VALENZA SIMBOLICA DELLA MUSICA SACRA              1

      Introduzione:

Il complesso mondo dei simboli apre orizzonti ampi e misteriosi dell'esistenza umana; è difficile dire che cos'è un simbolo. Nella nostra cultura contemporanea la molteplicità e l'anarchia linguistica hanno smarrito il senso etimologico di molte parole; così accade per il simbolo che spesso viene confuso con il "segno", sicché la realtà ci parla ma noi siamo come erranti navigatori che hanno perso la rotta e vagano senza meta nell'oceano dei pensieri, delle cose, delle mode e dei linguaggi, senza sapere dove andare. Con il presente lavoro cercheremo di chiarire meglio l'etimologia del simbolo nel settore della musica sacra; a sua volta l'apparato simbolico ci offrirà una solida base antropologica su cui riscoprire il dato/dono della tradizione e nel contempo aprire nuovi orizzonti di ricerca.

                                           IL SIMBOLO

Potremmo dire che il simbolo si trova in una posizione intermedia tra la percezione e il concetto; il simbolo apre al Mistero cioè a qualcosa che il linguaggio può solo in parte esprimere. Il simbolo apre, allora, un orizzonte che va al di là dell'esperito e, proprio per questo, si distingue dal segno il quale significa solo l'immediato e come tale da un'informazione, punto e basta. Il simbolo, invece, per natura propria aiuta l'uomo a trascendersi in una più alta e completa sintesi. Per tal motivo è stato bistrattato dal  "razionalismo illuminista"  ed, invece, è stato enfatizzato dal "romanticismo". Tuttavia i più grandi pensatori dell'umanità hanno riconosciuto la vacuità del presuntuoso "so tutto" e hanno piuttosto apprezzato la relatività della ragione che, ragionevolmente, da se stessa, sa di avere dei limiti.

Certo vi è una certa complementarietà tra il simbolo e il concetto, ma davanti alla pienezza del simbolo il concetto deve ragionevolmente assumere un carattere apofatico, mettersi in rispettoso e meravigliato silenzio; il simbolo, come tale, nella sua essenza, non si discosta dal  "mistero" biblicamente inteso, anche nel caso del simbolo c'è bisogno di un "mistagogo" e dunque di un'accurata iniziazione.

 

 

Il Pensiero di C. G. Jung:

 Il   "termine simbolo fa appunto riferimento alle immagini archetipe appartenenti ad un patrimonio bio-psicologico universale dell'inconscio "([1]); dobbiamo molto in questo settore di ricerca a C. G. Jung. Il termine sin-bolon include pertanto il doppio senso di separare e di mettere insieme. La matrice dell'archetipo junghiano è di tipo platonico, l'archetipo in fin dei conti è l'idea platonica immanentizzata ( e privata del suo valore ontologico ) nell'inconscio collettivo; sicché tutto l'evidente è informato e decodificato da quest'idea archetipa; il problema sarà piuttosto capire come quest'idea, quest'archetipo si è formato nell'uomo.

In tal modo appare chiaro che il linguaggio simbolico è il cammino più breve per l'intelligenza, al contrario la via concettuale è la via più lunga e presenta, come abbiamo visto, notevoli limiti di orizzonte.

Bisogna aggiungere che le immagini archetipe sono, per natura propria, infrangibili, mentre, il simbolo, può essere dimenticato e soggiacere nell'inconscio collettivo, in questo livello di vita psichica rimanere addormentato, pur mantenendo intatte le sue valenze meta-psichiche così che " il simbolismo religioso, per esempio, può essere continuamente riscoperto, reintegrato, arricchito " ([2]).

Jung parte dalla constatazione che certi dati categoriali del pensiero umano sono dati a-priori, prima di ogni esperienza: " Io non sostengo affatto che le rappresentazioni siano ereditarie, ciò che si eredita è la possibilità di rappresentare...a mio parere la loro origine non è spiegabile se non supponendo che sono sedimenti di esperienze sempre ripetute dall'umanità " ([3]); come a dire che la psiche umana non è affatto tabula rasa ma è ricca di idee ante- rem che non sono certo una copia psichica delle cose platonicamente intesa, anche se Jung deve molto a Platone, quanto una griglia psichica globale.

Jung è arrivato a queste conclusioni studiando i miti e i sogni e trovando nei vari individui una struttura costante sedimentata oltre le esperienze personali, le quali sono invece patrimonio dell'inconscio personale; ed è per questo che Jung ha chiamato questa sezione psichica universale con il nome di inconscio collettivo. Per Freud questi archetipi potevano essere dei residui onirici senza vita, per Jung, invece, sono strutture elementari piene di vita che legano il mondo razionale della coscienza con il mondo dell'istinto. Ad esempio, come ogni organo del corpo possiede una lunga evoluzione dietro di se, così l'organo psichico possiede delle strutture fondamentali nate da una lunga evoluzione. Ad ogni modo, qualunque sia stata la modalità germinale delle prime strutture archetipe dell'inconscio, esse fanno parte del patrimonio non tanto dell'inconscio personale quanto di quello collettivo, per tanto sono universali, cioè elementi psichici strutturali comuni a tutti gli uomini; i contenuti dell'inconscio collettivo, a differenza di quello personale, si presentano alla coscienza sotto forma di inclinazioni e concezioni e non sono condizionati dal soggetto. I contenuti dell'inconscio collettivo, gli archetipi, si comportano come i contenuti dell'inconscio personale, se vengono rimossi, impregnano la personalità sotto forma di nevrosi ed è proprio per questo che i simboli non possono morire ma solo sparire temporaneamente o rendersi muti al concetto. Certamente l'uomo razionale, non quello ragionevole, ha paura di questo dato meta-cosciente che gli viene dal profondo perché non è dominabile dalla razionalità, sicché, l'uomo moderno, fugge spesso i simboli; così facendo, però, fugge se stesso, si aliena e si dimentica una parte fondamentale del suo essere.

La nevrosi nel mondo psichico si comporta come il principio fisico di Archimede per quanto riguarda il galleggiamento, più egli spinge- rimuove tali contenuti verso il basso più questi gli ritornano sotto forma di nevrosi e latrie varie.

" L'archetipo si rivela alla coscienza sotto la forma simbolica delle immagini arcaiche, perché soltanto l'immagine può essere afferrata dalla coscienza " ([4]). Dunque il pensiero simbolico è proprietà non solo del bambino o dello squilibrato, ma dell'essere umano come tale. Gli archetipi quindi sono strutture costanti situati alle sorgenti stesse dell'inconscio; sicché i simboli e il mito non sono creazioni irresponsabili della psiche; " gli archetipi sono i contenuti dell'inconscio collettivo, forme a-priori che organizzano l'esperienza e ordinatori di rappresentazioni" ([5]). Sono entità ipotetiche non rappresentabili in se stesse ma evidenti solo attraverso le loro manifestazioni: le immagini archetipe simboliche. Nell'ambito della concezione junghiana il mito " rimette in scena drammi secolari basati su schemi archetipici...il mito è una  metafora dell'operare dell'archetipo in se...i miti sono storie di incontri archetipici "([6]).

Tali intuizioni di Jung sono state  poi sviluppate da altri; P. Ricoeur, Lalande, Creuzer e Durand continuarono la riflessione sull'itinerario psichico archetipo. Durand da primarietà non tanto agli archetipi quanto a tutte le possibilità mimiche e gestuali dell'Homo Sapiens, poi tratta in seconda istanza degli archetipi che egli distingue in due tipi:                                                  

* Archetipo epitetico ( Alto, Basso, Chiaro...);

* Archetipo sostantivo ( Luce, Tenebre...).

L'inculturazione poi sviluppa uno stesso tema archetipale sicché abbiamo simboli uguali ma dissimili nel significato tra le culture: 

" Mentre gli schemi e gli archetipi restano immutati, i simboli si trasformano nelle diverse epoche e culture e, proprio perché sono sviluppi di uno stesso tema archetipo, formano costellazioni ove le immagini vengono a convergere per omologia cioè per equivalenza strutturale attorno a nuclei organizzatori " ([7]). Inoltre il simbolo assume il suo più alto livello proprio con l'arte, la filosofia e la religione e proprio in quest'ultima assume funzione dinamica nel mito facendo intuire tutte le profondità del mistero e aprendo anche le porte al senso della vita umana.

Per Durand, la funzione simbolica è " puissance de figurer qui trasfigure l'identitè inerte et morte des choses " ([8]). Il simbolo ha allora una funzione esplorativa: scruta e tende ad esprimere l'avventura dell'essere immerso nello spazio-tempo; il simbolo fa fare all'uomo un'esperienza che in qualche modo gli rivela se stesso proprio perché gli rivela il trascendente; il simbolo media tra sensibile e trascendente tra esistenza ed essenza ed unifica l'atto spirituale dell'uomo. Trans-culturalmente rivela l'ontologico bisogno di trascendenza e la " nostalgia dell'Altro " di ogni uomo. L'arte non degradata ad oggetto di consumo ma vera, attinge continuamente ai simboli, infatti: " Le persone creative e gli artisti, che hanno per natura una stretta relazione con l'inconscio, quasi un rapporto diretto...attuano un processo creativo, che per quanto possiamo seguirlo, consiste nel ridestare gli eterni simboli dell'umanità che riposano nell'inconscio ( collettivo, ndr. ) " ([9]).

Il simbolo per tanto non è : 

* un Attributo,

per esempio le ali sono un attributo di una società di navigazione aerea;

*un Emblema,

 per esempio la serpe è l'emblema di un farmaco;

*una Parabola, ne un Apologo, ne una Allegoria, ne un'Analogia, ne una Metafora.

Pertanto il simbolo è " la dimensione che qualsiasi oggetto, naturale o artificiale, acquista nel momento in cui può evocare una realtà non immediatamente inerente " ([10]).

Critica al " Darwinismo psichico ":

Il pensiero di Jung non è sempre stato molto chiaro anche se è certo che lui si è sempre mosso in ambito scientifico medico-psichiatrico, di osservazione e di registrazione di fenomeni psichici. Con tale metodologia Jung arriva appunto a dire che gli archetipi e l'inconscio collettivo sono semplici concetti ausiliari che risultano dal tentativo di riflessione sul materiale psicopatologico raccolto. E' vero anche, però, che Jung ipotizza una formazione evoluzionistica di tali archetipi, ed altri dopo di lui si sono mossi su questa linea solo ipotetica di Jung per farne un caposaldo scientifico.

Tuttavia, a me, personalmente, questo modo di descrivere la formazione dell'inconscio collettivo da parte della scuola Junghiana, sembra ingiusto nei confronti della ragione scientifica proprio perché si spinge in un ambito che non le compete; pur riconoscendo nell'uomo un programma evolutivo ( il che mi sembra innegabile ), l'uomo come essere pensante non è simile a nulla di ciò che lo circonda perché possiede quel "quid" che nessuna evoluzione avrebbe potuto dargli: la ragione, la volontà, il discernimento, la possibilità di trascendersi. Dunque  da una scimmia non è possibile fare un uomo, se non con un "intervento"  nel cammino evolutivo;  intervento che non può non avere carattere "super-mondano", quell'intervento che nella Bibbia da all'uomo la sua dignità e lo fa ad immagine e somiglianza di Dio ( Gn 1.26 ).

" C. G. Jung commise il radicale errore di riportare la religiosità inconscia nuovamente nella sfera dell'ES, cioè dell'istinto. In questo caso l'io non è in grado di avere competenza nella sfera del religioso" ([11]), afferma V. Frankl un pò apoditticamente, ed anche erroneamente visto che Jung non lega i simboli alla sfera dell'istinto ma a quella dell'inconscio collettivo e considerato anche che Jung ha spesso sottolineato che non può esservi simbolo senza coscienza, tuttavia è pur vero che l'ipotesi evoluzionistica della formazione degli archetipi da lui pensata e da altri dopo di lui assunta e teorizzata rischia di cadere in un mero scientismo, mentre è ben ragionevole pensare che la griglia psichica che l'uomo ha, e che fa parte della sua dignità all'interno delle cose che sono, non si esaurisce in se stessa, in un darwinismo psichico e spirituale, ma apre alla visione di fede. Dio avrebbe lavorato, per così dire, su due fronti:    

*uno indiretto (ma quanto lo si può dire tale?), con l'evoluzione della specie umana;                                            

*uno diretto, infondendo Egli stesso quello Spirito che fa dell'uomo il " vivente creato " per eccellenza ( Sl 150.6 )([12]).



[1] C. Cano, Simboli sonori. Fondamenti antropologici per una didattica dell'approccio semantico al linguaggio musicale, Franco Angeli, Milano 1985, p. 93ssC.

[2] C. Cano, op. cit. , p. 109  

[3]  C. G. Jung, Psicologia dell'inconscio, Universale Scientifica Boringhieri Editore, Torino 1968, p. 115-120

[4] C. Cano, op. cit. , p. 112

[5]  C. G. Jung, Opere complete 1947-1954, Universale Scientifica Boringhieri Editore, Torino, p. 247

[6] A Samuels, Dizionario di psicologia analitica, Cortina Editore, p. 97

[7] C. Cano, op. cit., p. 118-119

[8] C. Cano, op. cit. ,  p. 120

[9] J. Jacobi, La psicologia di C. G. Jung,  Universale Scientifica Boringhieri Editore, Torino 1973, p. 38-42

[10] M. Trevi, Metafore del simbolo, Raffaello Cortino Editore, Milano 1986, p.2

[11] V. Frankl, Dio nell'inconscio, Morcelliana, Brescia 1977, p. 79

[12] G. RAVASI, Il canto della rana. Musica e teologia nella Bibbia, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (AL) 1990, p. 61-64.73

 

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