Gianfranco Amato
Un anno fa Eluana Englaro veniva messa a morte grazie ad un provvedimento della magistratura fondato, tra l’altro, su due assiomi. Il primo riguarda il fatto che la ragazza di Lecco si trovasse in uno stato di coma irreversibile (categoria scientifica inesistente), dal quale non sarebbe mai potuta uscire. Il secondo è relativo al fatto che senza una «pienezza di facoltà motorie e psichiche» quella di Eluana fosse una «vita non degna di essere vissuta», traduzione italiana del termine “lebensunwertes Leben”, coniato dai giuristi tedeschi negli anni ’30 e riecheggiato tristemente nelle aule giudiziarie del Terzo Reich.
Così, nel febbraio 2009, attraverso la carta bollata, si è spenta l’esistenza di Eluana. Per una strana ironia della sorte, a ridosso dell’anniversario della sua morte, i fatti e la ricerca scientifica hanno sconfessato quei discutibili postulati dei giudici. Due giovani belgi, entrambi in stato vegetativo persistente a seguito di un incidente d’auto, sono stati incaricati dal destino di sgretolare i due presupposti logici della tragica decisione sul caso Englaro.
Lo “scherzo” che hanno fatto i due belgi ai soloni togati è stato davvero beffardo. Uno dei due si è risvegliato dopo 23 anni (6 anni in più di Eluana), dimostrando ancora una volta che il cosiddetto “coma irreversibile” non esiste. L’altro, sottoposto ad esame attraverso una nuova tecnica di risonanza magnetica, ha manifestato segni di facoltà psichica, arrivando a “dialogare”, attraverso il cervello, con i medici.
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Cari fratelli e sorelle,
la liturgia di questa quinta domenica del tempo
ordinario ci presenta il tema della chiamata divina. In una visione maestosa,
Isaia si trova al cospetto del Signore tre volte Santo ed è preso da grande
timore e dal sentimento profondo della propria indegnità. Ma un serafino
purifica le sue labbra con un carbone ardente e cancella il suo peccato, ed
egli, sentendosi pronto a rispondere alla chiamata, esclama: "Eccomi Signore,
manda me!" (cfr Is 6,1-2.3-8). La stessa
successione di sentimenti è presente nell'episodio della pesca miracolosa, di
cui ci parla l'odierno brano evangelico. Invitati da Gesù a gettare le reti,
nonostante una notte infruttuosa, Simon Pietro e gli altri discepoli, fidandosi
della sua parola, ottengono una pesca sovrabbondante. Di fronte a tale prodigio,
Simon Pietro non si getta al collo di Gesù per esprimere la gioia di quella
pesca inaspettata, ma, come racconta l'Evangelista Luca, gli si getta alle
ginocchia dicendo: "Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore". Gesù,
allora, lo rassicura: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini" (cfr
Lc 5,10); ed egli, lasciato tutto, lo
segue.
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Ultimo aggiornamento ( domenica 07 febbraio 2010 )
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Cari fratelli e sorelle,
ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest'anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall'affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).
Giustizia: "dare cuique suum"
Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine "giustizia", che nel linguaggio comune implica "dare a ciascuno il suo - dare cuique suum", secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel "suo" da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l'uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un'esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l'uomo vive di quell'amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali - del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l'indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia "distributiva" non rende all'essere umano tutto il "suo" che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant'Agostino: se "la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell'uomo quella che sottrae l'uomo al vero Dio" (De civitate Dei, XIX, 21).
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