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LA BIBBIA COME PAROLA DI DIO
liberamente
tratto dal testo di Valerio Mannucci
Parte prima - LA PAROLA DI DIO
Cap.
1 Il mondo della parola umana
In nessun luogo della Bibbia noi incontriamo la Parola di Dio
direttamente. Dappertutto essa ci viene donata per il tramite di tale o
talaltro uomo, sempre alla maniera umana e in linguaggio umano; le Parole di
Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare
dell’uomo, come già il Verbo dell’Eterno Padre, avendo assunto la
debolezza dell’umana natura, si fece simile all’uomo (D.V. 13). Tutto
questo già rivela la volontà di Dio di stabilire un dialogo con gli uomini
perché li ama.
1 - HOMO LOQUENS
La parola è la soglia d’ingresso nell’universo umano; mediante la
parola l’uomo penetra nel groviglio del mondo e
inoltre si appropria in qualche modo di sé stesso; parlando egli si avventura
nel suo universo interiore che è confuso, molteplice, indistinto. Egli ha
bisogno della disciplina della parola per comprendersi ed esprimersi. La
parola inoltre permette all’uomo il suo inserimento nei rapporti umani e
sociali, gli consente la comunicazione.
2
- Le tre funzioni della parola
a) in rapporto alla natura, al mondo e alla storia è l’informazione;
b) in rapporto a sé stessi è l’espressione;
c) in rapporto agli altri è l’appello.
3
- La parola è creativa
La parola personale possiede una forza creativa, colpisce, avvince,
libera. Non è soltanto un suono e un soffio; nella reciprocità dell’IO e
del TU la parola tende a creare l’unità del NOI.
Nel linguaggio dell’amicizia e dell’amore la triplice funzione
della parola sopra descritta (informazione, espressione, appello) trova la sua
più alta sintesi. Amici e sposi si parlano e trovano nel mistero della
vicendevole parola la sorgente pura del loro dinamico coesistere.
Cap.
2 La parola amicale di Dio
D.V. 2 = Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande
amore parla agli uomini “come ad amici” e si intrattiene con essi per
invitarli ed ammetterli alla comunione di sé.
Il
linguaggio dell’amicizia e dell’amore di Dio verso gli uomini: con questa
categoria della parola o meglio del dialogo amichevole il Magistero descrive
la Rivelazione di Dio.
1
- Il concetto di Rivelazione
nei concili ecumenici Vaticano I e II
A)
il rapporto tra Rivelazione soprannaturale e naturale
Il
Vaticano I parte dalla rivelazione naturale e dalla possibilità di conoscenza
(non di dimostrazione!) di Dio alla luce della ragione umana, per concludere
poi con la rivelazione soprannaturale. Esso difendeva la prima contro coloro
che umiliavano la ragione umana negandole ogni possibilità di arrivare per
via ascendente alla conoscenza di Dio; difendeva la seconda (riv.
soprannaturale.) contro coloro che accordavano alla ragione umana piena
autonomia e piena sufficienza, riducendo la riv. cristiana a realtà puramente
immanente all’uomo.
LA
PROSPETTIVA DEL VATICANO II E’ IN QUALCHE MODO CAPOVOLTA.
Il
concilio vaticano II parla subito e diffusamente della Riv. personale e
storica di Dio culminante in Cristo Gesù (D.V. 2-4), nonché della fede come
adeguata risposta alla rivelazione soprannaturale : soltanto alla fine
in D.V. 6 ricupera il dato del Vaticano I sulla rivelazione naturale e sulla
possibilità per l’uomo di conoscere Dio attraverso la ragione.
B)
Piacque a Dio...
Nella
Dei Filius ha una precisa e legittima sfumatura, quella cioè di sottolineare
il contrasto tra lo sforzo religioso dell’uomo alla ricerca di Dio e il dono
che Dio fa all’uomo rivelando sé stesso in Gesù Cristo.
Nella
Dei Verbum il “piacque a Dio...” pone l’accento sulla libera e gratuita
iniziativa di Dio nel suo atto di rivelarSi. La rivelazione è grazia! D.V. 3
permette di intendere meglio UNITA’ e DISTINZIONE (grazie alla centralità
cristologica) tra creazione e rivelazione. La distinzione con un
“inoltre”: fa emergere una novità rispetto all’orizzonte precedente;
l’unità è data invece “creazione nel Verbo”: poiché la creazione è
avvenuta nel Verbo, essa possiede una intrinseca destinazione cristologica.
C)
Rivelare sé stesso e manifestare il Mistero della Sua volontà
Circa
l’oggetto della Rivelazione la D.V. segue il Vaticano I sostituendo
la parola “decreti” con il termine paolino di “mistero della Sua volontà”:
si evoca tutto intero il disegno salvifico svelato e attuato in Cristo Gesù e
sottolinea l’unità tra Rivelazione e salvezza.
D)
Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile parla agli uomini come ad
amici
Di
questo non vi è traccia nel Vaticano I. Si esprime la risonanza
personalistica e amicale di tutta la Rivelazione biblica.
E)
Questa Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi
E’
si Parola di Dio, ma anche inseparabile avvenimento, manifestazione e
svolgimento del disegno di Dio in una storia, non come nel Vaticano I dove gli
avvenimenti costituiscono soltanto l’occasione dello svelamento del
contenuto della Rivelazione; l’oggetto formale (nel Vaticano I) della
Rivelazione è l’insegnamento da parte di Dio delle verità che superano la
capacità naturale della ragione.
2
- La Bibbia testimone del carattere dialogico - amicale della Rivelazione
Le
citazioni bibliche che la D.V. porta a suffragio del carattere dialogico -
amicale della Rivelazione sono le seguenti:
ESODO
33, 11 - “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla
con un suo amico”
Si
esprime il rapporto di intimità Dio con Mosè attraverso la categoria del
dialogo amichevole, veicolo della più profonda comunione.
BARUC
3, 38 - “la Sapienza è apparsa sulla terra e ha conversato con gli
uomini”
All’epoca
di Baruc (II sec. a. C.) la Sapienza è ancora la Parola-Rivelazione che Dio
ha comunicato ai figli di Abramo: sarà Gesù Cristo in persona questa
Sapienza di Dio apparsa definitivamente sulla terra, la nuova tenda del
convegno della esperienza mosaica.
GIOVANNI
15, 14-15 - “voi siete miei amici... non vi chiamo più servi, ma vi ha
chiamati amici
I
discepoli di Gesù sono diventati davvero gli amici di Gesù in virtù della
sua libera e gratuita scelta, garantita dall’atto supremo della sua agape,
che è l’offerta della sua vita per amore. Gesù ha comunicato loro tutta
intera la Rivelazione e mediante il dono dello Spirito Santo gliela farà
comprendere.
3-
Il dettato della Dei Verbum
E’
dunque dalla Bibbia stessa che il Concilio Vaticano II ha ricuperato il
carattere interpersonale, esistenziale, dinamico e oblativo della Rivelazione
- Parola di Dio. Rivelandosi Dio parla il linguaggio dell’amicizia e
dell’amore:
-
Dio chiama (funzione
appellativa della parola) e coloro che rispondono, accogliendo e vivendo la
Parola di Dio formano la “Ekklesia” ossia la comunità dei credenti
-
Dio racconta
interpreta l’uomo, l’esistenza e la storia; Egli insegna (funzione
informativa della parola); l’uomo dunque conosce sé stesso alla luce
dell’ascolto della Parola di Dio.
-
Dio si esprime, parla di Sé,
rivela agli uomini Sé stesso e la Sua intima vita (funzione espressiva della
parola) per ammetterli alla comunione con Sé.
Già
nel proemio della Dei Verbum, che fa proprie le parole di Gv 1, 2-3 “Vi
annunziamo la Vita Eterna che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi
annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi abbiate
comunione con noi e la nostra comunione sia con il Padre e col Figlio suo Gesù
Cristo”, troviamo chiaramente indicati a) l’oggetto; b) il modo; c) la
trasmissione; d) le finalità della Rivelazione di Dio:
a) - l’oggetto: è la Vita Eterna, cioè Dio stesso che si
apre agli uomini e si comunica ad essi come verità e vita
b) - il modo: in
Gesù, Dio non si fa solo udire ma vedere e toccare; Gesù e la definitiva
teofania del Padre
c) - la trasmissione: attraverso la Chiesa che prima di essere
maestra è discepola ; prima di comunicare la Vita, la riceve. ”La Chiesa
perpetua e trasmette tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (D.V.
8) attraverso gli strumenti della Tradizione che sono: la sua dottrina, la sua
vita, il suo culto.
d) - le finalità ultime: la comunione con la Trinità che passa
attraverso la Chiesa, segno visibile ed efficace della comunione degli uomini
con Dio e della loro comunione fraterna.
4
-
Rivelazione ed Alleanza
Le
tappe che scandiscono la storia progressiva dell’Alleanza, ritmano anche i
termini del dialogo rivelatorio tra Dio e l’uomo. L’Alleanza quindi oltre
al carattere di risposta a Dio che interpella, assume man mano un carattere
sempre più intimo, rappresentato dall’amore e dall’unione coniugale.
La
Rivelazione biblica, lungi dall’essere soltanto una informazione dottrinale
e dettato etico, diventa partecipazione a un destino comune del divino e
dell’umano.
5
-
Conseguenze per la lettura e la comprensione della Bibbia
Ogni
lettura che si fa della Bibbia, per essere fedele alla natura dialogica
interpersonale della Rivelazione deve possedere diverse qualità delle quali
ne prenderemo in esame e sottolineeremo alcune:
a) - la
Bibbia non è riducibile a pura funzione informativa: la Parola di
Dio, che si assimila interamente al linguaggio umano, continua ad avere la tre
funzione fondamentali della parola cioè quella informativa, quella espressiva
e quella appellativa; non è legittimo quindi ridurre la Parola di Dio alla
sola funzione informativa, ed estirpare tutti gli elementi emozionali e tutto
quello che fa appello alla nostra risposta. Quello che possiamo e dobbiamo
fare di fronte ad una unità di linguaggio è distinguere il suo carattere di
SIMBOLO (informazione - rappresentazione), di SINTOMO (espressione
dell’interiorità) e di SEGNALE (appello ad un altro).
b)
- Il
primato dell’ascolto.
L’ascolto
è la prima attitudine del dialogo: anche nel dialogo misterioso di Dio con
gli uomini ci viene richiesto di essere innanzitutto uditori attenti;
un’attenzione non solo al messaggio, ma a “chi” pronuncia il messaggio.
Questo perché la Rivelazione essendo Parola personale di Dio che interpella,
va innanzitutto ascoltata (“shema’ Israel...”).
Lo
scopo della lettura della Bibbia non è tanto quello, come abbiamo già detto,
di un’istruzione a livello informativo, una conoscenza intellettuale ma una conoscenza
vitale che “gusta” la dolcezza del rapporto con Dio; questo rapporto
scaturisce dalla fede obbediente e porta alla comunione intima (non
intimistica) di cuore, di progetti, di intenti, di vita: ecco perché parliamo
di conoscenza vitale, perché coinvolge la persona nella sua dimensione più
intima.
d) - Il
Magistero della Chiesa a servizio della Parola di Dio
Il
Concilio Vaticano II ha riaffermato la permanente trascendenza della Parola di
Dio sul Magistero della Chiesa: “Il Magistero della Chiesa non è superiore
alla Parola di Dio ma ad essa serve” (D.V. 10). La Chiesa continua ad essere
discepola della Parola di Dio. I dogmi della fede, pur nella loro
globalità, non riproducono mai per intero la Parola di Dio che è
inesauribile, mai totalmente sondabile, proprio perché Parola vivente e
personale di Dio. Le espressioni del Magistero sono interpretazione e
non fondazione della Rivelazione. Esse non fanno altro che rimandare a
qualcosa che è diverso da quello che sono, che le sovrasta essenzialmente ed
è collocato sul piano della Rivelazione divina (Von Balthassar)
Cap. 3
Rivelazione nella storia e
attraverso la storia.
Il
Dio della Bibbia e un Dio che si rivela agendo. Agendo nella storia
dell’uomo Dio l’assume come un’avventura comune; infonde coraggio e
fiducia all’impresa umana che si svolge nella storia, proprio perchè questa
storia ha già ricevuto un senso dal Suo agire. Nell’ebraismo e nel
cristianesimo “Rivelazione” e “Salvezza” non hanno significato se non nella
storia e attraverso la storia.
1-
Storia e Rivelazione
La
Rivelazione, afferma il Concilio, si è compiuta con “eventi e parole
intimamente connessi” (D.V. 2).
Per
la prima volta il Magistero descrive l’economia della Rivelazione
ancorandola decisamente ad una dimensione storica, dove la storia diventa
anch’essa elemento costitutivo della Rivelazione. Il dabar ebraico è
insieme parola e fatto; la storia di Dio con il suo popolo è una storia
che parla. Questo non significa affermare che la storia è
automaticamente, chiaramente e semplicemente Rivelazione di Dio, perché in
tal caso conoscere la Rivelazione equivarrebbe ad un puro procedimento di
interpretazione della storia. Esempio: la definitiva Parola di Dio che è Gesù
di Nazareth. La umana disfatta di Gesù sulla croce, a guardarla in sé stessa
è soltanto pazzia e scandalo. Se ci è concesso trovarvi un senso profondo è
soltanto perché quell’evento - nascondimento è preceduto e seguito da una
Parola esplicativa ed insieme creatrice di senso: la Parola - Promessa che
attraverso il sigillo della Risurrezione ci restituisce il Vivente. Dunque non
l’evento isolato, ma una storia di eventi è rivelatrice; non la storia
da sola è rivelatrice, ma la storia accompagnata da una Parola,
pronunciata nella storia con pienezza di poteri e che sa di essere molto più
che una semplice interpretazione della storia
Per
comprendere meglio l’assunto conciliare della D.V. 2 dove viene affermato
che la Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi,
cerchiamo di vedere innanzitutto le diverse colleganze della Rivelazione con
la Storia.
La
Parola di Dio, che nella maggior parte dei casi viene rivolta ad un uomo - il
profeta - e/o per mezzo suo a tutto il popolo, viene comunicata in un
luogo preciso, in un tempo determinato a delle persone determinate etc...:
dunque non il mito, ma la storia reale costituisce lo scenario della
Rivelazione biblica. Gesù stesso che è la pienezza della Rivelazione, nasce
in un determinato periodo storico (al tempo dell’imperatore romano Cesare
Augusto), in un luogo preciso (Betlem), vive a Nazareth..... viene condannato
da Ponzio Piloto ... etc.
Il
Dio della Rivelazione biblica è un Dio che agisce parlando e parla agendo (v.
dabar ebraico). Mediante la Sua Parola Egli parla e crea: “di tutte
la meravigliose parole (= debarim) che il Signore aveva indirizzate alla casa
di Israele, non una andò a vuoto. Tutte giunsero a compimento (Gs 21, 33-45).
Se la Rivelazione si concretizza in fatti, accadimenti, la fede
quale risposta alla Rivelazione, li proclama, li racconta. Il
CREDO di Israele è un credo storico: “Mio padre era un Arameo errante” (Dt
26, 5-9), come poi lo sarà in bocca a Pietro nel
suo discorso a Cornelio: “ciò che è accaduto in tutta la
Giudea...cioè come Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazareth, il quale
passò beneficando e sanando tutti...” (At 13, 34-43). La fede parte dalla
storicità dei fatti e li presuppone; ma essa li proclama nel loro significato
rivelatorio e nella loro portata salvifica.(è questa la distinzione tra historisch
e geschichtich introdotta da Heidegger, ripresa da Bultmann ed entrata
nel vocabolario corrente della teologia anche cattolica: con historisch si
qualifica il fatto come tale, mentre con geschichtich si qualifica il fatto
nella sua significatività ossia per quello che vuol significare)
I
miracoli dell’Antico Testamento e del Vangelo sono costantemente di un certo
tipo esprimono cioè una salvezza, una guarigione, un portare ad uno stato di
pienezza e di vita ciò che stagnava in una situazione di infermità, di
sofferenza, di schiavitù, di morte. Essi palesano che è attualmente operante
la signoria di dio, la sua potenza escatologica di guarigione e di salvezza e
perciò convalidano (aspetto apologetico) i detentori storici di questa
promessa. Il miracolo non è solo il prodigio ma è segno del Regno presente,
dimostrazione fattuale di una parola - promessa. “Se io scaccio i demoni per
virtù dello Spirito di Dio è
certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt 12, 28).
3
-
La storia è rivelatrice
4
-Gesta e parole intimamente connessi
a) Gesta e parole
Ma
il mezzo ordinario per risolvere l’ambiguità delle e gesta è la parola
che le
interpreta. Per quanto riguarda le gesta divine, la profezia è
essenzialmente interpretazione dal punto di vista di Dio delle grandi gesta
positivamente ambigue della storia della salvezza. La profezia è storia
interpretata; raccontando la storia palesa il senso di Dio nei fatti di
Israele, collega la storia del passato con ciò che deve o dovrebbe essere il
presente e con ciò che accadrà nel futuro. Lo vediamo nella tradizione
giudaica che dava il nome di “Profeti anteriori” alla grande “storia
(tradizione) deuteronomistica” comprendente i libri di: Giosuè, Giudici,
1-2 Samuele, 1-2 Re.
b) La parola “prima e dopo l’evento”
L’interpretazione
dei fatti può avvenire mediante una parola che precede il fatto
manifestando il senso di ciò che una si appresta a compiere, oppure segue
il fatto e lo interpreta nel suo significato, conforme all’intenzione di chi
lo ha compiuto.
Prima
del fatto possiamo avere la parola come:
-
Predizione (2 Re 19, 5-37)
-
Chiamata e missione (Gentile. 12, 1 ss)
-
Comando (Os. 3, 1-5)
Dopo
il fatto la parola è:
-
Proclamazione (Dt. 26, 3.5-10)
-
Spiegazione (Gv. 13, 12-20)
-
Meditazione (Ger. 32)
ma
soprattutto
-
Racconto: l’intera Bibbia in ultima analisi è l’interpretazione della
Historia salutis sotto la specie del racconto, il quale non è pura cronaca ma
un colossale lavoro di selezione di dati significativi, di collegamento e
concatenamento di piccoli eventi etc. Ecco quindi il perché di più parole
(racconti) narrative che si rifanno agli stessi eventi per interpretarli e
rappresentarli. Le quattro tradizioni confluite nel Pentateuco e i quattro
Vangeli sono un esempio di questo molteplice approccio agli eventi della
storia salvifica.
c) Intima e organica relazione
La
Rivelazione avviene “con eventi e parole intimamente connessi, in modo che
le opere compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e
rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole e le
parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto”
(D.V. 2). Storia e kerygma sono intrinsecamente connessi perché ambedue e
insieme esprimono l’unica e identica Parola di Dio che da una parte realizza
i disegni di Dio nella storia e dall’altra si traduce in parole umane sulle
labbra degli inviati di Dio, suoi interpreti. Il Dabar Jahvè ha duplice e
inscindibile valore: SIGNIFICA e OPERA SALVEZZA. L’intrinseco ontologico
legame tra evento e parola raggiunge il suo culmine nella pienezza dei tempi
della Rivelazione allorquando la “Parola di Dio” diventò carne e pose la
sua tenda tra gli uomini (Gv. 1, 1-14).
d) Gesta, parole e presenza salvifica
L’intero
primo capitolo della D.V., in vari modi collega intimamente la Rivelazione e
il suo scopo, ovvero, la manifestazione e il dono che Dio fa di sé stesso. Il
punto di concentrazione della Rivelazione che è Cristo, significa compimento
dell’opera della salvezza. Il Verbum Dei è anche Verbum Salutis.
5
- Carattere cristocentrico e trinitario della Rivelazione
La
D.V. opera una sorta di “concentrazione cristologica” nel descrivere la
Rivelazione: Gesù Cristo è sia mediatore che la pienezza della Rivelazione,
tuttavia tale concentrazione cristologica è integrata nella D.V. in una dimensione
trinitaria. Il movimento della Rivelazione parte da Dio Padre, ci incontra
per mezzo di Gesù Cristo e ci procura l’accesso alla comunione con Dio
nello Spirito Santo (D.V. 2).
6
- Il progresso della Rivelazione. Rivelazione e Salvezza definitive?
La
D.V. mette in evidenza come la storia della Rivelazione è una economia, un
disegno, una teologia che cammina verso un punto culminante e definitivo che
è Gesù Cristo e il Nuovo Testamento nella sua interezza. Ma in che senso va
intesa questa Rivelazione definitiva? D.V. 4 afferma “L’economia cristiana
dunque, in quanto è alleanza nuova e definitiva, non passerà mai e non è da
aspettarsi alcun altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione
gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo”. In Cristo Gesù la storia della
Rivelazione è pervenuta al suo termine come alleanza nuova e definitiva
(telos). Ogni futuro della Rivelazione è il futuro della Rivelazione compiuta
in Gesù ossia il tempo della sua ridondanza nel mondo e nel tempo, fino alla
manifestazione del Signore alla fine dei tempi (paras). Tutto questo
attraverso uno sviluppo di comprensione e di attuazione della Rivelazione
stessa attraverso la “Tradizione”, la quale non è custodia passiva di un
deposito passato né sola contemplazione intemporale della Verità rivelata,
bensì costante confronto con gli avvenimenti del mondo in divenire, con le
diverse culture dei popoli nel contesto mutevole della storia; è comprensione
dell’uomo e della sua natura e del suo destino nelle situazioni più
diverse, alla luce della indefettibile historia salutis rivelata da
Dio.
7
- Conseguenze teologiche e pastorali
Dalla
dimensione storica della Rivelazione, nei termini che abbiamo delineato,
derivano conseguenze teologico - pastorali di importanza notevole: ne
segnaliamo alcune:
a)
Una teologia più storica
Visto
che la storia è essa stessa luogo della Rivelazione (Dio parla nella storia e
attraverso la storia), ne deriva che la teologia in quanto riflessione sul
dato rivelato deve ricomporre una sintesi tra storia e riflessione, tra vita e
pensiero. Deve essere più concreta e storica senza per questo trascurare
l’aspetto dottrinale e scientifico della riflessione teologica.
b) Una fede obbediente alla vita
La
fede, come risposta a Dio che si rivela nella storia e attraverso la storia,
assume il carattere di un “amen” non solo da pronunciare ma soprattutto da
vivere, in quel luogo privilegiato che è la storia stessa in tutte le sue
vicende a cominciare da quelle più ordinarie (il quotidiano, l’ovvio...)
c) Esperienza di fede e comprensione della Parola
Per
accogliere e sperimentare concretamente il messaggio rivelato occorre
accostarsi alla Parola di Dio che interpella, giuda, sostiene;
“l’esperienza data da una più profonda conoscenza delle cose spirituali
è uno dei fattori dello sviluppo e della crescita della comprensione nella
Chiesa della Tradizione di origine apostolica” D.V. 8. La Chiesa può allora
veramente essere descritta come la comunità di coloro che ascoltano la Parola
di Dio per metterla in pratica e la mettono in pratica per meglio comprenderla
(Sammerloth). Per annunciare il Vangelo occorre fare esperienza del Vangelo.
d) Esistenza e storia rivelatrici?
La
storia di Israele e la storia di Gesù sono il paradigma, una grande tipologia
della nostra esistenza e della storia che siamo chiamati a vivere nella
Historia Salutis; Dio parla ancora nel bel mezzo dell’esistenza di ognuno e
attraverso i grandi eventi della storia contemporanea: alla luce
dell’esperienza storica e della parola che l’accompagna l’uomo è in
grado di comprendere il senso di un evento personale. La sua vita diventa
rivelatrice per sé e per gli altri, Dio si rivela all’uomo nella propria
vita, entrando in essa, configurandola, dandole senso.
e) I segni dei tempi
La
teologia dei “segni dei tempi” si basa sul dato biblico che la storia è
luogo e tramite della Rivelazione di Dio e del suo appello. Il Concilio
continua ad affermare che è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni
dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, cioè di discernere negli
avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni cui prende parte insieme con
gli uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza del
disegno di Dio: il primo criterio di discernimento è il leggerli alla luce
della Scrittura; il secondo è la verifica ecclesiale, ossia il giudizio
autorevole dei fratelli che nella Chiesa hanno ricevuto il carisma del
discernimento, di autentica lettura dei segni dei tempi, cioè i Vescovi.
Cap.
4
Le tradizioni nel tempo dell’Antico
1
- La tradizione, struttura umana e struttura della religione
Ogni
uomo ha bisogno dell’altro uomo e senza gli altri non può essere: da solo
non può venire al mondo, né crescere, educarsi etc.. Questa struttura
d’interdipendenza umana o di mediazione fraterna è una caratteristica perenne
e profonda della condizione umana innanzitutto e di quella cristiana poi.
C’è inoltre un altro ambiente che l’uomo sovrappone a quello naturale e
che comprende il linguaggio, le abitudini, le idee, le credenze e i costumi,
le organizzazioni sociali, i prodotti ereditari, i valori: tutto questo
potremmo definirlo cultura, ossia eredità sociale che l’uomo riceve e
trasmette; ma esistenza, cultura e tradizione sono intimamente connesse.
Heidegger stesso sottolinea la dipendenza dell’uomo dall’esistenza
tramandata, che influisce non solo sulle decisioni pratiche ma sulla stessa
autocomprensione dell’individuo. La tradizione dunque nel senso più ampio
abbraccia anche necessariamente la tradizione religiosa essendo la religione
un fenomeno sociale.
La
tradizione religiosa diventa lo strumento, il veicolo di una esperienza
religiosa vissuta all’inizio; questo evento religioso è destinato a correre
nel tempo attraverso consegne e passaggi: lo stesso ripetersi del rito sacra
diventa esso stesso tradizione, perché comunicazione di quelle verità che il
rito contiene ed esprime. La tradizione quale veicolo della “verità”
religiosa, viene dall’intreccio di due forme: tradizione orale e
tradizione scritta. La coscienza religiosa antica le concepiva sempre nel
loro rapporto reciproco e complementare: è il caso non solo dell’ebraismo e
del cristianesimo ma anche di altre grandi religioni come l’islamismo, il
buddismo, l’induismo.
2
- La tradizione nella religione di Israele
Nella
religione di Israele, come abbiamo già ricordato, la tradizione non è
soltanto un dato di fatto, ma è una legge, un imperativo di Dio (lex
narrandi). La storia degli interventi di Dio e delle risposte di Israele è
affidata ad una memoria che ha le due forme della tradizione, cioè quella
orale - vitale e quella scritta, le quali legano vicendevolmente le
generazioni d’Israele ad una storia di salvezza che nello stesso tempo le
attraversa e le trascende.
3
- La tradizione nelle origini cristiane
a) La tradizione di Gesù
Gesù
con la Sua parola e i suoi gesti, da origine d una tradizione nuova. Oltre ad
opporsi agli abusi fatti in nome della Legge, apre il rapporto con Dio in una
dimensione che non si limita alla fiscale osservanza esteriore delle norme
mosaiche e tradizionali. Egli ha la precisa coscienza di essere il portatore
definitivo della Rivelazione e della Salvezza e come tale parla e agisce,
rivendicando infine che la salvezza o la dannazione degli uomini si decidono a
seconda della posizione che essi assumono nei suoi confronti. Gesù è
l’iniziatore di una tradizione di gesti e parola giunta fino a noi, le cui
caratteristiche dono la formazione cosciente di una tradizione e l’ordine
autoritario di trasmetterla dato agli apostoli (e quindi alla Chiesa). In
senso vero e storico all’inizio vi fu Gesù di Nazareth e la tradizione di
Gesù che già per sé stessa è tradizione autoritativa e quindi canonico -
normativa.
b) La tradizione degli
apostoli “su Gesù”
Con
la Pentecoste ha inizio la predicazione degli apostoli e dei discepoli e con
questa la tradizione “su Gesù”, anch’essa storicamente già con
carattere canonico - normativo. Il metodo della “storia delle forme”
(critica letteraria) ha permesso di recuperare criticamente il fenomeno della
tradizione e l’ambiente della sua formazione in rapporto al materiale
confluito poi nei Vangeli. Le raccolte evangeliche fissano sostanzialmente
una tradizione già esistente che è la tradizione “di Gesù”, ma
conservano sempre il carattere di predicazione (D.V. 9) e quindi traducono e
interpretano quella tradizione in base alle determinate esigenze dei
predicatori e delle comunità (es. la missione, la catechesi, la liturgia
etc.): sono appunto queste le tradizioni “su Gesù” che ritroviamo poi
confluite nei Vangeli scritti. Il contenuto della biforme (orale - vitale /
scritta) tradizione “su Gesù” è qualitativamente il medesimo. La
Tradizione si distingue dalla Scrittura non perché si comporrebbe solo di
parole ma perché non è scritta!
L’evangelo
“di Gesù” e “su Gesù” non è scindibile dalla tradizione
autoritativa che si forma nella Chiesa apostolica (sostenuta dallo Spirito di
Gesù risorto e vivo) avente come contenuto la dottrina, la vita e il culto
della stessa Chiesa apostolica. S. Giovanni parla di “fedeltà” a ciò che
era fin dall’inizio (Gv. 2, 24; 3, 11). Questa tradizione è necessaria per
mantenere la comunione dei credenti col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo (1
Gv. 1, 1-3). La chiesa ha il dovere di custodire e di tramandare il deposito
che le è stato affidato senza aspettare più alcun’altra Rivelazione
pubblica. Lo sviluppo della Rivelazione nella storia della Chiesa è di altro
ordine: non fa che esplicitare ciò che è racchiuso nel deposito apostolico.
Soltanto gli apostoli in qualità di testimoni della Resurrezione di
Gesù sono soggetti di tradizione in senso stretto. I loro successori
sono stabiliti dagli Apostoli al servizio della tradizione apostolica
4
-Tradizione nell’Antico Testamento e nel Nuovo Testamento a confronto
Le
note comuni sono: tradizione viva, biforme (orale - vitale /
scritta) aventi caratteri di stabilità e di crescita. Le
differenze sono però ancora più importanti:
a) Le tradizioni veterotestamentarie vivono nella promessa e attendono
il vertice storico sperimentabile dell’intervento divino. La
tradizione neotestamentaria sa che il vertice dell’azione di dio è, per così
dire, alle sue spalle: il Messia è già venuto. E’ Gesù Risorto del quale
si attende il ritorno glorioso alla fine dei tempi (v. corso di Introduzione
al Mistero di Cristo).
b) La tradizione neotestamentaria ha carattere definitivo (non
è da aspettarsi alcun altra Rivelazione pubblica) ed inoltre possiede una
singolare efficacia: la Nuova Alleanza ha la forza di attuare e
attualizzare ciò che le sue parole dicono e annunciano, comunica al credente
la realtà annunciata nel messaggio in virtù della continua presenza di Gesù
Risorto e dello Spirito santo, sempre operanti.
c) Mentre la tradizione rabbinico - giudaica è caratterizzata dalla
cessazione dello Spirito e dalla sostituzione dei profeti con i periti della
legge, nella tradizione neotestamentaria la responsabilità ultima della
continuazione e della purezza della dottrina non riposa su tradenti umani ma
sul Signore Gesù vivo e presente e sull’azione dello Spirito, nel quale si
compie anche nel futuro ogni vera tradizione (D.V. 8).
Cap.
5
La Bibbia è la memoria scritta del popolo di Dio
Vale
la pena, per questo capitolo, fare una lettura diretta dal testo (pag. 67-80)
vista l’importanza del tema trattato e della facilità e rapidità di
lettura che il testo stesso offre.
Cap.
6
Il linguaggio umano della Bibbia
Per
questo capitolo vedi seconda dispensa “appunti di introduzione storico -
critica alla Bibbia” di Betori - Pennacchini, soprattutto da:
pag.
10 a pag. 26 e da pag. 46 a pag. 60
Cap.
7
1. Egiziani (3000 a C.) = papiri (strisce incrociate, incollate, pressate e lisciate) scritti in inchiostro. Il papiro è il materiale usuale anche per l’ANTICO ISRAELE (che utilizzava rotoli formati da papiri)
Israele
(solo dopo il 100 a C.) = pergamena (cuoio di montone o capra)
come rotolo, come libro la pergamena
(più deteriorabile rispetto al papiro)
2.
Testimoni
DIRETTI = riproducono il testo per sé stesso
per intero (rotoli o
codici)
per sezioni (lezionari)
per brevi brani
(ostraca: cocci di ceramica)
Testimoni
INDIRETTI = riproducono il testo in altre opere letterarie: es. nelle
citazioni delle opere patristiche
VERSIONI
ANTICHE = sono “testimoni sui generis”, ma importanti perché fatte
su manoscritti
non lontani dall’originale
3.
ANTICO TESTAMENTO: TESTIMONI
DIRETTI
I
- II sec. a C.: papiro
di NASH = solo DECALOGO e Dt . 6,4
I - II sec. d
C.: QUMRAN = TUTTI i libri
della Bibbia tranne:
Est, Gdt, 1-2 Mac, Bar, Sap
=
TESTI COMPLETI di:
Is, Ab, Sal
1008 - 1009 d
C.: B19a di
Leningrado (sul quale si basa il testo critico della Biblia
Hebr.)
X sec. d.C.:
Pentateuco Samaritano, che con una trasmissione indipendente
si rifà a un
testo più antico di quello
masoterico
ANTICO
TESTAMENTO: VERSIONI ANTICHE
LXX: nome
dato alla “Lettera” dello studioso ebreo “Pseudo-Aristea” (II sec. a
C.)
leggenda = traduzione richiesta dal Re Tolomeo II per la Biblioteca alessandrina
e fatta da 72 uomini di Gerusalemme in 72 giorni di
lavoro
in celle separate e con il risultato di 72 TRADUZIONI
IDENTICHE
realtà = più versioni fatte da diversi
autori in diversi momenti e completate entro
il II sec. a C.
è il testo della Bibbia CITATO dagli
autori del Nuovo Testamento e usato dai Padri
della Chiesa
manoscritti più antichi: VATICANO e SINAITICO (ambedue del IV sec. d
C.)
AQUILA,
SIMMACO, TEODOZIONE (giudei) : del II sec. d C., sono versioni
nate in contrapposizione ai
LXX, che era diventata
ormai
la Bibbia dei Cristiani
TG
(TARGIUM) : del V sec. d C., versione in Aramaico
(derivanti
da tradizioni orali sinagogali)
NUOVO
TESTAMENTO: TESTIMONI DIRETTI
Del
Nuovo Testamento si possiedono più di 2.500 manoscritti
CODICI
MAIUSCOLI : dal III al XI sec. VATICANO (AT+NT) IV sec.
SINAITICO
(AT+NT) IV sec.
ALESSANDRINO
(AT+NT) V sec.
PAPIRI
: p52 / John Ryland’s Library, Manchester
p di Chester
Beatty (contengono le Lettere paoline)
NUOVO
TESTAMENTO: VERSIONI
VETUS
LATINA : esisteva fin
dalla fine del I sec.
testimoniata negli Acta Mart. Scillitanorum, in Tertulliano e
in S. Cipriano
VOLGATA
: (significa “diffusa” tra il popolo), di S. Girolamo, fine IV
sec.,
fatta: - per AT sul
testo masoterico &n |