultime: la comunione con la Trinità che passa attraverso la Chiesa, segno visibile ed efficace della comunione degli uomini con Dio e della loro comunione fraterna.

 

4 - Rivelazione ed Alleanza

 

Le tappe che scandiscono la storia progressiva dell’Alleanza, ritmano anche i termini del dialogo rivelatorio tra Dio e l’uomo. L’Alleanza quindi oltre al carattere di risposta a Dio che interpella, assume man mano un carattere sempre più intimo, rappresentato dall’amore e dall’unione coniugale.

La Rivelazione biblica, lungi dall’essere soltanto una informazione dottrinale e dettato etico, diventa partecipazione a un destino comune del divino e dell’umano.

 

5 - Conseguenze per la lettura e la comprensione della Bibbia

 

Ogni lettura che si fa della Bibbia, per essere fedele alla natura dialogica interpersonale della Rivelazione deve possedere diverse qualità delle quali ne prenderemo in esame e sottolineeremo alcune:

 

     a) - la Bibbia non è riducibile a pura funzione informativa: la Parola di Dio, che si assimila interamente al linguaggio umano, continua ad avere la tre funzione fondamentali della parola cioè quella informativa, quella espressiva e quella appellativa; non è legittimo quindi ridurre la Parola di Dio alla sola funzione informativa, ed estirpare tutti gli elementi emozionali e tutto quello che fa appello alla nostra risposta. Quello che possiamo e dobbiamo fare di fronte ad una unità di linguaggio è distinguere il suo carattere di SIMBOLO (informazione - rappresentazione), di SINTOMO (espressione dell’interiorità) e di SEGNALE (appello ad un altro). 

 b) - Il primato dell’ascolto.

L’ascolto è la prima attitudine del dialogo: anche nel dialogo misterioso di Dio con gli uomini ci viene richiesto di essere innanzitutto uditori attenti; un’attenzione non solo al messaggio, ma a “chi” pronuncia il messaggio. Questo perché la Rivelazione essendo Parola personale di Dio che interpella, va innanzitutto ascoltata (“shema’ Israel...”).

  c) - Lettura sapienziale

Lo scopo della lettura della Bibbia non è tanto quello, come abbiamo già detto, di un’istruzione a livello informativo, una conoscenza intellettuale ma una conoscenza vitale che “gusta” la dolcezza del rapporto con Dio; questo rapporto scaturisce dalla fede obbediente e porta alla comunione intima (non intimistica) di cuore, di progetti, di intenti, di vita: ecco perché parliamo di conoscenza vitale, perché coinvolge la persona nella sua dimensione più intima.

 d) - Il Magistero della Chiesa a servizio della Parola di Dio

Il Concilio Vaticano II ha riaffermato la permanente trascendenza della Parola di Dio sul Magistero della Chiesa: “Il Magistero della Chiesa non è superiore alla Parola di Dio ma ad essa serve” (D.V. 10). La Chiesa continua ad essere discepola della Parola di Dio. I dogmi della fede, pur nella loro globalità, non riproducono mai per intero la Parola di Dio che è inesauribile, mai totalmente sondabile, proprio perché Parola vivente e personale di Dio. Le espressioni del Magistero sono interpretazione e non fondazione della Rivelazione. Esse non fanno altro che rimandare a qualcosa che è diverso da quello che sono, che le sovrasta essenzialmente ed è collocato sul piano della Rivelazione divina (Von Balthassar)

 

Cap. 3 Rivelazione nella storia e attraverso la storia. 

Il Dio della Bibbia e un Dio che si rivela agendo. Agendo nella storia dell’uomo Dio l’assume come un’avventura comune; infonde coraggio e fiducia all’impresa umana che si svolge nella storia, proprio perchè questa storia ha già ricevuto un senso dal Suo agire. Nell’ebraismo e nel cristianesimo “Rivelazione” e “Salvezza” non hanno significato se non nella storia e attraverso la storia.

 

1- Storia e Rivelazione 

La Rivelazione, afferma il Concilio, si è compiuta con “eventi e parole intimamente connessi” (D.V. 2).

Per la prima volta il Magistero descrive l’economia della Rivelazione ancorandola decisamente ad una dimensione storica, dove la storia diventa anch’essa elemento costitutivo della Rivelazione. Il dabar ebraico è insieme parola e fatto; la storia di Dio con il suo popolo è una storia che parla. Questo non significa affermare che la storia è automaticamente, chiaramente e semplicemente Rivelazione di Dio, perché in tal caso conoscere la Rivelazione equivarrebbe ad un puro procedimento di interpretazione della storia. Esempio: la definitiva Parola di Dio che è Gesù di Nazareth. La umana disfatta di Gesù sulla croce, a guardarla in sé stessa è soltanto pazzia e scandalo. Se ci è concesso trovarvi un senso profondo è soltanto perché quell’evento - nascondimento è preceduto e seguito da una Parola esplicativa ed insieme creatrice di senso: la Parola - Promessa che attraverso il sigillo della Risurrezione ci restituisce il Vivente. Dunque non l’evento isolato, ma una storia di eventi è rivelatrice; non la storia da sola è rivelatrice, ma la storia accompagnata da una Parola, pronunciata nella storia con pienezza di poteri e che sa di essere molto più che una semplice interpretazione della storia

  2 - Il molteplice rapporto tra Rivelazione e storia

Per comprendere meglio l’assunto conciliare della D.V. 2 dove viene affermato che la Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi, cerchiamo di vedere innanzitutto le diverse colleganze della Rivelazione con la Storia.

    a) La storia si può localizzare e datare

La Parola di Dio, che nella maggior parte dei casi viene rivolta ad un uomo - il   profeta - e/o per mezzo suo a tutto il popolo, viene comunicata in un luogo preciso, in un tempo determinato a delle persone determinate etc...: dunque non il mito, ma la storia reale costituisce lo scenario della Rivelazione biblica. Gesù stesso che è la pienezza della Rivelazione, nasce in un determinato periodo storico (al tempo dell’imperatore romano Cesare Augusto), in un luogo preciso (Betlem), vive a Nazareth..... viene condannato da Ponzio Piloto ... etc.

    b) La Rivelazione ha come oggetto non verità astratte ma eventi concreti  

Il Dio della Rivelazione biblica è un Dio che agisce parlando e parla agendo (v. dabar ebraico). Mediante la Sua Parola Egli parla e crea: “di tutte la meravigliose parole (= debarim) che il Signore aveva indirizzate alla casa di Israele, non una andò a vuoto. Tutte giunsero a compimento (Gs 21, 33-45). Se la Rivelazione si concretizza in fatti, accadimenti, la fede quale risposta alla Rivelazione, li proclama, li racconta. Il CREDO di Israele è un credo storico: “Mio padre era un Arameo errante” (Dt 26, 5-9), come poi lo sarà in bocca a Pietro nel  suo discorso a Cornelio: “ciò che è accaduto in tutta la Giudea...cioè come Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e sanando tutti...” (At 13, 34-43). La fede parte dalla storicità dei fatti e li presuppone; ma essa li proclama nel loro significato rivelatorio e nella loro portata salvifica.(è questa la distinzione tra historisch e geschichtich introdotta da Heidegger, ripresa da Bultmann ed entrata nel vocabolario corrente della teologia anche cattolica: con historisch si qualifica il fatto come tale, mentre con geschichtich si qualifica il fatto nella sua significatività ossia per quello che vuol significare)

  c) La Rivelazione assume credibilità attraverso alcuni eventi

I miracoli dell’Antico Testamento e del Vangelo sono costantemente di un certo tipo esprimono cioè una salvezza, una guarigione, un portare ad uno stato di pienezza e di vita ciò che stagnava in una situazione di infermità, di sofferenza, di schiavitù, di morte. Essi palesano che è attualmente operante la signoria di dio, la sua potenza escatologica di guarigione e di salvezza e perciò convalidano (aspetto apologetico) i detentori storici di questa promessa. Il miracolo non è solo il prodigio ma è segno del Regno presente, dimostrazione fattuale di una parola - promessa. “Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito  di Dio è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt 12, 28).

 

3 - La storia è rivelatrice

  a) Nella Bibbia oltre alla dialettica Dio parla / l’uomo ascolta, abbiamo anche la dialettica “Dio ha fatto vedere / l’uomo deve riconoscere”. Grandi sono le opere del Signore, degne di essere investigate (verbo darash) è il termine usato per la ricerca approfondita, lo studio, della Parola di Dio. Le opere di Dio sono dense di significato: ricordarle, narrarle, proclamarle, tramandarle significa lodare Dio che le ha compiute; e infatti...

  b) ...fra le tante leggi consegnate a Israele c’è anche la Lex narrandi. Il popolo di Dio deve raccontare la storia passata perché essa rivela e impegna il suo presente e il suo futuro; il dimenticare le opere di Dio è peccato e fonte di peccati perché non si tratta di semplici dimenticanze di fatti di cronaca ma dell’oblio di Dio, il quale si rivela e salva operando nella storia.

  c) Nel Vangelo di Giovanni, le gesta divine assumono importanza particolare nella teologia del miracolo, il quale fa parte delle opere che Gesù compie in nome del Padre che lo ha mandato (Gv. 5, 36; 9, 3). Il miracolo non è solo segno comprovante della presenza del Padre nel Figlio. I miracoli e l’intera opera di Gesù diventano segni significanti per gli uomini solo allorquando sono attraversati da quel vedere tipico di Giovanni che è un penetrare i fatti per incontrarsi con la Realtà profonda, creatrice di senso.

 

 

4 -Gesta e parole intimamente connessi  

  Noi non abbiamo a che fare direttamente e in maniera immediata con le gesta di Dio e di Gesù, ma solo con testimonianze di fatti che sono giunte a noi attraverso una “parola” che li ha interpretati e ce li ha trasmessi: la BIBBIA. La storia, come abbiamo detto, non è automaticamente, chiaramente e semplicemente Rivelazione di Dio, come d’altra parte le gesta umane non sono automaticamente autosignificanti, perché passibili di molte interpretazioni. L’agire rimane cioè, per così dire, ambiguo nel suo significato, in senso positivo, perché non possiamo interpretarlo con sicurezza. come si risolve allora la positiva ambiguità dell’agire? Talvolta un fatto assume chiaro significato quando è inserito in una serie di eventi simili (non identici) come per esempio il continuo “salvare” di Dio rivela la Sua fedeltà misericordiosa; oppure alcuni eventi ne illuminano altri a ritroso e lontani, che vengono così letti come significativi perché finalizzati a una determinata scelta o compimento: l’ingresso nella terra promessa illumina chiaramente le finalità dell’esodo dall’Egitto.

 

     a) Gesta e parole

Ma il mezzo ordinario per risolvere l’ambiguità delle e gesta è la parola che le          interpreta. Per quanto riguarda le gesta divine, la profezia è essenzialmente interpretazione dal punto di vista di Dio delle grandi gesta positivamente ambigue della storia della salvezza. La profezia è storia interpretata; raccontando la storia palesa il senso di Dio nei fatti di Israele, collega la storia del passato con ciò che deve o dovrebbe essere il presente e con ciò che accadrà nel futuro. Lo vediamo nella tradizione giudaica che dava il nome di “Profeti anteriori” alla grande “storia (tradizione) deuteronomistica” comprendente i libri di: Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re.

   b) La parola “prima e dopo l’evento”  

L’interpretazione dei fatti può avvenire mediante una parola che precede il fatto manifestando il senso di ciò che una si appresta a compiere, oppure segue il fatto e lo interpreta nel suo significato, conforme all’intenzione di chi lo ha compiuto.

Prima del fatto possiamo avere la parola come:

- Predizione (2 Re 19, 5-37)

- Chiamata e missione (Gentile. 12, 1 ss)

- Comando (Os. 3, 1-5)

Dopo il fatto la parola è:

- Proclamazione (Dt. 26, 3.5-10)

- Spiegazione (Gv. 13, 12-20)

- Meditazione (Ger. 32)

ma soprattutto

- Racconto: l’intera Bibbia in ultima analisi è l’interpretazione della Historia salutis sotto la specie del racconto, il quale non è pura cronaca ma un colossale lavoro di selezione di dati significativi, di collegamento e concatenamento di piccoli eventi etc. Ecco quindi il perché di più parole (racconti) narrative che si rifanno agli stessi eventi per interpretarli e rappresentarli. Le quattro tradizioni confluite nel Pentateuco e i quattro Vangeli sono un esempio di questo molteplice approccio agli eventi della storia salvifica.

  c) Intima e organica relazione

La Rivelazione avviene “con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto” (D.V. 2). Storia e kerygma sono intrinsecamente connessi perché ambedue e insieme esprimono l’unica e identica Parola di Dio che da una parte realizza i disegni di Dio nella storia e dall’altra si traduce in parole umane sulle labbra degli inviati di Dio, suoi interpreti. Il Dabar Jahvè ha duplice e inscindibile valore: SIGNIFICA e OPERA SALVEZZA. L’intrinseco ontologico legame tra evento e parola raggiunge il suo culmine nella pienezza dei tempi della Rivelazione allorquando la “Parola di Dio” diventò carne e pose la sua tenda tra gli uomini (Gv. 1, 1-14).

  d) Gesta, parole e presenza salvifica

L’intero primo capitolo della D.V., in vari modi collega intimamente la Rivelazione e il suo scopo, ovvero, la manifestazione e il dono che Dio fa di sé stesso. Il punto di concentrazione della Rivelazione che è Cristo, significa compimento dell’opera della salvezza. Il Verbum Dei è anche Verbum Salutis.

 

5 - Carattere cristocentrico e trinitario della Rivelazione                   

La D.V. opera una sorta di “concentrazione cristologica” nel descrivere la Rivelazione: Gesù Cristo è sia mediatore che la pienezza della Rivelazione, tuttavia tale concentrazione cristologica è integrata nella D.V. in una dimensione trinitaria. Il movimento della Rivelazione parte da Dio Padre, ci incontra per mezzo di Gesù Cristo e ci procura l’accesso alla comunione con Dio nello Spirito Santo (D.V. 2).

 

6 - Il progresso della Rivelazione. Rivelazione e Salvezza definitive?

La D.V. mette in evidenza come la storia della Rivelazione è una economia, un disegno, una teologia che cammina verso un punto culminante e definitivo che è Gesù Cristo e il Nuovo Testamento nella sua interezza. Ma in che senso va intesa questa Rivelazione definitiva? D.V. 4 afferma “L’economia cristiana dunque, in quanto è alleanza nuova e definitiva, non passerà mai e non è da aspettarsi alcun altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo”. In Cristo Gesù la storia della Rivelazione è pervenuta al suo termine come alleanza nuova e definitiva (telos). Ogni futuro della Rivelazione è il futuro della Rivelazione compiuta in Gesù ossia il tempo della sua ridondanza nel mondo e nel tempo, fino alla manifestazione del Signore alla fine dei tempi (paras). Tutto questo attraverso uno sviluppo di comprensione e di attuazione della Rivelazione stessa attraverso la “Tradizione”, la quale non è custodia passiva di un deposito passato né sola contemplazione intemporale della Verità rivelata, bensì costante confronto con gli avvenimenti del mondo in divenire, con le diverse culture dei popoli nel contesto mutevole della storia; è comprensione dell’uomo e della sua natura e del suo destino nelle situazioni più diverse, alla luce della indefettibile historia salutis rivelata da Dio.

 

7 - Conseguenze teologiche e pastorali

Dalla dimensione storica della Rivelazione, nei termini che abbiamo delineato, derivano conseguenze teologico - pastorali di importanza notevole: ne segnaliamo alcune:

 

     a) Una teologia più storica  

Visto che la storia è essa stessa luogo della Rivelazione (Dio parla nella storia e attraverso la storia), ne deriva che la teologia in quanto riflessione sul dato rivelato deve ricomporre una sintesi tra storia e riflessione, tra vita e pensiero. Deve essere più concreta e storica senza per questo trascurare l’aspetto dottrinale e scientifico della riflessione teologica.

 

     b) Una fede obbediente alla vita

La fede, come risposta a Dio che si rivela nella storia e attraverso la storia, assume il carattere di un “amen” non solo da pronunciare ma soprattutto da vivere, in quel luogo privilegiato che è la storia stessa in tutte le sue vicende a cominciare da quelle più ordinarie (il quotidiano, l’ovvio...) 

 

     c) Esperienza di fede e comprensione della Parola

Per accogliere e sperimentare concretamente il messaggio rivelato occorre accostarsi alla Parola di Dio che interpella, giuda, sostiene; “l’esperienza data da una più profonda conoscenza delle cose spirituali è uno dei fattori dello sviluppo e della crescita della comprensione nella Chiesa della Tradizione di origine apostolica” D.V. 8. La Chiesa può allora veramente essere descritta come la comunità di coloro che ascoltano la Parola di Dio per metterla in pratica e la mettono in pratica per meglio comprenderla (Sammerloth). Per annunciare il Vangelo occorre fare esperienza del Vangelo.

 

     d) Esistenza e storia rivelatrici?

La storia di Israele e la storia di Gesù sono il paradigma, una grande tipologia della nostra esistenza e della storia che siamo chiamati a vivere nella Historia Salutis; Dio parla ancora nel bel mezzo dell’esistenza di ognuno e attraverso i grandi eventi della storia contemporanea: alla luce dell’esperienza storica e della parola che l’accompagna l’uomo è in grado di comprendere il senso di un evento personale. La sua vita diventa rivelatrice per sé e per gli altri, Dio si rivela all’uomo nella propria vita, entrando in essa, configurandola, dandole senso.

 

     e) I segni dei tempi

La teologia dei “segni dei tempi” si basa sul dato biblico che la storia è luogo e tramite della Rivelazione di Dio e del suo appello. Il Concilio continua ad affermare che è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, cioè di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni cui prende parte insieme con gli uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza del disegno di Dio: il primo criterio di discernimento è il leggerli alla luce della Scrittura; il secondo è la verifica ecclesiale, ossia il giudizio autorevole dei fratelli che nella Chiesa hanno ricevuto il carisma del discernimento, di autentica lettura dei segni dei tempi, cioè i Vescovi.

 

Cap. 4 Le tradizioni nel tempo dell’Antico  e del Nuovo Testamento   

         1 - La tradizione, struttura umana e struttura della religione

Ogni uomo ha bisogno dell’altro uomo e senza gli altri non può essere: da solo non può venire al mondo, né crescere, educarsi etc.. Questa struttura d’interdipendenza umana o di mediazione fraterna è una caratteristica perenne e profonda della condizione umana innanzitutto e di quella cristiana poi. C’è inoltre un altro ambiente che l’uomo sovrappone a quello naturale e che comprende il linguaggio, le abitudini, le idee, le credenze e i costumi, le organizzazioni sociali, i prodotti ereditari, i valori: tutto questo potremmo definirlo cultura, ossia eredità sociale che l’uomo riceve e trasmette; ma esistenza, cultura e tradizione sono intimamente connesse. Heidegger stesso sottolinea la dipendenza dell’uomo dall’esistenza tramandata, che influisce non solo sulle decisioni pratiche ma sulla stessa autocomprensione dell’individuo. La tradizione dunque nel senso più ampio abbraccia anche necessariamente la tradizione religiosa essendo la religione un fenomeno sociale.

La tradizione religiosa diventa lo strumento, il veicolo di una esperienza religiosa vissuta all’inizio; questo evento religioso è destinato a correre nel tempo attraverso consegne e passaggi: lo stesso ripetersi del rito sacra diventa esso stesso tradizione, perché comunicazione di quelle verità che il rito contiene ed esprime. La tradizione quale veicolo della “verità” religiosa, viene dall’intreccio di due forme: tradizione orale e tradizione scritta. La coscienza religiosa antica le concepiva sempre nel loro rapporto reciproco e complementare: è il caso non solo dell’ebraismo e del cristianesimo ma anche di altre grandi religioni come l’islamismo, il buddismo, l’induismo.

 

2 - La tradizione nella religione di Israele

Nella religione di Israele, come abbiamo già ricordato, la tradizione non è soltanto un dato di fatto, ma è una legge, un imperativo di Dio (lex narrandi). La storia degli interventi di Dio e delle risposte di Israele è affidata ad una memoria che ha le due forme della tradizione, cioè quella orale - vitale e quella scritta, le quali legano vicendevolmente le generazioni d’Israele ad una storia di salvezza che nello stesso tempo le attraversa e le trascende.

       a) Si tratta di una tradizione viva che si esprime in forme varia e mutevoli: tradizione orale, unità letterarie minori (confessioni, inni, saghe, detti), tradizioni scritte (J E D P per il Pentateuco più le tradizioni profetiche), stesura definitiva del libro, tradizioni interpretative e attualizzanti che si nutrono della Sacra Scrittura e l’accompagnano.

       b) Si tratta di una tradizione che già nel suo formarsi manifesta in Israele - ma ciò vale anche per la Chiesa apostolica - una coscienza della canonicità ovvero della normatività di fede, sia della tradizione orale - vitale, sia della tradizione scritta. Spesso la canonicità delle tradizioni ne comanda la scrittura e fonda, almeno in certa misura, la canonicità dello scritto stesso. Il processo di canonizzazione quindi non comincia a prodotto letterario ultimato.

       c) L’ambiente di questa multiforme tradizione è la vita del popolo di Dio nei suoi vari ambiti, ma soprattutto la famiglia, il culto attorno ai Santuari e, dopo Salomone, attorno al Tempio a alla corte del re.

      d) Il contenuto della tradizione è determinato fin dall’inizio “dalle coscienza dell’elezione all’alleanza con Jahwe”; viene poi arricchito, grazie al ripetersi degli interventi di Dio in mezzo al suo popolo; subisce reinterpretazioni di diverso tipo (materiale storico, profetico, inni di lode, salmi sapienziali) e dopo la fissazione scritta, trasmette soprattutto l’esegesi autentica degli scribi.

      e) La tradizione combina due caratteri complementari. Da una parte la stabilità: i suoi elementi fondamentali sono fissi, in materia di credenze, di diritto, di culto ( monoteismo, dottrina dell’alleanza, usi provenienti dai patriarchi e legge mosaica); dall’altra parte, il progresso: la rivelazione stessa si sviluppa, a misura che nuovi fatti divini completano l’opera dei loro predecessori in funzione dei bisogni concreti del loro tempo. La tradizione di Israele quindi vive tra due poli che non possono essere isolati: la conservazione - fedeltà alle origini, il progresso - crescita legati allo sviluppo della rivelazione e alla sua attualizzazione nella vita  e nella storia.

 

3 - La tradizione nelle origini cristiane      

  La “lex narrandi” si perpetua nel tempo e nella Rivelazione neotestamentaria. Essa coinvolge l’autentica Rivelazione di Israele e la nuova definitiva Rivelazione portata da Gesù Cristo, compimento dell’antica Parola.

 

     a) La tradizione di Gesù

Gesù con la Sua parola e i suoi gesti, da origine d una tradizione nuova. Oltre ad opporsi agli abusi fatti in nome della Legge, apre il rapporto con Dio in una dimensione che non si limita alla fiscale osservanza esteriore delle norme mosaiche e tradizionali. Egli ha la precisa coscienza di essere il portatore definitivo della Rivelazione e della Salvezza e come tale parla e agisce, rivendicando infine che la salvezza o la dannazione degli uomini si decidono a seconda della posizione che essi assumono nei suoi confronti. Gesù è l’iniziatore di una tradizione di gesti e parola giunta fino a noi, le cui caratteristiche dono la formazione cosciente di una tradizione e l’ordine autoritario di trasmetterla dato agli apostoli (e quindi alla Chiesa). In senso vero e storico all’inizio vi fu Gesù di Nazareth e la tradizione di Gesù che già per sé stessa è tradizione autoritativa e quindi canonico - normativa.

     b) La tradizione  degli apostoli “su Gesù”  

Con la Pentecoste ha inizio la predicazione degli apostoli e dei discepoli e con questa la tradizione “su Gesù”, anch’essa storicamente già con carattere canonico - normativo. Il metodo della “storia delle forme” (critica letteraria) ha permesso di recuperare criticamente il fenomeno della tradizione e l’ambiente della sua formazione in rapporto al materiale confluito poi nei Vangeli. Le raccolte evangeliche fissano sostanzialmente una tradizione già esistente che è la tradizione “di Gesù”, ma conservano sempre il carattere di predicazione (D.V. 9) e quindi traducono e interpretano quella tradizione in base alle determinate esigenze dei predicatori e delle comunità (es. la missione, la catechesi, la liturgia etc.): sono appunto queste le tradizioni “su Gesù” che ritroviamo poi confluite nei Vangeli scritti. Il contenuto della biforme (orale - vitale / scritta) tradizione “su Gesù” è qualitativamente il medesimo. La Tradizione si distingue dalla Scrittura non perché si comporrebbe solo di parole ma perché non è scritta!

      c) La tradizione della Chiesa apostolica

L’evangelo “di Gesù” e “su Gesù” non è scindibile dalla tradizione autoritativa che si forma nella Chiesa apostolica (sostenuta dallo Spirito di Gesù risorto e vivo) avente come contenuto la dottrina, la vita e il culto della stessa Chiesa apostolica. S. Giovanni parla di “fedeltà” a ciò che era fin dall’inizio (Gv. 2, 24; 3, 11). Questa tradizione è necessaria per mantenere la comunione dei credenti col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo (1 Gv. 1, 1-3). La chiesa ha il dovere di custodire e di tramandare il deposito che le è stato affidato senza aspettare più alcun’altra Rivelazione pubblica. Lo sviluppo della Rivelazione nella storia della Chiesa è di altro ordine: non fa che esplicitare ciò che è racchiuso nel deposito apostolico. Soltanto gli apostoli in qualità di testimoni della Resurrezione di Gesù sono soggetti di tradizione in senso stretto. I loro successori sono stabiliti dagli Apostoli al servizio della tradizione apostolica

 

4 -Tradizione nell’Antico Testamento e nel Nuovo Testamento a confronto

Le note comuni sono: tradizione viva, biforme (orale - vitale / scritta) aventi caratteri di stabilità e di crescita. Le differenze sono però ancora più importanti:

     

     a) Le tradizioni veterotestamentarie vivono nella promessa e attendono il vertice storico sperimentabile dell’intervento divino. La tradizione neotestamentaria sa che il vertice dell’azione di dio è, per così dire, alle sue spalle: il Messia è già venuto. E’ Gesù Risorto del quale si attende il ritorno glorioso alla fine dei tempi (v. corso di Introduzione al Mistero di Cristo).

 

     b) La tradizione neotestamentaria ha carattere definitivo (non è da aspettarsi alcun altra Rivelazione pubblica) ed inoltre possiede una singolare efficacia: la Nuova Alleanza ha la forza di attuare e attualizzare ciò che le sue parole dicono e annunciano, comunica al credente la realtà annunciata nel messaggio in virtù della continua presenza di Gesù Risorto e dello Spirito santo, sempre operanti.

 

     c) Mentre la tradizione rabbinico - giudaica è caratterizzata dalla cessazione dello Spirito e dalla sostituzione dei profeti con i periti della legge, nella tradizione neotestamentaria la responsabilità ultima della continuazione e della purezza della dottrina non riposa su tradenti umani ma sul Signore Gesù vivo e presente e sull’azione dello Spirito, nel quale si compie anche nel futuro ogni vera tradizione (D.V. 8).

 

Cap. 5 La Bibbia è la memoria scritta del popolo di Dio

Vale la pena, per questo capitolo, fare una lettura diretta dal testo (pag. 67-80) vista l’importanza del tema trattato e della facilità e rapidità di lettura che il testo stesso offre.

 

Cap. 6 Il linguaggio umano della Bibbia

Per questo capitolo vedi seconda dispensa “appunti di introduzione storico - critica alla Bibbia” di Betori - Pennacchini, soprattutto da:

pag. 10 a pag. 26 e da pag. 46 a pag. 60

   

Cap. 7

1. Prima scrittura: Sumeri (3500 a C.)  = segni cuneiformi su tavolette d’argilla essiccate e cotte                                  

                           Egiziani (3000 a C.) = papiri (strisce incrociate, incollate, pressate e lisciate)                                                                  scritti in inchiostro.                                                                              Il papiro è il materiale usuale anche per l’ANTICO ISRAELE                                                                 (che utilizzava rotoli formati da papiri)                                                                                 

                           Israele (solo dopo il 100 a C.) = pergamena (cuoio di montone o capra)                                                                              come rotolo, come libro la pergamena                                                                              (più deteriorabile rispetto al papiro)                                                                                 

 

2. NON SI POSSIEDONO ORIGINALI DI NESSUN LIBRO MA SOLO TESTIMONI :

 

Testimoni DIRETTI = riproducono il testo per sé stesso

                                                                      per intero (rotoli o codici)

                                                                      per sezioni (lezionari)

                                                                      per brevi brani (ostraca: cocci di ceramica)

 

Testimoni INDIRETTI = riproducono il testo in altre opere letterarie: es. nelle                                                                            citazioni delle opere patristiche

 

VERSIONI ANTICHE = sono “testimoni sui generis”, ma importanti perché fatte                                                                                 su manoscritti non lontani dall’originale

 

3.  ANTICO TESTAMENTO:  TESTIMONI DIRETTI

 

I - II sec. a C.:    papiro di NASH = solo DECALOGO e Dt . 6,4

 

I - II sec. d C.:   QUMRAN = TUTTI i libri della Bibbia tranne:

                                                        Est, Gdt, 1-2 Mac, Bar, Sap   

                                                   = TESTI COMPLETI di:

                                                        Is, Ab, Sal VI - VII sec. d C.:   testo del Sir scoperto al Cairo

 

1008 - 1009 d C.:    B19a di Leningrado (sul quale si basa il testo critico della Biblia                                                                              Hebr.)

 

X sec. d.C.:             Pentateuco Samaritano, che con una trasmissione indipendente                                                                                       si rifà a un testo più antico di quello                                                                              masoterico

 

ANTICO TESTAMENTO: VERSIONI ANTICHE           

 

LXX: nome dato alla “Lettera” dello studioso ebreo “Pseudo-Aristea” (II sec. a C.)

         leggenda = traduzione richiesta dal Re Tolomeo II per la Biblioteca alessandrina e fatta da 72 uomini di Gerusalemme in 72 giorni di lavoro in celle separate e con il risultato di 72 TRADUZIONI                         IDENTICHE                                                                                      

       realtà      = più versioni fatte da diversi autori in diversi momenti e completate entro il II sec. a C. 

        è il testo della Bibbia CITATO  dagli autori del Nuovo Testamento e usato dai Padri della Chiesa

      manoscritti più antichi: VATICANO e SINAITICO (ambedue del IV sec. d C.)

 

AQUILA, SIMMACO, TEODOZIONE (giudei) : del II sec. d C., sono versioni                                                                                                  nate in contrapposizione ai                                                                                                     LXX, che era diventata                                                                                                                  ormai la Bibbia dei Cristiani  

TG (TARGIUM)    : del V sec. d C., versione in Aramaico                                                                                  (derivanti da tradizioni orali sinagogali)

 

NUOVO TESTAMENTO: TESTIMONI DIRETTI

 

Del Nuovo Testamento si possiedono più di 2.500 manoscritti

 

CODICI MAIUSCOLI : dal III al XI sec. VATICANO (AT+NT) IV sec.

                                                                         SINAITICO (AT+NT) IV sec.

                                                                         ALESSANDRINO (AT+NT) V sec.

PAPIRI                : p52 / John Ryland’s Library, Manchester

                               p di Chester Beatty (contengono le Lettere paoline)

 

NUOVO TESTAMENTO: VERSIONI

 

VETUS LATINA    : esisteva fin dalla fine del I sec.

                                testimoniata negli Acta Mart. Scillitanorum, in Tertulliano e                                  in S. Cipriano

 

VOLGATA          : (significa “diffusa” tra il popolo), di S. Girolamo, fine IV sec.,                              fatta: - per AT sul testo masoterico

                                            - per NT è una revisione della Vetus Latina sulla base di                                                  codici greci

                             fu dichiarata autentica e privilegiata rispetto alla Vetus Latina nel                         Concilio di Trento

 

STORIA DEL TESTO DELL’ANTICO TESTAMENTO 

 

a) Primo periodo                   : fino alla nascita di Cristo

                                            :  trasmissione con mutamenti e varianti consistenti

 

b) Secondo periodo       : a partire dalla caduta di Gerusalemme (70 d C.)

                                            : tendenza netta a fissare un testo normativo di fronte alle molte varianti

                                            : processo influenzato dal sorgente Cristianesimo

 

c) Terzo periodo            : 500 - 900 d C.

                                            : fissazione del testo da parte dei masoreti (per lo più   tiberiensi, ovvero della scuola masoterica di Tiberiade)

                                            : non solo fissazione del testo e pronuncia, ma anche note critiche

 

STORIA DEL TESTO DEL NUOVO TESTAMENTO (integrata con lezioni in classe)

 

Dal confronto tra : codici - papiri - versioni latine - citazioni patristiche si riscontrano diverse tendenze raggruppabili nei seguenti TIPI:

1 - TIPO BIZANTINO / DELLA KOINE’:

   - usato oggi dalla Chiesa orientale

   - caratterizzato da: * pulitura grammaticale e linguistica

                                     * conflazione (unione di più lezioni diverse)

  - testimoniato da  : § Codice Alessandrino  (A)

                                     § migliaia di codici minuscoli

NB : questo tipo testuale non è attendibile

 

2 - TIPO ALESSANDRINO ESICHIANO

   -  raggruppa i manoscritti più antichi e più vicini al testo originale   

   -  caratterizzato da  : * minore eleganza rispetto agli altri tipi

                                         *brevità (infatti di solito la lectio più breve è anche la più                                   antica)

   - testimoniato da     : § Vaticano (B)

                                         § Sinaitico (S)

                                         § molti papiri

  - ha due livelli: protoalessandrino / alessandrino vero e proprio

 

3 - TIPO OCCIDENTALE

   - è testimoniato nella Chiesa occidentale

   - caratterizzato da  : * aggiunta di brani (per lo più eventi meravigliosi)

                                       * omissioni

                                       * parafrasi dove il testo è di difficile comprensione

                                       * armonizzazioni tra i diversi Vangeli         

  - testimoniato da    : § Beza (D)

                                       § Vetus Latina

                                       § traduzioni siriache

                                       § padri della Chiesa

NB : l’ambiente in cui è nato è influenzato dalle tradizioni orali, per cui si pensa alla Siria o alla Palestina come luogo di origine

 

4 - TIPO CESARIENSE

  - tipo originato ad Alessandria, ma diverso dal tipo alessandrino

  - esistono un protocesariense e un cesariense vero e proprio

  - * è difficile definire le caratteristiche di questo tipo

  - testimoniato da  : § Washington (W)

                                   § Famiglia Ferra

                                   § Famiglia 13

                                   § papiro 45

                                   § Origene

                                   § Eusebio di Cesarea

 

Cap. 8 I libri della Bibbia sono parola di Dio

 

Vedi libro di testo pag. 115 -125.

 

Cap. 9 L’ispirazione della scrittura

Dal Concilio Vaticano II: “Infatti la Sacra Scrittura è Parola di Dio, in quanto scritta per ispirazione dello Spirito Santo” (D.V. 9).

Il vecchio Israele con l’antico testamento aveva già per certo che la Sacra Scrittura fosse Parola di Dio fatta libro, tuttavia solo il nuovo testamento recupera il fenomeno dell’ispirazione definendolo in maniera più precisa, come azione dello Spirito Santo (2 Pt. 1, 21) scrittura ispirata da Dio (2 Tm. 3, 17); senza però accogliere il senso della ispirazione “mantica”.

Il tempo della chiesa apostolica favorirà la riflessione sullo Spirito Santo e la sua azione.

 

1 -  Il potente e liberissimo Spirito di Dio 

Come definire lo Spirito di Dio? Ogni definizione è limitativa, però desumendo dalla Bibbia potremmo dire che esso è forte, liberissimo, attivo e molteplice, presente e invisibile; e in tale dinamico e aperto contesto dobbiamo immaginarci l’ispirazione dei libri sacri. La nostra idea dell’ispirazione deve essere spaziosa per poter accogliere tutti i casi e le forme concrete di opere ispirate, perché non abbiamo diritto di tracciare frontiere allo Spirito di Dio.

 

2 -  Lo Spirito di Dio nella rivelazione di eventi e parole                               

 

 Con diverse immagini concrete e dinamiche come: lo Spirito è nell’ispirato o sopra di lui, discende su di lui, viene in lui, lo ricopre, etc., che preparano al termine tecnico ispirazione, l’antico e il nuovo testamento esprimono l’idea del potente Spirito di Dio, che spinge il carismatico ad agire e a parlare per conto di Dio.

Possiamo riconoscere un duplice aspetto dell’azione dello Spirito di Dio nell’ANTICO TESTAMENTO:

     a) pastorale

     b) oratoriale o profetico 

 

     a) si riferisce al sussidio / aiuto / ispirazione che Dio ha dato a coloro che voleva fossero capi o guide del suo popolo (per es. Mosè, Iefte, Sansone, Saul, David, etc.)

   b) si riferisce all’azione sempre viva e spesso drammatica dell’esperienza profetica (Osea, Isaia, Ezechiele, etc.)

 

Questo duplice aspetto viene conservato anche nel nuovo testamento, anche se in una forma piena del tutto particolare; i pastori - profeti per eccellenza saranno gli apostoli, tra cui eccelleranno particolarmente Pietro e Paolo. Tale processo di assistenza dello Spirito Santo nei confronti della chiesa nascente continuerà fino alla messa per iscritto della rivelazione che diverrà allora Parola di Dio, libro sacro per gli uomini e la chiesa di tutti i tempi.

 

3 -  La Sacra Scrittura è ispirata da Dio                               

L’intima connessione tra Parola di Dio scritta e Spirito di Dio appare sin dall’antico testamento (Zc. 7, 12; Is. 34, 16; Ne. 9, 30).

Anche il nuovo testamento eredita questa intima unione (At 1, 16; 4, 25; Eb. 3, 7; Mc 12, 36), addirittura Pietro (1 Pt 1, 10-12)arriva adire che lo Spirito di Dio operante nella parola dei profeti altro non era che lo Spirito di Cristo.

Vediamo ora due testi protocattolici illuminanti per la questione del nuovo testamento:

     a) 2 Pt 1, 16-21 (forse l’ultimo scritto del N.T.)

     b) 2 Tm 3, 14-17 (scritta forse come lettera pastorale da un discepolo di Paolo)

 

     a) qui Pietro, memore dell’episodio della Trasfigurazione, sottolinea la veridicità dell’evento di Cristo come Signore glorioso; non fa contraddizioni tra profezia scritta e orale per evidenziare il carattere divino della testimonianza dei profeti; inoltre, ancora, dice che i profeti non parlano per proprio desiderio o istinto , ma “mossi dallo Spirito di Dio”, per cui, benché esternamente queste parole suonino come umane, sono nell’intima natura, Parola di Dio, cioè ispirate da Dio; per questo la parola dei profeti, che è Parola di Dio, non consente un’interpretazione “privata”, arbitraria.

 

     b) Paolo sottolinea l’importanza della Sacra Scrittura per formare nella “giustizia” l’uomo di Dio, poiché essa è tutta ispirata da Dio; la traduzione del testo può essere in posizione predicativa “tutta la Scrittura è ispirata da Dio”, o in fase attributiva “tutta la Scrittura, ispirata da Dio”, che non diminuisce l’intima connessione tra Sacra Scrittura e Parola di Dio nel fenomeno dell’ispirazione, ma sottolinea piuttosto come il dato dell’ispirazione sia normale acquisizione di coscienza della chiesa apostolica.

 

Qual è il senso esatto del termine “theopneustos”?

E’ un “apax legomenon” di significato passivo - ispirata da Dio - e non attivo - ispirante Dio -.

Dalla lettera di Timoteo 2 inoltre risulta proprio che la scrittura è una realtà vivente ed efficace proprio perché uscita dallo Spirito di Dio. Paolo parla inoltre espressamente facendo riferimento all’antico testamento perché Timoteo era figlio di una giudea credente (At. 16, 1), e quindi per “ogni scrittura” dobbiamo intendere tutte quelle che erano nel canone al tempo in cui è stata redatta la 2 Tm. (cfr. 1 Tm 5, 17-18).

Dunque il nuovo testamento si pronuncia sull’origine divina dei libri sacri non solo per il contenuto, ma anche per le forme: Dio stesso è all’origine dei libri sacri; tuttavia il “come” non è affrontato.

L’ispirazione scritturistica segue dunque il vissuto di un’opera pastorale e oratoriale dello Spirito Santo; cosicché la Sacra Scrittura cessa di essere lavoro unicamente del singolo: esso è invece un lungo lavoro di preparazione sotto l’opera e la guida dello Spirito Santo e del popolo di Dio.

 

 - Lo Spirito di Dio è sempre in azione!

 

La D.V. in più parti sottolinea come l’azione dello Spirito Santo non si fermi alle 3 dimensioni finora accennate (pastorale, oratoriale, scritturale), ma anche a inclinare il cuore del credente con la fede per accogliere la Parola; e tale accoglienza è tanto più proficua qualora è affiancata dal Sacrificio Santo (D.V. 21, 26) che diventa tale per opera della stessa parola. Esiste dunque un mistero di ispirazione dello Spirito Santo che agisce ORA, nel presente, senza il quale non c’è né fede né chiesa; anche

se va sottolineato il carattere unico della Rivelazione e ispirazione biblica.

 

Cap. 10 La Chiesa si interroga sul mistero della Bibbia

In questo capitolo analizzeremo il problema dell’ispirazione, non possiamo infatti fermarci al “che cosa” ci è stato rivelato, ma anche verificare “come” ci è stato rivelato; la fede cristiana non vuole il Sacrificium Intellectum.

 

1 - Il giudaismo e gli autori del Nuovo Testamento

Nel mondo greco e ellenistico il termine Pneuma indicava la forza mantica che investiva l’oracolo facendolo uscire fuori di sé; tuttavia il Nuovo Testamento con il termine Thoepneustos non introduce il senso ellenistico di ispirazione come: Entheos, Enthousiasmos, Epipnous, Epipnoia, Empneusis: difatti l’ispirazione mantica non s’addice ai profeti né del Nuovo né dell’Antico Testamento.

Per l’ispirazione del giudaismo, possiamo esaminare vari documenti:

  - Lettera di Aristea, Filone di Alessandria, Giuseppe Flavio.

La lettera di Aristea accenna all’elaborazione della versione greca dei LXX, ed afferma semplicemente un accordo tra i traduttori che poi stesero la LXX in forma definitiva; anche Filone accenna alla LXX dandone una spiegazione mantico - mitologica; Giuseppe Flavio parla solamente di “ispirazione divina”, senza nessun’altra specificazione.

Una concezione di tipo miracolistica come quella di Filone, si incontra anche nel giudaismo palestinese, almeno per quanto riguarda la Torah; nel giudaismo tradizionale vi è sempre stata presente una qualche differenza tra le varie collezioni di libri sacri.

Particolare filone riconosceva preminenza (nata dal miracolo dello “svuotamento” totale della persona di Mosè) della Torah, che risulterebbe quindi vera e sola “Dettatura” di Dio.

In sintesi diciamo che nella teologia del giudaismo esistono due modelli:

     1) intende l’ispirazione come un evento di rivelazione soprannaturale che trasforma gli autori biblici in strumenti che stanno in ascolto di Dio; in strumenti di dettatura di Dio, che elimina l’intelletto dei medesimi. 

     2) intende l’ispirazione come un processo di elezione e singolare autorizzazione del testimone umano per la stesura della Rivelazione di Dio.

Del primo modello non vi è traccia alcuna negli scrittori dell’Antico Testamento come nemmeno in quelli del Nuovo; infatti la teoria dell’ispirazione mantica si fa strada solo in seguito, probabilmente dovuta ad influssi grecizzanti.

 

Le testimonianze bibliche volgono in fronti ben più completi; analizzando i vari profeti e la loro opera letteraria (per esempio il classico Isaia, il romantico Geremia, il barocco Ezechiele); non possiamo certo concludere che il profeta scriva sotto dettatura, o che ripeta a memoria o alla lettera il messaggio appreso mediante rivelazione; potremmo dire che il divino e l’umano sono presenti: il divino eleva l’umano, non lo sopprime.

Lo stesso discorso permane per il Nuovo Testamento; infatti gli Apostoli ricevono come profeti la missione di proclamare la Parola di Dio, che si è definitivamente rivelata nella persona di Gesù Cristo: nel Suo essere, operare e dire.

Ma come avviene la predicazione apostolica di Gesù? Avviene tramite un ricordare, un capire, un testimoniare, tutte facoltà pienamente umane che lo Spirito santo ha la proprietà di ristimolare, acutizzare, elevare (visto che tra l’altro sono già un Suo dono). Luca per esempio parla espressamente della sua fatica e diligenza redazionale (Lc 1, 1-4), perché i carismi di Dio non risparmiano il lavoro umano ma lo suscitano e lo dirigono.

 

2 - La voce dei Padri della Chiesa     

Per i Padri lo scrittore sacro è “strumento” nelle mani di Dio, lo Spirito Santo “suona” l’autore sacro come il plettro uno strumento a corda; tuttavia tale immagine è da usarsi solo in senso simbolico e non come descrizione tecnica; difatti ai Padri premeva sottolineare l’origine divina dei libri sacri, ma, allo stesso affacciarsi del Montanismo rifiutarono di adottare questa immagine simbolica avente prerogativa mantica o estetica che l’eresia montanista portava sul fenomeno dell’ispirazione. Nella “Divino Afflante Spiritu” di Pio XII, viene usata la parola strumento, sottolineando però che tale strumento è vivo e razionale.

 

Ambrogio ed Agostino usano per primi il termine autore nei riguardi di Dio e nella Sacra Scrittura.

Con l’affacciarsi degli gnostici, dei manichei e delle varie eresie dualistiche che valorizzavano solo il Nuovo Testamento e relegavano l’Antico a satana, i due Padri della Chiesa volevano dimostrare che Dio è vero autore sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. La terminologia di Dio autore non solo dell’economia salvifica ma anche dei libri che la esprimono è rimasta nei successivi concili fino al Vaticano II come formulazione di fede. In che modo tale formulazione va intesa hanno provato ad approfondirla sia Schokel, sia Rahner; sembra che per ora la parola autore si può porre sia a livello di scrittore, che di causa; “lo Spirito Santo è autore speciale che scrive per mezzo di altri, che sono veri autori”.

Nella tradizione latina si incontra anche la formula “Dictare”; S. Girolamo la riferisce in particolare alla lettere di S. Paolo ai Romani e S. Agostino la usa per spiegare l’origine divina delle Scritture. Tuttavia tale parola “Dictare” nel latino dell’antichità aveva un senso molto più ampio della dettatura ora comunemente intesa; significava comporre, insegnare, prescrivere e per questo il Concilio di Trento la applicò alle tradizioni orali degli Apostoli, portatori anch’essi della Rivelazione.

Successivamente al Concilio di Trento si fece strada una pericolosa concezione; il cattolico Banez con la sua teoria della ispirazione verbale e i Protestanti ortodossi, che chiamavano gli agiografi “amanuensi e notai dello Spirito Santo”. In tal modo si cadeva in un monofisismo inaccettabile che portò alle estreme conseguenze nel sec. XIX con il razionalismo protestante, che si pose all’estremo opposto eliminando il ruolo dello Spirito Santo nella Bibbia. Non a caso il verbo dictare non apparirà più nelle definizioni conciliari a partire dal Vaticano I; ora tale terminologia potremmo solo usarla a livello pastorale non certo per descrivere tecnicamente un fenomeno teologico.

 

L. Schokel propone un’altra analogia da una definizione di S. Giustino: “Quando ascoltate la parola dei profeti come pronunciate dalla bocca di un personaggio, non pensate che la pronunzino degli ispirati ma la parola di Dio che li spingeva... . E’ quello che potete constatare anche nei vostri scrittori: uno solo è quegli che scrive tutto, ma introduce nel dialogo varie persone” (AP I)

Tale definizione, lo Schokel la usa proprio per indicare come in un autore letterario come Pirandello i personaggi cercano l’autore e, tuttavia, le parole dei personaggi sono quelle dello scrittore; il romanziere parla del suo romanzo non solo quando scrive autobiograficamente ma anche quando parlano i suoi personaggi; questa capacità dell’autore di incarnarsi nei personaggi, costituisce per lo Schokel una analogia con il fatto che Dio crea personaggi autentici che sono gli scrittori sacri, parla attraverso le poro parole, vive in essi. Certo si tratta di una analogia che come le precedenti presenta diversi limiti; difatti il personaggio letterario non è come nel nostro caso una persona viva e reale. Continuando per analogia potremmo dire che i credenti, senza distinzione, che usano la parole di Dio non sono estranei al “gioco” di Dio autore!

 

S. Tommaso può essere citato nei Padri che hanno dato una teoria sul carisma della profezia; egli si base sul sistema aristotelico della causa efficiente che può essere principale e strumentale; tuttavia tale rapporto non è certamente da intendere alla maniera della teologia protestante.

Per S. Tommaso l’autore principale è lo Spirito Santo, l’uomo è l’autore strumentale:

     1) La causa principale agisce per virtù propria, quella strumentale solo in funzione della forza motrice ricevuta.

        2) Nello strumento si distingue: a) causa conforme alla natura dello strumento

                                                                       b) causa strumentale (che è quella elevata                                                                       dall’agente principale)

     3) Il risultato è attribuito sia all’autore principale che a quello strumentale, anche se in modo diverso

     4) Le due cause agiscono simultaneamente nella produzione del medesimo effetto, ma è possibile scorgere in esso le loro rispettive tracce

     5) La capacità dell’agente principale è permanente, quella del secondario è transeunte (cessa quando l’agente principale non usa più di esso)

 

Per S. Tommaso il carisma della profezia implica due momenti:

    a) acceptio sive rappresentatio rerum

     b) iudicium de acceptis

Il punto a) è la raccolta del materiale che dà origine alla profezia; il punto b) è il giudizio definitivo sui contenuti della profezia.

Quando lo Spirito Santo agisce su questi due momenti si ha la profezia vera, tuttavia anche se intervenisse solo sul secondo momento può essere vera perché lo Spirito Santo fornisce discernimento per formulare un giudizio su un eventuale esperienza di vita del profeta.

Alcuni teologi tomisti hanno esagerato nell’interpretare queste due dinamiche distinguendole nettamente tra Rivelazione e Ispirazione; Pierre Benoit vi si è opposto perché tale lettura sarebbe una forzatura del testo di S. Tommaso che invece operava un distinguo solamente formale.

Il lavoro dei Padri ci è stato utile per conoscere lo svolgersi della riflessione teologica antica con tutte le immagini che essi presentano, e, come tali, vanno considerate, senza però assolutizzarle.

 

3 - I Concili Fiorentino e Tridentino

 

Nel Concilio Fiorentino (1442) si introduce per la prima volta la categoria della ispirazione quale ragione e fondamento del carattere divino dei libri sacri.

Il Concilio Tridentino non trovò opposizione per quanto riguarda l’origine divina dei libri sacri, tant’è vero che la Riforma Protestante immise l’interpretazione letterale. Il Concilio Tridentino continuò sulla linea dell’ispirazione usando la categoria del dictare proprio per indicare la primarietà dell’azione di Dio; tale categoria verrà ripresa dalla Provvidentissimus Deus di Leone XIII, nonché dalla Spiritus Paraclitus di Benedetto XV (con riferimenti alla dottrina di S. Girolamo); tuttavia proprio per il rischio di equivocità la formula non verrà più utilizzata nei Concili Vaticano I e II scomparendo anche nella Divino Afflante Spiritu di Pio XII.

 

4 - Dal Concilio di Trento al Concilio Vaticano I

La scolastica dopo il concilio tridentino esaminò il problema della ispirazione. Una posizione fu quella del Banez (+1604) il quale affermava che lo Spirito Santo non ispirò soltanto i contenuti della Scrittura ma dettò e suggerì anche le singole parole mediante le quali quei contenuti venivano scritti; altra posizione fu quella del gesuita Lessio (+ 1632) che con tre tesi sull’ispirazione biblica, sembrava far coincidere l’ispirazione con una semplice assistenza dello Spirito Santo avente lo scopo di assicurare l’inerranza degli autori e degli scritti sacri; ancora J. Jahn (+ 1816) identificò l’ispirazione con l’assenza di errori negli scrittori e il benedettino D. B. Hanneberg (+ 1886) pensò che una delle possibili ispirazioni, accanto a quella antecedente e concomitante, fosse l’ispirazione conseguente cioè la successiva approvazione di un libro da parte della Chiesa.

Il Concilio Vaticano respinse tutte le posizioni minimiste:

     1) La Chiesa non può trasformare in Parola di Dio ciò che è puramente parola umana;

  2) Nemmeno lo Spirito può attendere che il risultato sia completo per impadronirsene;

     3) Nella Bibbia non è contenuta la Parola di Dio, ma è essa stessa Parola di Dio e parola di uomo;

     4) Dio è dunque autore dei libri sacri (lasciando libera la discussione teologica sul modo e sull’estensione del carisma).

Il Vaticano I riafferma l’origine divina della Scrittura in virtù dell’ispirazione ma lascia aperto il campo per l’ulteriore riflessione teologica sulla natura del carisma.

 

5 - Verso il Concilio Vaticano II

 Il Cardinale G. B. Franzelin, che aveva partecipato al Vaticano I, pubblicò nel 1870 il suo “Trattato della Divina Ispirazione e Tradizione”. Egli parte dal concetto di autore letterario e lo applica a Dio, Autore delle Sacre Scritture.

Distingue in due elementi:

     a) Formale

     b) Materiale

 

Il Formale, fornito dall’autore, si può limitare ai pensieri e ai contenuti del libro e può lasciare la formulazione scritta ad un suo collaboratore, tuttavia tale visione secondo la moderna scienza del linguaggio non può sussistere, visto che, lo scrittore non concepisce pensieri se non in un determinato linguaggio.

 

L’Enciclica “Provvidentissimus Deus” di Leone XIII (1893) è il primo documento del Magistero ordinario che tenta una descrizione della natura dell’ispirazione attraverso un’analisi psicologica dell’Autore sacro nella sua triplice dimensione:

* INTELLETTIVA

* VOLITIVA

* OPERATIVA       

L’enciclica sottolinea ancora l’inerranza della Bibbia perché Dio ne è l’Autore e Lui non può sbagliare.

Nelle encicliche “Lamentabili” e “Pascendi” di S. Pio X, abbiamo due documenti fondamentali di opposizione al modernismo. L’enciclica Lamentabili dice che tutta la Bibbia è ispirata da Dio e lo studio non può prescindere da questo; l’enciclica Pascendi asserisce che ciò che rivela la Bibbia è anche verità non conoscibile dalla ragione. L’ispirazione è più del semplice afflato religioso, è Azione di Dio con l’azione dell’uomo.

L’enciclica “Spiritus Paraclitus” di Benedetto XIV (1920) sostiene che l’influsso operativo mentre impedisce all’autore sacro di insegnare l’errore, non ostacola assolutamente l’espressione propria del suo genio e della sua cultura.

L’enciclica “Divino Afflato Spiritu” di Pio XII (1943) richiama l’idea sanTommassiana dell’Organon e sottolinea però come questo Organon non sia mero strumento passivo ma soggetto con personali caratteristiche psicologiche ben individuabili leggendo il testo biblico.

 

A. S. chiama modello leonino quella particolare metodica iniziata con la P. D. di Leone XIII che distingue su triplice schema psicologico l’attività dell’autore sacro; tale schema, secondo S., presenta la sua validità sino a che lo si accetta come tale, ma non come forma adeguata ed esclusiva; proprio per questo motivo mentre alcuni teologi hanno continuato su questo schema, lo S., P. Benoit e Rahner hanno intrapreso altre strade di riflessione.

 

6 - Il Concilio Vaticano II

Da un confronto tra:

a) De Fontibus revelatinis (schema preparatorio)

b) D. V.

risalta che :

a) usa le categorie psicologiche della P.D. e cita D. A. S. per le categorie

    tomistiche

b) evita una rigida analisi psicologica non tanto perché non la ritenga valida, quanto    piuttosto per non limitare la ricerca teologica su un dato di fede. Permane la categoria autore riferita a Dio, ma non come autore letterario; questa categoria infatti appartiene all’autore sacro chiamato non più Organon (anche se Dio implicitamente si serve dell’autore come organo), bensì vero autore che sottolinea la qualifica di autore letterario (cfr. D. A. S.)

    Dunque la D. V. espone con chiarezza la dottrina cattolica inerente al problema, pur tuttavia non ufficializzando e codificando affermazioni più precise, proprio per lasciare il campo alla ricerca teologica.

 

Dai Padri al Concilio Vaticano II si è perciò sviluppata una teologia simbolica maturata poi in una teologia concettuale

     

Continua

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